“SOLILOQUIO DI UN FOLLE” Un romanzo ironico, profondamente e psicologicamente introspettivo di Capodiferro Egidio a cura di Vincenzo Capodiferro
“SOLILOQUIO DI UN FOLLE”
Un romanzo ironico, profondamente e
psicologicamente introspettivo di Capodiferro Egidio
“Soliloquio
di un folle” è un romanzo di Capodiferro Egidio, edito da
Cicorivolta nel febbraio del 2017. Si tratta di un'opera
straordinaria. È scritto tutto d'un pezzo, senza interruzioni di
capitoli e di paragrafi. Per questa sua peculiarità è un pezzo
unico che si detona in un concerto a metà tra rappresentazione
teatrale e tramatura narrativa. Il protagonista, Ermenegildo Sette,
ricoverato in una clinica per malati mentali, trascorre molte ore al
giorno a parlare da solo. È proprio in questo raccontarsi che emerge
il resoconto della sua vita: le situazioni, i personaggi sfilano e si
alternano come in una scena. Il contesto si apre in prospettiva,
nella tipica cornice del “teatro nel teatro”, del “racconto nel
racconto”. Vi emergono le diverse fidanzate che ha cambiato nella
sua vita: Clementina, Sofia, Vanessa, Lavanda. Vi emergono tanti
strani personaggi, come Stambecca, Teiera ed il fumatore accanito
Caminetto. Infine «il tragico
incidente del cugino Dario lo porterà a conoscere l'infermiera
Fernanda, chiamata affettuosamente Vampira, che diventerà la sua
futura moglie». Riportiamo alcuni passi significativi: «A mio
fratello non chiesi chi fosse, perchè la curiosità non sempre va
praticata. Si fosse chiamata X, o Y, o Z, Equazione Algebrica o che
so io... non mi interessava..., o Valeria, o Vanessa, o Valentina, o
Vanitosa, o Valorosa … non mi interessava». Vi si riconosce lo
sdoppiamento e la frantumazione della personalità di matrice
pirandelliana: “uno, nessuno, centomila”. Non vi mancano paesaggi
surreali, che si pingono tra fantasia e realtà e si intrecciano coi
personaggi altrettanto surreali che si fondono in un unico sfondo
colla personalità del protagonista: «I fiori della ginestra sono
scaglie di ambra affisse nei suoi rami verdi, o come fiamme accese,
focolai di un incendio nel verde»; «la fontana aveva l'aspetto di
un uomo incurvato su se stesso, con la gobba; l'acqua usciva dalla
bocca, scendeva su due mani unite che l'accoglievano»; «la luna è
una mometa incisa solo da un lato». Ed in tutto questo mondo
immaginario il sole fa da maestro: «Il sole è il più grande
pittore del mondo, e quando sorge o tramonta colora la terra
d'arancio, ma non sempre: dipende dalla collocazione delle nuvole
nella scacchiera del cielo». Ermenegildo Sette è una di quelle
figure degli “sconfitti della vita”, assimilabile ai vinti della
tradizione letteraria italiana: da Verga a Manzoni, da Pirandello
agli inetti sveviani. Colla poetica pirandelliana il Capodiferro
condivide l'illusorietà degli ideali, la solitudine dell'uomo che
sfocia nel solipsismo, l'incoerenza e l'instabilità dei rapporti
sociali e gli inganni della coscienza che costringono alla necessità
di una maschera, la disgregazione del mondo oggettivo e l'ironia,
sebbene Sette incarni la crisi della figura dell'esteta dannunziano,
sempre alla ricerca del piacere, sfociante nel superominide “folle”,
di nietzschiana evocazione. Colla poetica sveviana il Nostro
condivide certamente la centralità del solo personaggio, cui gli
altri fan da coro: un personaggio abulico ed infelice che tenta di
nascondere a se stesso la propria inettitudine, sognando evasioni,
che nel caso di Sette si perdono nella memoria. Vi si celebra l'eroe
negativo, come in Svevo, che nella sua malattia diviene voce clamante
nel deserto nella denuncia della follia sociale. Lo stile ironico,
cioè comico tende a svelare la tragedia del naufragio esistenziale
della società attuale, attraverso l'illuminazione della solitudine e
della sconfitta dell'uomo. E soprattutto è imponente lo stile
metanarrativo, cioè di esibizione del costruire se stesso
nell'impianto narrativo, attraverso il ricordo. In questo senso
“Soliloquio di un folle” costituisce uno staordinario caso di
auto-analisi. D'altra parte l'anamnesi freudiana richiama proprio
quella platonica anamnesi svelatrice del vero, sebbene nel
“Soliloquio” si evince l'impotenza della metodica terapeutica e
l'inattendibilità del ricordo: il ricordo non è mai esatto, non è
mai la realtà, c'è sempre una derridiana différance tra realtà,
pensiero e linguaggio.
Vincenzo
Capodiferro
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