08 dicembre 2021

IL NUOVO REGIME FISCALE DEI FRONTALIERI di Antonio Laurenzano*

 


IL NUOVO REGIME FISCALE DEI FRONTALIERI

di Antonio Laurenzano*

E’ in dirittura d’arrivo il nuovo regime fiscale dei frontalieri. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra Italia e Svizzera del 23 dicembre 2020 relativo all’imposizione dei lavoratori residenti entro 20 km dalla frontiera che svolgono un’attività di lavoro dipendente in terra elvetica. L’atteso provvedimento sarà trasmesso alle Camere per la votazione definitiva. Dopo il via libera del Consiglio federale svizzero dello scorso 11 agosto, entrerà in vigore, molto verosimilmente, dal 1° gennaio 2023 e sarà sottoposto a riesame ogni cinque anni. L’accordo definisce il quadro giuridico volto a eliminare le doppie imposizioni su salari, stipendi e altre remunerazioni analoghe ricevuti dai lavoratori frontalieri con la previsione del “principio di reciprocità”, a differenza del precedente accordo del 1974, che regola unicamente il trattamento dei lavoratori frontalieri italiani che lavorano in Svizzera.

Per effetto del nuovo accordo, relativamente al criterio di imposizione, viene stabilito il metodo della tassazione concorrente che attribuisce i diritti di imposizione sia allo Stato di residenza del lavoratore frontaliero sia allo Stato dove il reddito da lavoro dipendente è prodotto. Nello specifico, la Svizzera per i “nuovi frontalieri”, quelli cioè in arrivo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, applicherà sul relativo reddito da lavoro dipendente un’imposta non eccedente l’80%, e la tassazione sarà applicata alla fonte. L’Italia, ed è questa la novità della Convenzione, potrà assoggettare, a sua volta, a imposizione ordinaria tali redditi dei lavoratori frontalieri (equiparati quindi ai soggetti fiscalmente residenti), ma dovrà eliminare la doppia imposizione mediante il meccanismo del credito d’imposta, riconoscendo le imposte prelevate nella Confederazione. Per questi contribuenti obbligo quindi di presentazione della dichiarazione dei redditi in Italia. Beneficeranno dell’innalzamento della franchigia di imponibilità a 10mila euro, della deducibilità dei contributi obbligatori per i prepensionamenti e della non imponibilità degli assegni familiari erogati in Svizzera. Tutto da verificare il prelievo fiscale italiano rispetto a quello svizzero, meno gravoso.

E’ prevista una clausola di salvaguardia per i lavoratori attualmente occupati nei Cantoni dei Grigioni, del Ticino o del Vallese: rientrano nel “regime transitorio”. Per loro continua ad applicarsi l’imposizione fiscale solo in Svizzera, che fino a tutto il 2033, verserà una compensazione a favore dei Comuni italiani di confine pari al 40% delle imposte lorde prelevate alla fonte ai frontalieri italiani. Dopo questa data, la Svizzera conserverà la totalità del gettito fiscale.

Per ottemperare correttamente agli obblighi amministrativi imposti dall’accordo, la Svizzera si impegna a comunicare entro il 20 marzo dell’anno successivo a quello fiscale di riferimento, in formato elettronico allo Stato di residenza del lavoratore, i dati rilevanti in relazione all’imposizione del lavoratore frontaliero. Una informazione di carattere amministrativo, di valenza fiscale per combattere l’evasione. Vita dura per i “furbetti”: attenzione al Fisco … in missione oltre confine.

*Tributarista

07 dicembre 2021

La letteralità e altri saggi sull’arte di François Zourabichvili: la presentazione di Cristina Zaltieri

 


La letteralità e altri saggi sull’arte di François Zourabichvili: la presentazione di Cristina Zaltieri


[…] in molti di questi testi l’arte assume una centralità che si evidenzia in differenti modalità, sia divenendo oggetto di lettura filosofica in quanto considerata più capace della filosofia di essere all’altezza dell’evento reagendo ad esso in modo affettivo, immediato e non cognitivo; ma anche in quanto essa è una pratica di esperienza e di sperimentazione (le due stanno sempre intrecciate) a cui la filosofia deve ispirarsi per non decadere ad esangue astrazione.” – Cristina Zaltieri

La letteralità e altri saggi sull’arte” è uscito in Francia nel 2011 curato dalla filosofa francese specializzata nelle opere di Gilles Deleuze, Anne Sauvagnargues e pubblicato cinque anni dopo la morte del filosofo francese di origini armene François Zourabichvili (28 agosto 1965 – 19 aprile 2006) che, a soli 41 anni, ha deciso di interrompere la sua vita proprio come aveva fatto dieci anni prima Gilles Deleuze.

È in uscita, nel 2022, per la casa editrice mantovana Negretto Editore, la traduzione di questa raccolta di saggi che raccoglie conferenze ed articoli selezionati da due amici di Zourabichvili, Philippe Simay e Kader Mokkaden. La quasi totalità dei saggi presenti nella pubblicazione sono inediti nei quali il tema centrale è l’arte.

François Zourabichvili ancor’oggi è poco conosciuto in Italia malgrado le traduzioni delle monografie su Gilles Deleuze e Baruch Spinoza: “Deleuze. Una filosofia dell'evento”, Ombre Corte 2002; “Il vocabolario di Deleuze”, “Spinoza. Una fisica del pensiero”; “Infanzia e regno. Il conservatorismo paradossale di Spinoza”, Negretto Editore, 2002 – 2017. A marzo del 2018 Negretto Editore ha pubblicato un testo collettivo che raccoglie gli interventi presentati il 2 febbraio 2017 all’Università Bicocca di Milano al Convegno omonimo dedicato al filosofo dal titolo: “Il divenire della filosofia di François Zourabichvili”.

La letteralità ed altri saggi sull’arte” è curato e tradotto da Cristina Zaltieri, docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Frabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia” per Negretto Editore. Precedentemente altri suoi lavori filosofici sono stati pubblicati per gli editori Guerini e Mimesis.

Si ringrazia la casa editrice per aver concesso la pubblicazione in anteprima di un estratto tratto dalla precisa ed interessante presentazione di Cristina Zaltieri.

Estratto dalla presentazione di Cristina Zaltieri

[…]

Nel caso dei saggi qui raccolti l’interesse che rivestono, entro la produzione di Zourabichvili, è indubbiamente significativo. Sono tutti posteriori alle quattro monografie pubblicate tra il 1994 e il 2003, mostrano quindi la direzione che il pensiero di Zourabichvili andava prendendo nei suoi ultimi anni di ricerca, una direzione che si potrebbe definire, utilizzando un’espressione ricorrente nei saggi qui raccolti, una “svolta estetica”. In primo luogo, infatti, in molti di questi testi l’arte assume una centralità che si evidenzia in differenti modalità, sia divenendo oggetto di lettura filosofica in quanto considerata più capace della filosofia di essere all’altezza dell’evento reagendo ad esso in modo affettivo, immediato e non cognitivo; ma anche in quanto essa è una pratica di esperienza e di sperimentazione (le due stanno sempre intrecciate) a cui la filosofia deve ispirarsi per non decadere ad esangue astrazione. In secondo luogo, si può parlare di svolta estetica ponendo l’accento sulla accezione originaria del termine «estetica» e sottolineare che la materia peculiare dell’operare artistico è il sensibile confuso-oscuro che resiste al concetto ed insieme lo nutre ponendolo in contatto con il fluire caotico della vita. La filosofia che opera nella distinzione del concetto non ha presa immediata sul sensibile, ha bisogno della mediazione dell’arte per entrare in contatto con tale elemento caotico e denso di virtualità. Dunque, questi primi scritti postumi, estrapolati dall’archivio Zourabichvili, fanno legittimamente pensare che l’autore avesse in cantiere il progetto di un’opera dalla fisionomia nuova rispetto alle sue precedenti, non più originata specificatamente dall’incontro con un filosofo (anche se Deleuze resta un interlocutore costante), bensì ispirata in buona parte a tre temi non separabili l’uno dall’altro, dato che si richiamano tra loro in una trama di rimandi necessari: l’evento, la letteralità, il gioco estetico. Per dirlo in sintesi, rinviando poi ad una più distesa esplicazione: l’evento rimanda alla letteralità in quanto questa è evento del pensiero, evento del senso nella scrittura; la letteralità rimanda al gioco estetico laddove Zourabichvili individua nel riconoscimento non mimetico, bensì ludico, il carattere imprescindibile dell’arte che ispira di sé anche la filosofia e che si pone al servizio di una lettura non metaforica delle «metafore». Ma, come si è detto, l’evento ha negli artisti dei testimoni capaci di registrare le variazioni affettive che l’evento produce in loro con una immediatezza che è preclusa ai filosofi.

[…]

Nel primo saggio con cui il testo si apre, Evento e letteralità, conferenza tenuta dall’autore in occasione dell’inaugurazione dei Fonds Deleuze, la letteralità e l’evento sono legati insieme in quanto indicati da Zourabichvili come due direzioni possibili per un lavoro su e attraverso Deleuze che sfugga all’esegesi e alla commemorazione per cercare piuttosto di far deflagrare quella potenza di perturbazione del pensiero ordinario e di corrosione dei clichés propria del pensiero deleuziano, ma rimasta, a parere dell’autore, ancora alquanto inespressa nel pensiero successivo.

La questione della letteralità, sorprendentemente poco considerata dagli interpreti di Deleuze, viene assunta da Zourabichvili come via maestra per praticare un pensiero dell’immanenza a partire dal discorso stesso.

[…]

Occorre intendere, spiega Zourabichvili, questo reiterato appello di Deleuze alla lettura letterale dei suoi testi: «letterale» non vuol affatto dire «proprio», richiede invece di pensare oltre l’opposizione binaria proprio/figurato. Prendiamo ad esempio l’uso di grande rilievo che Zourabichvili fa del termine «chimera» nella sua ricerca su Spinoza. Chimera è un termine che Spinoza stesso assume dalla mitologia dove esso designa un mostro frutto dell’unione di corpi incompatibili tra di loro, leone, capra, serpente o altri. Spinoza, osserva Zourabichvili, ci conduce a pensare che la figura del Dio-Re è una chimera. Affermare che il Dio-Re è una chimera esige che si pensi letteralmente il Dio-Re come l’impossibile fusione di due entità inconciliabili quali la potenza dell’essere e il potere monarchico. Non si tratta di una traslazione da un uso proprio del termine chimera, nel mito, ad un uso figurato, in filosofia, né si tratta di un vedere come, ispirato alla somiglianza tra i due termini, come pensa Ricoeur: il Dio-Re è realmente una chimera, una entità mostruosa, perché la potenza infinita espressa negli infiniti modi è incompatibile, ci insegna Spinoza, con il potere assoluto di un solo modo – il monarca - sugli altri così come, di contro, la lettura di Dio come colui che ha governo assoluto sul mondo fa a pugni con il Deus sive natura.

[…]

Nel capitolo 3, I concetti filosofici sono metafore? Deleuze e il suo problema della letteralità si ritorna sulla letteralità come pratica che esige l’atto di «credere» a ciò che la relazione inedita dà a vedere. Se si prende ad esempio l’enunciato deleuziano-guattariano «il cervello è più erba che albero», la sua lettura letterale poggia sulla relazione inedita tra cervello ed erba tale da determinare un’esperienza diversa del cervello, non più visto come un organo centrale di un sistema ramificato (ad albero), bensì considerato come un «sistema acentrato, una molteplicità le cui connessioni sono in parte probabilistiche e non predeterminate» (LA, 27). L’affermazione di tale relazione inaugura così una nuova sensibilità sia neurologica che filosofica, in quanto va a strutturare nel profondo la nostra esperienza; essa consiste in un esercizio di «credenza», non intenzionale, non cosciente, per l’appunto una sintesi passiva di un atto involontario.

[…]

Nel capitolo 6 Sul detto di Nietzsche, Zourabichvili ci offre un esercizio esemplare di ciò che egli intende con sperimentazione affettiva del testo, applicato ad uno dei più profondi e misteriosi aforismi di Nietzsche: «Bisogna congedarsi dalla vita come Odisseo da Nausicaa – piuttosto benedicendola che restando innamorati di essa». Zourabichvili si ripromette di stare alla frase, di attraversarla ripetutamente senza volerla né spiegare né interpretare, senza voler ricondurne le parole ad un significato nascosto […]

[…]

Restare all’immanenza del testo, di quello dell’aforisma in questione ma insieme anche di tutto il testo nietzscheano, obbliga qui il lettore a non confondere il distacco espresso dalla frase con figure come quella dell’«ideale ascetico», perché non consone a Nietzsche che le ha sempre combattute; inoltre richiede di confrontarsi criticamente con una vulgata che vorrebbe l’amore per la vita come l’unico imperativo nietzscheano. È come se nel suo asserto enigmatico Nietzsche ci indicasse un nuovo pathos per la vita, oltre all’amore, che certo richiama al pathos della distanza attraverso l’esercizio di una regola («bisogna che…») Tale regola potrebbe di primo acchito riecheggiare l’esercizio stoico, ma in realtà se ne distanzia: infatti, per Nietzsche non bisogna smettere di amare la vita al fine di non soffrire troppo all’idea di separarsene, in modo così da prepararsi alla morte; bisogna invece non continuare ad essere innamorati della vita per bene-dirla, ossia per renderle pienamente giustizia, per omaggiarne l’incanto e la bellezza che le sono propri, proprio come il saggio Odisseo ha riconosciuto l’incanto e la bellezza che promanavano dalla giovinetta Nausicaa, senza con ciò volerla possedere, ma sapendo lasciarla. D’altronde la vita, come Nausicaa, è l’inconsumabile che resiste ad ogni interpretazione, che resiste al concetto, ossia al possesso.

[…]

Nel capitolo 8, Chateaubriand: la rivoluzione e il suo testimone, è il testo Memorie d’Oltretomba a rivelare la postura del suo autore nella sua funzione di lucido testimone dell’evento della rivoluzione del 1789 con cui si inabissava per sempre il mondo a cui Chateaubriand apparteneva profondamente, non per questo ai suoi occhi esente da difetti, lasciando intravedere il baluginare di un altro mondo alieno a sé, ma non per questo del tutto indesiderabile. Chateaubriand si sente costantemente interpellato dalla domanda sul divenire in cui egli è preso vivendo quel frammezzo fra il mondo che scompare e quello che avanza; si sente come colui che sta tra due rive – espressione ricorrente nel suo testo - gettato tra due secoli come tuffato alla confluenza di due fiumi dalle acque agitate senza sapere quale terra potrà accoglierlo. Ma l’analisi di Zourabichvili mira a mostrare il legame profondo che sussiste tra la scrittura stessa di Chateaubriand, la sua creazione artistica, dunque, e il suo destino di testimone della Rivoluzione. Si tratta di una scrittura che, pur nel divampare delle più laceranti passioni partigiane, esprime un’attitudine che Zourabichvili definisce di «ritiro sollecito», in primo luogo dagli schieramenti netti, riconoscendo di incarnare egli stesso il frammezzo perché scisso, contradditorio, definendosi «repubblicano per natura, monarchico per ragione». Chateaubriand mira a dare consistenza semiotica nella sua stessa scrittura alla sua esperienza di testimone dell’evento, ossia di colui che sta tra due rive, tra due mondi e lo fa attraverso un’arte scritturale della collisione melodiosa tra incomparabili dove in una stessa frase due mondi estranei vengono tenuti insieme senza per questo ridurre lo scarto tra i due. L’arte dimostra, anche in questo caso, la sua capacità di dar corpo alla potenza di mutamento affettivo dell’evento.

[…]

Ricorrente in numerosi dei testi qui raccolti è l’osservazione che la svolta estetica è un evento tutt’altro che recente, occorso alla filosofia già da tempo poiché i primi segni di tale svolta risalgono a Baumgarten, a Schiller… a quel cambiamento di paradigma, sorta di vera e propria coupure epistemologique, che accade laddove al filosofo-scienziato, il quale misura il proprio operare su modello della pratica scientifica (Leibniz e Spinoza tra i tanti), subentra il filosofo-artista che assume il procedere artistico quale proprio interlocutore privilegiato. Nietzsche è a pieno titolo un filosofo-artista e anche Deleuze si pone, per Zourabichvili, in questa direzione in quanto l’intera sua ricerca testimonia un dialogo costante con l’arte tanto che «la sua opera impone di chiedere cosa significa che un filosofo, per fare filosofia, abbia bisogno di confrontarsi con l’arte» (LA, 123), come si legge nel capitolo 14 che chiude il testo, L’ancoraggio estetico del pensiero di Deleuze. La risposta che Zourabichvili offre a tale domanda è articolata. Vi è di certo una sorta di triangolazione tra filosofia, arte e resistenza, non solo nella modalità già riconosciuta da Adorno per cui entrambe le pratiche devono darsi come compito quello di resistere al presente e al corrente, di fare resistenza al banale e al cliché, esplicando così un ruolo politico critico, ma anche perché una filosofia che vuole portare il pensiero alla sua massima radicalità deve affrontare ciò che più resiste al suo elemento, ossia il sensibile, l’ambito di ciò che già Baumgarten definiva come l’eminentemente confuso. Ma la filosofia – in quanto ambito del pensiero distinto – a diretto contatto con il sensibile non può che tendere a ridurne la confusione, riportandola entro l’alveo della distinzione concettuale, poiché questa è la sua vocazione. La soluzione per lasciare al sensibile la sua potenza, ossia la sua natura confusa, è quella di passare attraverso la mediazione dell’arte che proprio nella confusione sensibile ha la propria materia. Questo non è, comunque, il solo motivo dell’interesse filosofico per l’arte. La creazione artistica si presenta alla filosofia come un operare sulla materia del confuso, dell’oscuro, capace di smovere – di toccare – quegli elementi dolorosi, malati anche, che l’artista condivide con gli uomini del suo tempo.

[…]

Il capitolo 7, L’occhio del montaggio (Dziga Vertov e il materialismo bergsoniano) offre nella lettura esemplare del film di Dziga Vertov, L’uomo con la macchina da presa del 1929, l’immagine viva di un gioco artistico la cui regola di differenza estetica comporta effetti potenti di riconoscimento non mimetico.

Zourabichvili parte da un asserto tratto dalla cinefilosofia di Deleuze per il quale, in L’immagine-movimento, il cinema di Vertov è la realizzazione dell’in-sé dell’immagine, attraverso un concatenamento macchinico delle immagini-movimento, tanto che Vertov giunge per questa via a realizzare il programma materialista presentato da Bergson nel primo capitolo di Materia e memoria. Nel film sperimentale del 1929 il gioco dell’opera d’arte di Vertov soggiace alla regola della percezione non umana delle immagini, ottenuta attraverso un montaggio che mette in relazioni immagini molto lontane tra loro, non concatenate secondo il procedere dell’occhio umano; qui la differenza estetica, non mimetica, sta proprio nel far interagire le immagini della città che si sveglia (un tema comune ad alcuni dei film del periodo) per giungere alle condizioni di una percezione non-umana: ecco che Vertov mostra una giovane donna che si sveglia insieme ad una locomotiva lanciata nella sua corsa, il fotogramma della sua schiena nuda e poi una macchina da presa che pur indirizzata a lei, è situata in un altro punto della città e così via.

[…]

A questo punto Zourabichvili si chiede quale sia il senso di questa operazione artistica:

E perché dovremmo «disfarci di noi stessi, e disfarci noi stessi»?

Di certo la ricerca di Vertov è mossa da un desiderio politico: essa è da collocare entro quella lettura della rivoluzione d’ispirazione «bergsoniana», già evocata a proposito di Barnet, come apertura di possibilità, di certo poco consona alla politica dell’apparato sovietico. La risposta che Zourabichvili offre alla domanda posta a Vertov rivela come la creatività messa al servizio della visione di un mondo colto da un occhio non umano ha di mira un potenziamento della vita, che poi è la destinazione ultima della vocazione terapeutica dell’arte […].

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/


Fonte

https://oubliettemagazine.com/2021/11/29/la-letteralita-e-altri-saggi-sullarte-di-francois-zourabichvili-la-presentazione-di-cristina-zaltieri/


SGUARDI COLLINARI E LUCI SUL MARE - ANGELO DINAPOLI a cura di Maria Marchese

SGUARDI COLLINARI E LUCI SUL MARE - ANGELO DINAPOLI


Dall'11 al 17 Dicembre, presso la sede dell' Associazione Culturale L.A.N.D - LUOGHI APERTI A NUOVE DESTINAZIONI, in via XX Settembre, a Maslianico, verrà inaugurata le mostra "SGUARDI COLLINARI E LUCI SUL MARE" di  Angelo Dinapoli. 

Il vernissage avrà inizio alle ore 15.00.


Angelo Dinapoli esperisce se stesso in una prima manifestazione artistica personale, donando all’osservatore uno spaccato su scorci terraquei, che approda, invero, alle rade ineffabili della memoria, della meraviglia e della riflessione. 

L’autore appianese affronta il pennello tardivamente, fascinato e sostenuto dal caro amico Erminio Guzzetti: matura invero capacità e uno stile personale ammirevoli, in breve tempo. 


"I luoghi invidiano le distanze che diventano sentieri intrecciando radici" 

              Giancarlo Stoccoro 

L’acquerellista crea quegli inespressi sentieri, intrecciando le radici sensibili dei luoghi a lui cari e annichilando, così, le vere distanze. 

Percorrendo quei silenziosi interstizi, si può giungere a suoli ove l’ascolto diventa un necessario incipit. 

Allora fiorisce la terra in cui il sandalo calca l’ introspezione. 








Il pittore traduce veritiere immagini, frangendo, però, la condizione reale con le setole e il colore: dona vita ad architetture urbane e naturali, ove l’acqua raddolcisce il letto cromatico e, a tratti, il segno, ‘sì che la nitidezza sposi un intimo e ameno immaginario. 



Sceglie, in questa sede, di abbracciare composizioni, che raccontano di distese collinari, particolari del proprio paese e, infine, i fari, baciati o avvinti da bonaccia e marossi. 

Un quieto dinamismo permea le prime composizioni. 


Tumultuoso è, invece, il carattere dinamico delle composizioni marine: la fissità della struttura sassosa fa da contrapposto alla vivida turbolenza acquea: in questa condizione ossimorica, Angelo Dinapoli indova la fondatezza simbolica, che sottolinea l’importanza della luce, nel contesto delle tempeste esistenziali. 


Quando si tratta di un paesaggio, io amo quei quadri che mi fanno venir voglia di entrarci dentro per andarci a spasso.

(Pierre Auguste Renoir)


L’autore appianese riesce a coinvolgere l’osservatore, appieno, addentro il desiderio di intraprendere questa passeggiata. 

Molte delle opere, peraltro, nascono durante il periodo del confino, dovuto alla situazione pandemica; in quest’ottica, il “loco natìo” assume il valore di una preziosità rara… 


Immaginiamo di sfogliare, attraverso le pagine artistiche di questa mostra, cartacei veli, che si esprimono come lenimento dell’anima… rispetto alle tante acredini, che nascono in seno ai detriti dell’ignoranza e della mediocrità. 

La casa di Erminio Guzzetti è stata confidenzialmente battezzata l’  “atelier dei sogni” … necessario è, per me, confidare che la mia stessa penna è fiorita tra quelle pareti, pregne di amore per la cultura e l’essere umano. 

L'associazione L.A.N.D. ha dimora tra le mura, abitate, in passato, da Maria e Filippo Ragucci, due animi predisposti all'accoglienza e all'ascolto dell'essere umano. 


Essa oggi si prefigge, attraverso la figura di Chiara Salza e altri membri, di destinare questo spazio, con le medesime premesse, e altresì di valorizzare i talenti e le risorse di colori, che aderiranno a tali intenti. 

Per info 

land.contatti@gmail.com

 Tel 

347/9015407


www.mariamarchesescrittrice.com

Ilrapinososcrivere.blogspot.com 

IL MITO E LA LEGGENDA DEL’ISOLA ULTIMA THULE a cura di Enrico Pinotti

IL MITO E LA LEGGENDA DEL’ISOLA ULTIMA THULE 


Si deve all’esploratore navigatore greco Pitea (Pytheus, in greco Muөcs) vissuto tra il 1380 ed il 3100, citare per la prima volta nei suoi diari di viaggio l’isola Thule: il nome probabilmente è collegato al termine finnico che ne indica il fuoco.         Gli storici sostengono che i primi a colonizzare l’Isola (che in italiano può essere Tule) furono i popoli vichinghi e norrici.                                                                È un’isola che nella geografia di Claudio Tolomeo risulta reale, della quale però si forniscono coordinate con molta approssimazione. Pytheus era salpato dalla colonna greco-occidentale di Massalia (l’odierna Marsiglia) verso il 330 A.c. per un’esplorazione del Mar Atlantico del Nord e nei suoi resoconti parla di un’isola come una terra di fuoco e di ghiaccio e dove il sole non tramonta mai.   


                                                                                                     Da Tacito fu citato nell’opera “De vita et moribus Iulii agricola” in cui tratta dell’espansione romana e della conquista della Gran Bretagna. Le suggestioni dei racconti di Pitea avevano suggerito già nel 2°secolo l’inserimento dell’isola in un ambito di narrazioni fantastiche, ne è un esempio il romanzo “Le incredibili meraviglie al di là di Thule” di Antonio Digione. Non è detto che l’isola identificata da Tolomeo coincida con quella narrata da Pitea, visto che le coordinate di Tolomeo erano alquanto sommarie e lontane dai luoghi romani. Diversi autori e storici hanno ipotizzato fossero terre della Groenlandia o le Isole Shetland, altri propendevano per le Isole Fᴁr ϴer o per la Saaremaa in Estonia; fra tutte queste ipotesi è che Pitea avesse dato il nome di Thule ai frastagli delle coste norvegesi, ma può anche darsi che si tratti di Islanda o Groenlandia.                                                                                                                                 Il ritrovo di monete romane in quei territori, può far pensare che quelle terre fossero popolate ben prima dell’arrivo di Pitea. Nel corso successivo del tempo e nel Medioevo,Thule, l’ultima area al di là del conosciuto ha finito per suscitare un mito in senso positivo: quell’isola, forse anche perché rappresentata bianca, destava sentimenti opportuni e confacenti. Oltre all’interesse dell’esploratore Tolomeo, si dedicarono alla ricerca e allo studio per quei mondi lo studioso Pomponio Mela (1°sec. d.C.), fra gli altri Plinio il Vecchio vi dedicò storie, fantasie e ricerche. Virgilio nelle Georgiche inserisce una serie di lodi ad Ottaviano Augusto e gli propone di estendere il suo dominio fino alla lontanissima isola.                                                     Da rammentare le innumerevoli diatribe (magari partendo dalle opere di Virgilio), le discussioni, gli anatemi, le dispute ed i contraddittori fra gli storici, gli accademici commentatori di Dante Alighieri. Qualcuno di questi si sforzò di trovare riferimenti a Thule nel verso 52 del Purgatorio che inizia con “Tu”, fa un salto fino al verso 55 per trovare un “Le” (quando tu le scrivi): tutto questo per poter asserire la conoscenza o l’interesse di Dante per quest’ultima Isola; vi sono molti esempi di commentatori passati e presenti a cui sta a cuore l’enigma.                                                                                                                                                  

 
Alcuni testimoni affermano che al calar del sole si accompagni una musica divina paragonabile allo sfrigolio di un ferro rovente immerso nell’acqua: Tacito l’aveva segnalato sia in “Germania” che “Nella vita di agricola”. Procopio, ne “La guerra gotica” notava come la notte di sei mesi poteva provocare grande abbattimento fra quella gente, venendo a mancare le maniere dello stare insieme in comunità.                                                                                             Nel Faust di Ghoete è presente un riferimento ai miti di Thule quando Margherita proclama i versi nella “ballata dolce”. Nella narrativa, nella musica, nella filosofia, diversi sono i riferimenti all’isola bianca: il romanzo “Signore delle ombre” della scrittrice statunitense Cassandra Clare è diviso in due parti: La prima Thule e La seconda Thule, l’ultimo capitolo prende il nome Ultima Thule. Nella prima stagione di ”Spazio 99”, serie televisiva britannica, nell’episodio n°5 si parla di …pianeta di ghiaccio dove i protagonisti incontrano i resti di una spedizione spaziale naufragata, con un balzo nel tempo e nello spazio, su una terra chiamata “Ultima Thule”. Il compositore austriaco Franz Schubert intitola “Der Koieng in Thule” il suo famoso leed su versi della poesia del Faust di Goethe. E come non ricordare “Einsten travestito da ubriacone che ha nascosto i suoi appunti in un baule ed è passato qui un’ora fa diretto verso l’Ultima Thule” nella canzone “Via della povertà” di Fabrizio de André?

Era il 1970 ed i versi seguenti paiono quasi un’allegoria, appartengono a Francesco Guccini:

ll re di Spagna fece vela

Cercando l’isola incantata

Però quell’isola non c’era

E mai nessuno l’ha trovata

Svanì di prua alla galea

Come un’idea

Come una splendida utopia

È andata via e non tornerà mai più

Le antiche carte dei corsari

Portano un segno misterioso

Ne parlan piano i marinai

Con un intimo superstizioso


ENRICO PINOTTI


06 dicembre 2021

Fabrizio De André e Alessandro Gennari - Un destino ridicolo a cura di Marcello Sgarbi

 


Fabrizio De André e Alessandro Gennari
- Un destino ridicolo (Einaudi)

Collana: ET Scrittori

Pagine 144

ISBN 9788806234843

Ci sono già diversi cantautori che si sono cimentati nella narrativa, con esiti alterni. Nel nostro Paese una certa affermazione l’hanno avuta e l’hanno Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Vinicio Capossela, Luciano Ligabue ed Enrico Ruggeri. In questo senso Fabrizio De André rappresenta un caso unico.

Su di lui è stato scritto molto – forse anche troppo – ma, fatta eccezione per i suoi diari, l’indimenticato Faber è autore di un solo libro: “Un destino ridicolo”, steso a quattro mani con Alessandro Gennari, psicologo e scrittore.

Eppure, a partire da De André e Gennari - che sono anche personaggi della trama - questo romanzo (un noir sui generis, si potrebbe dire) ambientato tra Genova e la Sardegna nell’Italia del dopoguerra è ancora una volta una storia di loser, quasi una summa degli “ultimi” presenti in molte delle canzoni del cantautore ligure. Salvatore, il protagonista, è un pastore sardo perseguitato da un destino beffardo.

Ex carcerato, torna al paese d’origine per scoprire l’adulterio tra la moglie e un suo cugino, che oltretutto lo ricatta. Frustrato e umiliato Salvatore parte per Genova, dove perde la testa per la prostituta Veretta, tanto da volerla sottrarre alle grinfie di Carlo, il suo protettore. È a quel punto che Bernard, ex partigiano marsigliese, propone a entrambi una rapina che potrebbe cambiare per sempre la vita di tutti loro.

Mentre stava per partire si sentì chiamare e girandosi vide il custode, un vecchio dal volto bruciato e con tante rughe così profonde che a tirargli una moneta gli si sarebbe piantata in faccia, di taglio”.

Avrebbe potuto cambiare tante cose… è strana questa propensione che abbiamo a immaginare le alternative, cambiando un dettaglio. A quel punto inventiamo un’entità responsabile del naufragio di un’ipotesi e la chiamiamo destino”.

Ti è mai capitato di osservare quei mari in mattutina tempesta dove il confine tra un medesimo grigio di nuvole e d’acqua è segnato dagli spruzzi delle onde rotte? Non dissimile da quel paesaggio era la trama di inquietudini che tormentava il volto di Carlo mentre diceva di un passato non abbastanza antico per sottrarlo ad un violento pulsare di arterie che gli insanguinavano i pensieri di rancori e rimpianti, aggrumandosi in briciole di schiuma agli angoli della bocca”. 

 

  © Marcello Sgarbi


Il 18 e 19 dicembre torna a Milano NAO Performing Festival

 


Il 18 e 19 dicembre torna a Milano NAO Performing Festival, piattaforma per artisti che si distinguono per la vocazione interdisciplinare tra danza, multimedia e arti visive, che concentra questo secondo appuntamento della dodicesima edizione sulla performance in realtà virtuale (VR) diventando quindi NAO Performing Festival IN VR.

Promosso da DiDstudio e Ariella Vidach-AiEP e realizzato in collaborazione con il MEET Digital Culture Center, che ospita gli appuntamenti, NAO Performing Festival IN VR propone al pubblico esempi innovativi della ricerca sulla performance in realtà virtuale e sulla ricerca di nuove condizioni spaziali in cui re-immaginare il corpo e la danza.

Sabato 18 dicembre dalle 10.30 alle 20.00 una giornata di incontri, workshop e la possibilità di visionare e prendere parte in prima persona ai lavori delle artiste coinvolte: Margherita Landi con Dealing with abscence, riflessione sulla Realtà Virtuale sviluppata ‘a distanza’ inviando dei visori VR a casa dei danzatori coinvolti, e Peaceful places, installazione partecipativa che coinvolge un gruppo di persone con indosso il visore VR.
Iolanda di Bonaventura con Vajont, opera cinematografica che offre un’esperienza VR interattiva. Ambientata nell’omonima valle italiana qualche ora prima del disastro del 1963 l’opera coinvolge in prima persona il partecipante le cui scelte influenzano direttamente la trama dell’opera.
Ariella Vidach e Claudio Prati propongono infine Touching in VR, installazione immersiva partecipativa per 5 partecipanti alla volta che offre l’opportunità di sperimentare in prima persona un danza in realtà virtuale.

Il 19 dicembre alle 21.00 è invece in programma la presentazione, per la prima volta a Milano, di Object Oriented Choreography (OOC) di Francesco Luzzana, vincitore del premio Re-Humanism Art Prize. OOC è una lettura collettiva che esplora l’informazione digitale attraverso diversi tipi di intelligenza: quella della parola e quella del corpo.

03 dicembre 2021

QUALE EUROPA DOPO IL TRATTATO ITALO-FRANCESE ? di Antonio Laurenzano


QUALE EUROPA DOPO IL TRATTATO ITALO-FRANCESE ?

di Antonio Laurenzano

Indifferenza e tanto scetticismo stanno caratterizzando la Conferenza sul futuro dell’Europa proposta per rilanciare il progetto democratico europeo con il coinvolgimento diretto dei cittadini e porre le basi di una nuova architettura istituzionale. Obiettivo di fondo è la revisione dei Trattati fondanti perché l’Unione europea ha bisogno di profondi cambiamenti per rispondere al meglio alle necessità di una realtà socio-economica profondamente cambiata rispetto a quella del 2007, l’anno del Trattato di riforma firmato a Lisbona. Attraverso dibattiti, panel, incontri e seminari di studio la Conferenza, iniziata lo scorso 9 maggio, mira a rendere l’Europa più democratica, a diminuire la distanza tra Bruxelles e i cittadini europei potenziando gli strumenti di consultazione.

Ma è allarme rosso sul destino della Conferenza che chiuderà i lavori il prossimo maggio: è molto scarsa la partecipazione dei cittadini. In sette mesi una percentuale irrilevante si è iscritta alla piattaforma comunitaria online per contribuire a riscrivere i Trattati. Si rischia di far cadere nel vuoto temi importanti come quelli della salute, dello stato di diritto, della difesa, dell’ambiente, sempre più minacciato dai cambiamenti climatici, e quello drammatico dell’immigrazione. Senza ignorare quelli più strettamente istituzionali legati al funzionamento della complessa macchina comunitaria, in particolare il potere di veto derivante dalla normativa attuale che prevede un voto unanime di tutti i 27 Paesi membri presenti nel Consiglio europeo sulle principali decisioni. Soliti compromessi al ribasso nelle votazioni con malcelato compiacimento di quei governi europei ostinatamente contrari a ogni significativo cambiamento, da Austria a Malta, dai Paesi baltici a Olanda e Svezia.

Proprio sullo sfondo di un incerto futuro dell’Ue si colloca il recente Trattato italo-francese firmato a Roma dal Presidente Macron e dal premier Draghi per istituzionalizzare i rapporti tra i due Paesi nel segno di una “cooperazione rafforzata”, finalizzata a realizzare una più stretta collaborazione su specifici temi e aree (istruzione, difesa, gestione economica, lotta al terrorismo e criminalità organizzata, politica migratoria, transizione ecologica, sviluppo sociale). La dinamica dell’integrazione europea è stata spesso alimentata da contrasti tra coalizioni di stati membri, divise dagli interessi (Paesi frugali contro i Paesi dell’Europa del Sud) oppure dai valori (Paesi sovranisti contro i Paesi europeisti). Il Trattato del Quirinale fra Roma e Parigi, rafforzando in maniera strutturale una coalizione bilaterale, mira a promuovere le basi di una integrazione europea più ampia, estesa ad altri Stati per costruire un’originale sovranità europea. Una sovranità intesa come capacità di indirizzare il futuro attraverso la gestione condivisa delle sfide comuni. Il Trattato si pone sulla scia di quello franco-tedesco dell’Eliseo firmato nel 1963 da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer, rinnovato nel 2019 ad Aquisgrana dalla Cancelliera Angela Merkel e dal Presidente Emmanuel Macron.

Dopo anni di negoziati iniziati a Lione nel 2019, segnati spesso da incomprensioni, rivalità, errori di comunicazione, la complessa storia comunitaria si arricchisce di un capitolo strategico per la reale unificazione del Vecchio continente, nella consapevolezza che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un pool di Paesi egemoni. Una visione geopolitica comune, espressione di una identità di valori e di legami storico-culturali, a difesa dei valori fondanti del progetto europeo. “Un risultato importante, un testo di ampio respiro, ha dichiarato il Presidente della Repubblica Mattarella, che servirà a costruire un’Unione europea più forte.” E in questa ambiziosa prospettiva, l’auspicio è che si rafforzi ora una intesa con la Germania del dopo-Merkel per completare quel triangolo Roma-Parigi-Berlino grazie al quale rilanciare, con ritrovata unità d’intenti, il progetto di Europa unita nel solco delle storiche origini dell’Ue. Sempre che i bilateralismi si mettano al servizio di un’Unione più integrata, superando ogni anacronistico modello intergovernativo. E’ il disegno di un’Europa dei diritti, della solidarietà e del multilateralismo che si contrappone ai blocchi e alle derive sovraniste. Il corso della storia non si ferma. 

IL NUOVO REGIME FISCALE DEI FRONTALIERI di Antonio Laurenzano*

  IL NUOVO REGIME FISCALE DEI FRONTALIERI di Antonio Laurenzano* E’ in diritt...