FABRIZIO SERRA, PREFETTO DI MISURATA Un esempio illuminato dell’Italia Coloniale a cura di Vincenzo Capodiferro
FABRIZIO
SERRA, PREFETTO DI MISURATA
Un
esempio illuminato dell’Italia Coloniale
Fabrizio
Serra, prefetto di Misurata, muore al tramonto del 1938. Di origini
varesine ha profuso l’intera sua esistenza al servizio di colei che
allora di chiamava “Patria”, un nome oggi bandito dal linguaggio
comune, forse perché ci ricorda il padre. Oggi viviamo, oltre che la
“società liquida”, la “società senza padre”, che bello!
Eppure patria è nome femminile nella forma ma maschile nella
materia, perché ci ricorda il Padre. Patria è padre e madre! Patria
è la “terra dei padri nostri”. Quanta gente è morta per la
patria: eroi, ma anche tanti uomini comuni! Si sentiva spesso la
parola “patriota”. Fabrizio aveva fatto gli studi umanistici e di
là si arruola nell’esercito, era colonnello di fanteria,
“severamente preparato alla cultura” come riporta una memoria de’
“L’Italia Coloniale”, n. 11, del novembre del 1938, fatidico
anno delle “Leggi razziali”: «Uomo di cultura e di studi,
eccellente scrittore di cose militari e politiche, e in particolar
modo, coloniali. Fu altresì esemplare tipicamente italiano per la
fusione delle doti di pensiero e di azione. Dal 1913 al 1920, nel
periodo cioè in cui più grave e più drammatico appariva il nostro
destino coloniale, Serra fu trai pochi che prodigando in Libia
ardimento e abilità conservarono all’Italia le basi che dovevano
servire per l’inizio di una riconquista e di una rinascita libica».
Oh se Fabrizio potesse vedere la “sua” Libia oggi: si metterebbe
mano nei capelli! «Nel 1920 fu chiamato a far parte della
commissione di valorizzazione della Cirenaica, di quella Cirenaica
che egli così bene conosceva per avervi vissuto come amministratore,
per averla difesa come combattente valoroso. La sua prima presa di
contatto con la colonia era stata infatti guerriera: il 10 maggio
1913 aveva preso parte al combattimento di Sidi Garbà». Fabrizio
aveva partecipato alla fatidica Guerra di Libia, indetta da Giolitti
ed aveva vissuto così il trapasso dal giolittismo al fascismo. Il
colonialismo italiano era iniziato prima, con Crispi e con Giolitti,
però Giolitti non fu condannato, mentre Mussolini subito fu
condannato per l’impresa d’Etiopia, ma da chi? Eppure entrambi
erano ammanicati colla Francia e l’Inghilterra, tranne il secondo
che dopo l’Etiopia si getta tra le braccia dell’amico nibelungo.
Ma fu condannato proprio dall’Inghilterra, il massimo esponente
dell’imperialismo e del colonialismo mondiale di tutti i tempi! Mi
dite voi che differenza c’è tra giolittismo e fascismo? Il primo
fu una dittatura parlamentare, il secondo una dittatura reale. Cioè
il primo prepara la via al secondo, con tutte le remore del vecchio
statista piemontese! L’impresa di Sidi Galbà vale a Fabrizio Serra
una medaglia bronzea al valor militare. Nel 1921 è chiamato alle
funzioni di capo dell’Ufficio politico del regio Corpo di
spedizione del Mediterraneo - quel Mediterraneo che oggi è diventato
la tomba dei migranti! Nel 1922 compie con successo una difficile
missione in Anatolia, tanto che potremmo definirlo il nostro italiano
“volpe del deserto”, come Rommel. Torna in Italia ove segue i
corsi dell’allora definita “Scuola della Guerra” con brillanti
risultati. «Nel 1929, Serra tornò in Italia ed ebbe da assolvere
delicati incarichi come ufficiale di Stato Maggiore, prima presso il
comando della divisione di Roma, poi come addetto all’Ufficio
Operazioni del Comando del Corpo. Nel 1934 passò all’Ufficio
coloniale del Ministero della Guerra come capo sezione, e finalmente,
all’inizio del 1935, mentre si delinea prossima la grande impresa
africana, fu nominato capo dell’Ufficio stesso». E siamo alla
grande impresa d’Etiopia. Il colonialismo italiano, a differenza di
quello franco-inglese, non era teso solo allo sfruttamento delle
regioni conquistate, ma alla loro valorizzazione. L’Italia da tutte
le imprese coloniali non ci ha guadagnato niente! Ci ha solo rimesso!
Forse ci siamo scordati dello “scatolone di sabbia”? Ed ancora
oggi paghiamo le accise sui carburanti della guerra d’Etiopia! «Era
il 1936. Il maggiore Serra ebbe le funzioni di Capo di Gabinetto del
generale Teruzzi, allora Governatore della Cirenaica». In questo
contesto dobbiamo segnalare la grande perizia del Nostro: «Aveva
acquistato una profonda conoscenza del problema, ne diede poi conto
in un volume che a tutt’oggi costituisce il classico testo sul
complesso problema di politica religiosa e indigena». Cioè in
pratica il Serra aveva compreso pienamente la questione libica, che
oggi nessuno riesce a risolvere. Poi inizia un’altra fase eroica:
la partecipazione alla “guerra imperiale”. Mussolini aveva
lanciato il programma coloniale: allungheremo lo stivale fino
all’Africa Orientale! Il Nostro entra nella Divisione Camice Nere
“I Febbraio”: «Qui si inizia storia di ieri, ben viva nel
ricordo di ciascuno. A tutti è noto e presente alla memoria l’epico
comportamento della Divisione, battutasi eroicamente a stornare il
tentativo di aggiramento compiuto dalle forze di ras Immerù, e a
tutti è nota parimenti l’importanza strategica della battaglia
dello Scirè. La marcia compiuta dalla “I Febbraio” attraverso
l’Adì Abò, contro le colonne del ras fu compiuta in terreno
inesplorato, orrido, impervio, dominato da ciglioni altissimi,
traversato da costoni impraticabili. Fabrizio Serra, capo di Stato
Maggiore, non cedette alla prova. Colpito da forti febbri, non volle
abbandonare la Divisione». E qui si ammalava! E quella malattia lo
accompagnava fino alla morte. «Ritornato in Italia, dopo aver preso
per un breve periodo la direzione dell’Ufficio Colonie al Ministero
della Guerra, fu promosso colonnello ed assunse il comando del 67
fanteria. E finalmente nel febbraio del 1938, nominato Prefetto di
Misurata, ritornò ancora una volta, per l’ultima volta, alla sua
Libia, a quella Libia che le era rimasta profondamente cara nel cuore
per il ricordo delle lotte compiute all’inizio della sua carriera
di soldato e di politico africano». Riportiamo alcuni stralci delle
ultime lettere del Nostro, riprese dalla testimonianza, che abbiamo
seguito, del periodico “L’Italia Coloniale”, che aveva dedicato
un’intera pagina a sua memoria: in una lettera del 10 febbraio: «Mi
dicono che Derna è diventata molto bella e che Bengasi fra poco
riprenderà sviluppo con rinnovato vigore. Ma ora devo occuparmi di
Misurata. Misurata deve diventare la grande provincia agricola della
Libia, deve conquistarsi il titolo di “Provincia Verde”». Forse
Fabrizio aveva in mente le nostre “province lumbard”,
donde proveniva. Stiamo scherzando! Eppure oggi si parla tanto di
ecologismo: guardate quanti progetti lungimiranti aveva il Nostro!
Lettera del 31 marzo: «Ho adottato come principio informatore della
mia attività quello di ragionare coi piedi. Non spaventarti: vuol
dire “andare a piedi e ficcare il naso dove l’auto non potrà”.
È una cosa molto importuna per chi poi deve subirne le conseguenze.
Ma è utilissima». Se adottassero anche i nostri politici questo
principio informatore! Ma costoro ragionano coi piedi non nel senso
di Fabrizio, ma in quello più deleterio dell’espressione. Ed
infine l’ultima lettera, del 6 maggio 1938, poco prima di morire:
«Devo scriverti colle mani di mia moglie perché sono purtroppo
ancora a letto, costretto ad un’immobilità che per i medici non è
mai sufficiente, ma per me è esasperante». Purtroppo la flebite
dell’Adì Abò lo conduce alla morte: «Il male era quello di
“allora”, ma giunse a piegarlo, quasi a vendicare l’antica
sconfitta subita allora dalla ferrea volontà dell’Uomo. E lo
abbatté, di schianto, nel corso della sua fatica». Quanto umanesimo
si può leggere in queste descrizioni! D'altronde l’Italia è la
patria dell’Umanesimo, quell’Umanesimo che in parte si ritrova
anche - perché no? - nella retorica fascista, nel neoclassicismo
artistico. Abbiamo voluto valorizzare questa personalità, forse poco
nota, ma che si è spesa per la patria, in altri tempi … D’altronde
i regimi - compresi quelli democratici attuali - possono aver
commesso anche errori madornali, ma sono fatti di uomini, e tra
questi uomini vi sono state sempre persone capaci, oneste e giuste.
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