29 settembre 2018

La Mala del Brenta-seconda parte. IL FIORE DELLA MAFIA NELLA LAGUNA a cura di Monica Splendori


La Mala del Brenta-seconda parte.
IL FIORE DELLA MAFIA NELLA LAGUNA

  “Faccia d’Angelo” cosi veniva chiamato Felice Maniero, capo della Mala del Brenta, rivolse il suo interesse anche ai Balcani, scossi dalla sanguinosa guerra civile. La scelta dei criminali Veneti cadde sulla Croazia, governata da Franjo Tudjman, questo suo contatto gli permise di implementare l’attività della sua organizzazione, i due iniziarono un prosperoso commercio d’armi. Lo snodo logistico principale di questa attività di contrabbando è il porto di Chioggia, in provincia di Venezia, relativamente piccolo ed al di fuori delle grandi rotte mercantili, ideale per fare affari in maniera indisturbata. Maniero diventa così di casa a Zagabria e dintorni, investe anche nel settore immobiliare in Istria e richiede la cittadinanza croata. Gli amici Croati si ricordarono di lui anche quando fù arrestato cercando di farlo evadere. Il loro romanzo criminale terminò solo quando Felice Maniero divenne collaboratore di giustizia. Altro importante elemento è l’arrivo di alcuni esponenti della mafia siciliana costretti al soggiorno obbligato nelle province di Venezia e Padova, in particolare Totuccio Contorno, Antonio Fidanzati, Antonino Duca e Rosario Lo Nardo sul finire degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, fu la base per la nascita di un gruppo paramafioso che potesse fare da ponte tra il Nord e il Sud. All’ombra di questi personaggi crebbero e trovarono maturazione le locali giovani leve di una criminalità dai contorni ancora rurali, che tentava generalmente di mutuarne le gesta . Dopo il 1994 l’organizzazione è andata disciogliendosi anche grazie ai numerosi arresti e prelievi di beni dei suoi membri. Il primo tentativo di rinascita era costituito da un complotto volto a uccidere l’ex boss e pentito Felice Maniero. Per riuscire nell’impresa, i nuovi malavitosi prevedevano di usare un lanciarazzi e altre armi pesanti per colpire la caserma ospitante l’ex boss. Al momento dell’arresto le autorità identificarono come orditori della cospirazione trentatré persone, tra cui noti rapinatori e delinquenti di piccola taglia. In particolare agivano Andrea Batacchi, Mariano Magro, Lucio Calabresi, Nazzareno Pevarello e Stefano Galletto, ed è stato proprio il pentimento di quest’ultimo a consentire alla task force della Direzione anticrimine centrale di sgominare la banda. L’operazione venne condotta dal Pubblico Ministero di Padova, Renza Cescon, e impiegò circa 400 uomini della polizia di Stato. Caratteristiche generali: sviluppatasi negli stessi anni e negli stessi contesti criminali da cui nacquero a Roma la banda della Magliana e a Milano la banda della Comasina, si distinse dalle altre mafie italiane per il carattere rurale mantenuto nel corso degli anni. La mafia piovese si rese protagonista di rapine, sequestri di persona, omicidi e traffici di droga e armi a livello europeo nel giro di pochi anni dalla nascita. Considerata da taluni una vera e propria mafia, e per questo anche soprannominata la quinta Mafia, viene così descritta dalla Prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Venezia da una sentenza emessa il 14 dicembre 1996. All’organizzazione della riviera del Brenta si aggiungevano: I mestrini, il gruppo criminoso di Mestre – strettamente collegato a quello della Riviera. I veneziani, il gruppo della laguna, composto da elementi tutti nativi del capoluogo . La banda Maritan Gruppo di San Donà di Piave-Jesolo, nel Veneto Orientale, il cui capo era Silvano Maritan. “Ecco, forse questa è una possibile spiegazione, del perché ingiustamente, quel ragazzo dolce oggi non può ascoltare questa storia!”

(c) Monica Splendori

24 settembre 2018

La mala del Brenta-parte prima: le radici del male a cura di Monica Splendori


La mala del Brenta-parte prima: le radici del male

 “Era un pomeriggio come tanti. Nel cortile di un piccolo paese in Provincia di Verona, Anna aveva 15 anni, e da qualche giorno sentiva parlare di Giacomo, si lui, quel bimbo fragile, tale lo ricorda Anna. Di come era finito in carcere, lo avevano trovato mentre rubava in un appartamento. Il racconto era pieno di volti, nomi, e parole molte parole, su come Giacomo ormai fosse finito in una storia di droga, che lo aveva rinchiuso come in una ragnatela, da cui il suo coetaneo non ne sarebbe uscito vivo. Storie tristi e di sofferenza. Storie di povertà, una famiglia vuota quella dell’amico, soprattutto dopo la morte del fratellino. Quel giorno il padre, avendo perso il lavoro era al bar ad ubriacarsi, mentre la madre doveva lavorare. Cosi Alessio che aveva cinque anni fu’ lasciato da accudire a Giacomo che ne aveva otto. I due giocavano nella vasca da bagno, nessuno seppe come, ma Alessio annego’. Da quel giorno, non vi fu’ più pace, in quella famiglia, senza un lavoro e con pochi denari, dovettero lasciare la casa. Andarono a vivere in campagna, dalla nonna, Anna non dimenticherà mai quel bimbo dolce e sensibile, che non raccontò a nessuno mai come fosse morto il fratellino. Ora lo ricorda, di lui ricorda questo, e non una storia di droga, di piccola delinquenza, di furti per procurarsi la dose. Ricorda che la droga, decimo’ il suo paese negli anni 70/80. Una cosa non è mai riuscita ad accettare Anna, il perché, di questa vicenda. Quale interesse, poteva essere supremo, alla vita di molti suoi coetanei!” Con il termine di Mafia si definisce l’organizzazione criminale suddivisa in più associazioni (cosche o famiglie), rette dalla legge dell’omertà e della segretezza, che esercitano il controllo di attività economiche illecite e del sottogoverno, diffusa originariamente, in Sicilia. Giovanni Falcone cosi nominò la Mafia : “ La mafia lo ripeto ancora una volta non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della nostra società. Questo è il terreno di cultura di cosa nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette ed indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.”Il magistrato perse la vita, per cercare di sradicare questo stato nello stato. La mafia arrivò in Veneto, attraverso i suoi uomini, inviati in soggiorno obbligato, negli anni settanta/ottanta, la motivazione di chi adottò questa scelta, fù che l’allontanamento dal loro territorio in terre di confine, li avrebbe ridimensionati. L’ipotesi, non tenne in considerazione che in Veneto una delle zone stabilite per debellarla, vi era già un’altra organizzazione, che stava nascendo: La Mala del Brenta è il nome attribuito dal giornalismo italiano ad un’organizzazione criminale mafiosa del XX secolo nata in Veneto intorno agli anni settanta ed in seguito estesasi nel resto dell’Italia nord-orientale. Ancora oggi nemmeno i Veneti, sono a conoscenza nella maggioranza dei casi della storia e forse nemmeno dell’esistenza, di Felice Maniero detto “ Faccia d’Angelo” e la sua impresa chiamata appunto la Mala del Brenta. Nel ventennio successivo al secondo dopoguerra, il panorama malavitoso veneto era composto, come nel resto delle regioni dell’Italia nord-orientale, da bande paracriminali di piccolo e medio spessore coinvolte perlopiù in azioni di microcriminalità e ben lungi dal trasformarsi o unirsi sotto un’unica organizzazione a carattere mafioso per il controllo del territorio. In particolare il triangolo tra Mestre, Padova e Chioggia era un’area economicamente particolarmente depressa. A Venezia invece era tradizionale la microcriminalità al pari delle altre grandi città italiane, e come città portuale divenne imperniata sul contrabbando in particolare di sigarette, attività attorno alla quale iniziò già dagli anni ’50 a gravitare un abbozzo di organizzazione criminale tesa al controllo, ancor prima dell’affacciarsi della banda del Brenta. Dalla metà degli anni ’70 il ben più lucroso traffico di droga cominciò a sostituire pian piano il tradizionale contrabbando di sigarette tra gli interessi della criminalità, attirando con ciò gruppi ben più decisi a conquistarsi uno spazio, e da ciò nacque il sodalizio che imperversò almeno fino agli anni ’90.   

(c)  Monica Splendori

Dimitris Taxis - “Prologue” Galo Art Gallery – Via Saluzzo 11/g, Torino Marco Salvario


Dimitris Taxis - “Prologue”
Galo Art Gallery – Via Saluzzo 11/g, Torino
Marco Salvario

La Grecia è la culla dell’arte e senza i suoi artisti e filosofi, tutta la storia della cultura occidentale sarebbe stata diversa, priva di basi e riferimenti. Purtroppo il presente vede spesso gli artisti greci tagliati fuori dalle conoscenze del grande pubblico e ignorati da molti critici; è un peccato perché si tratta spesso d’importanti personaggi che, dalla crisi economica e non solo economica del loro paese, hanno trovato stimolo e ispirazione; a volte la vena creativa delle loro opere scaturisce da un rabbioso desiderio di rivolta a volte invece da una denuncia descrittiva e intimistica, che scava dentro la sofferenza degli uomini.
Bene ha fatto la Galo Art Gallery ha aprire il suo spazio espositivo dopo la pausa estiva accogliendo una ventina delle opere di Dimitris Taxis (Trimintzios), nato in Polonia nel 1983 ma di padre greco e che ad Atene ha vissuto e si è perfezionato.
La mostra, dal titolo “Prologue”, è aperta al pubblico dal 8 settembre al 27 ottobre 2018.



Cresciuto in una famiglia di artisti, giovanissimo Taxis ha cominciato a dedicarsi all’arte del graffito e, in seguito, del fumetto, pubblicando brevi storie.
Nella sua mostra personale alla Galo, ci troviamo però alla presenza di un personaggio che ci ha sorpreso rispetto alle sue note bibliografiche e che media il suo passato, giovane e orientato a tecniche moderne, con gli studi che l’hanno portato a diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Atene. Un artista che sa cimentarsi sempre con successo pur utilizzando tecniche espressive diverse.
Grande è l’attenzione che l’artista porta sull’uomo, un uomo affaticato, deluso, sofferente e solo. Un uomo figlio della crisi, stanco di lottare anche se non si arrende. Un uomo che porta sulle spalle il peso della propria esistenza. Non c’è rabbia, non c’è condanna, si legge piuttosto la presa d’atto della crudeltà della vita e della sofferenza che invecchiano i volti, ma non li umiliano e non li piegano. Lo sguardo sfugge, si abbassa, si perde.
Quello che impressiona di questi volti maschili e femminili è la dignità, stanca, provata, ma ancora fiera.



Molto efficaci e da segnalare sono i disegni a inchiostro che ritraggono barche, trattori e persone.
L’atmosfera che si respira è sempre quella di solitudine, abbandono, isolamento, fatica; un mondo quasi fermo e in attesa, al più in lento movimento, come un trattore che avanzi in un piccolo arido campo a cercare di mietere quanto possa permettere di raccogliere quanto servirà per vivere, per sopravvivere. Barche in secca, forse abbandonate per sempre.
Tutte le opere, come ovviamente sempre in queste mostre, possono essere acquistate contattando la galleria. Per chi volesse investire nell’arte, e potrebbe essere un’alternativa promettente a quelle solite, vi informo a titolo indicativo, che i disegni a inchiostro costano mediamente 500 euro e dovete aggiungere l’iva.


22 settembre 2018

LEGGE DI BILANCIO, L’ORA DELLA VERITA’ di Antonio Laurenzano

      
LEGGE DI BILANCIO, L’ORA DELLA VERITA’ di  Antonio  Laurenzano

Giorni decisivi per la manovra finanziaria sui conti pubblici. Dopo le promesse elettorali e i tanti annunci è giunta l’ora della verità. La Legge di bilancio 2019, la prima del “Governo del cambiamento”, si preannuncia come una traversata nel deserto con i due azionisti di maggioranza alla ricerca di una  mediazione fra le reciproche priorità di programma lungo la linea del Piave segnata dal ministro dell’Economia Tria per il rispetto dei vincoli europei. Entro il prossimo 27 settembre il Governo dovrà varare la nota di aggiornamento del Def, Documento di Economia e Finanza, propedeutico alla presentazione del disegno di legge di Bilancio entro il 20 ottobre, con l’indicazione dei nuovi obiettivi programmatici rispetto al Def dello scorso aprile, e in particolare dei nuovi parametri macroeconomici riferiti al Pil.
Sarà una manovra “seria, coraggiosa e rigorosa” ha dichiarato il premier Conte, una manovra di circa 25 miliardi di euro, metà dei quali per sterilizzare le clausole di salvaguardia sull’aumento dell’IVA, che porterà il livello del deficit programmatico del 2019 all’1,6% rispetto allo 0,8% fissato dal Def di aprile. Questa flessibilità di bilancio (da concordare con Bruxelles) non sarà comunque sufficiente per realizzare in toto i punti centrali del “contratto di governo”: la flat tax con riforma delle aliquote Irpef, il reddito di cittadinanza, la revisione della Legge Fornero. Un mix oneroso di provvedimenti, in parte da rinviare perché reperire le risorse necessarie in un quadro di finanza pubblica fortemente segnato da un debito eccessivo non è operazione facile! La soluzione viene dal vicepremier Di Maio: “si attinge al deficit per mantenere le promesse”. Gli ha fatto eco Salvini censurando i diktat dei tecnocrati di Bruxelles. Ma far salire il deficit oltre il 2% del Pil comporta un peggioramento del “saldo strutturale”, un cattivo segnale per agenzie di rating e mercati.“Finanziare queste riforme ricorrendo a un aumento del deficit non avrebbe senso, ha commentato Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici alla Cattolica di Milano, perché causerebbe un aumento dello spread e quindi il pagamento di maggiori interessi agli investitori  sui nostri titoli di Stato, con ricadute sull’entità del debito”.
L’esasperata ricerca del consenso anche dopo le elezioni che continua a caratterizzare certe dichiarazioni da parte della strana coppia DI Maio-Salvini produce guasti profondi. La flessibilità di bilancio a livello comunitario si ottiene non con il “pugno duro”  con la Commissione europea, per la quale l’Italia rappresenta “il problema dell’Eurozona”, ma attraverso una credibile politica di riforme per far crescere l’economia, migliorando produttività e competitività, e attrarre investimenti stranieri. La lotta alla burocrazia, all’evasione e alla spesa pubblica improduttiva dovrebbe costituire il vero cambiamento di questo Governo, soprattutto in presenza di una lenta crescita economica, con previsioni al ribasso del Pil 2018 da 1,4 a 1,2%, secondo le stime di queste ore dell’Ocse.     
Annunci e (sterili) proclami hanno provocato un innalzamento dei tassi d’interesse: un punto percentuale in più  sui tassi decennali da fine maggio a oggi. Chi presta denaro all’Italia acquistando i suoi titoli pubblici evidentemente non crede nella reale volontà di Lega e M5S di ridurre il debito. Titoli pubblici più costosi significa tasse più elevate per i cittadini perché aumenta la nostra spesa pubblica per il pagamento di interessi sul debito (70 miliardi ogni anno!). Lo ha “certificato” il presidente della Bce Mario Draghi: “alcune dichiarazioni di uomini di governo hanno causato un rialzo d’interessi per imprese e famiglie, basta con le parole, ora i fatti.” Un invito a rispettare responsabilmente le regole di bilancio allontanando ogni accento demagogico nella valutazione della difficile situazione della finanza pubblica del Paese.
Al ministro Tria  il difficile compito di “trovare i soldi” , secondo l’imput del vicepremier Di Maio, per varare una Legge di bilancio per la crescita e la stabilità economica che a fine novembre dovrà affrontare il giudizio della Commissione europea, in attesa di quello dei cittadini italiani dopo le frenetiche promesse della campagna elettorale. Non è consentito bleffare!

21 settembre 2018

IL CAPOLAVORO DELLA MISANTROPIA a cura di Angelo Ivan Leone


IL CAPOLAVORO DELLA MISANTROPIA a cura di Angelo Ivan Leone
Si rimane stupiti e infinitamente ammirati dinanzi a questo manifesto della misantropia che ai più è passato come, paradossalmente, una sorta di inno all'amicizia diretto dall'immortale Monicelli. Naturalmente è una sorta di gioco di specchi e di rimandi come sempre è la ricerca della verità. Già quel titolo: "amici miei" può sviare e portare fuoristrada nell'opera della vera conoscenza di questo capolavoro. Il film, anzi, i tre film, vanno visti tutti e compresi fino in fondo perchè dicono e rammentano all'uomo l'eterna verità. Lungi dal ricordarli che "l'uomo è un animale sociale" come sosteneva il filosofo, il poeta più tragico, da sempre e anche, forse, più vero proprio per questa sua visione tragica della vita ricorda all'uomo che si è, fondamentalmente, soli e che la stragrande maggioranza delle volte dinanzi alla vita e alle sue scelte fondamentali c'è solo da avere il coraggio più grande: quello della solitudine.
Detto questo: CIPPA LIPPA, ora et semper e soprattutto: montala di più Rambaldo. Conte Mascetti: un amore che dura una vita.

19 settembre 2018

Promemoria a cura di Angelo Ivan Leone

Promemoria
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Salvini è nato perchè il PD non volle andare alle elezioni nel 2011 quando Berlusconi fu costretto, perchè non aveva più la maggioranza in parlamento, a rassegnare le dimissioni. Al posto delle elezioni arrivò Monti. Il governo Monti non fu il peggiore della storia repubblicana, ma certamente fu sentito da tantissimi come uno dei governi peggiori perchè assunse misure draconiane, tagli orizzontali alla spesa pubblica e, soprattutto, alle pensioni in un Paese di vecchi. Tutto questo il governo Monti lo fece senza essere votato da nessuno.
A tantissimi italiani parve che Monti lo avevano mandato per commissariarci, proprio dall’Europa. Il PD pagò la sua mancanza di coraggio con la non vittoria di Bersani il 2013 alle politiche e 3 governi raccogliticci e malconci. Nell’ordine: Letta, Renzi e Gentiloni. In tutto questo Salvini nacque e nocque in quella fine 2011 che vedeva la Lega ridotta ad una larva per lo scandalo Belsito e i diamanti in Tanzania. Tuttavia Salvini ha saputo rialzarsi da quella disfatta e facendo leva sulle paure degli italiani per gli immigrati e sui macroscopici errori dei propri avversari è arrivato al Viminale oggi. Niente nella storia è inspiegabile. Nemmeno Hitler, pardon Salvini.

18 settembre 2018

I LUPI DEL CALLA di Stephen King a cura di Miriam Ballerini


I LUPI DEL CALLA di Stephen King
© 2003 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
ISBN 88-200-3574-X Pag. 864 € 7,50

Quinto libro della saga della torre nera.
Il romanzo ha inizio con la descrizione di Calla Bryn Sturgis e dei suoi abitanti. Dove ogni venti anni circa, i lupi del Calla giungono e rapiscono i loro figli gemelli, riportandoli, poi, spenti, anormali.
E ora ci risiamo: è il momento del ritorno dei lupi. Gli abitanti si riuniscono e decidono, per la prima volta nella loro storia, di reagire.
Si imbattono in Roland e il suo gruppo e chiedono loro aiuto, per combattere queste orrende creature che giungono su cavalli grigi.
Roland e i suoi compagni, accettano l’incarico e a Calla Bryn Sturgis, conoscono Callahan, un reverendo che per gli appassionati di King è una vecchia conoscenza. Qui, infatti, lo troviamo dopo che nel libro Le notti di Salem, ha combattuto contro un vampiro.
King è sempre molto abile nel ripescare personaggi di altri romanzi, facendoli proseguire sulla loro strada, quasi fossero davvero delle persone reali, con la loro vita che procede e che si amalgama con quella di altri.
Padre Callahan è in possesso della tredici nera, un’altra sfera capace di trasportare in altri “quando”. E sarà loro di grande utilità per tornare a New York e difendere Calvin Torre, proprietario di un terreno dov’è contenuta la rosa. E cosa mai sarà questa rosa?
Una “chiave” per condurre alla torre nera?
Il libro prosegue, crescendo con i protagonisti. Susannah aspetta un bambino, ma non “umano” e, proprio alla fine della storia, posseduta dalla personalità di Mia, la madre dell’essere, fuggirà per partorire.
Vediamo Jake crescere e, suo malgrado, farsi di giorno in giorno cavaliere, proprio come Roland. E Eddie farsi più uomo e responsabile.
Per tutto il romanzo, di racconto in racconto, King ci fa partecipi dell’attesa della venuta dei lupi, che solo durante la battaglia finale si scoprirà cosa siano in realtà, e per quale motivo rapiscono i bambini.
L’autore sa protrarre la narrazione, portandola alla lunghezza voluta senza mai stancare, sapendo quando sia l’ora di smettere.
La saga della torre nera prosegue sviluppandosi in questo mondo creato appositamente per contenerla, con i suoi particolari, il suo linguaggio, gli usi e i costumi, e i personaggi descritti in modo magistrale.

© Miriam Ballerini

L'ERGASTOLANO : UN TOPOLINO CHE GIRA NELLA RUOTA DENTRO UNA GABBIA a cura di Carmelo Musumeci


L'ERGASTOLANO : UN TOPOLINO CHE GIRA NELLA RUOTA DENTRO UNA GABBIA

Nessuno di noi sa dove e quando morirà. L’ergastolano sa dove: in galera. (Adriano Sofri)


Continuo ad avere un senso di colpa verso i miei compagni, perché io ce l’ho fatta, loro no; perché credo che molti di loro meritino la libertà più di me, in particolare quegli ergastolani che sono entrati in carcere giovanissimi (18, 19, 20 anni) e ormai hanno passato più anni della loro vita dentro che fuori. Molti di questi ex ragazzi sono stati usati, consumati e mangiati due volte, prima dai notabili mafiosi del territorio dove sono nati e cresciuti, poi da demagoghi di turno, sempre a caccia di emergenze, e da forcaioli e populisti. Alcuni di loro si sono ritrovati in mano una pistola e, forse per paura o per cultura, non hanno saputo dire di no. Una volta dentro, sono stati sfruttati dai politici di destra, di centro, di sinistra e dalla lobby dell’antimafia, per scopi e consensi elettorali i primi, finanziari e mediatici i secondi. Molti di questi giovani ergastolani sono nati colpevoli e sfigati, sono stati usati come carne di cannone da molti “onesti disonesti” e non si sono potuti permettere gli avvocati dei colletti bianchi. Per questo motivo continuerò a scrivere e a lottare per sensibilizzare l’opinione pubblica che il carcere dovrebbe servire a fermarti, ma poi la pena da scontare non dovrebbe essere solo il carcere, che alla lunga fa sentire innocente anche il peggiore criminale. Qualsiasi pena dovrebbe fare bene e non distruggerti, sia quando la sconti che quando l’hai finita. E, soprattutto, ti dovrebbe migliorare, o almeno farti sentire colpevole, invece una condanna crudele e cattiva come la galera a vita o il regime di tortura del 41 bis (carcere duro) non fa riflettere circa il male commesso. Non credo che le vittime dei nostri reati vorrebbero questo, piuttosto penso che lo vogliano certi politici per accrescere il loro consenso elettorale e che fanno finta di non sapere che i mafiosi di spessore non infrangono mai la legge, semplicemente la fanno infrangere agli altri e anche per questo in carcere non ci vanno mai. A meno che non si voglia ripristinare la pena di morte, penso che tutti gli ergastolani dovrebbero avere una seconda possibilità come la sto avendo io. Perché non dar loro l’opportunità di scontare la pena in modo intelligente, lavorando o aiutando gli altri? Perché tenerli chiusi per tutta la vita in solitudine in un bozzolo di niente? Perché impedirgli un futuro? Forse perché lo hanno tolto agli altri? Ma la legge non dovrebbe essere un’arma che a sua volta tortura e uccide. Che senso ha aver sostituito la pena di morte con l’ergastolo? Comunque sia, la pena dell’ergastolo non ti fa sentire colpevole, ti fa sentire innocente perché è una pena da assassini.
Una società che non uccide i suoi simili perché preferisce tenerli murati vivi dentro una cella tutta la vita è una società malata e cattiva alle radici. Credo che una persona non possa essere colpevole per sempre e che sia inumano punire una persona esclusivamente per un reato che ha commesso 20, 30, 40 anni prima. Penso che la pena dell’ergastolo, da qualsiasi parte venga esaminata, sia contro la logica e l’umanità.
La pena può finire, una volta liberi, ma la condanna continua, perché dopo tanti anni in gabbia anche la libertà sa di carcere e anche io adesso che sono libero (o quasi) ho dei momenti in cui soffro il carcere, perché quando ti abitui alla cattività per tantissimi anni poi la felicità ti stanca, dà ansia ed è anche difficile da gestire. In un certo senso, ti sei disabituato alla felicità. Credo che, sotto un certo punto di vista, la vera pena inizi quando esci fuori, perché a volte hai paura di sentirti felice, soprattutto se pensi a quanto sei stato infelice per tanti anni e quel dolore ora ritorna in mente e si fa sentire ancor più forte.



Carmelo Musumeci
Settembre 2018

DALLA TRISTE SCIENZA ALLA AD UNA SOLUZIONE A CURA DI MONICA SPLENDORI

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     DALLA TRISTE SCIENZA ALLA AD UNA SOLUZIONE                                                                                     

      Il problema economico in Italia è innanzitutto politico, della "polis", e non è un problema solo localizzato: l'Italia sta pagando più di tutte le altre Nazioni dell'Unione Europea. Questo perché? Perché siamo tanti Stati con ancora le proprie legislazioni in un'Unione economica gestita dalla politica americana di Trump e tedesca della Merckel, mentre nel nostro sud (ma, seguendo altre modalità, in tutta l'Italia) siamo in parte governati dalla mafia che si infiltra nel sistema attraverso la "burocrazia". La corruzione è figlia della burocrazia e non viceversa! Pensiamo alla corruzione impropria, anzi, spieghiamo in primo luogo la differenza tra le due: la corruzione può essere 1) propria quando oggetto del pactum sceleris è un atto contrario ai doveri d'ufficio; 2) impropria quando l'accordo ha per oggetto un atto d'ufficio. Ecco che qui già salta all'occhio il paradosso. In Svezia non hai bisogno per un atto d'ufficio (cioè un atto che ti spetta) di dover pagare. In Italia sì perché manca l'efficienza che permetterebbe di essere tutti uguali. In Italia la burocrazia permette di essere disuguali, nella giusta misura in cui il politico ci possa navigare al meglio. Lui (il politico) con le promesse elettorali, e noi con la nostra morale corrotta, proseguiamo alla ricerca del più semplice al momento, e siamo disposti anche a pagare o vendere voti a chi poi, attraverso la burocrazia non efficiente, ce la farà restituire in questo modo: esempio Ilva (ma ci sono milioni di altri casi in Italia di spreco, sperpero, ed inefficienza). Manca la trasparenza. Noi usiamo nei sistemi pubblici una burocrazia talmente contorta che la trasparenza serve solo per far trasparire quanto siamo in grado di farci del male. Pensiamo il ponte Morandi e gli appalti, nei quali le gare in revisione di spesa (spending review) facevano intascare al politico di turno un surplus da chi vinceva la gara, per poi (ovviamente) aumentare il debito pubblico attraverso le spese sostenute dal partenariato pubblico privato, tanto caro alla social democrazia europea dell'era Blair. Pensandoci, come può esistere un binomio di questo tipo?! Il pubblico è l'insieme, è della “polis”, è il comune, di tutti, il privato invece è di un proprietario, di un direttore generale, di un imprenditore. Come può un privato fare gli interessi di tutti? Se ha un bilancio, e questo si deve chiudere a fine anno con degli utili, gli utili debbono uscire dalle tasche dello Stato che con una mano, attraverso l'appalto, ha assegnato alla miglior offerta, e con l'altra toglierà alla "polis", ciò che con la corruzione avrà fatto avere agli italiani ossia: (le autostrade più costose e mal tenute di tutta Europa) sono quelle italiane, gestite da aziende che tagliano i costi e non investono nella manutenzione. Quando la logica della privatizzazione e della svendita dei beni ha prevalso il bilancio è stato terribile. Basta guardare a Roma, dove scrive il corriere della sera, c'è la “linea metropolitana più cara al mondo e sempre in ritardo, per non parlare dei collegamenti, a cosa serve un freccia rossa Verona Firenze, se il tempo che risparmi lo spendi aspettando il regionale che ti porta ad Orvieto? Oggi le strade della capitale, ma non solo sono pericolose, buche che distruggono auto, se non di peggio! Lo scandalo dei subappalti che coinvolge politici di vari schieramenti. Il fatto grave è che, anche se parte dell'infrastruttura italiana cade a pezzi ed il paese fatica a riprendersi dalla crisi, i pochi fondi sono costantemente stanziati per progetti costosi e poco funzionali. La corruzione propria, invece, è costituita da atti contrari ai doveri d'ufficio. Un esempio può essere l’avvocato che rischia di perdere il lavoro perché in base ad un decreto regio del 1931-34 la sua abilitazione era in scadenza. Anche in questo caso avremmo pagato pur di non perdere il lavoro. Quindi, la burocrazia e la sburocratizzazione sarebbero, come definizione, regolate dall'art. 97 della Costituzione, ma per capire quella italiana bisognerebbe leggerlo al contrario. Perciò, se i criteri per il buon andamento dell'amministrazione sono: efficienza, efficacia, ragionevolezza, trasparenza, ed economicità, per darne un’adeguata definizione per capire il significato dobbiamo leggerli al contrario. Pensiamo ai passaggi inutili che hanno fatto perdere soldi alla collettività, per esempio: a Malta, sempre per un avvocato, l'esame di abilitazione è orale e breve. Se rispondi bene sei abilitato alla professione. In Italia, dopo la laurea fai il praticantato con esame finale. A Malta sarebbe già concluso, ma in Italia non è finita qui: devi fare l'esame di difensore d'ufficio, poi l'esame di Stato che ha 9 prove, 3 scritte e 6 orali, con media di bocciatura del 90%. Beninteso che non è un concorso pubblico perché, come il medico, si rientra nella nozione di impresa art. 41 della Costituzione. Con la burocrazia, in Italia, un futuro avvocato lo sarai se fai parte del 10% dei più fortunati dopo la laurea nel 2002, praticantato nel 2004, e risultato degli scritti che slitta nel 2005, per obbligarti a sostenere la prova orale nel 2006/2007. Concludendo: a causa della burocrazia nello Stato Italiano se tu sei bravo ti laurei nel 2002 e diventi avvocato nel 2007. Quindi sburocratizzare in questo senso significherebbe stabilire una regola logica, in base alla quale chi ha superato una prova di esame non debba più ripeterla: quanto tempo risorse e soldi verrebbero risparmiati? Sono tantissimi gli avvocati che persero il lavoro in questo frangente, per non parlare degli operai dell'Ilva, e della strage di persone per il crollo del ponte Morandi, sempre a causa di questa Italia fragile, dove le pubbliche strutture crollano, mentre i costi negli anni sono triplicati. Italia di burocrazia, di privatizzazioni, di corruzione, Italia che ha appaltato a società private la gestione del suolo pubblico e delle infrastrutture: non solo strade, autostrade, e di conseguenza ponti, ma anche aziende, società di volo, per non parlare della sanità regionale (anche qui differenza di costi e trattamenti), Regioni che vengono premiate come eccellenze aumentando così la forbice tra sud e nord di pubblico utilizzo del servizio sanitario a causa della sfiducia nei confronti di cure non appropriate. Lo stesso vale per l'educazione e la scuola: la cosiddetta “buona scuola" ha aumentato i poteri ai dirigenti, stressati dal ruolo troppo di responsabilità. Gli stessi hanno possibilità decisoria sull'assunzione degli insegnanti precari, e la possibilità di mantenerli tali, e di recedere il loro contratto senza giustificato motivo. Per questo abbiamo alunni sempre meno formati, e qui possiamo introdurre anche l'inserimento (governo Renzi) dell’alternanza scuola-lavoro formulata in modo tale che spezzi l'anno scolastico, e nella maggioranza dei casi non porti a nessuna formazione perché l'istituto scolastico non riesce, anche per la necessità di percorsi burocratici enormi, a trovare un’azienda che si occupi di formare un ragazzo appropriatamente dal punto di vista lavorativo. Una soluzione per migliorare nel tempo l'economia italiana potrebbe essere la semplificazione burocratica, ossia l'eliminazione di quella parte di burocrazia che permette l'insinuazione di atti di corruzione nella maglia organizzativa. Altra possibilità da rivalutare è di riportare nel tempo il pubblico gestito pubblicamente, eliminando gli appalti costosissimi, i più costosi d'Europa, sia per gli accordi di gara, sia per la non manutenzione, ed in particolare per le stragi a causa dell'inefficienza delle ditte appaltanti e l'inerzia dello Stato. 

      (c) MONICA SPLENDORI 




15 settembre 2018

La nuvola testarda scritto e illustrato da Veronica Della Pietra


La nuvola testarda
scritto e illustrato da Veronica Della Pietra


Quando mi trovo di fronte a un lavoro ben fatto, mi spiace sempre che l'artista non abbia avuto la possibilità di conoscere le persone giuste per valorizzare lo stesso.
Non conosco personalmente l'artista, se non dalla sua opera e da un breve biografia che ho trovato in fondo al suo libro, purtroppo non pubblicato, ma solo stampato.
Dico questo perché Veronica è una ragazza nata nel 1989, che fin da piccola ha manifestato in varie forme la sua creatività. E, da quel che vedo, meriterebbe molto di più.
“La nuvola testarda” è un libretto dedicato ai più piccoli, magari proprio da far leggere alla mamma o al papà prima di andare a dormire.
È la storia di Nicola, scritta con semplicità, un bambino che abita a Villasole, un paese davvero meraviglioso. Un bel giorno una nuvola decide di insediarsi nel cielo sopra al bel paese e comincia a far piovere a dirotto.
Nicola cerca di far ragionare la nuvola, la porta in ogni dove pur di convincerla a trovarsi un altro luogo; ma la nuvola pare proprio ostinata a rimanere là.
Come nelle migliori fiabe, il tutto si risolverà nel migliore dei modi, con l'immancabile morale finale.
Al di là della storia, piacevole e garbata, a me sono piaciuti soprattutti i disegni fatti anch'essi da Veronica.
Sono davvero dei disegni gradevoli che non solo piaceranno ai bambini, ma anche al genitore che avrà modo di sfogliare questo libretto.
Qui sotto due immagini riprese dall'interno.



© Miriam Ballerini

11 settembre 2018

La triste scienza a cura di Angelo Ivan Leone


"La triste Scienza"

 Il problema della crisi economica è innanzitutto, come sempre politico.
 Aldilà delle figure professionali che mancano in Italia, il problema costituente che caratterizza la nostra fragilità economica è che manca una vera e seria programmazione industriale e, nello specifico, nel nostro Mezzogiorno questo è talmente palese da far essere sconcertante l'assoluto vuoti di silenzio e di proposte fatte dai singoli partiti e o movimenti politici nazionali.
 Siamo ancora fermi alle sempiterne promesse elettorali e alla concessione delle arcinote cattedrali nel deserto, o alla difesa strenua di alcune di esse, si pensi al caso Ilva. Insomma nulla di nuovo sotto il sole che possa smuovere lo sclerotizzato panorama industriale ed economico italiano cambiandone i difetti strutturali e macroeconomici: dall'estrema parcellizzazione delle aziende, al loro nanismo congenito per finire con il cronico e sempre più abissale ritardo meridionale.
 Concludendo si nota una difesa dello status quo antea che non dovrebbe nemmeno stupire più di tanto perchè, lungi dall'essere "nani che camminano sulle spalle dei giganti", come diceva l'immortale Guglielmo del Nome della Rosa di Eco, spesso, per non dire sempre, i nostri politici sembrano essere "nani che camminano sulle spalle di nani e che non vedono più in la di loro" sempre per rimanere nei ritmi di uno degli ultimi capolavori della letteratura italiana.
Con tanti saluti all'Unità d'Italia.
Per quanto riguarda, infine, il nostro amato sud, anche qui non c'è niente di nuovo sia nella storia nazionale che in quella eterna, parafrasando Tacito possiamo ben dire "avete fatto un deserto e lo avete chiamato: Sud".


(c) Angelo Ivan Leone
 

COME IMPRONTE NELLA NEVE di Miriam Ballerini recensione a cura di Giovanni Margarone


COME IMPRONTE NELLA NEVE
di Miriam Ballerini

L’ultima fatica letteraria di Miriam Ballerini, “Come impronte nella neve”, è inquadrata in un contesto narrativo neorealista, in cui il personaggio principale è Zeljka, una donna trentenne, reduce di una triste storia matrimoniale descritta con abile incisività a sprazzi nel corso della narrazione, offesa tra l’altro da un handicap fisico provocato da un incidente che la condiziona terribilmente.
Le sofferenze patite da Zeljka, che tornano ineluttabilmente nella sua mente durante il suo tentativo di riscatto e rinnovamento esistenziale, sono il cuore del messaggio che la scrittrice vuole promanare con questo romanzo, nel quale ella vuole evidenziare, se non denunciare – affinché la memoria non si dissolva – quell’atteggiamento ostile del genere maschile verso le donne che è parte del lato oscuro dell’uomo. Un tema di assoluta attualità che spesso e purtroppo scorre in sordina nello sfilacciato marasma comunicativo dei nostri giorni. Un problema sovente celato dalle vittime che non trovano il coraggio di denunciare le loro sofferenze poiché sottoposte ad una dura egida psicologica da parte dei loro abietti agenti. 
Nella narrazione, nella quale è costante la profonda analisi psicologica di Zeljka –- rafforzata dalla sua stessa autoanalisi introspettiva, si evidenzia il suo tenace sentimento di riscatto, che contrasta con la sua fragilità, supportato da una grande speranza, nonché il suo profondo coraggio, spinto dalla volontà di accantonare la sua precedente, triste, realtà esistenziale. Nel romanzo, Zeljka vuole voltare lo sguardo verso un altro futuro che credeva, fino a un certo punto della sua esistenza, in quanto pervasa dalla rassegnazione, di non poterlo schiarire da quella nebbia caliginosa che l’avvolgeva. La protagonista è alla ricerca del suo ego perduto, trovando via via una nuova consapevolezza di sé. Nel corso della narrazione, si abbina alle vicende di Zeljka anche la storia di Claudia, un’adolescente con trascorsi di droga, in un contemporaneo cammino – non privo di momenti di scontro e incomprensione reciproca – durante il quale Zeljka riesce ad entrare nel turbolento mondo degli adolescenti e dal quale riesce a trarre quell’essenza positiva che spesso viene ignorata dagli adulti.
Nel romanzo, la scrittrice, inoltre, vuol evidenziare che esiste una violenza verbale, che soggiace a danno delle vittime, non meno dolorosa e devastante di quella fisica, ma spesso sottovalutata se non ignorata che gli uomini mostrano nei confronti delle le donne. Sono altresì da evidenziare anche i riferimenti al razzismo e alla xenofobia, quando per esempio descrive la figura di Albina, madre di Jacopo. Sentimenti ai quali la Ballerini si oppone fermamente.
Il contesto narrativo non trascura l’esistenza, tuttavia, nella pletora del genere maschile, di uomini sensibili e fondamentalmente buoni che si accorgono e si rammaricano riguardo ai comportamenti di persone abiette come il marito di Zeljka, Christian, che è la fonte dei mali della povera moglie. E in questo la scrittrice vuol fare intendere, con ragionevolezza, che la generalizzazione non è propria di quell’onestà intellettuale che invece deve condurre sempre a valutare e ad analizzare prima di sentenziare.
Lorenzo, Jacopo ed Elia sono uomini buoni e generosi a differenza di Christian e stanno sempre attorno a Zeljka riempendola d’amore e conforto, ingredienti che lei con il marito non aveva mai assaporato. La scrittrice descrive questi uomini, affondando dentro la loro psicologia, guardandoli sempre negli occhi, traendone l'intima essenza in un susseguirsi di scene che scorrono con ritmo coinvolgente. I dialoghi incidono la narrazione, là dove c'è più necessità di rappresentare l'istante al lettore. I toni forti sono sempre posti al momento giusto e si alternano a momenti più dolci come in una partitura musicale. Costante è il tema dell’amore che viene affrontato da diversi aspetti, da quello fisico, istintivo, a quello più platonico e profondo. Ma assieme all’amore, vengono descritti e sciorinati l’odio e la cattiveria, dei quali Zeljka ha paura, e che vuole allontanare a tutti i costi, spinta, appunto, dalla sua voglia di riscatto durante la sua palingenesi esistenziale.
La cifra letteraria della Ballerini può ricordare Pavese - cfr. La luna e i falò – per le descrizioni abbinate ad azzeccate formule metaforiche. Si possono trovare anche tratti che possono evocare Dostoevskij e Goethe, abili analizzatori della psicologia dei loro personaggi, mentre alcuni passi evocano Italo Svevo nella sua “Coscienza di Zeno”, soprattutto per la voluta spigolosità dei dialoghi, volutamente diretti, atti a sottolineare li carattere dei personaggi. Posso anche citare il riferimento a Proust e alla sua “Recherche”, maestro nel descrivere i tratti psicologici dei suoi personaggi con particolare riferimento a “La prigioniera”. 
Ma il tratto della Ballerini è suo, inconfondibile, connotato da una grande specialità ed è sempre volta ad evidenziare le vicende esistenziali dei personaggi con una liquidità narrativa che sublima verso la mente del lettore, facendolo riflettere e inducendolo all'introspezione.
Il romanzo, come dice il titolo, vuol far capire che qualsiasi fatto della nostra esistenza, come il male che ci fa soffrire dentro, può scomparire, come le impronte sulla neve che si cancellano non appena questa sparisce al sole; se siamo animati dalla nostra volontà di riscatto e dalla speranza, che mai deve invece sparire, la vita può cambiare e piacerci magari di nuovo.

(c) Giovanni Margarone

FABRIZIO SERRA, PREFETTO DI MISURATA Un esempio illuminato dell’Italia Coloniale a cura di Vincenzo Capodiferro


FABRIZIO SERRA, PREFETTO DI MISURATA
Un esempio illuminato dell’Italia Coloniale

Fabrizio Serra, prefetto di Misurata, muore al tramonto del 1938. Di origini varesine ha profuso l’intera sua esistenza al servizio di colei che allora di chiamava “Patria”, un nome oggi bandito dal linguaggio comune, forse perché ci ricorda il padre. Oggi viviamo, oltre che la “società liquida”, la “società senza padre”, che bello! Eppure patria è nome femminile nella forma ma maschile nella materia, perché ci ricorda il Padre. Patria è padre e madre! Patria è la “terra dei padri nostri”. Quanta gente è morta per la patria: eroi, ma anche tanti uomini comuni! Si sentiva spesso la parola “patriota”. Fabrizio aveva fatto gli studi umanistici e di là si arruola nell’esercito, era colonnello di fanteria, “severamente preparato alla cultura” come riporta una memoria de’ “L’Italia Coloniale”, n. 11, del novembre del 1938, fatidico anno delle “Leggi razziali”: «Uomo di cultura e di studi, eccellente scrittore di cose militari e politiche, e in particolar modo, coloniali. Fu altresì esemplare tipicamente italiano per la fusione delle doti di pensiero e di azione. Dal 1913 al 1920, nel periodo cioè in cui più grave e più drammatico appariva il nostro destino coloniale, Serra fu trai pochi che prodigando in Libia ardimento e abilità conservarono all’Italia le basi che dovevano servire per l’inizio di una riconquista e di una rinascita libica». Oh se Fabrizio potesse vedere la “sua” Libia oggi: si metterebbe mano nei capelli! «Nel 1920 fu chiamato a far parte della commissione di valorizzazione della Cirenaica, di quella Cirenaica che egli così bene conosceva per avervi vissuto come amministratore, per averla difesa come combattente valoroso. La sua prima presa di contatto con la colonia era stata infatti guerriera: il 10 maggio 1913 aveva preso parte al combattimento di Sidi Garbà». Fabrizio aveva partecipato alla fatidica Guerra di Libia, indetta da Giolitti ed aveva vissuto così il trapasso dal giolittismo al fascismo. Il colonialismo italiano era iniziato prima, con Crispi e con Giolitti, però Giolitti non fu condannato, mentre Mussolini subito fu condannato per l’impresa d’Etiopia, ma da chi? Eppure entrambi erano ammanicati colla Francia e l’Inghilterra, tranne il secondo che dopo l’Etiopia si getta tra le braccia dell’amico nibelungo. Ma fu condannato proprio dall’Inghilterra, il massimo esponente dell’imperialismo e del colonialismo mondiale di tutti i tempi! Mi dite voi che differenza c’è tra giolittismo e fascismo? Il primo fu una dittatura parlamentare, il secondo una dittatura reale. Cioè il primo prepara la via al secondo, con tutte le remore del vecchio statista piemontese! L’impresa di Sidi Galbà vale a Fabrizio Serra una medaglia bronzea al valor militare. Nel 1921 è chiamato alle funzioni di capo dell’Ufficio politico del regio Corpo di spedizione del Mediterraneo - quel Mediterraneo che oggi è diventato la tomba dei migranti! Nel 1922 compie con successo una difficile missione in Anatolia, tanto che potremmo definirlo il nostro italiano “volpe del deserto”, come Rommel. Torna in Italia ove segue i corsi dell’allora definita “Scuola della Guerra” con brillanti risultati. «Nel 1929, Serra tornò in Italia ed ebbe da assolvere delicati incarichi come ufficiale di Stato Maggiore, prima presso il comando della divisione di Roma, poi come addetto all’Ufficio Operazioni del Comando del Corpo. Nel 1934 passò all’Ufficio coloniale del Ministero della Guerra come capo sezione, e finalmente, all’inizio del 1935, mentre si delinea prossima la grande impresa africana, fu nominato capo dell’Ufficio stesso». E siamo alla grande impresa d’Etiopia. Il colonialismo italiano, a differenza di quello franco-inglese, non era teso solo allo sfruttamento delle regioni conquistate, ma alla loro valorizzazione. L’Italia da tutte le imprese coloniali non ci ha guadagnato niente! Ci ha solo rimesso! Forse ci siamo scordati dello “scatolone di sabbia”? Ed ancora oggi paghiamo le accise sui carburanti della guerra d’Etiopia! «Era il 1936. Il maggiore Serra ebbe le funzioni di Capo di Gabinetto del generale Teruzzi, allora Governatore della Cirenaica». In questo contesto dobbiamo segnalare la grande perizia del Nostro: «Aveva acquistato una profonda conoscenza del problema, ne diede poi conto in un volume che a tutt’oggi costituisce il classico testo sul complesso problema di politica religiosa e indigena». Cioè in pratica il Serra aveva compreso pienamente la questione libica, che oggi nessuno riesce a risolvere. Poi inizia un’altra fase eroica: la partecipazione alla “guerra imperiale”. Mussolini aveva lanciato il programma coloniale: allungheremo lo stivale fino all’Africa Orientale! Il Nostro entra nella Divisione Camice Nere “I Febbraio”: «Qui si inizia storia di ieri, ben viva nel ricordo di ciascuno. A tutti è noto e presente alla memoria l’epico comportamento della Divisione, battutasi eroicamente a stornare il tentativo di aggiramento compiuto dalle forze di ras Immerù, e a tutti è nota parimenti l’importanza strategica della battaglia dello Scirè. La marcia compiuta dalla “I Febbraio” attraverso l’Adì Abò, contro le colonne del ras fu compiuta in terreno inesplorato, orrido, impervio, dominato da ciglioni altissimi, traversato da costoni impraticabili. Fabrizio Serra, capo di Stato Maggiore, non cedette alla prova. Colpito da forti febbri, non volle abbandonare la Divisione». E qui si ammalava! E quella malattia lo accompagnava fino alla morte. «Ritornato in Italia, dopo aver preso per un breve periodo la direzione dell’Ufficio Colonie al Ministero della Guerra, fu promosso colonnello ed assunse il comando del 67 fanteria. E finalmente nel febbraio del 1938, nominato Prefetto di Misurata, ritornò ancora una volta, per l’ultima volta, alla sua Libia, a quella Libia che le era rimasta profondamente cara nel cuore per il ricordo delle lotte compiute all’inizio della sua carriera di soldato e di politico africano». Riportiamo alcuni stralci delle ultime lettere del Nostro, riprese dalla testimonianza, che abbiamo seguito, del periodico “L’Italia Coloniale”, che aveva dedicato un’intera pagina a sua memoria: in una lettera del 10 febbraio: «Mi dicono che Derna è diventata molto bella e che Bengasi fra poco riprenderà sviluppo con rinnovato vigore. Ma ora devo occuparmi di Misurata. Misurata deve diventare la grande provincia agricola della Libia, deve conquistarsi il titolo di “Provincia Verde”». Forse Fabrizio aveva in mente le nostre “province lumbard”, donde proveniva. Stiamo scherzando! Eppure oggi si parla tanto di ecologismo: guardate quanti progetti lungimiranti aveva il Nostro! Lettera del 31 marzo: «Ho adottato come principio informatore della mia attività quello di ragionare coi piedi. Non spaventarti: vuol dire “andare a piedi e ficcare il naso dove l’auto non potrà”. È una cosa molto importuna per chi poi deve subirne le conseguenze. Ma è utilissima». Se adottassero anche i nostri politici questo principio informatore! Ma costoro ragionano coi piedi non nel senso di Fabrizio, ma in quello più deleterio dell’espressione. Ed infine l’ultima lettera, del 6 maggio 1938, poco prima di morire: «Devo scriverti colle mani di mia moglie perché sono purtroppo ancora a letto, costretto ad un’immobilità che per i medici non è mai sufficiente, ma per me è esasperante». Purtroppo la flebite dell’Adì Abò lo conduce alla morte: «Il male era quello di “allora”, ma giunse a piegarlo, quasi a vendicare l’antica sconfitta subita allora dalla ferrea volontà dell’Uomo. E lo abbatté, di schianto, nel corso della sua fatica». Quanto umanesimo si può leggere in queste descrizioni! D'altronde l’Italia è la patria dell’Umanesimo, quell’Umanesimo che in parte si ritrova anche - perché no? - nella retorica fascista, nel neoclassicismo artistico. Abbiamo voluto valorizzare questa personalità, forse poco nota, ma che si è spesa per la patria, in altri tempi … D’altronde i regimi - compresi quelli democratici attuali - possono aver commesso anche errori madornali, ma sono fatti di uomini, e tra questi uomini vi sono state sempre persone capaci, oneste e giuste.
Vincenzo Capodiferro

08 settembre 2018

Doppia morale e doppia lealtà a cura di Angelo Ivan Leone

  • Doppia morale e doppia lealtà

  •  La grandezza della filosofia sta anche in quelle piccole cose che, magari, in pochi conoscono. Uno degli autori, a mio parere, più sottovalutati dalla nostra programmazione filosofica è l'italianissimo Nicolò Macchiavelli. Uomo titanico, politologo e finissimo psicologo, viene studiato più in letteratura che in filosofia. Al torto di vederlo studiato più da letterato che da filosofo cerco di sopperire dando al pensatore il suo giusto spazio e ricordando quanto sia attuale il suo pensiero e il suo libro:"Il Principe". Del "Principe" sono solito ricordare, che è stato un libro che ha avuto la prefazione di tre uomini politici italiani, nell'ordine questi sono: Benito Mussolini, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Ergo il "Principe" ha avuto il cercare una spiegazione tramite la prefazione di tre degli uomini più importanti dell'Italia del '900. Proprio nella prefazione di Craxi c'è un passaggio dove il capo del PSI, Presidente del Consiglio di uno dei governi più lunghi della I Repubblica, scopre il segreto di Macchiavelli che ha svelato come esista una "doppia morale": una per i governanti-potenti e l'altra per i governati-umili. Un capolavoro, avrebbe scritto l'immortale Leonardo Sciascia.
  • (c) Angelo Ivan Leone

04 settembre 2018

37^ RADUNO INTERNAZIONALE DEGLI SPAZZACAMINI a cura di Miriam Ballerini


37^ RADUNO INTERNAZIONALE DEGLI SPAZZACAMINI

Domenica 2 settembre 2018 sono andata ad assistere a una pregevole manifestazione. Il 37^ raduno internazionale degli spazzacamini, durato dal 31 agosto al 3 settembre a Santa Maria Maggiore in Valle Vigezzo.
Una Valle che è nominata “Valle degli spazzacamini” proprio per la sua storia di emigrazione del 1800, quando giovani e giovanissimi partivano per cercare fortuna altrove.
Ogni anno, più di mille spazzacamini, tornano in patria e arrivano davvero da lontano! Germania, Francia, Olanda, Belgio, paesi slavi. Ma anche Stati Uniti, Giappone, quest'anno anche dall'Uruguay!
Ognuno col proprio costume tradizionale, quasi per tutti nero, tranne per l'Olanda che lo ha bianco. Con gli attrezzi del mestiere e la faccia sporca di fuliggine. Quando sfilano si divertono a “segnare” le persone, sporcando la faccia di nero, facendo diventare tutti parte della loro tradizione.
La sfilata è accompagnata da diverse bande che suonano e cantano, spandendo ovunque allegria, tra le diverse urla di “spazzacamino!” che riportano al passato, proprio come quando uno di loro giungeva in un paese e, per avvertire la gente che era disponibile per quel lavoro, gridava nelle vie chi lui fosse.
La folla presente per assistere al loro raduno è davvero notevole! Tanto che spesso è difficoltoso muoversi per le vie non di certo larghissime del paese.
La sfilata, durata circa due ore e mezzo, mi ha coinvolta emotivamente, non solo per quanto di bello ho potuto ammirare. In quel lasso di tempo, infatti, sono accaduti tre episodi che mi hanno dato fastidio e fatta riflettere, ancora una volta, su che popolo stiamo diventando.
Il primo: ci ritroviamo, io e mio marito, in un punto molto stretto, già pieno di persone. A un certo punto una signora invalida, col suo motorino apposito, deve passare. La gente si schiaccia l'un con l'altra per permetterle di passare. A questo punto una signora di mezza età si arrabbia, perché una persona handicappata “lì non ci dovrebbe stare”.
Il secondo: troviamo una strada un po' meno affollata e mi avvicino a un muro per appoggiare un momento le spalle. Faccio per arrivarci quando una signora mi mette le mani addosso, spingendomi via: “Non mi si metta davanti!”
Veramente mi sarei messa dietro di lei, ma nemmeno ha avuto il tempo di realizzare cosa avessi intenzione di fare. Ormai non ci si osserva nemmeno più, l'altro è un nemico che vuole toglierci chissà quale diritto.
Il terzo: tre volontari della croce rossa ci ospitano nel loro spazio sul marciapiede, accanto a me marito e moglie, sulla settantina. Intorno a noi bambini, alcuni anche molto piccoli, che si divertono ad andare incontro agli spazzacamini che regalano loro le caramelle. Un signore si sporge ogni tanto per fare qualche foto, dista da noi qualche metro. Ecco che il signore accanto a me si mette a urlare insulti, aggredendolo verbalmente, perché il tizio, più basso di lui almeno di una ventina di centimetri, gli si mette davanti! Urla forte, sparandogli addosso tutto un repertorio che preferirei non dover ascoltare, almeno non da una persona che potrebbe essere il nonno di quei piccoli che lo guardano spaventati.
Una bella giornata, con momenti interessanti, dove imparare, anche solo osservare stupiti, viene rovinata da questi episodi.
Gli spazzacamini, con la loro faccia nera, ci passano accanto per ricordare un momento storico dove le persone ancora non vivevano con la guardia alzata a erigere barricate contro un nemico ipotetico; forse nemmeno si rendono conto di transitare fra chi, di nero, ha ormai solo il cuore.
Mi auguro che si riesca, in futuro, a tornare a vivere in una società civile, dove una manifestazione non debba avere questo sapore amore. Dove i valori ricevuti in eredità dal passato, anche da persone come quelle ricordate domenica, tornino a vincere e a insegnare.
Al di là di questo, ritengo sia stata un'occasione notevole, sia per quanto rimette in scena, sia per onorare la memoria delle tante vittime, soprattutto fra i più piccoli, sacrificati da questo mestiere.

© Miriam Ballerini

03 settembre 2018

DIES NEFASTUS a cura di Angelo Ivan Leone


                                   
DIES NEFASTUS

 Oggi 3 settembre la Repubblica commemora i morti della strage di via Carini a Palermo dove morirono il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da pochissimo nominato prefetto del capoluogo siciliano, la giovanissima moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.
  Questo orrendo e infame atto è stato uno dei crimini politici: i cosidetti delitti eccellenti, per definirli con le parole di Giovanni Falcone. Con questa strage la mafia "vincente" dei corleonesi inaugurò la stagione di scontro totale e frontale con lo stato.
La realtà storica, tuttavia, racconta di uno stato incapace di difendere i suoi uomini migliori, come avverrà di li a qualche anno anche con uomini del calibro proprio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Uno stato, quello italiano, che cominciò ad uccidere Dalla Chiesa e lo stesso Falcone, lasciandoli colpevolmente soli. Da ricordare la famosa intervista fatta al Generale da Giorgio Bocca in cui, nell'ufficio di quest'ultimo, non arrivò nemmeno una telefonata a sottolineare l'assoluta solitudine in cui il Generale si muoveva. Al perchè il Generale che combattè e vinse il terrorismo venne lasciato da solo e fatto ammazzare dalla mafia, si dovrebbe rispondere che questa è una delle costanti storiche di questa nostra disperata Italia. Concludo ricordando le parole profetiche e amare di Giovanni Falcone nel suo libro intervista a Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra: "Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande".
  Ricordiamo anche e soprattutto per far si che non accada più che la colpevole, complice e terrificante solitudine venga ad ammazzarci uomini come loro, questo giorno che a Roma avrebbero chiamato come dovremmo fare anche noi: dies nefastus.

(c) Angelo Ivan Leone

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...