Giorgio Caproni. Corpo a corpo con Dio.
di Augusto da San Buono La prima volta che vidi Giorgio Caproni fu circa vent’anni fa, a Roma (“enfasi e orina… Non è il mio ambiente, manca il paesaggio industriale a me tanto caro, manca il porto, mancano le navi”), in via Vitellia, strada che costeggia le mura di Villa Pamphili. Il poeta livornese (“Livorno è l’infanzia e Annina, mia madre… Quando lei passava, Livorno odorava d’aria e di barche”), ma lungamente vissuto a Genova (“Genova sono io, ogni pietra di Genova è legata alla mia storia d’uomo”) era un vecchietto, alto, magrissimo, dal viso affilato, severo, sofferente, più che ieratico, che camminava incerto, come smarrito, trascinandosi dietro l’ombra della disperazione e dell’esilio (“Hanno bruciato tutto./La chiesa. La scuola./Il Municipio. Tutto. /Anche l’erba”). Io non sapevo chi fosse. Fu mia zia Rina, che faceva la portiera al “Casermone”, - antico agglomerato di case di due piani, ex caserma al tempo risorgimentale della Repubblica Romana, nonché “stalla d...