07 aprile 2021

ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE di Antonio Laurenzano

 


ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE

di Antonio Laurenzano

Con il decreto “Sostegni 2021” è partita l’operazione di pulizia del “magazzino fiscale”: cancellazione automatica dei debiti fino a 5mila euro (comprensivi di capitale, interessi e sanzioni) risultanti dalle cartelle di pagamento emesse tra il 2000 e il 2010. La rottamazione riguarderà soltanto i contribuenti con reddito imponibile 2019 non superiore a 30mila euro. Fuori dal raggio d’azione dello stralcio restano le multe stradali, i pagamenti di danni erariali e i debiti per il recupero di aiuti di Stato. Un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze definirà le modalità e le date dell’annullamento dei debiti e del relativo “discarico” amministrativo con la conseguente scomparsa dagli archivi della ex Equitalia di 16 milioni di ruoli esattoriali. Una sanatoria dal costo per i conti pubblici di oltre 666 milioni di euro.

Ci risiamo. Un mini condono fiscale che per il sottosegretario dell’Economia, il leghista Claudio Durigon, “è solo il primo passo”, dicendosi certo che alle Camere “si possa trovare la maggioranza per migliorare il provvedimento”. Si mira cioè a far passare l’ipotesi originaria presente nelle bozze del decreto: stralcio generalizzato fino al 2015, senza limite di reddito. Con un colpo di spugna mandare in fumo 61 milioni di cartelle con un impatto fortemente negativo sul bilancio pubblico.

L’addio ai vecchi debiti ha innestato forti polemiche nel dibattito politico. Lapidario il giudizio del premier Draghi: “E’ chiaro che sulle cartelle lo Stato non ha funzionato, uno Stato che ha permesso l’accumulo di milioni e milioni di cartelle per lunghi anni senza successo nella riscossione”. La via d’uscita? La pax fiscale. Un nuovo condono per ripartire e far funzionare meglio la struttura. L’inefficienza dello Stato al servizio dei furbetti. Vecchia storia in un Paese che ha praticato una lunga serie di condoni, concordati, scudi, rottamazioni, voluntary disclosure. Una creatività normativa altrove sconosciuta. Se le discriminazioni sociali sono sempre detestabili, ancora di più lo è quella che divide i cittadini fra chi paga le tasse e chi le tasse le evade, o non le paga. Non è solo un problema di giustizia sociale e di rispetto delle regole democratiche. Al di là delle bandierine di partito sventolate al vento per catturare facili consensi elettorali con il supporto di prediche pelose, il deficit pubblico non sparisce se si prendono comode scorciatoie per sottrarsi a un preciso dovere civico richiesto per contribuire a finanziare l’istruzione, la sicurezza, la sanità, il welfare e tanto altro. L’invocata crisi economica causata dalla pandemia non sia un pretesto per un indistinto regalo. Non si capisce perché dei ristori e dei sostegni debbano beneficiare anche gli evasori e non soltanto chi, realmente, è stato danneggiato dal virus, chi rischia il fallimento della propria attività e con essa il proprio futuro.

E sono i cittadini onesti ad essere costretti a farsi carico del mancato introito da parte dell’Erario. Secondo i dati sull’evasione forniti di recente dal Direttore dell’Agenzia delle Entrare Ruffini ci sarebbero 987 miliardi di euro da riscuotere, una cifra che supera del 25% il complesso delle entrate per il 2020. I contribuenti con debiti residui da riscuotere sono circa 17,9 milioni, di cui 3 milioni di persone giuridiche mentre i restanti 14,9 milioni rappresentati da persone fisiche. Un numero impressionante: contribuenti tutti deceduti o, se ancora in vita, falliti, nullatenenti o colpiti dal Covid-19? Un problema di queste dimensioni evidenzia lo stato di crisi profonda in cui versa il sistema fiscale italiano. Non solo il più esoso in Europa (43,05% nel 2020), rapportato alla scarsa qualità dei servizi pubblici, ma anche il più sperequato a causa di un’evasione fiscale pari al doppio della media dell’Eurozona. Un sistema fiscale per il quale s’impone una riforma sul versante della tassazione, dell’accertamento e dei meccanismi di riscossione per non parlare più di crediti erariali che esistono solo sulla carta. Ogni anno l’evasione da riscossione, cioè di contribuenti che dichiarano il dovuto ma poi non pagano, oscilla tra i 10 e i 14 miliardi di euro. Una situazione di inefficienza divenuta insostenibile per la stessa credibilità del Fisco, più volte oggetto di rilievi da parte del Fondo monetario e dell’Ocse.

Voltare dunque pagina per una equa distribuzione del carico impositivo in cambio di servizi della riscossione efficienti e di adempimenti fiscali semplici, con meno burocrazia e più qualità. Superare cioè antiche distorsioni nel segno di un moderno ordinamento tributario per dare finalmente una risposta concreta al problema di fondo: l’accumulo del debito sovrano e la sua sostenibilità prospettica per la finanza pubblica. Guardare con lucidità e senza retorica la realtà del Paese, accantonando populismi e strategie elettoralistiche, ma privilegiando nell’azione di governo l’autentico senso dello Stato.

QUALCUNO UCCIDERA' di James Patterson a cura di Miriam Ballerini


 
QUALCUNO UCCIDERA' di James Patterson

Washington D.C. Non è mai stata più pericolosa

© 2020 Longanesi

ISBN 978-88-304-5470-5

Pag. 362 € 17,00

Prima che dai romanzi ho conosciuto lo psicologo Alex Cross dalla memorabile interpretazione di Morgan Freeman nei film.                                                                                                                Anche in questo libro Cross è il protagonista, ma non si dice se sia di colore come al cinema … anzi, nemmeno si spiega come lui sia. Sulla quarta di copertina c'è una breve descrizione che lo riguarda e che inizia con: “Detective, psicologo, padre … e cacciatore di serial killer”Se volete la verità vera, devo dire che mi sono piaciuti molto di più i film tratti dai libri di Patterson, che non i suoi romanzi. Non posso affermare che scriva male, o che i suoi protagonisti non siano ben delineati e carismatici; ma ho trovato questa nuova storia priva di pathos. Non mi ha emozionata, non mi ha coinvolta.

Nonostante ciò, dal momento che negli USA ogni 15 libri venduti, uno è suo, non posso fare altro che procedere con la recensione. Alex Cross parla in prima persona ed è quindi il personaggio meno descritto, nonostante sia il più presente. Sposato con Bree, la quale viene chiamata a sostituire il capo della polizia. A margine viene descritta la famiglia di Alex, i figli e Nana, la nonna.                                                                                                                                             Le indagini da compiere in questo romanzo sono tre: c'è un motociclista “missionario”, che uccide persone che corrono troppo in auto, o messaggiano al cellulare. Dall'altra parte, troviamo un gruppo chiamato “Gli ottimizzatori”, che uccidono persone che hanno a che fare con la droga o con le armi. Il terzo caso riguarda una delle vittime lasciate sull'asfalto: l'ex capo della polizia. Cosa sta succedendo a Washington D.C.? Alex e la moglie, stremati da tutti questi casi da risolvere, per un istante si trovano in disaccordo. Fino a quando tutti i pezzi andranno al proprio posto, presentandoci i colpevoli e i loro moventi.

Ciò che ha di positivo la scrittura di Patterson è che ci mostra la scena. Vediamone un esempio: “Mi voltai, afferrai Bree e la trascinai con me dietro la siepe, appena prima che dalla casa arrivasse un'altra raffica. Atterrammo malamente e Bree rimase per un istante senza fiato, ma eravamo vivi. Anche Sampson e Mahoney erano illesi e stavano rispondendo al fuoco da dietro la siepe sull'altro lato del viale”.

Personalmente ho trovato che ci sia troppa carne al fuoco e un racconto un poco piatto, ma sono certa che molti estimatori di Patterson non la pensano come la sottoscritta.

© Miriam Ballerini


fonte: "Qualcuno ucciderà" di James Patterson: Washington D.C. non è mai stata più pericolosa - OUBLIETTE MAGAZINE

01 aprile 2021

Intervista di Alessia Mocci a Laure Gauthier: vi presentiamo kaspar di pietra

Intervista di Alessia Mocci a Laure Gauthier: vi presentiamo kaspar di pietra







Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”.” – Laure Gauthier

A costo di perdere tempo. Le virgolette utilizzate dalla poetessa Laure Gauthier sono un avvertimento per il lettore: un segno grafico che dovrebbe far sostare l’attenzione sul concetto di perdita collegato al tempo.

Nella società in cui viviamo, costantemente connessa ed in continua competizione per la velocità (per una notizia, per una fotografia, per un post, per il conteggio dei like), l’atto di lasciar riposare una riflessione – un verso – è considerato una perdita di opportunità; invece è proprio saper occupare il tempo cercando il silenzio – meditazione – ciò che potrebbe far comprendere che sì esistiamo come individui ma, esiste anche un sistema complesso nel quale interagiamo e ci rapportiamo. Saper aspettare, mettere da parte la fretta dell’ego di mostrare: il consiglio del poeta è e sarà “regola” e riporta ad un discorrere antico e sempre valevole.

Laure Gauthier vive a Parigi ed insegna Letteratura tedesca e cinematografia all’Università di Reims. La prima opera, pubblicata nel 2013, è in lingua tedesca (successivamente tradotta in francese) “marie weiss rot/ marie blanc rouge”. Due anni dopo per la casa editrice Châtelet-Voltaire viene diffusa la silloge “La cité dolente” che nel 2017 vedrà la traduzione in lingua italiana per Macabor Editore. Nello stesso anno per la casa editrice francese La Lettre volée presenta “kaspar de pierre/ kaspar di pietra” e Bonifacio Vincenzi decide di scommettere nuovamente sull’autrice proponendone una traduzione per la collana I fiori di Macabor.

Il Dottore di Ricerca in Linguistica francese Gabriella Serrone è stata un aiuto valente per la comunicazione con Laure Gauthier e per la traduzione che ha permesso questa intervista in due lingue, italiana e francese. Un ringraziamento necessario e durevole alla sua competenza ed alla sensibilità d’interpretazione e musicalità, dote non scontata.

In ultima si vuole avvertire il lettore di un particolare: quando si legge “Kaspar” con la maiuscola ci si sta riferendo a Kaspar Hauser, mentre quando lo si trova con la minuscola ci si sta riferendo al libro.



A.M.: Buongiorno Laure, la ringrazio per la disponibilità che ha mostrato per questa nostra intervista e mi complimento per l’entusiasmo con il quale è stata accolta in Italia e per la nuova pubblicazione “kaspar di pietra”. Come prima domanda mi piacerebbe trattare del compito del poeta nell’era digitale.

Laure Gauthier: Grazie a lei dell’ospitalità: la letteratura è viva anche grazie a riviste che ne parlano! Bisogna far attenzione a distinguere tra le interviste, come questa, che chiariscono versanti nascosti o profondi della scrittura e dall’altra parte un tipo di comunicazione che può girare a vuoto sui social, dove si comunica continuamente, e sviare l’attenzione su fatti e gesti un po’ popolari, un po’ di tendenza, che mirano a ricevere un like e dove la scrittura passa in secondo piano. Se i codici e i mezzi per occupare la superficie sono cambiati, invece, il fenomeno non è nuovo.

Per quanto mi riguarda, non ho lasciato carta e penna, poiché scrivo su taccuini, penna alla mano, scrivo a mano anche i miei libri; nei margini dei libri che leggo, scrivo qualche verso o frase. La versione scritta al computer è l’ultima versione del testo, quasi definitiva.

Non vedo né i social network né l’informatica come un pericolo, ma come uno strumento. Ogni scoperta tecnica è multiforme. Credo si possano aggiungere opportunità tecniche senza diventarne schiavi, un tipo di rapporto tra scrittura e tecnologia analizzato da Magari Nachtergael nel suo saggio Poet against the machine, cosa che non vuol dire rifiutare e ignorare, ma per me l’essenziale non è il processo. Questo non mi impedisce di usare uno zoom audio 3-D per registrare ciò che definisco “transpoemi”, componimenti estratti da varie situazioni e che possono essere trasmessi alla radio o applicati su installazioni multimediali; poi, pubblico su Internet, mi interesso alla voce esterna e spazializzata, al ruolo dell’immagine al di fuori del testo ecc., alla creazione digitale e a tutte le nuove opportunità che accompagnano la scrittura oppure rivolgono domande a quest’ultima. Tuttavia, queste opportunità devono necessariamente essere associate ad una riflessione sullo spazio-tempo della poesia, sulla necessità di lasciar migrare la scrittura verso altre forme.

Da ciò che vedo, il pericolo reale è quello della “comunicazione” su tutti fronti, dell’autopromozione costante che riguarda tutti, persino i poeti. Nei progetti scientifici chiamati d’eccellenza, ci si deve definire eccellenti ancora prima di aver realizzato il progetto. Ogni epoca ha i suoi pericoli, la nostra è in una determinata fase della crisi del capitalismo, esiste un’“atrofia dell’esperienza” («Verkümmerung der Erfahrung»), come la definiva già Walter Benjamin, e davanti a questa svalutazione dell’esperienza, si esalta il linguaggio, si usano continuamente iperboli oppure all’opposto continuamente eufemismi. Siamo in un periodo di inflazione e anche di svalutazione. Ci infervoriamo in ogni campo, scriviamo senza sosta per mostrare che esistiamo. Penso che sia necessario accettare di “mettersi da parte”, il senso della perdita, lasciar riposare i testi, continuare a fare esperienza delle cose, a costo di rovinarsi, a costo di “perdere tempo”. Se ciò che caratterizza la modernità dal romanticismo è una “coscienza della perdita”, forse occorre accettare di perdere per far fronte alle varie catastrofi in un altro modo.

La poesia rimane più che mai il genere letterario di cui più abbiamo bisogno ed il più politico per il lavoro continuo, incessante, estenuante sulla lingua che porta avanti. Che ci si occupi di prosa poetica o di versi! La differenza sostanziale tra prosa e poesia consiste nel fatto che nella poesia l’essenziale di ciò che accade avviene tramite la lingua. Dunque, raramente, un’epoca ha permesso che la lingua fosse svalutata così tanto: bisogna far fronte ad espressioni estremamente rigide, anche molto povere, molto funzionali o strapiene di iperboli vuote, ecc. Scrivere poesia significa affrontare gli attacchi diretti contro la lingua, provocare piccole scosse per farci prendere coscienza che la povertà della lingua è povertà di pensiero e di azione. Dunque, la realtà è spaventosamente complessa e la lingua della poesia può essere, forse con l’aiuto della psicanalisi, ciò che ci riporta non ad un escapismo post-romantico, ma alla realtà nella sua complessità fulminante. Da questo punto di vista, possiamo essere contenti che l’atteggiamento del grande poeta post-romantico lontano dal mondo non esista più.



A.M.: In “Maison I” si legge: “[…] Mi avete tatuato tutti i messaggi,/ son diventat la vetrina/ delle vostre mancanze/ Poi sono venuti i poeti ad imbiancare,/ fintamente rupestri,/ le loro voglie su di me; a rotolarsi nelle mie ceneri/ per avvicinare ciò che la natura potrebbe ancora dettare loro,/ santo cielo, l’esotismo!””. Una verace critica verso l’esotismo come fenomeno che investì l’Europa e che dette inizio alla “trasvalutazione di tutti i valori” del vecchio continente. Tutto ciò che non è conosciuto diventa elemento di indagine così Kaspar Hauser diviene una ossessione. Perché il poeta subisce il fascino di Kaspar?

Laure Gauthier: La storia di Kaspar Hauser è stata a lungo oggetto di predilezione di poeti e più in generale di scrittori. In kaspar de pierre la cancellazione del pronome «io», sostituito da uno spazio bianco, aperto come una ferita, presenta uno sguardo critico sul sensazionalismo, la stampa scandalistica, il gusto per le notizie di cronaca e sull’idealizzazione poetica tipica della società moderna. Rappresentava una sfida per me scrivere nonostante tutto anche un racconto poetico “contro” l’idealizzazione poetica di Kaspar Hauser. Questo vale naturalmente per lo stato della nostra società moderna due secoli dopo quella di colui che è stato soprannominato “l’orfano d’Europa”, per lo stato della poesia e per il suo rapporto con la realtà e con la lingua. Ho solo cercato di avvicinarmi a lui, non per appropriarmene, lasciandolo in un movimento di attraversamento. Il mio libro non è né una decostruzione della pressione sociale della società positivista come il Kaspar di Peter Handke, che insiste sulla socializzazione obbligata attraverso l’apprendimento rigido della lingua, né una ballata neoromantica che idealizza Kaspar Hauser, come il poema di Verlaine “La Chanson de Gaspard Hauser”, che ne fa un’immagine del poeta moderno: io mi approccio diversamente alla notizia, senza imitare il modo di esprimersi di questo giovane adolescente vittima di un trauma e prigioniero per 17 anni. Rovino leggermente il suo modo di parlare, da oggi, cercando soltanto di avvicinarmi alla voragine della sua vita, non per parlare con compiacimento dei maltrattamenti che ha subito, né per osannarlo come immagine del poeta, ma per presentarlo come singolo individuo che non aveva doti speciali e non era neppure poeta, ma era un bambino vittima di abusi, che ha sperimentato la violenza dell’inizio del mondo moderno intorno al 1800. Da questo passaggio, si aprono questioni sia irrisolte sia represse e quindi importanti. Credo nelle immagini dialettiche di Walter Benjamin, che si possono trovare nel passato, non le rovine ufficiali, ma elementi dimenticati o ignorati che nascondono germogli di ciò che verrà. L’approccio poetico permette di far cogliere certi tratti della Storia che costruisco con diversi spazi e tempi. Non è una biografia, anche se ho consultato molto gli archivi, ma ho situato la voce di kaspar leggermente fuori campo rispetto ai documenti biografici in altri spazi e tempi che sfiorano quelli che ha realmente vissuto. Mi sembra sia un altro Woyzeck, il soldato omicida, vittima di meccanismi sociali e uno dei casi di studio dell’irresponsabilità penale. Ciò che mi interessa è capire perché (mentre Woyzeck, un altro fatto di cronaca, è portato in scena più volte, a teatro, all’opera) Kaspar H., a parte rari film, non è rappresentato, ma lasciato ai giornalisti e ai poeti, quindi alle opere scritte.

Quindi, c’è innegabilmente qualcosa di trasgressivo nella cronaca, ma è necessario che i poeti si avvicinino al reale in modo diverso. Mi interessava sfiorare ciò che la poesia non aveva mai trattato: il tema dei maltrattamenti su minori è l’ultimo tabù della nostra società, che comincia solo da poco a parlarne. La violenza sul corpo dei bambini non è “plastica”, ma sostanza da usare per cronaca, giornali e anche per un tipo di poesia che idealizza. Necessario è deviare attraverso il linguaggio per allontanarsi dalla violenza sui bambini. Da questo punto di vista, kaspar de pierre è la continuazione degli altri miei libri che provano tutti a esplorare le modalità di violenza privata e sociale del mondo contemporaneo.



A.M.: In “Abandon I” e, successivamente, verso la fine del libro troviamo una domanda ripetuta: “quante volte si può ristrappare un lenzuolo/ ?”. Laure, quante volte? Oltre a porre la domanda ha dato anche una risposta? Quanti lembi di personalità si possono ancora strappare? E quando si finisce di strappare che cosa resta?

Laure Gauthier: A questa domanda non posso rispondere. Posso solo porla. Cerco diverse prospettive che compongono la realtà. A volte, adotto il punto di vista di una nuvola, delle pietre, cito la terra, ma a volte, bisogna cercare di avere, come al cinema, un punto di vista soggettivo: partecipare, per un attimo, alla tema, per poi porsi interrogativi che riguardano ogni individuo. Ponendo la domanda, inventando appositamente una lingua, ci si protegge dal vuoto e la poesia, se ha una dimensione politica facendoci stare all’erta, possiede anche una dimensione rassicurante, ci permette di proteggerci dagli attacchi sia privati sia collettivi. Troppo spesso, la gente ascolta una canzone per consolarsi dal mondo e non legge più poesia. Eppure la poesia è, come dice Philippe Beck nel suo saggio omonimo, Ninnananna e Tromba, quindi consolatoria e vigile, un richiamo.

Chi è troppo affranto, troppo lacerato, sfortunatamente, sa, cade, in senso clinico (e non romantico) nella malinconia, grave forma di depressione… senza desiderio e senza voglia “oltre la vita”, come scrivo in kaspar. Esistono così tante forme di violenza sociale, affettiva, tante difficoltà causate dalla perdita di un punto di riferimento e la situazione è aggravata dalla crisi sanitaria attuale, che molte persone non trovano il proprio modo di esprimersi per sperimentare il reale. Credo che la lettura permetta di vedere che diversi brandelli formano un mantello che può essere solido in una società che, a forza di vantare positività ed efficacia, diventa portatrice di morte…



A.M.: Un’altra domanda mi ha colpito fortemente. È presente nella lirica “Résumons-Nous”: “Ma perché la cronaca non racconta che mi son/ perdut nel giallo?Che cosa significa perdersi nel giallo? Domanda connessa ai versi successivi: “delle schegge di tutti gli/ scheggiati”.

Laure Gauthier: In apertura del testo, la sequenza “marche” (“marcia”) presenta punti di contatto con l’arte povera, con una forma di materialità primaria, originaria: la terra ritorna incessantemente. Un’ossessione per la terra, per le pietre, forse come per la coreografa Pina Bausch. Qualcosa si muove danzando, una forza vitale, nonostante le violenze del mondo. È così che immagino kaspar, sia “di pietra”, una combinazione di elementi, in un io disciolto, sia in una relazione originaria con il mondo. A parte Werner Herzog, che ha ripreso l’uscita dalla sua prigione, in modo abbastanza “realistico” in questa sezione, non esiste opera che cerchi di affrontare cosa significa vedere le nuvole e toccare la pietra dopo 17 anni di prigionia senza parlare. A furia di idealizzare eccessivamente la poesia, a volte, vengono trascurate questioni essenziali ed essa diventa insipida.

Il giallo citato in questo passaggio è la speranza di vivere, sono i girasoli, il campo di girasoli che kaspar attraversa. Certamente, non si tratta di un dato biografico, è un’immagine ed è appena suggerita. “perdermi nel giallo” è allora la versione condensata di “perdersi in un campo di girasoli”. Tuttavia, tralascio volontariamente il senso preciso, a volte non termino i versi o le frasi, lascio che il senso si apra.



A.M.: Saprà di sicuro che in Italia persevera una vera e propria inclinazione verso i poeti francesi, soprattutto di quel fortunato Ottocento parigino. Charles Baudelaire, fra tutti, desta maggior interesse ed ogni anno i critici si cimentano in analisi nuove e reiterate. Ed in Francia? È stato perdonato per quei versi così poco amichevoli nei confronti dei parigini?

Laure Gauthier: Baudelaire è ancora uno dei rari poeti ad essere ancora letti e insegnati. Diverse opere critiche sono state pubblicate su di lui negli anni 2000 e ancora nel 2010. Penso ai saggi degli universitari Pierre Brunel o Antoine Compagnon, ma anche di altri autori come Yves Bonnefoy o Nathalie Quintaine, che hanno studiato la sua poesia e il suo radicamento nel reale. In Baudelaire, la tensione tra poesia in prosa e il sonetto è molto importante per me, poiché la mia poesia si basa sempre su un’alternanza tra verso e prosa poetica. Condivido pienamente l’analisi di Walter Benjamin che lo considera come primo poeta della modernità in Francia, che esprime la crisi di senso, la perdita dell’aura. Quindi, sì, la critica degli autori canonici è ancora viva, quella su Rimbaud e quella su Baudelaire, ma ci sono fortunatamente anche molte critiche ed universitari che dedicano le proprie ricerche alla densa e variegata creazione poetica contemporanea.

Per quanto mi riguarda, sebbene io sia francese, sono state soprattutto la poesia e la letteratura tedesca ad avermi segnata molto. Ho vissuto dai 18 ai 27 anni ampiamente in Germania e mi sono formata molto nella letteratura germanofona: Hölderlin, Novalis, Celan hanno segnato il mio percorso, ma in particolare anche Nelly Sachs e Ingeborg Bachmann ed i prosatori Elfriede Jelinek e Thomas Bernhard. Per il resto, non ho una “classifica”, leggo di tutto ma rimango ancorata a figure ai margini che riflettono sul loro tempo, come François Villon o ancora Antonin Artaud.

C’è un’incredibile vivacità e diversità nella poesia nella Francia odierna. Siamo in una strana epoca, dove è innegabile ci sia una sovrapproduzione di opere di poesia, anche di libri informi, dove ci si chiede ancora cosa abbia da dire il verso libero e cosa sia la poesia, ciò che chiamiamo poesia. E al contempo, ci sono autori e autrici particolarmente intensi, innovatori che pensano la nostra società tramite la lingua della poesia che accompagnano, pensano e rinnovano. Leggo soprattutto quegli autori e quelle autrici per cui scrivere dice qualcosa sotto una forma intrinsecamente legata a ciò che avviene politicamente: apprezzo molto poeti come Philippe Beck, Pierre Vinclair, che abbinano ai loro versi un pensiero poetologico critico, e anche la poesia e la prosa solerti di Lucie Taïeb, che tra l’altro pubblica anche saggi, così come le opere di Marie de Quatrebarbes e di Christophe Manon tra racconto e poesia, di Jérôme Game, i cui testi riconfermano il ruolo dell’immagine, ma la leggo anche Katia Bouchoueva, Séverine Daucourt, Pascale Petit, Perrine Le Querrec, Sandra Mousempes, Dominique Quélen e tanti altri ancora.


A.M.: La casa editrice Macabor, oltre ad aver pubblicato “kaspar di pietra”, ne 2018 ha scommesso sulla sua poetica con “La città dolente”. Che cosa ha pensato per questo interesse rinnovato? Considera Macabor Editore come una casa editrice con la “capacità di sguardo”?

Laure Gauthier: Ricordo che era uscito da pochissimo in Francia il mio libro e Luigia Sorrentino ha pubblicato qualche estratto sul suo blog (in francese con la traduzione in italiano), poi ho ricevuto un messaggio di Bonifacio Vincenzi, in cui mi comunicava il suo interesse per il testo. Qualche settimana dopo mi ha proposto di tradurlo e mi ha messo in contatto con la traduttrice, Gabriella Serrone! Naturalmente, devo tanto al coraggio editoriale di questa casa editrice e del suo editore, del suo impegno nel tempo, alla fiducia per il mio lavoro sin dall’inizio. Spero ovviamente che questa casa editrice continuerà a rimanere aperta all’estero e a battersi per la poesia contemporanea.

Inoltre, ho avuto la fortuna di incontrare altri poeti, in particolare Marco Vitale, che ha scritto la prefazione di kaspar, ma anche Eleonora Rimolo, che mi ha invitata a pubblicare nella sua bella rivista web Atelier o ancora Carlo Pulsoni per la rivista Insula Europa e anche il Festival di Poesia Ambientale anche con Marco Fratoddi. Inoltre, ho partecipato ad una performance on line al MAAM di Roma. La collaborazione duratura con la traduttrice Gabriella Serrone è ugualmente un bel regalo della vita, che ha aperto un dialogo poetico e amichevole e lei ha già tradotto estratti del mio prossimo libro les corps caverneux. Devo molto al suo grande talento di traduttrice!



A.M.: Salutiamoci con una citazione

Laure Gauthier: “le armi che mi hai dato sono efficaci,

ma non sono le mie:

mi batterò a modo mio

con due o tre sassi e una fionda.”

(Charles Reznikoff, Inscriptions, tradotto dall’inglese da Thierry Gillyboeuf, casa editrice: Nous)



A.M.: Laure ringrazio vivamente per le riflessioni lanciate come pietra sull’acqua, il mio augurio è che possano portare il lettore a divenire cerchio. Indico uno dei “rari film”: “La leggenda di Kaspar Hauser” diretto da Davide Manuli; e per ribadire la tematica del maltrattamento la saluto con le parole di Simone Weil: “È criminale tutto ciò che ha come effetto di sradicare un essere umano o d’impedirgli di mettere radici.


Written by Alessia Mocci

Translated by Gabriella Serrone


Info

Acquista “kaspar di pietra”

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/136-kaspar-di-pietra


Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/03/26/intervista-di-alessia-mocci-a-laure-gauthier-vi-presentiamo-kaspar-di-pietra/


29 marzo 2021

José Saramàgo – L’uomo duplicato – a cura di Marcello Sgarbi

 


José Saramàgo –
L’uomo duplicato (Edizioni Feltrinelli)

Collana: Universale economica

Pagine: 267

Formato: Tascabile

EAN: 9788807890611

Se potessi usare tre aggettivi per riassumere la vicenda raccontata in questo romanzo la definirei assurda, inquietante e surreale. E straordinario è il modo in cui si dipana: un’escalation che dal registro ironico, curioso e divertito passa ai toni della commedia per concludersi con le tinte fosche della tragedia.

Da una irrilevante banalità scaturisce, per Màximo Afonso Tertuliano, protagonista del romanzo, un rovello ossessivo che lo porta a compiere azioni insensate e irreparabili.

Con una cifra stilistica di estrema personalità, fatta di dialoghi non virgolettati con iniziali maiuscole a seconda di chi parla (una caratteristica dell’autore), salti temporali e verbali dal presente al passato remoto all’imperfetto e un inizio in media res che ci fa guardare al protagonista come se lo seguissimo con la macchina da presa, il romanzo ci porta a riflettere sul caso e sul destino.

E soprattutto sul senso dell’identità, tema tipico del Novecento il cui esempio più emblematico è forse Uno, nessuno e centomila di Pirandello, ma già presente nell’’800 con racconti quali La coscienza di Zeno di Italo Svevo, Monsieur de Miroir di Nathaniel Hawthorne o Lo specchio deformante di Guy de Maupassant.

Ciò che dev’essere sarà, è una filosofia che conosco, solitamente la chiamano predestinazione, fatalismo, fato, ma in realtà significa che farai quello che ti andrà di fare, come sempre, significa che farò ciò che dovrò fare, niente di meno, ci sono persone per le quali ciò che hanno fatto e ciò che hanno pensato che avrebbero dovuto fare è lo stesso, al contrario di quanto ritiene il senso comune, le cose della volontà non sono mai tanto semplici, semplice è piuttosto l’indecisione, l’incertezza, l’irresoluzione”.

Il caos è un ordine da decifrare”.

L’anima umana è una scatola da cui può sempre balzare fuori un pagliaccio che ci fa le smorfie e la linguaccia, ma ci sono occasioni in cui quello stesso pagliaccio si limita a guardarci dal bordo della scatola e se vede che, per caso, stiamo agendo secondo quanto è giusto e onesto, annuisce con il capo e scompare pensando che non siamo ancora un caso perduto”.

Si dice che odia il prossimo soltanto chi odia se stesso”.

© Marcello Sgarbi


IL MAESTRO ANDREA SIMONCINI E DANTE ALIGHIERI di Maria Marchese

 IL MAESTRO ANDREA SIMONCINI E DANTE ALIGHIERI di Maria Marchese



 "O divina virtù, se mi ti presti

tanto che l’ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,

24vedra’ mi al piè del tuo diletto 

legno venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno".  


Quest'anno ricorrono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. In questa sede, voglio porre l'attenzione sul "canto artistico" rivolto al Sommo Poeta da Andrea Simoncini, Maestro Fiorentino. 

Andrea Simoncini indova Dante Alighieri entro le condizioni espresse dal sintagma estetico/dissertativo "de praeteritis/in virtute artis/ad aeternum" (dal passato/la virtù dell'arte/all'eternità)
 : in questa continuità dalle scelte pregnanze argomentative, l'acuto e oltremodo capace Maestro fiorentino annichila il plausibile senso nostalgico attraverso una catarsi, che si dirime tra le setose trame del vello artistico e il mellifluo linguaggio dell'acquerello.
L'esteta ammanta l'opera di tessuti inusuali e accattivanti, ammaliando l'osservatore e avvincendolo addentro il rapporto sintagmatico sopra citato.


Nel "sine tempore" al centro di quest'ultimo, egli crea un'ineffabile soglia, che trasla nel vorticoso avvicendarsi di condizioni odorose di terra, naturalezza, storia, intuizione intellettiva e intima introspezione mistica; esse vengono espresse in un vivido seppur composto cenacolo tonale, in cui si distinguono le tinte verde oliva, ocra, giallo, nero e blu, dai respiri decisi seppure quieti.
Andrea Simoncini sembra creare, per onorare il Sommo Poeta, una corona d'alloro virtuale, che fregia il valico, alla quale quale Dante stesso aspira nel primo canto del Paradiso; quel varco temporale, così opportunamente creato dall'esteta, diviene così effigie di una condizione privilegiata in termini artistici, culturali e letterari.
Fiero e serafico s'affaccia, oggi, questo sempiterno Vate. 
L'artista di Firenze ne vibra la presenza nel marmoreo bianco, per sancirne l'inviolabilità; ne attualizza poi l'involto, sottolineando con tinte quasi psichedeliche alcuni particolari. 
Il termine "psichedelico"  significa «rivelatore della psiche» , composto del greco ψυχή «anima, psiche» e tema di δηλόω «manifestare» . In quest'ottica, l'utilizzo, da parte dell'autore, di queste sfumature è in grado di condurre l'astante nella rada dell'alea, liberando il suo approccio e il pensiero da ogni sovrastruttura. 
Due sono le particolarità cromatiche che si distinguono: il fucsia (o magenta elettrico ) e il blu. La prima sposa, in sé, grazia e leggiadria, passionalità e freddezza, estroversione e introversione, dolcezza e aggressività: uno stato dicotomico, che sprigiona energia e rimanda ai miti di una giovinezza spensierata. Il fucsia è altresì sinonimo di affermazione di sè e di perseveranza nel realizzare le proprie ambizioni. 
Un blu elettrico regna, invece, sovrano nello sguardo di Dante Alighieri... 



Se gli occhi sono lo specchio dell'anima quelli dell'intellettuale di Firenze custodiscono un eloquio, che ci parla di profonde e vive "peregrinazioni"  nella sfera della riflessione.  
Il capo è cinto da un'ennesima corona d'alloro, il cui verde acceso lo conferma come caposaldo della nostra storia. 



 Tanto Andrea Simoncini si distingue nel panorama artistico internazionale che, in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte del Poeta, tre opere sono, ora, esposte nella casa di quest'ultimo. 









25 marzo 2021

L’opera pittorica di Francesco De Marco A cura di Marco Salvario

 

L’opera pittorica di Francesco De Marco

A cura di Marco Salvario


Zone rosse e arancioni continuano a rendere le mostre e le gallerie d’arte di tutta Italia chimere irraggiungibili e dalle ali tarpate. Oggi ci siamo, domani saremo chiusi.

L’arte coraggiosamente non si ferma e spesso la sua vetrina diventa quella virtuale del mondo internet. Già in passato questo mi ha permesso di fare la conoscenza con le opere di pittori come Domenico Mingione e, in questi giorni, tramite “IL CLUB DEI PITTORI” su facebook, di Francesco De Marco.

Nato in Sicilia ma residente da tantissimo tempo in Veneto, De Marco è un artista che si divide tra la musica, si è diplomato in pianoforte presso il conservatorio di Caltanisetta, e la pittura. Nei suoi quadri riesce a riportare le stesse emozioni e la stessa perfezione che la musica richiede, un’accuratezza a volte maniacale che non abbandona nessun dettaglio, per quanto apparentemente minimo e secondario, fino a quando non ne ha raggiunto la totale padronanza.

Le sue opere possono essere visionate sul profilo facebook dell’artista dal quale, dopo avere ricevuto gentile autorizzazione, sono state estratte ridimensionandole, le illustrazioni dell’articolo. Sempre sullo stesso profilo, di cui consiglio caldamente la visita, nella sezione video è possibile apprezzare sia il De Marco pianista jazz, sia il De Marco pittore, filmato mentre dipinge.

Non è stato facile per me scegliere fra le molte opere esposte nella sua galleria virtuale, tutte intriganti e di ottima qualità, quindi le mie proposte non rappresentano una selezione effettuata esclusivamente sulla bellezza, quanto il tentativo di offrire al lettore una visione d’insieme, il più possibile completa.



L’autore divide le sue opere in sei cartelle. Io ne presenterò tre: Natura morta, Paesaggi e Ritratti.

Cominciamo dalle nature morte. Sono creazioni di estremo realismo e De Marco non ha timore di ispirarsi a capolavori come la “Canestra di frutta” del Caravaggio, seguendone fedeltà la composizione, ma sapendo renderla moderna, viva e vera. Il risultato è di un’esattezza che potrebbe far pensare alla fotografia ma che sa superare le immagini catturate dall’obiettivo perché De Marco ne indaga i dettagli e gli effetti visivi, rimodulandoli con il proprio sguardo attento e la propria sensibilità poetica.

Le mele, l’uva, le foglie, diventano curiosamente il simbolo di una perfezione della natura, anche quando sono segnate da qualche difetto, e le loro forme si esaltano nelle ombre, nei riflessi di luce e nei contrasti.



Se le nature morte impressionano per i colori vigorosi dei pastelli, i paesaggi sono disegnati perlopiù con le tinte tenui dell’acquarello e le sfumature della grafite. Se possiamo ritrovare una cura attenta al particolare, come nel ponte di pietra di Verona, altre volte le linee e le forme si perdono e attenuano, come nelle figure in controluce sulla spiaggia o in Casteltermini, rivelata sotto una nevicata, avvenimento inusuale in comune siciliano.

Le immagini sembrano perdersi in ricordi lontani, densi di rimpianto, malinconia, sogno.



La sezione dedicata alla ritrattistica è quella che presenta il maggior numero di lvori, più di centoventi. Una galleria di personaggi che comprende uomini e donne di ogni età, sconosciuti o famosi. Attori, attrici, cantanti, modelle, sportivi, gente comune.

Negli occhi del monello torbido e scanzonato, dalle unghie sporche e dal berrettino ribelle, vediamo riflesse altre persone, forse altri monelli, come raffinate miniature che la dicono lunga sulla cura del dettaglio che arriva a livelli quasi maniacali: osservate la precisione delle ciglia. Tale raffinata attenzione, non è mai inutile o ridondante, ma aumenta l’impatto dell’opera su chi la ammira. Una vera realtà arricchita, che emoziona e seduce.



Volti di uomini e donne ho scritto, soprattutto di donne giovani e sensuali. L’arte spesso è esaltazione del bello, dell’emozione, del desiderio e della tentazione. Sovente il filo torbido che mischia purezza ed erotismo, è l’acqua, elemento che per gli artisti è una sfida difficile da rendere, fermandone lo scorrere continuo nell’attimo eterno dell’immagine fissa, rendendo immobile il difficile gioco di effetti con le luci e, prova ancora più ardua, comunicando oltre la tela quella sensazione fisica sulla pelle che rinfresca, pulisce, purifica.

De Marco è un vero maestro nell’affrontare e vincere queste sfide e torna sul gioco delle acque più volte, in ogni occasione regalando effetti e risultati nuovi, sempre ugualmente validi.

Non raramente al grigio di grafite e carboncino, dà maggiore forza l’uso dei pastelli per rendere il rosso delle labbra e della lingua, oppure colori sempre rossastri evidenziano luci e riflessi.


Purtroppo contemplare un dipinto in internet è sempre un’esperienza non completa. La mia speranza è di avere presto, in un mondo dove la pandemia sia un ricordo, l’occasione per apprezzare le opere di Francesco De Marco in una mostra dove un’opera possa essere osservata come veramente merita, avvicinandosi, spostandosi lateralmente, studiandone la resa del colore e respirandone il profumo unico che l’arte emana.


24 marzo 2021

Da Appunti brevi su Cremona n.1 di Gian Carlo Storti La città e la musica

 


Da Appunti brevi su Cremona n.1 di Gian Carlo Storti

La città e la musica

Il passato musicale e liutario di Cremona ha lasciato in città importanti testimonianze ad iniziare da quelle legate alla vita del grande Antonio Stradivari come la casa nuziale di corso Garibaldi 57, che fu sua abitazione e bottega dal 1667, o la copia della sua pietra tombale, oggi nei giardini pubblici di piazza Roma, sorti nel 1870 sul luogo ove sorgeva la chiesa e il convento di San Domenico, luogo della sua sepoltura. A breve distanza dai giardini, in piazza Stradivari, una statua moderna commemora la figura del grande maestro, ma le testimonianze più dirette della sua arte sono visibili nel nuovo Museo del Violino in p.zza Marconi che espone in un corpus unico al mondo: forme di legno, modelli ed attrezzi provenienti dalla sua bottega e venduti dal figlio alla sua morte; passati in seguito in varie collezioni furono alla fine donati alla città nel 1930 dal liutaio Giuseppe Fiorini. Frutto di acquisti e donazioni è anche la preziosa e pressoché unica collezione di violini nel Palazzo Comunale che permette agli appassionati di ammirare in una sola occasione alcuni irripetibili capolavori dell’antica liuteria cremonese realizzati da Andrea Amati, Antonio e Gerolamo Amati, Nicolò Amati, Giuseppe Guarneri, Antonio Stradivari e Giuseppe Guarneri del Gesù. La città continua ad essere ancor oggi la capitale della moderna liuteria come confermano non solo le numerose botteghe liutarie, disseminate nelle tranquille vie del centro, ma alcune importanti istituzioni specialmente operanti nel campo didattico. Così in palazzo Raimondi hanno sede la Scuola Internazionale di Liuteria, la Facoltà di Musicologia e la Fondazione "W. Stauffer" che promuove, fra l’altro, annuali corsi di perfezionamento per violinisti; nell’elegante palazzo Fodri, eretto nel 1490 e ricco di esuberanti decorazioni in cotto hanno invece sede l’Ente Triennale e la Mostra degli strumenti ad arco vincitori delle varie edizioni del Concorso Internazionale di Liuteria. E’, infine, in corso di realizzazione in palazzo Pallavicino di via Colletta il Centro Nazionale per il Restauro e la Conservazione degli Strumenti Musicali, un unicum a livello nazionale e quindi sicuro segnale del ruolo che ancor oggi la città può svolgere nel campo della liuteria e della musica in generale.

ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE di Antonio Laurenzano

  ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE ...