26 aprile 2017

DICHIARAZIONE DEI REDDITI : SCATTATA L’ “ORA X” di Antonio Laurenzano


DICHIARAZIONE DEI REDDITI : SCATTATA L’ “ORA X”
di Antonio Laurenzano

Per trenta milioni di contribuenti è scattata l’“ora X”. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate è disponibile da qualche giorno la dichiarazione dei rediti precompilata che dal prossimo 2 maggio potrà essere modificata e inviata entro il 24 luglio, nel caso del modello 730 (pensionati o lavoratori dipendenti), o entro il 2 ottobre, nel caso del modello Redditi PF (redditi d’impresa, di lavoro autonomo, diversi, ecc.). Se il 730 precompilato viene accettato senza modifiche non ci saranno controlli sui documenti relativi alle spese inserite. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre 2017.
Quest’anno la dichiarazione precompilata contiene un maggior numero di elementi inseriti d’ufficio che vanno ad aggiungersi a quelli già presenti nel 2016 (redditi di lavoro dipendente e pensione, ritenute, acconti, premi assicurativi, interessi su mutui, contributi previdenziali e assistenziali, spese sanitarie, universitarie e funebri). Nel terzo anno di sperimentazione, entrano nella precompilata le spese per l’acquisto di farmaci e per le prestazioni rese da ottici, psicologi, infermieri, ostetriche, le spese veterinarie e quelle per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica degli edifici.
Sono circa 900 milioni le informazioni presenti nella precompilata 2017, di cui 690 milioni si riferiscono a spese sanitarie riguardanti 53 milioni di cittadini, per un ammontare di circa 29 miliardi di euro, il doppio dello scorso anno. Secondo quanto comunicato dall’Agenzia, i dati inseriti comprendono più di 61 milioni di Certificazioni uniche relative a lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati, quasi 94 milioni di premi assicurativi, circa 16 milioni di bonifici per ristrutturazioni. E ancora, quasi 8,4 milioni di dati per interessi passivi, 3,3 milioni per contributi per lavoratori domestici e altri 3,4 milioni per le spese universitarie.
Una mole notevole di informazioni che, ove ce ne fosse bisogno, conferma la complessità del nostro ordinamento tributario. Un unicum europeo! Soltanto nell’ultimo anno si sono registrate altre quaranta new entry tra agevolazioni, proroghe e modifiche. Un labirinto di regole non sempre di facile interpretazione che, alla vigilia del nuovo appuntamento fiscale, hanno richiesto un intervento chiarificatore dell’Agenzia delle Entrate su deduzioni, detrazioni e credito d’imposta con la recente circolare del 4 aprile u.s. di ben 324 pagine! Migliaia di parole che si aggiungono a centinaia di pagine di istruzioni ufficiali ai modelli di dichiarazioni. Una situazione aberrante che crea confusione e scarsa trasparenza. Ancora inascoltato l’appello di Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta, per “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera!
Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di stagnante ripresa economica, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale (stimata per l’anno in corso al 42,3%) sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico fermo al 132,5% del Pil.

Resta sul tavolo del Governo l’ipotesi di un riordino ad ampio raggio del prelievo fiscale sulle persone fisiche con interventi su bonus e sconti Irpef nel rispetto della progressività dell’imposta sancita dalla carta costituzionale. Una organica riforma tributaria ben inserita nel sistema economico del Paese, in linea con il quadro comunitario e i suoi vincoli di spesa. Ma “i signori del tempo perso”, ovvero i burocrati e i politici che frenano l’Italia, lo consentiranno? Il contribuente con la sua dichiarazione dei redditi resta in fiduciosa attesa!

24 aprile 2017

ANGELO SENZADIO di Carmelo Musumeci recensito da Miriam Ballerini


ANGELO SENZADIO                                    di Carmelo Musumeci
© 2017 Carmelo Musumeci Amazon Distribution Un progetto Acelum
ISBN 9781544016443  Pag. 173  € 12,00

Non è un errore, il titolo è proprio Angelo SenzaDio tutto attaccato. Perché Lorenzo, il protagonista,
è un ergastolano che ha deciso di allontanarsi da tutti, anche da Dio, per riuscire ad essere abbastanza forte da sopravvivere a quanto gli impone la sua pena.
Entrato in carcere per una rapina, diventa un assassino in carcere. Legittima difesa? Anche. Quello che accade in quelle mura non è sempre limpido, non sempre risponde alle leggi dei perché e dei come.
Scritto come una strana fiaba, con frase brevi e serrate, Lorenzo, a un certo punto, incontra un Angelo. Un bellissimo Angelo donna che solo lui può sentire e vedere. Sa benissimo che è solo frutto della sua fantasia, eppure, in alcuni momenti, quell’Angelo pare davvero esserci.
Non è certo un Angelo con tutti i canoni! Anzi! A volte dice parolacce e arriva anche a prenderlo a pugni e a calci!
Ma, forse, per farsi ascoltare da un SenzaDio, il guanto di velluto non darebbe molti risultati.
Lorenzo viene trasferito nel carcere delle scimmie, una prigione con soli 20 detenuti, i più cattivi, i più pericolosi.
Ma qui, a quanto pare, ci sono cattivi che lo sono più dei cattivi: le guardie, infatti, organizzano eventi dove i detenuti devono battersi fra loro. Divisi in due squadre, li fanno lottare come animali, non importa se qualcuno di loro muore nei combattimenti: si sa, qualche incidente in carcere può sempre capitare.
Lorenzo, alla fine del libro, viene ferito a morte. Gli resta il suo Angelo e l’aver compreso che non è così cattivo come diceva di essere.
Nella prefazione, Agnese Moro, scrive: “…Parla della possibilità di cambiare che ogni essere umano ha dentro di sé. E di quanto sia importante non essere mai lasciati soli”.
E proprio questo comprende il protagonista, dopo aver intrapreso un percorso di luce insieme al suo Angelo.
Carmelo Musumeci è detenuto dal 1991. Entrato in carcere con licenza elementare ne ha fatta di strada, conseguendo ben tre lauree. Ha già scritto diversi libri, tutti ambientati in carcere, con contributi, tra gli altri, di Erri De Luca e Margherita Hack.
Mi piace molto questa frase che mette proprio all’inizio del libro: “Le storie vere non piacciono mai, per questo scriverò che questa è una storia inventata”.

© Miriam Ballerini

L'INTERESSANTE SITO ARCHEOLOGICO ED ARTISTICO DI CASTELSEPRIO a cura di Vincenzo Capodiferro

L'INTERESSANTE SITO ARCHEOLOGICO ED ARTISTICO DI CASTELSEPRIO
Il ciclo degli affreschi di S. Maria Foris Portas in uno studio di A. Bertoni

Castelseprio è un unicum nell'arte italiana. Il sito archeologico comprende il castrum e la chiesa di Santa Maria Foris Portas: questi due elementi, situati su di un poggio attiguo, costituiscono, con Torba, le principali attrattive dell'estesa area archeologica. Il vasto borgo fu edificato in età medievale, sebbene alcuni massi lapidari con iscrizioni, reimpiegati nelle cinte murarie della fortezza hanno fatto pensare all'esistenza di un complesso in origine romano, denominato Vicoseprio. Il primo nucleo, il castrum, pare che fosse stato costruito dai Romani nel III secolo d.C. per difendere l'Impero dalle invasioni barbariche d'oltralpe. Il luogo era strategico e si trovava sul fiume Olona. Il complesso architettonico non fu mai abbandonato, almeno fino alla distruzione dei Milanesi, ma fu riutilizzato dai Goti, dai Bizantini e dai Longobardi. Le monache benedettine vi costruirono poi la chiesa e il monastero nell'XI secolo. Proprio il monastero di Torba è considerato uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi della Lombardia. Castelseprio fu capoluogo del Seprio, i cui domini andavano dal Lago di Lugano a Parabiago, da Ponte Chiasso al Ticino, fino al Lago Maggiore. Fu eretta poi dai Bizantini a capitale e mantenne la propria giurisdizione finché il Comune di Milano, per gelosia, non cominciasse a tramare insidie per impadronirsi del suo vasto territorio. Fu infatti distrutta dai Milanesi nel 1287, per via del tradimento degli alpini della Val d'Ossola, sudditi dell'antica fortezza longobarda. Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, decretò che la roccaforte non venisse mai più ricostruita, quasi con una catoniana maledizione (“Carthago delenda est”). Vennero risparmiati solo gli edifici sacri. Dopo questa solenne maledizione del prelato milanese, per più di cinque secoli la foresta ricoprì i resti del castrum. Si pensi che oggi tutto il sito archeologico, comprendente gli affreschi di Santa Maria Foris Portas, i resti della Basilica di San Paolo e di quella di San Giovanni, il Monastero di Torba, sono stati dichiarati patrimonio dell'umanità dall'Unesco dal 26 giugno 2011. Si consulti a proposito tra la sitografia: "Longobardi in Italia: i luoghi del potere (568-774)". Di particolare interesse sono il ciclo degli affreschi della chiesa di Santa Maria Foris Portas. Non si riesce a risalire ad una datazione certa, molto dibattuta tra il VI e il X secolo. Non si conosce poi l'autore, il Maestro di Castelseprio, forse un artista bizantino al servizio di committenti longobardi, milanesi o addirittuta carolingi. L'aspetto interessante è che questo ciclo di pitture rappresenta scene dell'infanzia di Cristo ispirate ai vangeli apocrifi e vi sono inoltre molte connotazioni orientaleggianti. Gli affreschi furono scoperti da Gian Piero Bognetti nel 1944. Vi fu un accanito dibattito sulla datazione e sull'autore. Questa disputa ebbe eco a livello internazionale e fu scatenata da un articolo di K. Weitzmann, uscito nel 1950. La monografia sugli affreschi di Weitzmann, The fresco cycle of S. Maria di Castelseprio, dedicato al prezioso ciclo pittorico custodito nell'omonimo Parco archeologico varesino, uscita nel 1951, individuava la datazione nel X secolo e l'autore in un miniaturista collocabile nel Rinascimento macedone. Della vasta letteratura su Castelseprio noi consigliamo l'ottima opera: Diana Limonta, Alberto Bertoni, Paola Marina De Marchi, “Castelseprio e la giudicaria Cinquant'anni di studi: resoconti e nuove proposte”, Monografie di “Percorsi” n. 1, curata dal Liceo Artistico “A. Frattini” di Varese. In particolare Alberto Bertoni vi fa un'interessante analisi del ciclo delle pitture di Castelseprio: «Anche gli storici dell'arte d'oltre oceano esaltarono l'elevatissima qualità del ciclo sepriense ritenendolo espressione di un fenomeno isolato avvenuto nell'alto Medieovo sul territorio italiano, come sottolineava, ad esempio, il Weitzmann: “[...] we were immediately struck by the high quality of these wall paintings, unparalleled on Italian soil [...]” . Si potrebbe giungere alla conclusione che l'autore degli affreschi di Castelseprio fosse stato considerato “un maestro eccezionale” dagli studiosi che ebbero modo di interessarsi di lui immediatamente dopo la sensazionale scoperta, tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta». Nell'accurata indagine storica dell'arte si considerano le varie posizioni, sia sulla datazione (datazione precoce, datazione tarda) che sull'autore (dibattito tra orientalisti e occidentalisti). Alberto Bertoni svolge da diversi anni attività di ricerca dedicata, in particolare, al patrimonio artistico del territorio varesino, motivo che lo aveva spinto a fondare la rivista “Percorsi”, edita dal Liceo Artistico di Varese, della quale è stato direttore di redazione. Si è dedicato, soprattutto, allo studio della scultura lignea rinascimentale (La presenza di Giovan Angelo Del Maino a Varese e alcune puntualizzazioni su Andrea da Saronno e la sua cerchia, in Scultori e intagliatori del legno in Lombardia nel Rinascimento, giornata di studi, Milano, 8 maggio 2000, Milano 2002), di alcune vicende relative a correnti artistiche o avvenimenti culturali del XX secolo (Arcumeggia. La galleria all'aperto dell'affresco, Varese 1997; Varese 1949-1953: due mostre internazionali di scultura contemporanea all'aperto. Una biennale mancata, in “Percorsi”, n. 1, giugno 2000), senza dimenticare la prima passione per la pittura tre-quattrocentesca (in margine alla mostra “Il Medioevo ritrovato. Il Battistero di San Giovanni a Varese”. La decorazione pittorica murale: un palinsesto di tecniche esecutive; 1434-1436. Un cantiere toscano a Castiglione Olona: Paolo Schiavo e il Vecchietta, in “Percorsi”, nn. 2-3, giugno 2001) con un nuovo taglio metodologico attento allo studio delle tecniche esecutive. Suoi contributi sono stati pubblicati anche da alcune prestigiose riviste di storia dell'arte come “Arte Lombarda”, “Arte Cristiana” e “Paragone”. Molto bello è il suo lavoro su di un altro interressantissimo centro artistico varesino: Alberto Bertoni, Rosangela Cervini, “Lo specchio di Castiglione Olona. Il palazzo del cardinale Branda e il suo contesto”, Chiarotto editore, Varese 2009.


Vincenzo Capodiferro

20 aprile 2017

STORIE DI “GIROVAGHI, MUSICANTI E MUSICISTI...” a cura di Vincenzo Capodiferro

STORIE DI “GIROVAGHI, MUSICANTI E MUSICISTI...”
Un pregevole lavoro di ricostruzione storica di artisti lucani, a cavallo tra Otto e Novecento.

“Girovaghi, musicanti e musicisti della valle dell'Agri. Note nel tempo e nello spazio”, Zaccara, Lagonegro 2013, è un'opera scritta da G. Acinni, T. Armenti e A. De Stefano. È un'opera bellissima perchè rievoca questi gruppi che suonavano e giravano per i paesi ed il mondo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento in una zona peculiare che è il cuore della Basilicata: la valle dell'Agri. È inutile ricordare che la rievocazione dei musicanti si innesta su di una tradizione antichissima, che risale ai cantastorie medievali, ai bardi ed ai poeti girovaghi. Questi avventurieri, esploratori, spiriti liberi ispirati solo dall'arte si spingevano, portati dall'ondata dell'emigrazione anche oltreoceano. La tradizione delle bande di suonatori girovaghi è diffusa in tutto il mondo: pensate ai dervisci, ai danzatori russi, alle bande slave. Ad esempio le “Slavonic Dances” di Dvorak riprendono il senso di questa lunghissima e vastissima tradizione popolare. Poi queste bande le dobbiamo ricollegare anche alla tradizione delle danze classiche locali, alle tarantelle, come alle pizziche salentine. In questo contesto il valore storico, culturale, antropologico, allora, di quest'opera è notevole. La musica aveva un valore centrale nella società antica, rappresentava il momento più sublime della festa e del raccoglimento sociale. L'intensità dei componimenti rasentava anche la libera interpretazione e la creazione sempre perenne di nuovi ritmi e nuovi testi sonori. A metà tra improvvisazione e ripetizione, sia “a orecchio” che con veri e propri spartiti musicali, i suonatori cercavano la controparte corale nel sottofondo popolare, oltre che nei danzatori, coloro che incarnano la musica vivente, suprema forma d'arte e di purificazione. Schopenhauer ci ricorda che la musica è la suprema via di liberazione estetica dal dolore e lo conferma anche Nietzsche, con la musica - come la tragedia - apollinea e quella dionisiaca. La musica è al culmine di tutte le arti in quanto oggettivazione immediata della volontà, espressione in un linguaggio privo di immagini del tendere incessante della volontà. Non dimentichiamo che gli antichi erano ballerini facili e si prestavano bene all'ascolto ed alla danza. In questo contesto possiamo fare anche un richiamo alle danze bacchiche. Il ballo, insieme all'arte, aveva un ruolo purificatore, catartico sociale. Nel testo vi si ricostruiscono le principali bande di suonatori che operavano nella valle dell'Agri ed a partire da questa. Riportiamo alcune considerazioni per comprendere meglio il senso di questa ricostruzione storica: «Nelle vicende che hanno segnato la storia dell'Arpa di Viggiano non mancano pagine oscure e dolorose,» vi scrive, a proposito, Vito De Filippo, ex presidente della Regione Basilicata, storico e scrittore, «come quelle riferibili alla tratta dei piccoli musicanti girovaghi, alla quale gli autori, con encomiabile rigore intellettuale, dedicano alcune delle pagine più belle di questo racconto. Un racconto che ci rende tutti più ricchi sotto il profilo storico, ma soprattutto un po' più innamorati della propria terra». Ed in effetti la tratta dei piccoli musicanti girovaghi era una piaga sociale che poi venne abolita nel tempo con opportuni provvedimenti legislativi e giudiziari, come viene riportato nel testo. L'altra piaga che viene minutamente menzionata è quella dell'emigrazione, oltre al brigantaggio: «Mamma mia, papa! Domenza, non ti stupire. Ti avevo accennato che il brigantaggio era anche violenza aperta. In Basilicata si contavano una settantina di bande». Accanto alle bande di briganti proliferavano quelle dei musicisti e sovente le prime aggredivano e rapinavano le altre. Spesso i briganti rapinavano i pellegrini della Madonna di Viggiano ed, ad esempio, aggredirono il 13 luglio del 1867 la banda musicale di Castelsaraceno, composta da 18 elementi, con “serpentoni” e “pelittoni”, diretti a Sasso di Castalda: «Il viaggio fu lungo e faticoso. Del resto, gli abitanti di Castelsaraceno erano abituati a spostarsi in quel modo, tanto che erano chiamati li zumba fossi hi Casteddo. Ogni tanto i mosicanti si fermavano, consumavano la colazione, bevevano alla cannella e facevano un'allegra suonata, incuranti dei pericoli». Alla fine furono lasciati in mutande. Il libro assieme alla celebrazione dell'arte ci propone una denuncia sociale molto forte che accompagna sempre la nostra storia: la tratta come viene simbolicamente denominata “degli schiavi bianchi”, cioè lo schiavismo, il brigantaggio, la grande emigrazione e non manca il terremoto, emblema della nostra terra. Vi si rievoca quello del 1857, ma ricordiamo anche la tragedia del 1980. Ma chi erano questi artisti? «Sono tanti i protagonisti,» scrivono gli autori, «di queste storie straordinarie e dalle melodie dal sapore antico: dai musicanti “ad orecchio” alla tratta dei bambini girovaghi musicanti, dall'arpista sull'oceano Pasquale Sinisgalli al naufragio del Titanic con Alfonso Meo Martino, dai fratelli Ramagnano musicisti professionisti a Saverio Latorraca il poeta mandolinista, dai barbieri musicanti chitarristi ai musicisti fratelli Montano, dall'arpa popolare di Rocco Rossetti fino all'ultimo depositario della musica popolare l'arpista Luigi Milano». Tra tutti questi artisti, noi vogliamo ricordare, per il legame che ci lega al nostro paesello, Castelsaraceno, Giuseppe Pugliese, detto Peppo 'i Ciurlo, il quale suonava il violino insieme all'arpista Egidio Miraglia, detto Giddiello, ed ad Ubaldo Fulco, il quale ad Addis Abbeba accolse il generale Badoglio colla sua chitarra: «Si racconta che Peppo 'i Ciurlo, che faceva il falegname, durante il lavoro, tranciandosi le dita della mano, avesse esclamato: “Addiu, viulinu”!». Gli autori sono Graziano Acinni, chitarrista, autore, arrangiatore e produttore di Moliterno, conosciuto per la sua lunghissima collaborazione come chitarrista del compianto Mango. Nel 2003 ha fondato il gruppo musicale Ethnos. Ha partecipato a diverse rassegne musicali, insieme ad artisti famosi, come Vasco, Ligabue, Pavarotti, Antonacci, Zucchero, Bocelli, Battiato ed altri. Teresa Armenti si interessa di storia, poesia, saggistica, letteratura e dialetto. Ha ricevuto vari riconoscimenti a livello nazionale. Collabora con diverse riviste. Ha scritto molte opere che spaziano dalla poesia alla storia, dall'antropopolgia alla narrativa. Tra le ultime ricordiamo “Fedro e la giustizia. 12 favole rivisitate in dialetto lucano”, Lucaniart 2012; “Aliti d'amore. Vent'anni di appuntamento con Gesù”, Solofra 2007; “Mio padre racconta il Novecento”, Solofra 2006. Adamo De Stefano è un appassionato studioso di tradizioni popolari ed ha condotto diverse ricerche sulla Basilicata di carattere storico e socio-economico. Interessante a proposito la sua tesi di laurea: “Dai briganti alla criminalità organizzata in Basilicata. L'ex isola felice”, un laborioso lavoro di ricerca sul campo che dimostra la continuità tra brigantaggio e mafia. In questo contesto possiamo richiamare all'attenzione anche l'ottimo lavoro di Don Marcello Cozzi “Quando la mafia non esiste”.


Vincenzo Capodiferro

19 aprile 2017

Stelle di Primavera Di Marco Salvario

Stelle di Primavera Di Marco Salvario




In via Vanchiglia a Torino, negli eleganti locali dello storico Palazzo Birago di Vische progettato dall’architetto Antonio Talentino, il primo aprile del 2017 è stata inaugurata l’esposizione Stelle di primavera nell’arte.
Organizzata dal bravo artista e art director Vito Tibollo, la mostra è dedicata a Fernando Leschiera, pittore astrale morto a Torino nel febbraio di quest’anno.
Una trentina gli artisti esposti. Ne citiamo alcuni, ma tutti hanno presentato opere più che valide.



Leschiera Fernando

La prima citazione è dovuta all’artista alla cui memoria la mostra è dedicata. I suoi quadri evocano atmosfere sospese tra scienza e fantascienza, ma sono molto di più: un viaggio metafisico oltre lo spazio e il tempo, un perdersi oltre le dimensioni dei nostri sensi alla ricerca delle risposte sui misteri della vita.
Forse l’anima di Fernando sta ora vagando nei mondi che ha visto e ci ha descritto con la sua intuizione da iniziato.



Rosa Maria Lo Bue

Volti e figure che richiamano con i loro colori intensi e spesso contrastanti certe raffigurazioni medievali e che al tempo stesso vivono la piena modernità. La ricerca dell’espressione, del dialogo con l’osservatore, è coraggiosa e vincente. Gli sguardi, le labbra serrate o appena socchiuse, il gioco di luci sui volti, tutto contribuisce in modo raffinato e convincente a comunicare emozioni, sensazioni, a volte vere richieste d’aiuto.



Silvia Perrone

Con una tecnica espressiva molto diversa, Silvia Perrone affronta una ricerca molto simile e parallela a quella di Rosa Maria Lo Bue. Qui la ricerca parte però da emozioni non di sofferenza, quanto morbidamente e morbosamente femminili. Un gioco di grigi che improvvisamente esplodono in colori che, questo pensiero mi è venuto leggendo un articolo di giornale, è il modo in cui probabilmente in cui noi viviamo i nostri sogni.



Andrea Zampollo

Opere diverse eppure complementari gli oli su tela Relax e NY.
Nella prima, il volto e il corpo umano, sfinito e devastato dalla vita e dal lavoro, sono segnati di linee scure, vene che portano sangue malato. La seconda è un’immagine immediata, bagliori di una realtà dove all’asfalto, alle automobili ai grattacieli, fa da sfondo un cielo blu violento e quasi innaturale.
L’uomo schiavo e la finta luminosità del regno/prigione che si è costruito.


Sinatra Giovanna

Opera suggestiva e riuscita il suo “Privato”, dove il soggetto sembra mancare: non è il tavolo dai piedi antropomorfi, non le sedie di profilo, non i bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti, non le cornici senza quadro, neppure l’attesa di una presenza umana che stia per tornare e prendere possesso del luogo. Il protagonista è lo spazio, la geometria squadrata tra il pavimento blu che si scurisce avvicinandosi allo spettatore e le pareti lattee dove la luce si riflette.



Valeria Carbone


Questa artista, non pittrice, non scultrice, sa gestire e comporre con grande abilità materiali diversi, per esprimere sentimenti, passioni o emozioni. I rami secchi de ”L’abbraccio” o quelli tormentati de “La deposizione”, con gli sfondi che richiamano una romantica notte di luna o un mare di sangue dietro l’intreccio di corde, raggiungono pienamente il loro obiettivo.

18 aprile 2017

“SOLILOQUIO DI UN FOLLE” Un romanzo ironico, profondamente e psicologicamente introspettivo di Capodiferro Egidio a cura di Vincenzo Capodiferro

SOLILOQUIO DI UN FOLLE”
Un romanzo ironico, profondamente e psicologicamente introspettivo di Capodiferro Egidio

“Soliloquio di un folle” è un romanzo di Capodiferro Egidio, edito da Cicorivolta nel febbraio del 2017. Si tratta di un'opera straordinaria. È scritto tutto d'un pezzo, senza interruzioni di capitoli e di paragrafi. Per questa sua peculiarità è un pezzo unico che si detona in un concerto a metà tra rappresentazione teatrale e tramatura narrativa. Il protagonista, Ermenegildo Sette, ricoverato in una clinica per malati mentali, trascorre molte ore al giorno a parlare da solo. È proprio in questo raccontarsi che emerge il resoconto della sua vita: le situazioni, i personaggi sfilano e si alternano come in una scena. Il contesto si apre in prospettiva, nella tipica cornice del “teatro nel teatro”, del “racconto nel racconto”. Vi emergono le diverse fidanzate che ha cambiato nella sua vita: Clementina, Sofia, Vanessa, Lavanda. Vi emergono tanti strani personaggi, come Stambecca, Teiera ed il fumatore accanito Caminetto. Infine «il tragico incidente del cugino Dario lo porterà a conoscere l'infermiera Fernanda, chiamata affettuosamente Vampira, che diventerà la sua futura moglie». Riportiamo alcuni passi significativi: «A mio fratello non chiesi chi fosse, perchè la curiosità non sempre va praticata. Si fosse chiamata X, o Y, o Z, Equazione Algebrica o che so io... non mi interessava..., o Valeria, o Vanessa, o Valentina, o Vanitosa, o Valorosa … non mi interessava». Vi si riconosce lo sdoppiamento e la frantumazione della personalità di matrice pirandelliana: “uno, nessuno, centomila”. Non vi mancano paesaggi surreali, che si pingono tra fantasia e realtà e si intrecciano coi personaggi altrettanto surreali che si fondono in un unico sfondo colla personalità del protagonista: «I fiori della ginestra sono scaglie di ambra affisse nei suoi rami verdi, o come fiamme accese, focolai di un incendio nel verde»; «la fontana aveva l'aspetto di un uomo incurvato su se stesso, con la gobba; l'acqua usciva dalla bocca, scendeva su due mani unite che l'accoglievano»; «la luna è una mometa incisa solo da un lato». Ed in tutto questo mondo immaginario il sole fa da maestro: «Il sole è il più grande pittore del mondo, e quando sorge o tramonta colora la terra d'arancio, ma non sempre: dipende dalla collocazione delle nuvole nella scacchiera del cielo». Ermenegildo Sette è una di quelle figure degli “sconfitti della vita”, assimilabile ai vinti della tradizione letteraria italiana: da Verga a Manzoni, da Pirandello agli inetti sveviani. Colla poetica pirandelliana il Capodiferro condivide l'illusorietà degli ideali, la solitudine dell'uomo che sfocia nel solipsismo, l'incoerenza e l'instabilità dei rapporti sociali e gli inganni della coscienza che costringono alla necessità di una maschera, la disgregazione del mondo oggettivo e l'ironia, sebbene Sette incarni la crisi della figura dell'esteta dannunziano, sempre alla ricerca del piacere, sfociante nel superominide “folle”, di nietzschiana evocazione. Colla poetica sveviana il Nostro condivide certamente la centralità del solo personaggio, cui gli altri fan da coro: un personaggio abulico ed infelice che tenta di nascondere a se stesso la propria inettitudine, sognando evasioni, che nel caso di Sette si perdono nella memoria. Vi si celebra l'eroe negativo, come in Svevo, che nella sua malattia diviene voce clamante nel deserto nella denuncia della follia sociale. Lo stile ironico, cioè comico tende a svelare la tragedia del naufragio esistenziale della società attuale, attraverso l'illuminazione della solitudine e della sconfitta dell'uomo. E soprattutto è imponente lo stile metanarrativo, cioè di esibizione del costruire se stesso nell'impianto narrativo, attraverso il ricordo. In questo senso “Soliloquio di un folle” costituisce uno staordinario caso di auto-analisi. D'altra parte l'anamnesi freudiana richiama proprio quella platonica anamnesi svelatrice del vero, sebbene nel “Soliloquio” si evince l'impotenza della metodica terapeutica e l'inattendibilità del ricordo: il ricordo non è mai esatto, non è mai la realtà, c'è sempre una derridiana différance tra realtà, pensiero e linguaggio.


Vincenzo Capodiferro

MANOVRA SUI CONTI PUBBLICI: PERCORSO AD OSTACOLI di Antonio Laurenzano


MANOVRA SUI CONTI PUBBLICI: PERCORSO AD OSTACOLI
di Antonio Laurenzano

Manovra nuova, problemi vecchi. Il Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei Ministri ridisegna il quadro macroeconomico italiano con il Programma di stabilità e il Programma nazionale di riforma riproponendo il binomio di sempre: riforme-crescita. Un duplice ambizioso obiettivo finalizzato a correggere i conti pubblici per il 2017 e a impostare la Legge di bilancio per il 2018. Un percorso ad ostacoli per assicurare al Paese una governabilità di legislatura che rappresenta un importante fattore di credibilità e di stabilità economica. Senza peraltro perdere di vista le scadenze elettorali con la caccia al consenso sul quale agiscono in Parlamento spinte settoriali e corporative.
“Abbiamo i conti in ordine e li abbiamo non aumentando le tasse ma accompagnando il risanamento con misure di sviluppo”, ha dichiarato il premier Gentiloni a commento della manovra correttiva strutturale di 3,4 miliardi di euro come chiesto dalla Commissione Ue e dall’Ecofin. Lotta all’evasione, tagli di spesa, accise sui tabacchi e tassa sui giochi costituiscono le nuove entrate per la copertura del “buco di bilancio” pari allo 0,2% del Pil. Il maggiore introito, circa 1,2 miliardi, dovrebbe derivare dallo “split payment”, dall’estensione cioè dell’autofatturazione dell’IVA, già in vigore negli acquisti delle amministrazioni pubbliche, alle società partecipate e a quelle quotate. Dalla spending review, tagli alle spese dei ministeri e delle amministrazioni centrali, è atteso un gettito di circa 600 milioni. Il resto delle nuove entrate da altre voci, ivi compresa la “rottamazione” delle liti fiscali pendenti che si spera possa avere lo stesso successo di quella legata alle cartelle esattoriali. La copertura della manovra nella sua interezza non risulta ancora ben definita. Mancano all’appello diverse centinaia di milioni. “Ci sono misure che andranno ulteriormente specificate”, ha ammesso il Ministro dell’Economia Padoan. Un’operazione non semplice. In questo quadro d’incertezze è prevista per quest’anno una variazione in aumento della crescita all’1,1% e una riduzione del deficit dal 2,3% al 2,1%. Il debito, la palla di piombo della nostra finanza pubblica, è fermo al 132,5%!
Delusioni sul piano fiscale per le imprese: fissato al 30 giugno 2018, senza ulteriore proroga, il termine ultimo per l’agevolazione relativa agli investimenti (“iperammortamento”). Un segnale poco incoraggiante per la crescita. Ancor più incomprensibile la chiusura sui crediti d’imposta con obbligo del “visto di conformità” per la compensazione, in sede di pagamenti erariali, di imposte dirette, addizionali, sostitutive e Irap d’importo superiore a 5 mila euro, rispetto all’attuale soglia di 15 mila euro. Per azzerare eventuali abusi di alcuni, si colpisce la massa dei contribuenti onesti con aggravi di costi. La solita logica del fisco nostrano, con buona pace per la tanto conclamata tax compliance!
Archiviato con la manovra correttiva il rischio di una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles per il forte squilibrio macroeconomico riconducibile al debito eccessivo, si presenta complesso e articolato il Def con cui si avvia l’iter per la formazione della Legge di bilancio 2018. Problema di fondo è la neutralizzazione delle clausole di salvaguardia concordate con l’Ue per quasi 20 miliardi con aumenti delle aliquote IVA e delle accise. Il rispetto degli impegni programmatici inseriti nel Documento di economia e finanza con una previsione di deficit per il prossimo anno all’1,2% comporterà un intervento sui saldi di finanza pubblica non inferiore ai 10 miliardi di euro. Sarà in autunno che si giocherà la vera partita sui conti pubblici, in Italia fra le varie forze politiche a pochi mesi dalle elezioni, e a Bruxelles, con la Commissione Ue, sul duplice versante del debito e del deficit per negoziare ancora una volta flessibilità e deroghe. Molto dipenderà dal binomio “riforme-crescita” che dovrà garantire al sistema Italia produttività e competitività. Non sono più rinviabili la riforma della giustizia civile e amministrativa, la razionalizzazione della spesa pubblica, una seria revisione della contribuzione e della fiscalità. A dir poco inquietante la recente circolare dell’Agenzia delle Entrate di ben 324 pagine sulle deduzioni e detrazioni fiscali e sui crediti d’imposta a commento delle 444 “tax expenditures” presenti nel nostro ordinamento tributario! E’ tempo di coniugare sviluppo ed efficienza per dare certezza all’azione politica e speranza alla ripresa economica del Belpaese.


12 aprile 2017

"Stanza di pernottamento" di Carmelo Musumeci




Mi ha fatto amaramente sorridere in questi giorni una circolare del Dipartimento Amministrativo Penitenziario che cambia il linguaggio burocratico delle carceri trasformando il lessico e, tra le varie, disponendo di chiamare le “celle” in “camere di pernottamento”.
Io penso che nella stragrande maggioranza dei casi, sia già troppo chiamarle celle perché le chiamerei piuttosto con il loro vero nome: tombe, o ossari, o fogne, o loculi. La motivazione di questa circolare mi fa indispettire ancor di più quando afferma che “Le Regole Penitenziarie prevedono che la vita all’interno del carcere deve essere il più possibile simile a quelle esterna e questa “assimilazione” deve comprendere anche il lessico”. In questo modo è come affermare che ci adeguiamo a quanto ci sta chiedendo l’Europa, ma in realtà le istituzioni sovranazionali ci chiedono ben altro. Purtroppo i nostri funzionari italiani sono convinti di essere furbi e pensano di risolvere i problemi con la carta e la penna cambiando solo il lessico. Tanto chi mai andrà a controllare come sono realmente le “camere di pernottamento” delle nostre “Patrie Galere”?

Ve lo racconto io che, in 26 anni di carcere, ne ho girate tante di celle! Ecco cosa ho scritto di alcune:

“Stanza di pernottamento” a cinque stelle:
La cella era stretta e corta. Il soffitto era basso. C’era un letto a castello su un lato. Due tavoli murati dall’altro. Accanto ad essi, due stipetti lunghi e due corti. Sopra la parete del cancello era murata una mensola sulla quale era appoggiata una televisione. La finestra era a due ante. Un’anta non si poteva aprire tutta perché sarebbe andata a sbattere sul letto a castello. La finestra aveva anche doppie sbarre. In quella cella c’era poco spazio per muoversi. E quasi nulla per respirare. C’era solo lo spazio per fare due passi. Due avanti e due indietro.

“Stanza di pernottamento” a quattro stelle:
Quando arrivi in un carcere nuovo, devi imparare di nuovo a vivere perché ogni galera è diversa una dall’altra. È come se ogni carcere fosse uno Stato a sé. Mi misero in una sezione di “Alta Sicurezza”. I detenuti erano tutti in cella singola. Le celle erano venticinque. Sembravano degli armadi in cemento e ferro. Erano divise una dall’altra da uno spesso muro. E avevano un blindato e un cancello davanti. Ogni blindato aveva uno sportello di ferro con una fessura per passare il  cibo dentro la cella. Poi c’era uno spioncino rotondo nel muro dalla parte del bagno che consentiva alla guardia di vedere l’interno senza essere visti. La stanza poteva misurare tre metri d’altezza. Due  metri di larghezza. E tre di larghezza. Si potevano fare solo quattro piccoli passi in avanti e quattro indietro. La finestra era piccolissima con enormi sbarre di ferro incrociate. Muri lisci. C’erano una branda, un tavolo e uno sgabello. Per pavimento c’era una gettata di cemento grezzo. Ognuno di noi stava chiuso in quello spazio ristretto per ventitré ore su ventiquattro.  Avevamo solo un’ora d’aria al giorno. In quella sezione eravamo tutti detenuti condannati a pene lunghe. E la maggioranza di noi alla pena dell’ergastolo. Mi alzavo ogni mattina alle sei. E leggevo per tutto il giorno. E anche per buona parte della notte. Per mantenere in forma il fisico facevo sempre ginnastica. Ogni venti pagine che leggevo facevo una pausa. Poi mi mettevo a fare venti flessioni. E venti addominali. Una per ogni pagina. E dopo ricominciavo a leggere.

“Stanza di pernottamento” a tre stelle:
La cella aveva il soffitto alto ed era lunga dodici passi e larga la metà. Più che una cella sembrava una caverna. La muffa copriva quasi tutti i suoi muri scrostati di bianco. In basso la muffa era verdastra, in alto grigia. Il pavimento della cella era lastricato di pietra grigia. Aveva due letti a castello a destra e due letti a castello a sinistra. I letti erano dei veri telai di ferro con materassi sottili, artificiali, pieni di pulci e cimici. Il blindato e il cancello erano al centro della parete che dava sul corridoio. Due panche davanti alle sbarre della finestra e un tavolaccio nel mezzo. Quattro stipetti grandi e quattro piccoli, un televisore in bianco e nero appoggiato a una grossa mensola attaccata alla parete centrale. C’era un lavandino con sopra un rubinetto arrugginito e accanto un cesso alla turca, con nessuna riservatezza. Le formiche erano le padrone durante il giorno e gli scarafaggi erano i padroni nel corso della notte. I topi erano i padroni sia di giorno che di notte…

“Stanza di pernottamento” a due stelle:
La cella era umida. C’erano macchie di umidità alle pareti. La finestra era piccola con un muretto davanti per impedire di vedere l’orizzonte. Si poteva vedere solo uno spicchio di cielo. C’era un po’ di ruggine sulle sbarre. L’aria sapeva di chiuso. I muri odoravano di muffa. Nella cella c’era un tavolo attaccato al muro, uno sgabello impiantato nel pavimento, una branda inchiodata per terra e uno stipetto fissato alla parete. Nient’altro.

“Stanza di pernottamento” di punizione a una stella:
Scendemmo una scala stretta e rigida con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro e con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone e la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia ed entrai. Le guardie uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con una mandata. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Per un attimo mi guardai intorno con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. Poi esaminai la cella. Era piccola. Misurava quattro passi di lunghezza e due di larghezza. Faceva caldo. Le doppie sbarre della cella scottavano sotto il sole rovente. L’acqua che scendeva dal rubinetto non era potabile. Era marrone.

“Stanza di pernottamento” di transito:
La cella sembrava una scatola di sardine. Un fazzoletto di cemento, con la branda piantata al pavimento. Un tavolino di pochi centimetri inchiodato al muro. Una finestra con doppie sbarre. Una porta blindata spessa una spanna. Un bagno turco aperto, senza nessuna riservatezza. A lato un piccolo lavandino. Lo spazio nella stanza era minimo e a mala pena si riusciva a stare in piedi e si poteva fare giusto qualche passo avanti e indietro. Probabilmente un animale vivendo in quel modo sarebbe morto.

“Stanza di pernottamento” di isolamento:
La cella mi sembrò subito diversa da tutte le altre dov’ero stato. Le pareti erano grigie,  fradice di muffa, dolore e umidità. Puzzavano di ferro, cemento armato, sudore e sangue. Il soffitto era giallo di nicotina. Le sbarre della finestra erano le più grosse che avessi mai visto. Mi sembrava di essere in un pozzo nero. In una vera e propria tomba. Mancava l’aria e la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo, solo dalla parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre e,  per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta.

Carmelo Musumeci
Aprile 2017


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02 aprile 2017

BREXIT, ADDIO ALL’ UNIONE EUROPEA di Antonio Laurenzano

BREXIT, ADDIO ALL’ UNIONE EUROPEA
di Antonio Laurenzano

Dopo la solenne “Dichiarazione di Roma” firmata in Campidoglio dai 27 Capi di Stato e di governo in occasione dei 60 Anni dei Trattati del 1957, al Presidente del Consiglio europeo Tusk è stata consegnata a Bruxelles la “lettera di addio” dall’Ue del Regno Unito. Si è così concretizzata la volontà popolare espressa nel referendum dello scorso giugno quando il 51,9% dei cittadini del Regno votò a favore del “divorzio”. Si chiude la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Con un Pil alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi spesso in crisi: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose e deflagranti la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa, con buona pace del pensiero di Winston Churchill, nonché l’opt-out dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter, caro a Jacques Delors, Presidente della Commissione europea.
Una presenza ingombrante nell’Ue quella del Regno Unito, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico della Germania, uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione.
Inizia ora un lungo e complesso negoziato che in due anni dovrà regolamentare i tanti rapporti in essere fra Londra e Bruxelles. Nei prossimi giorni il governo di Theresa May presenterà un testo di legge con l’elenco delle oltre 19 mila norme comunitarie recepite nel sistema legislativo britannico che il Parlamento dovrà modificare o abrogare. Il 29 aprile a Bruxelles il Consiglio europeo, in seduta straordinaria, concorderà le linee guida del “trattato di ritiro” che dovrà poi essere ratificato dal Parlamento di Strasburgo. La trattativa per le condizioni della Brexit si prospetta non semplice. Le posizioni sono abbastanza rigide, con la prevalenza a Londra di una “hard Brexit” del Regno Unito non solo dall’Ue ma anche dal mercato unico. Da Bruxelles si precisa : mai un accordo che mantenga la libera circolazione di merci,servizi e capitali, ma non delle persone. Se nessuno recederà da queste posizioni vi sarà il ritorno delle tariffe e delle dogane ai confini fra il Regno Unito e l’Ue. Ma la ciliegina è quella che Bruxelles intende mettere sulla torta da… regalare ai sudditi di Sua Maestà Britannica: il pagamento di 60 miliardi di euro che Londra dovrebbe pagare per onorare tutti i contratti sottoscritti da Stato membro dell’Unione, per finanziare il bilancio comunitario (la programmazione in corso copre i sette anni dal 2014 al 2020), compresi i programmi di coesione e le spese amministrative (fra le altre, le pensioni dei funzionari europei di nazionalità britannica). Il rischio è che i negoziati si arenino su questo punto già nella fase iniziale e che alla fine dei due anni il Regno Unito esca dall’Ue senza un accordo quadro, con gravi conseguenze sui tanti interessi in gioco.
A pochi giorni dalla sfida lanciata a Roma per un’Europa migliore, un’Europa dei popoli più vicina alle istanze socio-economiche dei cittadini, esce dalla “casa europea” un condomino “invisibile” sul piano politico, contrario a ogni forma di integrazione dell’Unione, ma molto “visibile” su quello economico. Con l’uscita della Gran Bretagna l’Europa perde la sua seconda economia, il 25% del suo Pil, la City, la sua prima piazza finanziaria, una grande potenza militare. “Un momento triste, un momento storico”, sul quale pende minacciosa la richiesta del Parlamento scozzese di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. Una implicita richiesta di indipendenza della Scozia dal Regno Unito alla quale potrebbe seguire quella dell’Irlanda del Nord che preme per ricongiungersi con l’Irlanda.

La premier britannica ha auspicato una “partnership speciale” con l’Ue che preveda una efficace cooperazione sul piano economico e della sicurezza, nonché la reciprocità per la tutela degli interessi di tutti i cittadini. Ma l’incertezza regna sovrana! Come risponderanno i mercati? Quali gli effetti sull’import-export? Quale sarà l’andamento dei tassi di crescita? Per l’Europa un difficile banco di prova: selezionare priorità e interessi condivisi, rafforzare il debole spirito unitario, individuare un credibile assetto istituzionale, disegnare un equilibrato sviluppo economico per azzerate il diffuso euroscetticismo. Per Londra, alla fine, un’amara verità: nel mondo globale l’isolamento non è più …. splendido!      

IL GARIBALDINO RAFFAELE SCHETTINI a cura di Vincenzo Capodiferro

IL GARIBALDINO RAFFAELE SCHETTINI
Scrittore morto in carcere e giovanissimo, come Rocco Scotellaro

Tra le figure che non spiccano nel nostro mancato Risorgimento nazionale, vi è quella soffusa e nascosta del garibaldino lagonegrese, professore di lettere, scrittore e poeta Raffaele Schettini. Insegnava letteratura presso l’Istituto Magistrale di Lagonegro, il quale oggi è intestato a Francesco De Sarlo. Di quell’Istituto poi ne divenne direttore. Di qui fino all’Aspromonte la vita del giovane Schettini era stata brillante: poi la rovina, il carcere e la morte trai tormenti. Raffaele insieme al fratello Francesco erano membri attivi del comitato garibaldino di Trecchina. Come riporta la “Rassegna storica del Risorgimento 1861-1862 – Le attività del movimento garibaldino 1861-1862” a. 1954, p. 511, il Partito d’Azione era strutturato in due diversi tipi di sezioni: i Comitati di Provvedimento, che avevano come scopo il reclutamento di volontari per le campagne garibaldine ed i Comitati Operai, che erano vere e proprie sezioni socialiste che operavano a difesa dei lavoratori. Come sottolineava una lettera indirizzata alla sottoprefettura di Lagonegro il 17 gennaio del 1862, questi comitati, insieme al partito “clericale-borbonico” erano considerati nemici dello Stato. Raffaele Schettini, direttore della Scuola Magistrale di Lagonegro, aveva fondato un Comitato di Provvedimento a Trecchina, perciò era tenuto sotto controllo dalla prefettura. Nel gennaio del 1862 i prefetti diramavano nelle province una circolare riservata che metteva in guardia proprio da tali comitati. Il 2 febbraio del 1862 addirittura il viceprefetto di Lagonegro comunicava l’arrivo di emissari garibaldini a Sapri. Intanto, il giorno successivo, Francesco Schettini, fratello di Raffaele, in qualità di “Ufficiale Garibaldino e delegato speciale del generale Garibaldi”, si recava a Trecchina, dove fu accolto trionfalmente dalla popolazione. Lo Schettini tenne un discorso veemente contro la politica francese e contro il Governo torinese. Il malcontento delle masse popolari d'altronde era molto forte ed esplodeva nel brigantaggio, nonché nei moti del pane, per non ricordare i manzoniani assalti ai forni, in seguito alla legge sul macinato. Garibaldi, fidando sul tacito consenso di Urbano Rattazzi, con un manipolo di volontari, lanciava da Palermo una campagna per liberare Roma. Il motto era: o Roma, o morte! Dietro pressione di Napoleone III Garibaldi venne fermato sull’Aspromonte il 29 agosto del 1862. Ferito fu imprigionato e poi rilasciato per amnistia. La questione romana rimaneva irrisolta. Dopo i fatti dell’Aspromonte Raffaele Schettini venne destituito dall’Ufficio di direttore della Scuola e tradotto in carcere a Napoli vi morì a soli 32 anni, dopo atroci tormenti. Sicuramente il giovane intellettuale venne torturato e maltrattato e perì di crepacuore. La figura di Raffaele Schettini non è stata celebrata negli annali della storia Risorgimentale, perché scomoda. Aspromonte significava pericolo! Non era solo la questione romana. La Roma dei papi era protetta da Napoleone III, almeno fino a Sedan, dopodiché anche Roma cadde, con la breccia di Porta Pia, nelle mani dei piemontesi. Aspromonte poteva significare una seconda spedizione dei Mille, anche se si rivelò come una seconda spedizione di Sapri. Dopo l’incontro, che sarebbe meglio definire “scontro” di Teano, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, vi poteva essere la possibilità di una rifondazione dello Stato del Sud sotto i democratici, con a capo il Garibaldi. Questa è la verità dell’Aspromonte: è stato fatto passare per un fatto riguardante la questione romana, ma la questione romana non c’entrava proprio niente! Ma vi pare che un generale come Garibaldi per conquistare Roma, niente di mano sarebbe dovuto partire da Palermo? Da così lontano? Ci poteva essere anche in Italia una guerra di secessione, come negli stessi anni già succedeva in America (1861-1865). La questione romana poi riprendeva nel 1867. Dopo la III Guerra d’Indipendenza il Partito d’Azione di nuovo riprese l’iniziativa. Garibaldi, fermato a Sinalunga, fu esiliato a Caprera. Il 22 ottobre del 1867, nello scontro tra truppe pontificie e garibaldini a Villa Glori, morivano, tra gli altri, eroicamente i fratelli Giovanni ed Enrico Cairoli. Questa altra fase si concluse il 3 novembre con la sconfitta di Mentana. Solo dopo la caduta di Napoleone III, nel 1870, il 20 settembre con la breccia di Porta Pia, Roma venne presa e passò al Regno d’Italia. Raffaele Schettini era un intellettuale democratico seguace di Garibaldi, ma profondo mazziniano. Garibaldi fu amnistiato. Perché Raffaele Schettini fu lasciato morire nelle prigioni di Napoli a soli 32 anni? Perché non fu amnistiato? Gli intellettuali sono sempre considerati pericolosi dai regimi di ogni tipo. Il regime piemontese aveva conquistato il Sud. Lo Schettini era un pericolo! Fu trattato alla stregua di un qualsiasi brigante. D'altronde i briganti chi erano? Oppositori al regime, poveri contadini! E i democratici? Sempre oppositori al regime, intellettuali e borghesi. E i borbonici e i preti? Oppositori al regime. Garibaldi fu solo usato dal sistema per conquistare il Sud. Poi divenne scomodo e fu esiliato. È stata solo una pedina dei poteri forti! Anche un altro intellettuale era stato perseguitato dal sistema: Rocco Scotellaro. Anche egli, dopo essere stato carcerato, morì di crepacuore a Portici il 15 dicembre del 1953. Come somiglia la sua sorte a quella dello Schettini! Entrambi morirono giovanissimi a Napoli.


Vincenzo Capodiferro

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica