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Nel Medio Evo nasce la lingua volgare

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- Piccolo viaggio nella letteratura italiana -    In quello che è forse il più bel film di Jean-Jacques Annaud colpisce l'affermazione, probabilmente tratta dall'omonimo romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco e messa in bocca ad un vecchio padre bibliotecario medievale, secondo la quale quella che andrebbe perseguita nello studio è solo «la preservazione e non la ricerca del sapere. Poiché non c'è progresso nella conoscenza, bensì una mera, costante e sublime ricapitolazione ». Si tratta di una tesi che oggi farebbe sorridere, soprattutto se pronunciata da un monaco cieco e teatralizzata nell’ambiente umido e buio di un'abbazia, proprio come avviene nel film. Si tratta però al tempo stesso di un'affermazione sulla quale è bene riflettere, poiché essa non è priva di un significato autonomo e di una sua universalità. Non si può infatti negare al Medio Evo il merito di aver chiuso con la classicità: con esso certo non muore, ma si chiude la cultura c...