27 aprile 2018

L’ EUROPA DEI SOVRANISMI di Antonio Laurenzano


L’ EUROPA DEI SOVRANISMI
di Antonio Laurenzano

Forti venti di euroscetticismo soffiano su tutta l’Europa, confermati dal voto tedesco, da quello austriaco e più di recente da quello nell’Ungheria di Orban. Il sovranismo è divenuto la stella polare per l’identità politica per la maggior parte degli europei che manifestano un rigetto crescente verso i partiti tradizionali. Un rigetto che affonda le sue radici nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia, nelle difficoltà occupazionali dei giovani. E’ in questo spazio di precarietà che nascono e crescono i movimenti nazional-populisti che si alimentano delle suggestioni sovraniste, azzerando di fatto quella solidarietà che in Europa aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno di un’ Europa unita, disegnato nello storico Manifesto di Ventotene da Altiero Spinelli.
Insicurezza economica e disagio sociale rafforzano la domanda di sovranità, quella che Luigi Einaudi defini’ il “mito funesto”. Spaventati dalle conseguenze di una lunga crisi economica, delusi da una politica poco protettiva e dai partiti tradizionali non più connessi con i bisogni e le aspettative della gente, in mezza Europa si inseguono le sirene del populismo. Un tema caldo che ha fortemente appassionato il Presidente francese Macron intervenuto la scorsa settimana all’Europarlamento di Strasburgo. Chiare e ferme le sue parole: “La risposta all’euroscetticismo non è la democrazia autoritaria del populismo, ma l’autorità della democrazia. Dobbiamo combattere per difendere la sovranità europea condivisa dalle pulsioni nazionaliste e dai sistemi illiberali e rilanciare il progetto europeo.”
A un anno dalle elezioni europee, la strada da percorrere è dunque quella della sovranità condivisa e della interdipendenza delle politiche che devono costituire i criteri fondamentali di una governance responsabile per assicurare sviluppo economico, identità e sicurezza. Nessun Paese europeo può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle antiche sovranità, agli antichi nazionalismi potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, e benessere. Al di là dei demagogici proclami per catturare consensi elettorali, l’alternativa all’integrazione fra i popoli non sarà il ritorno alla sovranità nazionale, ma la balcanizzazione del Vecchio Continente con il dilagare di piccole patrie regionali incapaci di incidere sulle dinamiche continentali e ancor meno fronteggiare con successo i guasti della globalizzazione.
Sarebbe alto il prezzo da pagare per conquistare una “sovranità tradita” per un populismo che, coltivando una promessa che non potrà essere mantenuta (“le leve del potere sono altrove”), ripudia la democrazia rappresentativa fondata sulla delega, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri. Non si possono assecondare timori e paure ricorrendo alle scorciatoie sovraniste. Un rischio in termini storici ed economici.
L’Europa deve valorizzare la propria identità culturale, rilanciare politiche economiche espansive e di crescita, recuperare, in un momento di grandi tensioni sullo scacchiere internazionale, la centralità politica del suo ruolo. Un salto di qualità per fermare gli egoismi nazionali e fronteggiare la miopia politica di chi, avendo perso ogni memoria storica, dimentica i lutti e le distruzioni dei nazionalismi del XX secolo. uale
Per scacciare i fantasmi del sovranismo e diradare la fitta nebbia delle incertezze e delle contraddizioni che avvolge l’Ue, serve ritrovare in fretta l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori e soprattutto mettere fine ai tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un governo capace di rispondere alle attese dei cittadini. Serve un’Europa forte e credibile per rispondere alle nuove sfide mondiali con soggetti politici nuovi, per seguire con unità dì azione la via del futuro, nel segno di una reale integrazione politica.

26 aprile 2018

IL GIARDINO DELLE FARFALLE di Dot Hutchison recensione a cura di Miriam Ballerini

 IL GIARDINO DELLE FARFALLE                       di Dot Hutchison

© 2018  Newton Compton Editori – gli insuperabili gold
ISBN 978-88-227-0077-3 Pag. 313 € 9,90

Un noir particolare, che attrae e spinge a continuare a leggere.
Una scrittura sicuramente efficace e ben dosata.
Inara si trova presso l’FBI per essere interrogata dagli agenti Hanoverian ed Eddison, i quali si alternano nelle domande.
È il modo in cui è scritto a essere diverso e originale: il romanzo non viene narrato dallo scrittore, ma dalle domande degli agenti e dalle risposte della vittima sopravvissuta.
Una ragazza che, per la maggior parte delle pagine, non si saprà se è stata o meno complice di quanto accaduto nel giardino.
E cos’è mai questo giardino? E chi è il Giardiniere?
Il Giardiniere è un serial killer che rapisce delle ragazze e, dopo averle tatuate con ali di farfalle sulla schiena, le violenta e le mantiene in un giardino. Una serra enorme, con laghetto e cascata. Una gabbia dorata.
Cambia loro nome, le tratta con gentilezza, fino a quando, raggiunta l’età di 21 anni, proprio come una farfalla che muore giovane alla fine del suo ciclo vitale, le imbalsama e le conserva in teche piene di resina. Lasciando che siano farfalle per sempre.
Chi delle ragazze si ammala, o rimane gravida, viene uccisa e seppellita.
Il giardino contiene all’incirca una ventina di ragazze, le une che fanno coraggio alle altre. Quando arriva una nuova vittima la coccolano, l’aiutano a superare quello che l’aspetta.
Succubi del Giardiniere nemmeno tentano più di tanto di scappare, sapendo che andrebbero incontro a morte certa.
Inara racconta tutto questo, in modo lineare, insensibile, non versando mai una lacrima.
Il Giardiniere ha due figli maschi: Avery, crudele e sadico. Quando entra nel giardino tortura le ragazze. Anche se il padre lo riprende, così come farebbe un buon genitore di fronte a un figlio che rompe i suoi giocattoli.
C’è poi Desmond, gentile, timido. All’inizio finge di non capire cosa sia il giardino. Si innamora di Inara e, quando viene messo di fronte alla realtà di chi siano suo padre e suo fratello, si rifiuta di denunciarli, per paura di fare soffrire la madre, ignara, e di dover affrontare tutte le conseguenze.
Solo alla fine, di fronte a una bambina massacrata dal fratello, avrà il coraggio di fare quel che deve.
L’unica mia perplessità sta proprio di fronte alla famiglia del serial killer. Nella realtà non potrebbe mai accadere una cosa del genere. La figura del Giardiniere, nonostante sia troppo “buono”, potrebbe anche starci, ma che i figli di un uomo malato, cresciuti in una famiglia normale, nel momento in cui venissero a scoprire una realtà così sconvolgente, non credo proprio reagirebbero come la scrittrice ha immaginato.
Ma, essendo un libro d’invenzione, lasciamo spazio anche a questa possibilità.
Definito dalla stampa come: il thriller più terrificante dell’anno. Tra “Il silenzio degli innocenti” e “Il collezionista di ossa”.

© Miriam Ballerini

18 aprile 2018

IL FISCO … BATTE CASSA di Antonio Laurenzano


IL FISCO … BATTE CASSA
di Antonio Laurenzano

E’ partita la “stagione dichiarativa 2018”. L’Agenzia delle entrate ha messo a disposizione online la dichiarazione dei redditi precompilata relativa all’anno d’imposta 2017. Nel primo step per i contribuenti sarà possibile consultare via web la propria dichiarazione elaborata dall’Amministrazione finanziaria e controllare le informazioni che l’Agenzia delle entrate ha utilizzato per mettere a punto un modello (730/ 2018 e Redditi PF 2018) in gran parte già pronto per la presentazione. Dal prossimo 2 maggio sarà poi possibile accettare, modificare e inviare il modello 730 (riservato a lavoratori dipendenti, pensionati e titolari di reddito assimilati a quelli di lavoro dipendente) oppure rettificare il modello Redditi PF (redditi d’impresa, lavoro autonomo, redditi diversi) che, invece, potrà essere trasmesso dal 10 maggio. I termini di presentazioni scadono rispettivamente il 23 luglio e il 31 ottobre 2018.
Di anno in anno diventa sempre più cospicuo ed esauriente il flusso dei dati a disposizione del Fisco ai fini della precompilata che, dopo un rodaggio iniziale di alcuni anni, sta entrando sempre più da protagonista nel difficile rapporto con il contribuente. A testimoniare il successo di questa operazione sono i numeri forniti dall’Agenzia delle entrate: in tutto, più di 925 milioni sono le informazioni comunicate via web al “cervellone fiscale”per il 2017, con un incremento del 3,5% rispetto ai dati inviati nell’anno precedente. Si spazia dalle certificazioni uniche di lavoratori dipendenti e autonomi agli interessi passivi per mutui, dalle spese universitarie e relativi rimborsi alle spese sanitarie, a quelle per le ristrutturazioni e il recupero del patrimonio edilizio, dai premi assicurativi sulla vita mortis causa e infortuni ai contributi previdenziali e assistenziali, dalle spese veterinarie a quelle funebri. Fra le new entry nel modello precompilato ci sono le rette degli asilo nido e i dati sulle erogazioni liberali a Onlus e associazioni/fondazioni di promozione sociale.
Ogni contribuente può accedere direttamente alla propria precompilata tramite il Sistema pubblico per l’identità digitale (Spid), i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate (Fisconline), oppure utilizzando il Pin rilasciato dall’INPS o la Carta nazionale dei servizi (Cns). Entro cinque giorni dall’invio telematico, l’Agenzia rilascerà un’apposita ricevuta con la data di presentazione della dichiarazione e il riepilogo dei principali dati contabili. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito d’imposta, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre 2018.
Tutto ok? Non proprio. Sul tappeto il problema di sempre: la complessità del nostro ordinamento tributario. Un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione che, alla vigilia del nuovo appuntamento, impongono una seria riflessione per una riforma fiscale non più differibile. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina e mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di lenta ripresa economica, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico. Dal Governo che verrà, dopo le tante promesse elettorali, si attendono ora i fatti!


Artez - Dreaming on Canvas di Marco Salvario

Artez - Dreaming on Canvas
Marco Salvario

Al povero torinese distratto che cammina sul marciapiede di via Saluzzo, zona molto vicina alla stazione ferroviaria di Porta Nuova, la Galo Art Gallery con le sue ampie vetrine aperte sulle aree di esposizione regala uno squarcio di luce e vivacità.
Galleria d’arte bella fuori e bella dentro, con le pareti di bianco impeccabile e l’ottima illuminazione che valorizza le opere senza costringere i visitatori a dovere lottare contro i riflessi e i cambi continui di luci.



La mostra dedicata ad Artez, inaugurata il 7 aprile e con chiusura prevista il 25 maggio 2018, presenta un artista trentenne dotato di grande tecnica e di molto talento, la cui capacità pittorica ha cominciato a manifestarsi prestissimo tra le strade di Belgrado, in quella situazione di grande tensione politica ed economica che stava portando alla tragica e sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia.
Artez, artista di strada per vocazione e per necessità, è una personalità ribelle che cerca non di lanciare grida di rivolta o di disadattamento, quanto di cancellare il grigiore e le bruttezze delle città coprendole di colori, di immagini, di vita e di natura. Non di gioia, perché nei volti degli uomini e delle donne che spesso e con grande efficacia dipinge, raramente coglieremo l’accenno di un sorriso e mai una risata.
Ovviamente gli spazi offerti da una galleria sono limitati rispetto a quelli di una città, le opere del nostro spesso arricchiscono e abbelliscono con rispetto ed eleganza facciate di case alte più piani, ma non di meno la mostra presenta a 360 gradi la pittura e la ricerca di questo giovane artista che alla matita e al pennello sottile ha sostituito le bombolette spray, arma infame e vandalica in mani di persone senza capacità, e la pittura acrilica distribuita con grossi rulli.
Coloro che, sono personaggi squallidi e critici di cui ho fatto per decenni parte, considerano la street art qualcosa di completamente estraneo al mondo della vera arte, un momento episodico senza futuro e senza quasi diritto di menzione, dovrebbe visitare mostre come quella dedicata dalla Galo ad Artez per cominciare a ricredersi.


Il TRACTATUS PSYCHO-PHAENOMENOLOGICUS Dalla “Selva oscura” – anima materiale – al “Castello interiore” – anima spirituale di Vincenzo Capodiferro


Il TRACTATUS PSYCHO-PHAENOMENOLOGICUS
Dalla “Selva oscura” – anima materiale – al “Castello interiore” – anima spirituale
di Vincenzo Capodiferro

È stato pubblicato da poco il “Tractatus Psycho-Phaenomenologicus, Dalla “Selva oscura” - anima materiale - al “Castello Interiore” - anima spirituale” dell’autore Vincenzo Capodiferro dall’editore GDS di Vaprio D’Adda di Iolanda Massa.
Il libro, che è una vera e propria “Fenomenologia dell’anima”, è un testo unico nel suo genere. Tenta di coniugare la fenomenologia husserliana con la psicologia razionale, pur non trascurando marcati riferimenti alla psicologia moderna, in particolare all’approccio freudiano, sebbene in chiave critica. Il testo si divide in quattro parti, dedicate ognuno all’anima materiale, all’anima psichica, all’anima pratica ed all’anima spirituale. L’impianto è squisitamente filosofico, ma non mancano tagli metafisici di recupero dell’antica psicologia, la “scientia sui”, che faceva capo alla ricerca interiore, inaugurata da Socrate e proseguita nel Redi agostiniano. In questo contesto si inserisce anche una dissertazione sull’immortalità dell’anima, la quale riparte dalle prove platoniche e prosegue attraverso il Cogito cartesiano fino alle ultime effusioni moderne. Un forte richiamo naturalmente va al romanzo filosofico hegeliano de La Fenomenologia dello Spirito. Il Tractatus Psycho-phaenomenologicus in realtà fa parte di una grande trilogia, di cui il primo tassello è già uscito alle stampe nel 2015 per l’editore Bibliotheka di Roma, dal titolo Noetica. Ricerca sull’infinita mente. Il secondo tassello all’inizio era nato come la Psichica, cioè la ricerca sulla mente finita o anima razionale, ma poi è stato completato con una trattazione completa sugli “strati” dell’anima, confluita interamente nel Tractatus. Il terzo tassello, invece, ancora in via di elaborazione, riguarda la Filosofia della Natura ed aveva come titolo iniziale Perifisica, in omaggio alla tradizione presocratica. Ma questa è ancora un’altra storia infinita. Si tratta di tre grandi parti della ricerca filosofica inerenti in ordine alla Filosofia dello Spirito Infinito o Nous, ed al suo oggetto, la Res, o Cosa, alla Filosofia dello Spirito Finito, o Anima ed alle sue diverse stratificazioni, a partire appunto dall’immagine dantesca della “Selva Oscura”, che sta per l’antica Yle, o materia prima, fino a giungere all’immagine teresiana del “Castello Interiore”, che sta per anima razionale. Infine la Filosofia della Natura riprende le antiche considerazioni dei presocratici per giungere ad una rilettura moderna in chiave creazionistica del problema della Prima Antinomia kantiana del cominciamento cosmico. Vediamo velocemente le parti:
PARTE A - L’ANIMA MATERIALE. Studiata dall’ILICA. Si discute della possibilità che la materia tout court, cioè non solo quella organica, ma anche quella inorganica possa essere dotata di una certa “anima”, cioè della tesi animista o panpsichista. Il tentativo di risolvere il problema porta all’elaborazione di una teoria intermedia tra l’atomismo materialistico democriteo e il monadismo spiritualistico pitagorico-leibniziano.
PARTE B - ANIMA PSICHICA. Studiata dalla PSICHICA. Si tratta naturalmente non della psicologia, ma in senso stretto della gnoseologia, riprendendo la discussione delle facoltà noetiche – senso, intelletto, ragione – già ampiamente trattate nella “Noetica”, però applicati all’intelletto finito e non a quello infinito o Nous ed al suo perenne oggetto, cioè la Cosa, il “Tì” o Res.
PARTE C – ANIMA PRATICA. Studiata dalla FRONETICA. In questa parte non si tratta più della nota “psicologia senz’anima”. Il discorso sulla fenomenologia dell’anima implica necessariamente la considerazione della persona umana come soggetto universale, il “Tìs” dei Greci, o il Qui e non solo il Quid. Si delinea così il regno dei fini della “Ragion Pratica”, intesa però non in senso morale, ma puramente psicologico.
PARTE D – ANIMA PNEUMATICA. Studiata dalla PNEUMATICA. Nell’ultima parte si tratta dell’anima spirituale con un approccio squisitamente fenomenologico. Naturalmente si ripercorre in parte la teoria dello spiritualismo angloamericano a noi cara. Si espongono diverse tesi: materialista, spiritualista, evoluzionista, … fino a giungere al pieno riconoscimento della spiritualità ed immortalità dell’anima pneumatica.
Questo lavoro vuole offrire lo spunto per un cammino spirituale interiore, che parta da dentro di noi, varcando le porte esterne corporali, per giungere nelle più intime sale di quello che Santa Teresa d’Avila definiva il Castello Interiore. E ci accorgeremo che dentro di noi c’è un altro mondo, parallelo a quello esterno. Noi siamo, come anche gli Umanisti professavano, viventi Microcosmi, Specchi dell’Assoluto, e della sua Eterna Città, che è l’Universo. Il nostro Castello interiore rimanda dunque al Re del Mondo, perché è una sua creazione, ma rimanda anche al Castello universale. Ed ogni castello ha un fuori ed un dentro. Sono due mondi diversi. Con ciò non si vuole affermare un dualismo tra anima materiale ed anima spirituale, ma non possiamo non ammetterne una distinzione. Come sosteneva Leibniz, siamo come Monadi viventi, che guardano la stessa Città, l’Universo, da punti diversi – il prospettivismo. La Città Eterna è la stessa, da sempre, ma una è la Città di Dio, come sostiene Agostino, l’altra è la Città terrena. Due amori fecero le due città: l’amore di Dio fino al disprezzo di sé fece la città celeste, l’amore dell’io fino al disprezzo di Dio fece la città terrestre. Ma queste due città che cosa sono, se non l’anima materiale e l’anima spirituale? Il Tractatus parte dalla Materia prima, o dalla Foresta Nera, e procede in un cammino spirituale, attraverso la guida della Ragione (la “lampada dei miei passi”, cioè la scintilla della Luce divina), per giungere fino alla Massima Deità, la “Latens Deitas” come la definisce Tommaso nell’”Adoro Te devote”, «Quae sub his figuris vere latitas». L’ineffabile Deità si nasconde dietro le forme, le figure, il puro fenomeno. la pura Deità è latitante. il cammino parte non a caso dalla dantesca “Selva Oscura”, cioè dagli inferi, per giungere al paradiso del Castello interiore, ove risiede il Re dell’anima, che è Dio stesso in persona. D'altronde questi cammini spirituali sono stati compiuti da Dante, ma anche da Virgilio: ricordiamo il viaggio di Enea all’Ade, o da Omero, che si trasfigura nella figura di Ulisse. Ma possiamo anche ricordare il cammino platonico di risalita dalla Caverna fino al Sole di Giustizia. Così il fondo dell’anima, riprendendo l’antica mistica tedesca, è Dio stesso. Noi siamo Dio. Siamo la dimora vivente e santificante ove risiede l’Altissimo. Il Tractatus intende offrire uno stimolo alla considerazione sull’anima. Noi siamo anime viventi, incarnate in corpi viventi, non morti, ma mortali. L’immortale e il mortale si uniscono in una specie unica, nella “Copula Mundi” come la definisce Marsilio Ficino, esperimento sublime della Sacrosanta Deità: un essere unico, irripetibile, un capolavoro dell’Assoluto. Noi, edifici viventi, siamo il capolavoro di questo Grande Ingegnere, questo Architetto Antichissimo, che ci ha plasmato e vivificato, come palazzi viventi. E le moderne teorie, come quelle dell’Intelligent Design, e del Principio Antropico, pur non essendo trattate direttamente in quest’opera, non fanno che confermare questa tesi di fondo.
V.C.

16 aprile 2018

APRIAMO UN DIBATTITO SULL'ABOLIZIONE DELL'ERGASTOLO


APRIAMO UN DIBATTITO
SULL'ABOLIZIONE DELL'ERGASTOLO
IN VISTA DEL DIGIUNO DEL 26 GIUGNO 2018

E' ormai da alcuni mesi che abbiamo ripreso a fare azioni contro l'ergastolo con continuità, a organizzare giornate di digiuno in date particolarmente significative, a pubblicare nuovi strumenti anche cartacei (vedi gli opuscoli 9999), a organizzare iniziative varie, a collegare esperienze diverse ma tutte riferite ad un unico argomento: l'ergastolo è una pena incivile, incostituzionale, contraria ad ogni forma religiosa e spirituale. E' una pena di morte nascosta. Si può essere favorevoli all'ergastolo solo per odio, vendetta, ottusità e chiusura mentale.
Ora dobbiamo andare avanti, ma dobbiamo aggiungere presenza e coscienza, dobbiamo sforzarci a fare un ulteriore salto in avanti, nel far convergere e nell'accrescere coloro che sono già convinti che l'ergastolo sia da abolire prima possibile.
Ognuno di noi deve partire dalla sua attuale situazione: io scrivo e parlo come Giuliano, un vecchio di 75 anni, un pensionato, un nonno, un cristiano valdese, un appassionato amante della terra che mi circonda, del mondo vegetale e animale, degli uomini, delle donne, di tutti gli uomini e le donne, che hanno fatto per brevi o lunghi periodi percorsi di cammino e di incontro con me e a cui debbo molto per i contributi positivi che mi hanno donato, ma anche per gli ostacoli che mi hanno fatto crescere.
Da più di 40 anni conosco le carceri italiane, numerosi detenuti e detenute, svariate ingiustizie, molte illegalità, vi ho incontrato anche centinaia di condannati all'ergastolo. Non sono riuscito in nessun caso a pronunciare un fine pena “mai” come una condanna giustificabile, mi riconosco tra coloro che affermano il “mai dire mai” come unica pena possibile. Non entro sugli atti che i vari direttori e le varie direttrici di carceri firmano, sui quei certificati penali che sono atti del Ministero della Giustizia e che stampano il fine pena con il 31/12/9999. Cosa prevale in questa data voluta dal DAP? La violenza, il cuore duro, l'ottusità, la superficialità, la disumanità. Tante volte ho pensato che le condanne date da un tribunale “in nome del popolo italiano” non fossero date “nel mio nome” perché non corrispondevano a ciò in cui credevo profondamente. Nessun ergastolo poteva essere dato, nessuna pena in cui la sofferenza e la tortura prevalessero.
Ma da questi pensieri confusi torniamo all'oggi, al che fare.
Molti considerano l'ergastolo come una pena dura, la più dura, ma ancora oggi legittima, attuabile in casi limite, “ma quale pena dare ad un mafioso?” ci viene chiesto. “O ad un violentatore e assassino di una donna o di un minore?” Mentre ritengono la pena di morte come un qualcosa di barbaro e che dovrebbe essere estinta in tutto il mondo. Io, come una minoranza, identifichiamo la pena di morte e l'ergastolo, sono per noi la stessa cosa, una identica risposta basata sull'odio, per questo impraticabile da uno Stato all'interno di un processo e di un codice di leggi scritte. Ecco dobbiamo parlare di questi temi: pena di morte ed ergastolo ai nostri vicini di casa, a quelli che abitano nel nostro paese o nel nostro quartiere, nei luoghi in cui studiamo, passeggiamo, ci ritroviamo a pregare, a discutere. Ce la facciamo a iniziare una conversazione su questi argomenti con dieci/venti persone nel prossimo mese di maggio? E riusciamo a far conoscere ciò che sarà il risultato di questo nostro impegno e sforzo? O rimaniamo a “convincere” le poche e i pochi che lo sono di già e non cerchiamo di rompere le nostre gabbie e le mura che circondano noi e gli altri isolandoci?
E poi organizziamo momenti di discussione su: pena di morte ed ergastolo, ovunque ci sia possibile. Siamo in un carcere a scontare una pena? Ne possiamo parlare con insegnanti e alunni della scuola? Con i volontari e le volontarie? Siamo in una sezione a 41 bis? Chiederemo un incontro con i vari ministri di culto presenti, cosa ne pensano e cosa potranno far crescere nelle donne, negli uomini, nei giovani che fanno con loro un percorso religioso fuori? Glielo chiediamo noi dall'interno. Poi potremo scrivere i nostri pensieri e lettere ai nostri familiari, ad amiche e amici. Ma la psicologa, l'educatrice o l'educatore cosa ne pensano dell'ergastolo? E la mia avvocatessa o l'avvocato ne hanno mai parlato nella loro camera penale o nella classe frequentata da un loro figlio o un loro nipote?
Ora voglio quasi fermarmi... ho scritto troppo, ma voglio esprimere un pensiero che già mi venne in mente circa un anno fa quando mi misi a dare forma ad una giornata qui a Firenze su “25 anni di tortura del 41 bis” e cercai di coinvolgere la LIPU..., una delle associazioni più importanti per la solidarietà con gli animali. Quanti punti in comune tra le gabbie e le celle, tra gli esperimenti sui diversi esseri viventi. Riproverò preparando il digiuno del 26 giugno e vi racconterò come andrà a finire...
Intanto ognuno di noi dovrà scrivere su un foglio di carta:
  1. Io (…proprio nome e cognome.....................) sono d'accordo nel fare digiuno il 26 giugno
  2. Quel giorno berrò solo un po' d'acqua e tutte le volte che avrò voglia di mangiare penserò a miei amici ergastolani e a mie amiche ergastolane
  3. Organizzerò un incontro nella mia città nei giorni vicini al 26 giugno
  4. Nel mese di giugno parteciperò ad alcune iniziative che parlino di abolire l'ergastolo
  5. Nei mesi di maggio e giugno scriverò ogni giorno una lettera e una email a persone che cercherò di coinvolgere sull'abolizione dell'ergastolo
  6. Tutto quello che riuscirò a fare lo manderò scritto per email a: associazioneliberarsi@gmail.com o per lettera a: Associazione Liberarsi: casella postale 30 – 50012 Grassina (Firenze)

E altre cose che ci verranno da scrivere



Forza e diamoci da fare, rispondiamo numerosi, il dialogo è aperto, a presto

Giuliano Capecchi
Associazione Liberarsi – Firenze

Firenze 11 aprile 2018

11 aprile 2018

LA SFIDA DI SPECIAL OLYMPICS di Antonio Laurenzano


LA SFIDA DI SPECIAL OLYMPICS
di Antonio Laurenzano

Che io possa vincere, ma se non riuscissi che io possa tentare con tutte le mie forze.” E’ il giuramento solenne che il prossimo 27 aprile pronunceranno a Varese i 700 atleti con disabilità intellettive che parteciperanno ai Giochi regionali estivi di Special Olympics 2018 cimentandosi in dodici differenti discipline sportive: basket, golf, nuoto, bowling, tennis, ginnastica, calcetto, bocce, badminton, atletica leggera, pallavolo ed equitazione. Un evento di grande significato: lo sport come mezzo per favorire la crescita personale, l’autonomia e l’inclusione sociale della persona con disabilità intellettiva. Un processo di integrazione dai profondi risvolti umani. E’ questa la mission di Special Olympics, “programma di allenamento sportivo e competizioni atletiche per le persone, ragazzi e adulti, con disabilità intellettive”, fondato nel 1968 da Eunice Kennedy negli USA e riconosciuto dal Comitato olimpico internazionale (CIO). Una risposta alla solitudine e alla emarginazione di chi è rimasto in credito con la vita per un sorriso non ricevuto da una società distratta da falsi valori.
Nel mondo sono circa 180 i Paesi che aderiscono a Special Olympcs che, grazie al prezioso contributo di oltre un milione di volontari, realizza annualmente più di centomila grandi eventi ai quali prendono parte cinque milioni di atleti. Una corsa ad ostacoli esaltata dalle imprese sportive di atleti speciali che restituiscono all’aridità quotidiana i valori fondamentali della vita. E saranno questi atleti che animeranno la cerimonia inaugurale dei Giochi al PALA2A di Varese dove arriverà la Torch Run, la staffetta di tedofori che dai giardini estensi porterà la torcia olimpica, simbolo di pace e solidarietà universale, fino al palazzetto di Masnago. Una cerimonia spettacolare presentata da Paola Saluzzi e Pier Bergonzi, una “festa carica di gioia con tanta musica e immagini”, curata dall’equipe di Valerio Festi, “per proporre qualcosa che rimarrà nella memoria della città”, come si augura Lella Ambrosetti, organizzatrice e membro del board nazionale di Special Olympics Italia. Per atleti, tecnici, familiari e volontari (una previsione di circa 2500 persone) sarà davvero un’emozione indimenticabile, legittimata dalla presenza di tanti campioni dello sport del passato: Rivera, Anastasi, Basso, Martinenghi, Ossola, Pozzecco, Bulgheroni, Meneghin, Luini, Croce. Una parata di stelle per far volare in alto la solidarietà, un vento che soffierà forte anche sulle altre città che ospiteranno gli atleti: Gallarate, Tradate, Casorate Sempione e Arsago Seprio.
Nelle parole di Giulio Velati, direttore regionale Lombardia di Special Olympics Italia, animatore infaticabile della manifestazione, la lettura autentica dei Giochi: “Lo sport può ridare la dignità a persone che rischiano di restare ai margini e regalarci uno spaccato di profonda umanità che ci fa capire che ogni ostacolo può essere superato per vincere tutti insieme la partita della vita.” Un messaggio chiaro, rivolto a tutte le componenti sociali del territorio “affinchè questi Giochi possano essere un momento di sensibilizzazione per instaurare rapporti duraturi e proficui con una realtà quasi sempre avvolta nel silenzio e nella malinconia di pochi.”
Conto alla rovescia dunque per un evento straordinario che si concluderà a Gallarate, in Piazza Libertà, domenica 29 aprile, con l’esibizione degli artisti del “Coro Divertimento Vocale”, un organico musicale di circa cento elementi, diretto da Carlo Morandi, fiore all’occhiello della “Città dei due Galli”. Effetti speciali per un’edizione dei giochi che sarà ricordata anche per la sua colonna sonora. L’inno degli Special Olympics di Varese porta la firma del compositore gallaratese Luca Chiaravalli, coautore della canzone vincitrice di Sanremo 2017, “Occidentalis Karma” di Francesco Gabbani. In collaborazione con Andrea Bonomo e Gianluigi Fazio, ha regalato agli organizzatori la canzone FUNtastic, “una canzone dance, facile da cantare, una canzone per i supereroi dei giochi”, nello spirito cioè del pensiero del Presidente di Special Olympics Italia, Maurizio Romiti, ospite in passato dei lions gallaratesi: “La differenza la fanno loro, i nostri ragazzi”.
Tanto impegno, tanto entusiasmo, tanta passione per abbattere le barriere dell’indifferenza nel segno della solidarietà. Una sfida da vincere!

10 aprile 2018

IT di Stephen King recensito da Miriam Ballerini

 IT                                                                                   di Stephen King
(c) Sperling & Kupfer editori spa 1990- super best seller
ISBN 88-7824-081-8  86-I-93  Pag. 1238  €8,00

Per la terza volta ho riletto questo libro che è uno dei capolavori assoluti di King. Ho voluto rileggerlo dopo aver visto il nuovo film appena uscito, dopo la ristampa del romanzo avvenuta lo scorso 2017.
Anni fa fu fatta una prima versione, divisa in due puntate, del film che narrava le vicende di IT. Non spaventava particolarmente, ma aveva una grande attenzione a tenerezza nei confronti dei personaggi.
Il nuovo film, sicuramente più ricco di effetti speciali e con un clown più spaventoso, avrà maggior effetto su un pubblico sensibile, ma manca totalmente di tutto quanto troviamo nel romanzo. Da qui la mia decisione di riprenderlo in mano e di rituffarmi nella Derry, città del Maine, dove avvengono le avventure di questi sette ragazzini, e della loro lotta contro il male.
IT è un clown, o perlomeno così si presenta a chi ha la sfortuna di incontrarlo. Adesca bambini, li uccide, li mangia. Poi si addormenta per circa 27 anni, prima di ricominciare un nuovo ciclo di omicidi.
Ma IT è ben più di questo: è il male che si annida nelle fogne, sotto la città. Che s’impossessa delle persone, rendendole cattive, sue complici.
Raccontare in poche righe quanto è descritto in un libro di oltre mille pagine, come ben potrete capire, non è semplice, forse nemmeno giusto; ma di certo impossibile.
Troviamo sette ragazzini di undici anni che, per una serie di motivi, si ritrovano a unirsi per combattere il male e, oltre questo, difendersi anche dai ragazzi più grandi, i bulli che sempre più si spingono verso una via di non ritorno, completamente al servizio di IT.
Bill, balbuziente, al quale IT uccide il fratellino Gerorgie. Il più motivato nel volerlo morto. I suoi genitori, dopo la morte del figlio più piccolo, è come se non ci fossero più nemmeno per lui.
Ben, obeso, orfano di padre.
Beverly, il cui padre la picchia e che finirà per sposare un uomo violento.
Stanley, ebreo.
Richie, il buffone della compagnia.
Mike, un ragazzo di colore, per questo continuamente vessato da Herry e dalla sua banda di bulli, anche se, in realtà, tutti loro sono le sue vittime preferite, chi per un motivo, chi per l’altro.
Infine Eddie, con una madre che lo convince che lui sia malaticcio, per meglio poterlo legare a sé. Un problema che si porterà anche nella vita adulta, sposando una donna tale e quale alla madre.
Uniti, loro sette, il numero fortunato, feriscono gravemente IT, pensandolo morto. Si ripromettono a
vicenda che, qualora non fosse morto, sarebbero tornati.
La vita li porta altrove, facendo loro scordare tutto ciò che è accaduto a Derry. Solo Mike rimane nello stesso posto, quasi che sia lui il guardiano predestinato rimasto di vedetta.
Infatti, il ciclo ricomincia e lui si vede costretto a richiamare i vecchi amici perché: IT è tornato.
Solo Stanley non si presenterà, perché, subito dopo la telefonata dell’amico, si suicida.
Adulti, senza più la magia della loro infanzia, un poco spaesati e impauriti, riscenderanno nelle fogne per ingaggiare la lotta definitiva contro il mostro.
Il romanzo si alterna fra scene del 1958 quando i sette erano solo ragazzini, e il 1985, quando adulti rivivranno e ricorderanno tutto quanto è accaduto, preparandosi ad affrontare ancora una volta il volto senza maschera di IT.
Al di là del racconto horror che King dice, in una intervista recente, aver immaginato durante il tragitto a piedi di cinque chilometri che aveva dovuto affrontare una volta che era rimasto in panne; troviamo l’amicizia, quella vera. Tante e tante scene di una infanzia che, proprio con la sua caratteristica di superare anche il male peggiore, fa diventare cose serie che un adulto non saprebbe affrontare, delle avventure che quasi non lasciano il segno.
Un libro che è assolutamente da leggere, perché ricco. Genialmente ricco.

© Miriam Ballerini

LA SCATOLA DEI BOTTONI DI GWENDY di S. King e R. Chizmar recensito da Miriam Ballerini

LA SCATOLA DEI BOTTONI DI GWENDY di S. King e R. Chizmar
© Sperling & Kupfer 2018 
ISBN 978-88-200-6433-4   Pag.240 € 17,90

La storia narrata in questo romanzo prende e porta il lettore a leggere pagina dopo pagina senza fermarsi.
Gwendy è una ragazzina obesa presa di mira dal bullo di turno. Ecco che, stanca di essere presa in giro, comincia a correre sulla scala del suicidio, un sentiero che si trova a Castle Rock, la cittadina inventata da King, che più volte abbiamo trovato in diversi suoi romanzi.
Durante una di queste corse Gwendy fa uno strano incontro: Mr. Farris è un uomo composto, educato, che l’aspetta seduto su di una panchina per poterla incontrare.
Ovvio che lei non si fidi, sa bene come va il mondo e che non bisogna fidarsi degli estranei.
Ma quest’uomo è così per bene… allora gli si siede accanto e lui le affida una scatola di mogano.
Se lei preme una levetta, un piccolo vassoietto le donerà un cioccolatino come mai ne ha assaggiati e che l’aiuterà a dimagrire, ma non solo: a scuola diverrà brava senza sforzo, si trasformerà in una bella ragazza che tutti vorranno. Nello sport sarà fra quelli che eccellono…
Un’altra levetta e la scatola le regalerà delle monete d’argento valutate almeno ottocento dollari l’una.
Ma… c’è sempre un ma, non vi pare? E il ma di quella scatola è che ha altri bottoni, la responsabilità di eventi che potrebbero accadere al mondo sono nelle sue mani.
Gwendy terrà la scatola per anni, fino a quando Mr. Farris non verrà a riprendersela.
Come dicevo è un libro che in  un paio d’ore lo si legge. E forse è proprio questo il suo difetto: manca della genialità propria di King al quale il Maestro ci ha abituati.
Avremmo voluto saperne di più, ci sono temi e scene che avrebbero potuto essere più  sviluppati, mentre tutta la vicenda è stata come una corsa sulla giostra, dove siamo scesi alla fine del giro, allegri, ma ancora insoddisfatti.

© Miriam Ballerini

Spazio Parentesi a cura di Marco Salvario


Spazio Parentesi
Marco Salvario

La città di Torino sta vivendo un lungo e brutto periodo che l’ha vista smarrire molto del suo slancio artistico e creativo per colpa sicuramente della crisi economica, che in Piemonte ha colpito più duramente che in altre parti d’Italia, ma soprattutto per la crisi mentale e motivazionale che ha messo in discussione molte delle sue certezze e dei suoi valori. La strada della ripresa è ancora lunga, però si vedono nascere e crescere iniziative coraggiose che scommettono concretamente sul futuro.
In tale contesto, più che una segnalazione merita lo Spazio Parentesi di Ivan Fassio, in via Belfiore 19, quasi angolo con Corso Marconi, che propone a ritmo continuo iniziative su una superficie espositiva limitata ma densa di proposte valide e interessanti. Spesso è nelle botti piccole che si più trovare il vino migliore. Dal 2 aprile del 2017, giorno dell’inaugurazione, lo Spazio Parentesi ha ospitato decine di artisti e laboratori di pittura, scrittura e arte multimediale.
Tra le manifestazioni del 2018 dedico qualche breve cenno alle tre che ho visitato, invitando chi è interessato all’arte in tutte le sue forme, a seguire il sito facebook di Spazio Parentesi e, per chi ne ha la possibilità, di vistare le molte proposte che sono in programma.





Telecromìa 12-20 gennaio.
Bel confronto, a volte gradevolmente disarmonico, tra artisti molto diversi per l’interpretazione dei soggetti e delle tecniche espressive. Ai colori pastosi e densi che contraddistinguono le opere di Simona Diana fanno così da contraltare i contrasti tra i ruvidi chiaroscuri di Laura Marella e le linee nette e chirurgiche di Silvia Perrone, di cui ho già parlato in passato. Aggiungete le illustrazioni di Riccardo Cecchetti e le sculture luminose di Ennio Bertrand e Pietro Gilardi, alla fine, nella sovrapposizione anche fisica delle opere, si finisce per perdere la rotta, di confondere i propri giudizi e pensieri, ma era un dolce naufragare tra le emozioni e le sensazioni che si sovrapponevano e accavallavano. L’impressione per il visitatore di Telecromìa era quella di un overflow di messaggi da gestire e dipanare in tempi successivi secondo la propria sensibilità.




                               
Bruno Molinaro. Studio Verso Opera. 18 - 28 marzo
Importante occasione per ammirare alcune opere di un maestro dalla lunga carriera e dai numerosi riconoscimenti. Della vasta produzione di Bruno Molinaro, vengono esposte alcune opere e bozzetti per nudi e disegni di cavalli, che bene illustrano il processo di ricerca e di sviluppo del disegno fino alla realizzazione completa. La mano dell’artista si dimostra esperta e sicura in ogni passaggio, lo sguardo intelligente nel cogliere e restituire sulla carta o sulla tela la tensione del movimento e l’armonia dei corpi.





Le Scapigliate. Così è, se vi Paris. 31 marzo - 9 aprile
La scapigliatura, per chi non lo ricordasse, è quel movimento, nato un secolo e mezzo fa, che si riaggancia alla vita di bohème francese e si oppone al romanticismo classico trovando soprattutto nel povero Manzoni il bersaglio preferito. Sul riferimento pirandelliano, invece, non mi soffermo.
Le Scapigliate sono quattro ragazze dell’Accademia Albertina di Torino - Betty, Moniq, Sere e Ana - che da circa un anno realizzano insieme, pur continuando al tempo stesse percorsi personali indipendenti, opere fotografiche e poetiche d’innegabile fascino.
Con “Così è, se vi Paris”, le Scapigliate propongono una sequenza di album fotografici dove, cronologicamente e con i canoni del social network Instagram, illustrano e raccontano i momenti di una immaginaria vacanza a Parigi, vissuta e inventata tra le strade di Torino. Torino per chi la ama è una piccola Parigi, oppure è Parigi che è una piccola Torino?
Le didascalie sono parte essenziale della composizione e, nella loro apparentemente ingenua semplicità, regalano alle immagini già ricche di spontaneità e vivacità, momenti di vera poesia.

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...