30 settembre 2020

LA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM di Antonio Laurenzano


LA RIFORMA COSTITUZIONALE POST REFERENDUM

di Antonio Laurenzano

Work in progress. Dopo l’approvazione referendaria della riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, ora in Parlamento si lavora sulla revisione del sistema di voto e sui “correttivi” per bilanciare la riduzione degli eletti. Per la terza volta in quattordici anni agli italiani è stato chiesto di pronunciarsi sul numero dei propri rappresentanti in Parlamento. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli, inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a salti nel buio. La domanda referendaria di domenica 13 settembre ha riguardato invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600.

Superate con il voto plebiscitario le forti tensioni dei mesi scorsi, la maggioranza di governo, accantonando spinte demagogiche e populiste, è chiamata a tradurre in atti legislativi l’accordo sul referendum per ridisegnare un’adeguata cornice di riforma costituzionale. Innanzitutto la modifica della legge elettorale, poi l’elezione su base circoscrizionale dei senatori (e non più su base regionale) e la riduzione dei delegati regionali (da 3 a 2) per l’elezione del Capo dello Stato. Infine l’equiparazione dell’elettorato passivo e attivo del Senato a quello della Camera, in materia di limiti di età per eleggere e per essere eletti nell’ottica del superamento del bicameralismo. Il pomo della discordia nella maggioranza è senza dubbio la legge elettorale sulla quale all’inizio dell’anno si è raggiunta un’intesa con il via libera al “Germanicum”. Un sistema di voto che, secondo i promotori, dovrebbe ridare equilibrio al peso territoriale di alcune regioni che, altrimenti, sarebbero svantaggiate dal taglio dei parlamentari, soprattutto dei senatori (Molise, Basilicata, Umbria).

Secondo il “Germanicum” la futura Camera avrà 400 seggi, di cui 6 per gli eletti all’estero e 1 eletto nel collegio uninominale della Val d’Aosta; i restanti 391 saranno assegnati nelle altre Regioni con metodo proporzionale. Stesso metodo per il futuro Senato che avrà 200 senatori: 4 eletti all’estero, 1 in Val d’Aosta e 195 assegnati con metodo proporzionale nelle altre Regioni. In Trentino-Alto Adige viene mantenuta la previsione di collegi uninominali accanto a una quota proporzionale. Per accedere alla ripartizione dei seggi i partiti devono superare la soglia del 5% come in Germania. Lo sbarramento della legge attuale è del 3%, mentre il Mattarellum e il Porcellum l’avevano fissato al 4%, così come previsto per le elezioni europee. I partiti che non superano il 5% ma ottengono un quoziente pieno in almeno tre circoscrizioni presenti in almeno due Regioni diverse, ottengono i deputati corrispondenti a quei quozienti. Per il Senato occorre raggiungere il quoziente pieno in almeno due circoscrizioni anche se nella stessa Regione. Restano in sospeso la questione dei “listini bloccati” e il nodo del “voto di preferenza”. Da rivedere inoltre i regolamenti parlamentari, soprattutto per quanto riguarda le funzioni e la composizione delle Commissioni permanenti. Si ipotizza una riduzione o uno “sdoppiamento” dei componenti in diverse commissioni.

Un complesso lavoro di “maquillage”. Obiettivo di fondo restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese in termini di efficienza e di reale rappresentatività. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da una inquietante invadenza dei partiti sulla volontà popolare: rappresentanti “nominati” e non rappresentanti “eletti”. Un tema particolarmente delicato collegato alla selezione dei candidati, e cioè alla qualità della classe politica, alla capacità di governo, al reale spirito di servizio. E il ritorno al proporzionale (una scelta politica, non tecnica) non è la strada migliore per recuperare i tanti cittadini che da tempo guardano con diffidenza una rappresentanza parlamentare generata dagli apparati di partito, con interferenze di lobbies o corporazioni che ne condizionano l’autonomia decisionale. Tutti liberi di continuare il folle gioco dei veti e della difesa degli interessi di partito. E allora, perché non rilanciare sul piano nazionale il sistema elettorale adottato per l’elezione dei sindaci? E’ il doppio turno: nel primo passaggio in cabina il voto al partito con voto di preferenza, nel secondo passaggio il voto alla coalizione di governo. Cestinare cioè ogni misero tentativo di spartizione del potere con i ricatti dei numeri. Fantapolitica o richiesta di governabilità?

 

28 settembre 2020

UN MIRAGGIO MISTICO La letteratura russa e i suoi capolavori a cura di Angelo Ivan Leone


UN MIRAGGIO MISTICO 

La letteratura russa e i suoi capolavori

Letteratura russa patrimonio mondiale. Poche letterature fanno concorrenza a quella italiana: una di queste è quella russa. Il parere del prof. Angelo Ivan Leone.

Letteratura russa patrimonio mondiale

Ci sono poche letterature al mondo in grado di, non dico fare concorrenza, ma almeno tenere il passo con la letteratura italiana. Una tra queste è sicuramente la letteratura russa. La storia della sua grandezza è scritta negli stessi nomi che si sono imposti al mondo con la forza delle loro opere. Da Gogol con il suo realismo e la sua mistica patria ben presente in capolavori come Taras Bul’ba a Dostoevskij con le sue gemme Delitto e castigo e l’idiota, che sosteneva che tutti siamo usciti dal “cappotto” di Gogol, a Tolstoj con il suo leggendario Guerra e Pace e Anna Karenina a Cechov con le sue opere teatrali Ivanov e La steppa.

Per finire con le opere dei poeti come Mandel Stam, Majakovskij e i grandi narratori del Novecento russo: Vladimir Nabokov con la sua Lolita, Pasternak con il Dottor Zivago e Solzenicyn e il suo tremendo e vero Arcipelago Gulag.

Letteratura russa patrimonio mondiale: Puskin

A tutta questa schiera di immensi poeti, romanzieri e drammaturghi, c’è da aggiungere e da inserire come capitolo a parte, un nome, quello di: Aleksandr Sergevic Puskin. Nella letteratura russa, infatti, si può distinguere un prima di Puskin e un dopo Puskin e, poi, naturalmente c’è lui: Puskin, l’unico e solo. Talmente grande e titanico da essere quello che Manzoni è stato in Italia e Hugo in Francia. Non solo un grandissimo letterato, romanziere, intellettuale, poeta e uomo di pensiero. Ma qualcosa di più e di unico: la coscienza della propria patria.

 Di lui restano immortali i saggi, le opere teatrali, quelle narrative in prosa, le fiabe e i racconti in versi e le poesie. In versi Puskin scrisse quello che è per me il suo romanzo più bello: l’Eugenio Onegin. In questo romanzo c’è tutto quello che può fare innamorare della letteratura russa: una sorta di trascendenza, di miraggio mistico e di grandezza impareggiabile.

Si narra che quando Puskin lo stava scrivendo rispose a un amico

sto scrivendo non un romanzo,



ma un romanzo in versi, differenza diabolica.

Fu talmente grande che fu messo in musica e portato in teatro, e infine al cinema, dove ancora oggi lo si può ammirare. Un qualcosa di eterno. Un capolavoro immortale.

Angelo Ivan Leone 

24 settembre 2020

L'occasione persa a cura di Angelo Ivan Leone

 

L’occasione persa

Quando la classe politica si dimostra inferiore al Paese che dovrebbe guidare…

Governo di solidarietà nazionale. Nella storia d’Italia c’è stato un tempo in cui ha funzionato. La storia insegna, ma non ha scolari.

Governo di solidarietà nazionale, la storia

Durante i tragici e tetri anni di piombo, quello che molti sbertucciano ancora come il sistema partitico della I Repubblica seppe fare fronte comune. Furono gli anni tra il 1976 e il 1979, quelli dei governi passati alla storia con il nome di: governi di solidarietà nazionale.

Tali governi erano frutto di una alleanza tra Democrazia Cristina e Partito Comunista Italiano. Il fronte comune lo fecero contro il nemico esterno che era quello del terrorismo. Quello che accadde, grazie a tale accordo, è storia, e come tale dovrebbe essere conosciuta a tutti.

La fragile democrazia italiana riuscì a superare l’arduo ostacolo che la sfida terroristica poneva e seppe andare avanti. Vincendo. Lo riuscì a fare perché nel momento del bisogno e dell’emergenza i partiti che sempre si erano combattuti e che rappresentavano i due maggiori partiti italiani seppero fare, appunto, fronte comune.

Governo di solidarietà nazionale. La minaccia contemporanea

Oggi la minaccia esterna è quella della pandemia ed è molto più insidiosa, ma anche molto più esterna al Paese di quanto non lo fosse il terrorismo, non importa di che colore, che insanguinò gli anni di piombo.

È soprattutto questa l’occasione persa da parte delle nostre forze politiche di maggioranza e di opposizione, quella di non aver saputo e voluto fare fronte comune dinanzi al nemico. Tutto questo a fronte di un Paese che si è dimostrato molto più ligio a leggi, al dovere e al contenimento della malattia, di come in molti pensavano. E questo lo dicono i numeri della malattia in Italia, rispetto a quelli degli altri Paesi europei e del mondo.

Peccato, non va mai bene quando la classe politica, che dovrebbe essere sempre d’esempio, si dimostra inferiore al Paese e alla popolazione che dovrebbe e deve guidare.

Angelo Ivan Leone

[in copertina l’accordo tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ph. tratta da Wikipedia]

23 settembre 2020

Arte e ambiente a Varese


 

“ART '900 - 100 opere della collezione d'arte di Davide Lajolo” a cura di Marco Salvario

 

ART '900 - 100 opere della collezione d'arte di Davide Lajolo”

Esposizione permanente

Palazzo Crova Via Crova 2, Nizza Monferrato

A cura di Marco Salvario




Camminando nel centro storico di Nizza Monferrato, è inevitabile notare la raffinata architettura di Palazzo Crova, realizzato da Filippo Nicolis di Robilant nel 1775. Il Palazzo è oggi sede dell’Enoteca regionale, che offre ai visitatori sublimi assaggi gratuiti dei vini del Monferrato, di un validissimo ristorante, del Museo del Gusto e della collezione Art ‘900. Le opere esposte, tutte di grandi maestri italiani del novecento, sono state raccolte da Davide Lajolo e messe a disposizione del comune di Nizza dalla figlia Laurana.

Davide Lajolo nasce nel 1912 da una famiglia contadina, che compie grossi sacrifici per permettergli di studiare. Ragazzo dal carattere avventuroso e complesso, segue con passione l’avvento del fascismo, partecipa volontario alla guerra di Spagna, in seguito entra nell’esercito combattendo in Grecia e Albania. Fa carriera nel partito fascista e ne diventa vicesegretario ad Ancona.

Solo dopo la caduta del fascismo e la tragedia dell’8 settembre, a trentuno anni Lajolo sconfessa il proprio passato e aderisce alla resistenza, conservando lo stesso nome di battaglia di Ulisse che aveva scelto in precedenza. Tra i partigiani, superata la comprensibile diffidenza, si impone per le doti di comando e si segnala nella liberazione di molti comuni e, il 23 aprile del 1945, della stessa Nizza Monferrato.

Dopo la guerra è assunto dal quotidiano l’Unità e dopo due anni ne è il direttore, incarico che ricopre per undici anni. Stringe rapporti con molti esponenti della cultura e dell’arte legati all’ambiente della sinistra italiana e ne riceve a titolo di amicizia le opere, che fanno oggi parte della sua collezione.

Scrive numerosi libri, nel 1959 è eletto deputato nel partito comunista e lo resta fino al 1972. Muore per un infarto nel 1984.

Tra le sue opere letterarie ricordo: Quaranta giorni quaranta notti, Il "vizio assurdo", Il voltagabbana, I mé, Veder l'erba dalla parte delle radici.



In Art ‘900 è difficile fare una scelta tra tante opere importanti e tra maestri che hanno fatto la storia del secolo scorso.

I curatori della mostra hanno proposto una divisione in otto tematiche (Partigiani, Lavoratori, Terra, Pittori contadini, Figure, Maternità, Donne e Paesaggi), che non mi ha convinto e che semplicemente mi limito a ignorare.

Quasi ogni opera è accompagnata da una brevissima nota scritta da Davide Lajolo.



Accoglie il visitatore la testa di Davide Lajolo, giustamente in duro bronzo, realizzata da Sergio Unia, scultore capace sia di cogliere la dolcezza della figura umana, soprattutto femminile, sia di levare alto il suo grido contro la guerra e la sofferenza.

Accosto volentieri l’opera di Antonio Ligabue, che ha saputo rendere con grande tragica espressività la propria natura di artista malinconico, infelice e maledetto e quella di Francesco Messina “Volto del padre”, con la quale lo scultore siciliano ha reso omaggio al padre contadino di Davide Lajolo. Donandogliela ha detto: “L’ho costruita attraverso la tua descrizione e mi pare abbia i segni della fatica e dell’amore”.

Agenore Fabbri ci presenta una crocifissione, dove il dolore non è solo nell’agonia dell’Uomo crocifisso, ma soprattutto nello sguardo denso di domande senza risposte del bambino, forse il figlio, che lo contempla ai suoi piedi. Perché la guerra, perché tanta violenza?



Pittore naif di origine contadina, Pietro Ghizzardi con “Cristo sulle acque del Po”, riesce a rendere con efficacia la fede contadina, in bilico tra cristianesimo e paganesimo, tra spiritualità e natura.

Pietro Morando utilizzando il carboncino su carta, ci presenta una delle opere a mio parere più coinvolgenti dell’esposizione, “La madre del soldato morto”. Gli occhi chiusi e spenti, la bocca serrata senza espressione, le braccia abbandonate, la semplicità del vestito, il conforto scontato e un po’ distratto delle altre donne, tutto parla di un dolore enorme e solitario che la madre non riesce ad accettare. Impossibile non farsi commuovere.

Sembrano invece creature della luce, tra sogno e ricordo, le opere di Domenico Purificato, che a Lajolo ricorda il Masaccio. Può essere, ma Purificato è se stesso, orgogliosamente.



Sempre di Pietro Morando, “Viandante” mi richiama la carta del Matto dei Tarocchi. L’uomo che avanza solo e in povertà verso una strada lunga, ignota, simbolo della nostra vita.

Friulano, amico di Pasolini, pittore e saggista, Giuseppe Zigaina con “Operai in treno” apre uno squarcio sull’esistenza di lavoratori ammassati in un vagone e stremati dalla stanchezza.

Marino Mazzacurati è stato un assertore della funzione sociale dell’arte. L’acquaforte “Eccidio partigiano” è la cruda e inorridita testimonianza di corpi di giovani uomini ammucchiati dopo una fucilazione.

Voglio finire con “Incontro” di Luigi Biffi, pittore e grafico milanese. Nelle sue figure la crisi esistenziale della società lombarda, la difficoltà borghese di interagire con il nostro prossimo, circondati da un gelo più metaforico che reale, che ci fa chiudere in noi stessi.


22 settembre 2020

“Il dolore di Gesù nell’esperienza mistica di Maria degli Angeli (1841-1906)” di Vincenzo Capodiferro

 


Il dolore di Gesù nell’esperienza mistica di Maria degli Angeli (1841-1906)”

Nelle lettere e la testimonianza di vita dell’ultima priora del Carmelo di Bergerac



Il dolore di Gesù nell’esperienza mistica di Madre Maria degli Angeli priora del Carmelo di Bergerac” è un libro curato da Capodiferro Vincenzo ed edito da Segno editore, Tavagnacco, nel settembre del 2020. Madre Maria degli Angeli nasce il 24 maggio del 1841 a Périgueux, nella Nuova Aquitania, dipartimento della Dordogna, sede della Diocesi Petrocoricensis, suffraganea dell’Arcidiocesi di Bordeaux. Maria degli Angeli entra giovane, a 19 anni, il primo maggio del 1861, al Monastero del Carmelo di Bergerac. È ammessa a prendere l’abito il 21 novembre del 1861. Emette i suoi voti il 24 gennaio del 1863 e funge, a più riprese, la mansione di Priora, per 23 anni, dal 1883 fino alla morte, giunta nel 1906, cioè dall’età di 42. Il messaggio profondo di Suor Maria è legato al dolore di Gesù. Il Signore le manifesta tutto il disappunto per la corruzione della Chiesa e del clero, in particolare. Il lettore può seguire il seguito delle sue lettere, molto intense. Lo esprime pienamente in una lettera del 1901: «Guarda e vedi qual è il più grave e il più intimo dolore del mio cuore. Ebbene è quello che mi fanno provare i preti infedeli, quando ogni mattina mi divorano sull’altare e mi fanno discendere nel loro fango infetto, del quale sono insozzati». Ed ancora in una lettera al Padre Thuillier: «Egli si è presentato a me, durante l’orazione, con tre tavole, che mi mostravano tre categorie di Preti: i Preti indifferenti e tiepidi; i Preti ambiziosi, amanti del lusso; i Preti scandalosi. Sono rimasta esterrefatta!». Suor Maria diviene la discepola del dolore di Gesù, come Suor Faustina lo è stata della misericordia. In questa partecipazione profonda al dolore di Cristo, concessa per Grazia, Suor Maria prova l’abisso insondabile della Notte di San Giovanni della Croce, che in un certo senso è peggiore dell’inferno, ma anche la sublimità dalla pace dell’Eterno Trinitario. Le estasi di Suor Maria sono di dolore-amore-pace. Anche Paolo, come Francesco, era giunto a questo stato: Porto nel mio corpo le stimmate di Gesù. Il tradimento di Giuda addolora Gesù eternamente e si ripete eternamente in ogni celebrazione eucaristica. La vita di Suor Maria è nascosta, e si svolge quasi interamente tra le mura del Carmelo di Bergerac, in un luogo mistico. Il Monastero, fondato dai cordiglieri nel medioevo, subisce varie vicende: viene espugnato e trasformato in fortezza dagli ugonotti, poi nella Rivoluzione Francese viene di nuovo venduto e poi ripreso nell’Ottocento dal Vescovo De la Massonais, poi nell’età del Positivismo viene rivenduto e torna alla Chiesa solo nel nuovo millennio. Forse perciò le tracce di questa donna santa sono sparite. Ma Dio ha voluto che in qualche modo questo santo luogo, più volte sottrattogli dall’incuria umana, tornasse alla santa Madre Chiesa. Ringraziamo naturalmente Suor Monica di Atene per averci fornito delle preziose informazioni sulla vita di Suor Maria che abbiamo riportato nel testo. Suor Monica di Atene è stata l’ultima priora del Carmelo di Bergerac. Immersa nell’aere profondo della spiritualità carmelitana, Suor Maria, morta giovanissima, appena a 42 anni, come un albero fruttifero posto in un Eden, caccia gemme e pomi aurei. Vive intensamente il dramma della Passione, che Gesù le istilla nel suo seno amabile ed accogliente: il dolore di Dio è il tema centrale di tutta la sua esperienza mistica. Lasciamo al lettore la piacevolezza di poter seguire tutto il suo itinerario spirituale, intenso e forte, soprattutto per l’uomo d’oggi.

Vincenzo Capodiferro

DOUBLE FACE: SCRITTURA E SCRITTORE di Miriam Ballerini

 

DOUBLE FACE: SCRITTURA E SCRITTORE


Il covid ha interrotto, per la maggior parte degli autori, gli incontri già programmati col pubblico.

Nonostante ciò, Miriam Ballerini ha deciso di tentare questo esperimento per rispondere comunque alle esigenze dei suoi lettori.

Le ha fatto molto piacere ricevere richieste varie e di vario tipo su quando sarebbe uscito il suo nuovo romanzo.

Un romanzo che è pronto, ma che  vedrà la luce fra un paio di anni, perché prima desidera che tutta questa situazione di instabilità vada scemando.

Ha così deciso di far uscire, tramite un sito di self publishing un manuale.

Generosa la scrittrice a darsi in questo modo al suo pubblico.

Dopo avere scritto numerosi romanzi, ecco che dona questo libretto dove condivide il corso di scrittura creativa che ha portato in giro in diverse scuole, aggiungendo anche delle pillole riguardanti la sua storia personale.

Double face, per davvero una doppia faccia: una da studiare per chi voglia avvicinarsi al mondo della scrittura creativa, trovando suggerimenti e tantissimi esempi che fanno in modo di rendere agevole ed esplicativa ogni lezione.

L'altra per chi abbia la curiosità di conoscere il percorso di uno scrittore, quello che c'è dietro un lavoro che, da sempre, affascina chi vorrebbe scrivere un libro.

Dedicato ai curiosi, a chi voglia imparare qualcosa di più, a chi conosce la scrittrice perché, magari, nella propria biblioteca ha un suo romanzo.

Dal 21 settembre è in vendita sui canali amazon al link: https://www.amazon.it/dp/B08JLHPNR6

21 settembre 2020

Walter Fontana – L’uomo di marketing e la variante limone – a cura di Marcello Sgarbi


Walter Fontana
L’uomo di marketing e la variante limone

(Editore Bompiani)


Dettagli


Collana: I grandi tascabili 

Pagine: 158 p.

Formato: Tascabile

EAN: 9788845245794


Con questo piacevole e godibilissimo tascabile “quasi” pamphlet, ci troviamo di fronte a uno scrittore contemporaneo che definire eclettico è forse riduttivo. Dopo una lunga carriera come copywriter in molte agenzie di pubblicità, infatti, è stato sceneggiatore cinematografico di La leggenda di Al, John e Jack (2002),Tu la conosci Claudia? (2004), Mi fido di te (2006) e Ci vuole un gran fisico (2013). Inoltre è anche musicista, nonché attore e autore comico.

Intendiamoci: non è l’unico caso di un ex pubblicitario “prestato” allo spettacolo (ricordo, per fare un altro esempio, che prima di essere regista di Benvenuti al Sud e di altri film di successo, anche Luca Miniero è stato copywriter in alcune grandi agenzie).

Resta il fatto che una poliedricità come questa è rara.

La campagna pubblicitaria “del secolo”, quella del detersivo liquido per pavimenti BelloBellissimoLemonLemon, è il pretesto per mettere in luce con caustica ironia tutti i retroscena del mondo dell’advertising: invidie, rivalità, frecciatine ipocrite, meschinità, carrierismo si annidano nel confronto tra la Hax Corporation e la Coupre & Partners - agenzia che ha ricevuto dalla potente multinazionale il mandato per la realizzazione della campagna - fino a raggiungere il parossismo in un’escalation di situazioni al limite del grottesco e dell’iperbole.

Tanto per rimanere in tema, non ha bisogno di consigli per gli acquisti: è un prodotto editoriale che si vende da solo.


Durante il giorno la moquette degli uffici assorbe i pensieri segreti dei dipendenti.

Di notte li rilascia nell’atmosfera come fanno le piante con l’anidride carbonica.


Beve qualcosa?”

Un succo di frutta.”

Che gusto?”

Non ho tempo di star lì anche a pensare al gusto del succo di frutta.”

Pera, pesca, albicocca?”

Non posso fare tutto io. La delego. Si mantenga su uno standard di mercato.”


Fioccano le idee: il pulito al cubo, il dado del pulito è tratto, il pulito da tutti i lati,

un solido amico della pulizia, tutto il pulito in un volume,

la piastrella a tre dimensioni, sei facce pulite, dodici spigoli contro lo sporco,

fino alla trasgressione per i giovani: il pulito dal buco del cubo, con riferimento all’apertura che è necessario praticare nella confezione per far uscire il detersivo.


È una mattina chiara e bellissima, l’aria profuma di montagna e il cielo sembra nuovo come un settimanale appena tolto dal cellophane. 


(c) Marcello Sgarbi

19 settembre 2020

Gian Maria Ferrario “Le ragioni di una vita”

                                           


                                           Varese / SALA VERATTI - via Veratti 20

19 settembre – 29 settembre 2020

 

Gian Maria Ferrario

“Le ragioni di una vita”

Mostra d’arte retrospettiva a cura di Fabrizia Buzio Negri

Nel rispetto delle norme vigenti anti-covid19

 

OPENING: sabato 19 settembre - dalle ore 17.30

§§§§§§

evento: sabato 26 settembre - ore 17.30

“Nel tempo finito

romanzo di Gian Maria Ferrario (Macchione Editore)

Presentazione a cura Giuseppe Battarino

 

 

Orari: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì | ore 15:00 -18:00 |

sabato, domenica | 10:00 - 12.30 e 15:00 -18:00 | INGRESSO LIBERO |

INFO: cell 335 5443223

 

pittura, poesia, letteratura

Verranno esposte oltre venti opere dell’artista Gian Maria Ferrario, avvocato molto conosciuto in vita come professionista e come artista.

Le opere, alcune delle quali inedite, metteranno in risalto la particolare formula espressiva,

rivolta soprattutto a raccontare e riportare alla luce la storia significativa dell’artista,

con temi esistenziali appartenenti al suo passato, in uno spazio compreso tra sogno e realtà.

Oltre al catalogo della mostra, curata dal critico Fabrizia Buzio Negri,

per l’occasione è stato pubblicato dall’Editore Macchione il romanzo inedito postumo “Nel tempo finito”,

che verrà presentato da Giuseppe Battarino nell’evento di sabato 26 settembre.

“I VENTAGLI DI PINTAMIALMA” . in mostra a Firenze

 





MARIA ISABEL DE ALBA

Dal 6 al 14 Ottobre 2020, presso “Officine Ponte Vecchio” , in via Ponte Vecchio 19, a Firenze, si terrà la personale “I VENTAGLI DI PINTAMIALMA” .


“Possa la mia anima rifiorire innamorata per tutta l'esistenza” . (Rudolf Steiner)


Maribel De Alba Fernandez carezza la levità del poema esistenziale con seriche frasi, liberate dal suo pennello, che addovano l'essere umano addentro il delicato sbòccio di uno spontaneo corimbo esistenziale. Ivi fiorisce l'interezza dell'individuo: essa respira, permeata da una brezza odorosa di vita. L'artista spagnola intesse preziose trame figurate, ove il fiore viene assolto dalla sfera sensibile per aliare, poi, nell'ineffabilità del divenire. La delizia floreale diviene custode del senso più profondo della rinascita: la verde gemma frange il limite posto dalla significanza della fine. In ogni espressione pittorica, Maribel De Alba Fernandez effigia un delicato “ritorno all’origine” : esso sprigiona una naturalezza, che diviene un eloquio col tutto. In questo contesto, quindi, parla il divino come il terrigeno.

“La spontaneità è frutto di lunghe meditazioni” . (Pablo Neruda)

L’autrice esprime, quindi, l’essenza di una essere umano, che ha calcato le proprie terre interiori: in esse, ha risolto asperità e lietezze per rifiorire, alfine, in un’ineffabile condizione, che alligna il proprio nucleo nel floema universale. L’esteta posa la leggerezza dei propri passi figurati su impalpabili velature cartacee e lascia che queste ultime vibrino, sospinte da energie soprasensibili.

Altresì libera i suoi versi pittorici figurati su ventagli e accessori.

L’esposizione “I VENTAGLI DI PINTAMIALMA” rappresenta, per l’astante, un’esperienza che rende paghi lo sguardo e l’anima.


Maria Marchese

17 settembre 2020

PASQUALE MARIA BENTIVENGA (1782-1866) Benefattore, pedagogista ed educatore esemplare a cura di Vincenzo Capodiferro

 


PASQUALE MARIA BENTIVENGA (1782-1866)

Benefattore, pedagogista ed educatore esemplare


Oggi per chi si recasse a San Chirico vedere il Collegio Bentivenga abbandonato ti piange il cuore. Quante giovani ragazze sono passate di là! Il collegio femminile fu fatto costruire a San Chirico Raparo, in provincia di Potenza, dall’arciprete Pasquale Maria Bentivenga nel 1816, quando ci fu una grave carestia. L’arciprete raccolse tutte le orfanelle presso la sua abitazione che adibì a collegio femminile. Il Ministero degli Affari interni del Regno di Napoli accolse la richiesta e concesse tre grana al giorno per ogni orfana, come risulta dal “Decreto del 9 febbraio 1825 col quale approvansi le regole per la casa di educazione di giovani donzelle stabilita nel Comune di San Chirico Raparo dall’Arciprete Pasquale Maria Bentivenga, amministrandosene le rendite secondo il sistema delle leggi in vigore”, contenuto nella “Collezione delle leggi e dei decreti reali del Regno delle Due Sicilie”. Nel 1832 l’importo fu innalzato a grana 5. Nel 1857 il numero delle orfane salì a 80 membri. Nel 1866 quando venne a mancare l’arciprete Bentivenga anche il collegio da lui voluto seguiva una profonda decadenza, fino a raggiungere l’abbandono odierno. Adiacente all’edificio principale vi è la cappella dell’Addolorata, meta di pellegrinaggi dal 1994, quando si verificò il pianto della Vergine. Nel 1872 ancora il “Conservatorio femminile” Bentivenga era aperto e ne veniva approvato lo statuto organico. «L'arciprete don Pasquale Maria Bentivenga, stando in mezzo ai poveri, pel suo sacerdotale ministero e perché egli intendeva la carità sia come un precetto cristiano sia come il primo dovere degli uomini, nella penuria dell'anno I816 …» - come annota Antonino Tripepi, in “Curiosità storiche della Basilicata” 1915, p. 43 - decise di adibire la sua abitazione personale a luogo di accoglienza delle ragazze orfane. È un atto di grande coraggio, di perfetta carità, di speranza per le genti. Ma chi era don Pasquale Maria Bentivenga? Seguiamo in ciò il discorso funebre “Sul feretro del Rev. Arcip. P. M. Bentivenga – Parole pronunziate dall’Avvocato Giovanni Magaldi il dì 23 settembre 1866 in S. Chirico Raparo”: «Pasquale Maria Bentivenga veniva al mondo nel 1782 da oscuri ma onesti genitori, i quali dal bel principio scorsero nel fanciullo un fervido ingegno, e premurosi del suo bene, lo fecero educare alla scuola della religione e della virtù. Il giovanetto ben corrispose alle paterne sollecitudini, perché non indugiò di dar prova di sapere nel Seminario di Anglona e Tursi, ove apprese le lettere e le scienze; ed ancor quadrilustre venne prescelto a Maestro di Lingua Greca e Latina, e poscia a Professore di Filosofia, di Teologia e di Matematiche sublimi, per le quali, seguendo la sua naturale inclinazione, sposò ogni studio, come ne fan fede svariati manoscritti sulla Trigonometria e sull’Algebra, che per la modestia non pubblicò mai per le stampe. E mentre che lo studio di tali severe discipline gli svolgevano le facoltà intellettuali, e la mente gli rischiaravano alla ricerca del vero, Demostene, e Cicerone gli insegnavano l’arte difficile di muovere gli affetti più arcani del cuore; l’austerità delle severe discipline temperava col culto delle Muse, nelle quali ebbe a maestri i classici latini e greci… Con tanto dovizioso corredo di cognizioni salì al sacerdozio, continuando sempre a insegnare nel Seminario Diocesano… Non trascurando giammai i doveri di Professore, fu sempre instancabile studente nella solitudine della sua cella» - bella questa immagine del docente-discente, cara alla pedagogia. Il Bentivenga passava ore e ore a studiare i testi sacri e i Padri della chiesa. seguono le note sul carattere - «Sempre di un carattere fermo e dignitoso, sempre di una morale purissima ed inattaccabile fu ornato il giovane sacerdote Bentivenga, tanto che il vescovo di quell’epoca fu sollecito affidargli la cura delle anime, nominandolo Arciprete» - sempre seguendo, fu definito l’”Apostolo”, nella Diocesi di Tursi. Il Seminario Diocesano era quello di Chiaromonte - «Consacrò il suo patrimonio, le sue forze, tutto se stesso a sollievo della umanità; e prescegliendo tra le sventure la più comune e la meno avvertita, rivolse tutti i suoi sforzi a fondare case di beneficenza e di istruzione, le quali opere gli fecero meritare dalla Prima autorità della provincia il titolo di redivivo Pestalozzi, quando quel funzionario da Intendente leggeva la sua relazione al Consiglio provinciale del 1857. Sì, o orfane sventurate! Chi vi raccolse in codeste mura? Chi v’involò da tanti pericoli cui stava esposta la vostra innocenza? Chi ti confortò nelle tue sventure, o popolo di San Chirico?». L’epiteto di “redivivo Pestalozzi” è una grande riconoscenza per questo pedagogista, che prese a cuore l’educazione delle giovani fanciulle abbandonate. «Alle tante cure annesse alla missione di parroco volle aggiungere altre ancora più utili alla società con aprire una scuola, alla quale numeroso concorso di giovani intervenne. All’apostolato religioso volle unire l’apostolato civile: - Dirizzare le anime per le vie dell’eterna salvezza, illuminarle con la lampada della fede, riscaldarle col fuoco della carità, sollevale col raggio della speranza, è opera sublime, è opera d’apostolo, e Bentivenga sostenne il suo apostolato con onore suo e con vantaggio dei suoi figli…». Oltre alle scuole, all’orfanotrofio, l’Arciprete intraprese l’opera dell’ampiamento e della ricostruzione del Duomo di san Chirico: «Perciò dapprima rivolse i suoi pensieri alla fondazione di un maestoso tempio che ricorderà attraverso il tarlo dei secoli la memoria di lui…» e alla fondazione di Congregazione di Missionari e alla fondazione di scuole in Lucania e Calabria: «Ma il suo genio qui non si arresta. Nel tempo stesso – io direi – che provvede alla costruzione della Chiesa, acquista di suo particolare danaro dirute case, e le riduce a Congregazione di Missionari; altra ne fonda nella vicina Calabria Cosentina, il cui istituto era la predicazione non solo, ma l’istruzione gratuita ancora ai figli del popolo… Fondò finanche un Conservatorio per le nobili fanciulle ed un Orfanotrofio per ricovero delle sventurate orbe di genitori, dei quali istituti, con decreto reale fu nominato Direttore a vita». Pensava inoltre alla fondazione di una novella congregazione religiosa: «vagheggiava l’idea della fondazione delle Figlie della Carità, modellandola su quelle dei popoli più civili d’Europa – opera sublime e veramente cristiana, degna solo delle anime eminentemente filantropiche…». Fu un uomo attivo, partecipe, anche se non direttamente, dei fermenti rivoluzionari che scossero la penisola, sia nel 1848, che nel 1860: «Anche egli intese la voce misteriosa ma potente che l’Italia intuonava dalle catacombe dei suoi martiri…». Pare che fosse molto vicino alla posizione liberale del primo Pio IX, quando prevaleva la corrente riformatrice. Pare che acclamasse all’”eroe del secolo”, cioè Garibaldi, con tutte le controversie che nacquero dall’Unità d’Italia, ed avrebbe voluto una risoluzione della spinosa Questione Romana: «Deplorava la questione tra il papato e l’Italia, ed avrebbe voluto quello spoglio del dominio terreno, e questa signora e donna di sé dalle Alpi al mare – quindi una conciliazione col sommo Pontefice era l’ultimo ed il più fervido dei suoi voti».

La sua abitazione era molto povera, tanto che si diceva: «Ecco l’uomo che fabbrica templi al Dio vivente, innalza case e palazzi ai poverelli, e riserba a sé una meschina cella». Era un uomo imponente e maestoso: «Alto e robusto della persona – occhi vivi ed attraenti, che rivelavano un non so che di arcano – avvenente nelle forme, ma di quella bellezza che non dirò mai molle, e che invece ispirava un sacro ossequio – la fronte alta – il volto atteggiato ad una dolce malinconia – maestoso nell’aspetto». Abbiamo voluto riportare questa preziosa testimonianza su quest’uomo, che ha dedicato tutta la sua esistenza terrena alla cura dei giovani, innestandosi in quel filone pedagogico della Chiesa, che si ispirava a San Filippo Neri, a San Vincenzo de’ Paoli (Le figlie della carità). Il Nostro vive nello stesso tempo in cui l’astro di San Giovanni Bosco lanciava tutto l’operato del recupero dei giovani. Abbiamo voluto riportare questo ricordo, che non vuole essere esauriente, sulla figura e l’opera di questo grande benefattore e pedagogista.


Vincenzo Capodiferro

15 settembre 2020

Analogie latenti a Lecco

cliccare sulla locandina per ingrandirla

 

Dialoghi di scultura 3 a Lugano

cliccare sull'invito per ingrandirlo

 

Un racconto nel racconto: Una splendida follia di Giuseppe Bianco


 Un racconto nel racconto: Una splendida follia

 

E’ prevista in questi giorni l’uscita di “Una splendida follia”, l’atteso nuovo libro dello Scrittore che, si autodefinisce un “Racconta Storie”, Giuseppe Bianco.

Con questo libro, il Racconta Storie Campano è giunto alla sua quinta pubblicazione.

Un racconto nel racconto, la vita reale  si confronta con quella narrata.  La dimostrazione di un destino molto più  fantasioso di qualsiasi scritto. 

Un intreccio di personaggi e luoghi, a dimostrazione di quanto sia facile imboccare strade sbagliate,  senza rendersene conto.  Un inizio di viaggio simile ad  un piacevole gioco.

Inganno ed incoscienza subdoli trascinatori verso punti di non ritorno.

Una storia d’amicizia, d’amore verso una donna, verso la vita e  la sua unicità, spesso inconsapevolmente messa in pericolo, stupidamente. Tutto narrato con leggerezza che non è mai superficialità, con un umorismo latore di molti spunti di riflessione.

E poi … il mistero del tempo che sembra non trascorrere e, senza cambiare nulla, tutto trasforma; e, mentre lo si avverte fermo, vola.

Chi non chiuderà il libro ai primi capitoli, alla fine, si accorgerà di aver letto un buon libro, e un buon libro, è sempre un viaggio che comincia.

Il libro si trova nelle migliori librerie o si richiede, nei migliori megastore on line (Ibs – Amazon – Libreria Universitaria – Unilibro) oppure direttamente dal sito della Casa Editrice “Pav Edizioni”



LA GUERRA MAI DICHIARATA E SEMPRE PERDUTA DI ANGELO IVAN LEONE


LA GUERRA MAI DICHIARATA E SEMPRE PERDUTA DI ANGELO IVAN LEONE


 600 omicidi dal 1981 al 1983. La seconda guerra di mafia fu una guerra vera e propria combattuta nel disinteresse generale da parte della restante popolazione italiana e del colpevole, miope e complice silenzio dei governi di allora. Questa guerra si ascrive a quella tipologia di guerre che, per non essere state mai dichiarate e aver avuto un numero di morti esiguo, se messe a confronto con le guerre ufficiali, vengono chiamate dagli studiosi, guerre a bassa densità.

Durante gli anni Ottanta anche l'Irlanda del Nord o Ulster fu interessata da una guerra a bassa intensità. A differenza della situazione irlandese, dove l'IRA (Esercito repubblicano irlandese), aveva delle sacrosante ragioni politiche, culturali e storiche per avvallare la sua lotta alla colonizzazione inglese in Italia la mafia non aveva, non ha e non avrà mai alcuna giustificazione ideologica.

Malgrado questo l'IRA di è ufficialmente sciolta e si è dovuta rassegnare all'Ulster, ossia alla conquista inglese dell'Irlanda del Nord, che è un obbrobrio geopolitico oltre che un pugno negli occhi per ogni democrazia, in Italia, invece, la mafia è ben lontana dall'essere completamente sconfitta, annientata e, men che meno, resa inoffensiva o essere disarmata. 

Chi pensa che la storia risponda a dei criteri di giustizia, farebbe bene a guardare i cartoni animati. La storia, "la più terribile delle dee" , come la chiamava Hegel, risponde solo a dei criteri di forza e di volontà. Ed è proprio questo che manca in Italia: la volontà, soprattutto politica, di combattere la mafia. Non è che non si può, non si vuole. Tutto, disperatamente, qui.

14 settembre 2020

REFERENDUM, SFIDA COSTITUZIONALE di Antonio Laurenzano

 


REFERENDUM, SFIDA COSTITUZIONALE

di Antonio Laurenzano

Conto alla rovescia per il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari chiesto da un quinto dei senatori a seguito della mancata approvazione della riforma costituzionale con la maggioranza qualificata dei due terzi. L’ultima parola spetta dunque al popolo italiano che domenica e lunedi prossimo, con il proprio voto, metterà fine a un dibattito incerto e confuso, eccessivamente politicizzato e caratterizzato da toni critici. C’è chi ha definito il referendum una “volgarissima marchetta ideologica” (Massimo Cacciari), “una sforbiciata data in pasto al popolo” (Maurizio Lupi), “un’azione politica cretina e ipocrita” (Vittorio Sgarbi). Si è parlato addirittura di “trionfo dell’antipolitica”. Senza ignorare la sagra del pentimento alimentata dai “convertiti” che in Parlamento hanno votato per la riduzione dei parlamentari per non rischiare l’impopolarità e ora che il voto si avvicina, temendo di non essere più rieletti, diventano improvvisamente paladini dei diritti del Parlamento. Una sospetta folgorazione sulla via di … Montecitorio e di Palazzo Madama a difesa dello status quo (personale). Inquietante testimonianza di trasformismo politico.

La riduzione del numero dei parlamentari è stato tema centrale nei vari tentativi di riforma che si sono susseguiti nella storia della Repubblica. Da ormai quarant’anni ogni commissione parlamentare, bicamerale o mono, ha avanzato una proposta di riforma: la prima risale al 1983 e porta la firma del liberale Aldo Bozzi. A seguire nel tempo i democristiani con Ciriaco De Mita, i comunisti con Nilde Iotti, i post comunisti con Massimo D’Alema. Sia il centrodestra di Berlusconi nel 2006 che il centrosinistra di Renzi nel 2016 hanno puntato sulla riforma della Costituzione inserendo al primo punto la revisione al ribasso dei numeri dei parlamentari. Forse per catturare consensi elettorali sulla più complessa operazione di devolution volta a modificare organicamente l’assetto costituzionale di Camera e Senato in termini di funzioni e attribuzioni. Ma il voto popolare è stato sempre contrario a riscrivere la Costituzione, cambiandone decine di articoli.

Il referendum di domenica riguarda invece soltanto tre articoli (56, 57 e 59) e tutti sullo stesso argomento: il taglio delle poltrone parlamentari da 945 a 600. “Non si rischia di stravolgere la Carta costituzionale”, ha rilevato l’ex Presidente della Consulta Valerio Onida. Un’occasione per adeguare il numero dei nostri rappresentanti a quello delle altre grandi democrazie occidentali e rendere più efficiente il Parlamento divenuto “invisibile”, “oscurato” dall’abuso dei decreti legge e dei decreti governativi emanati spesso per ragioni di tempo a causa della lentezza dei lavori parlamentari. Restituire al Parlamento la sua centralità nella vita democratica del Paese: è organo legislativo, ma solo un quarto delle leggi di questa metà di legislatura sono state di iniziativa parlamentare. Il problema di Camera e Senato sta infatti nell’esercizio pieno delle prerogative costituzionali reso difficoltoso, se non impossibile, da ridondanti regolamenti e inutili commissioni e, sul piano della reale rappresentatività, da 945 “nominati”, espressione del potere di nomina dei partiti e non certamente della volontà popolare. Il taglio del numero dei parlamentari, a prescindere dalla simbolica questione dei risparmi (“una democrazia inefficiente ci costa mille volte di più”), rappresenta un primo passo per accelerare un significativo cambiamento: una nuova legge elettorale, la modifica della base regionale per il Senato, la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica, il voto ai 18enni per il Senato, nuovi regolamenti parlamentari per evitare duplicazione dei compiti e velocizzare il processo legislativo in vista del superamento del bicameralismo perfetto.

Sul tappeto resta la questione di sempre: la selezione politica dei candidati. Oltre al numero degli eletti, conta la loro qualità, la loro competenza, il loro spirito di servizio per rappresentare al meglio interessi e aspettative degli elettori. E’ la strada migliore, e forse l’unica, per recuperare i tanti cittadini che da tempo guardano con diffidenza una classe politica generata dagli apparati di partito, con interferenze di lobbies o corporazioni che ne condizionano l’autonomia decisionale. Nel voto di domenica la speranza di cambiamento.

Paolo Teobaldi – Il padre dei nomi a cura di Marcello Sgarbi


Paolo Teobaldi
Il padre dei nomi

(Edizioni e/o)


Collana: Dal mondo

Pagine: 313

Formato: Tascabile

ISBN: 8876414843


Molti copywriter hanno scritto sulla loro esperienza vari libri, per ragioni diverse tutti utili e interessanti. Alcuni addirittura da manuale. 

Da Confessioni di un pubblicitario, di David Ogilvy, a Il copywriter mestiere d’arte di Emanuele Pirella. Da Confessioni di una macchina per scrivere, di Pasquale Barbella, a Le fabbriche di scintille, di Ambrogio Borsani. E ancora, da Hollywood lava più bianco di Jacques Séguéla a La parola immaginata di Annamaria Testa. Nomi illustri della pubblicità, tra cui c’è anche chi è diventato scrittore. E in questo caso, all’elenco potremmo aggiungere un classico come Francis Scott Fitzgerald o un contemporaneo quale Don De Lillo.

L’autore di cui mi occupo in questa recensione, invece, piacerebbe sicuramente a Massimo Bontempelli, uno scrittore “prestato” al copywriting del quale ho già parlato. Perché, accanto a passaggi splendidi che ci fanno capire con semplicità quanto, fra i vari aspetti della comunicazione di cui si occupa il copywriter, sia importante l’ideazione del naming – cioè il nome di un prodotto o di un servizio – si disegnano due scenari altrettanto interessanti, tratteggiati con dovizia di particolari: le città di Pesaro e di Milano.

La prima, luogo di nascita dell’autore, ci fa gustare la bellezza delle tradizioni e della saggezza popolare. La seconda è il ritratto quasi neorealista di una grande metropoli, nel suo passaggio dal dopoguerra ai giorni nostri. Divertito e divertente, scorrevole nella narrazione, il romanzo è pervaso da una piacevole e romantica aura di nostalgia stemperata da un tocco ironico, alle volte addirittura scanzonato. Dedicato a tutti gli appassionati di scrittura, ma anche a chi voglia conoscere una singolare saga famigliare.

Vuol dire che Logos è un nome suo?

Mio… e di San Giovanni.

Mentiva spudoratamente, prima di ammettere che in realtà era di Fortini, perché gli sarebbe proprio piaciuto lavorare per l’Olivetti con i migliori cervelli d’Italia e d’Europa, spalla a spalla coi poeti, gli architetti, gli scrittori, i sociologi che avevano trasformato Ivrea in una piccola Atene, come il duca Montefeltro aveva fatto con la corte di Urbino: che poi però a metà del Cinquecento era stata trasferita a Pesaro.

Il detersivo Tide veniva pronunciato tàid e inteso come marea solo dai suoi e da pochi altri; la gente diceva normalmente tìde; per nessuno Dove era colomba, per tutti era un avverbio di luogo; del resto in Veneto la Michelin non era la Misclèn bensì la Michelìn, come se fosse il diminutivo di un Michele qualsiasi; e la Firestone, invece di fàiarstoun, da loro si pronunciava firestòne, come un accrescitivo.

Senza forzare, Eugenio Benedetti diventava per le sue ditte una specie di guida spirituale. Raccoglieva la storia dell’azienda e prendeva appunti con la massima attenzione sul quaderno col taglio rosso, più raramente con il registratore perché aveva notato subito che il mezzo intimidiva il committente.

Per la redazione faceva tutto in casa. Non aveva bisogno di nessuno e, al limite, bastava chiedere alla Fidalma per ricette e tradizioni popolari; a Guerrino per le usanze contadine; a Martina per le erbe e le essenze; a sua suocera, signora Jolanda, per i proverbi lombardi; al suocero, signor Cesare, per la vita militare (ufficiali); ai suoi fratelli e alla sua memoria per i giochi di una volta; a sua madre, per la lingua e le tradizioni inglesi; a papà per lo sport, la storia e la musica.


© Marcello Sgarbi


 

ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE di Antonio Laurenzano

  ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE, IL NUOVO CONDONO FISCALE ...