29 giugno 2018

TICINO, ELDORADO ITALIANO? di Antonio Laurenzano


TICINO, ELDORADO ITALIANO?
di Antonio Laurenzano

Lugano addio”. La bella canzone di Ivan Graziani è l’ideale colonna sonora del libro del giornalista della RSI Francesco Lepori “Il Ticino dei colletti sporchi”, Dadò Editore, di recente pubblicazione. Un lungo viaggio attraverso le vicende giudiziarie degli anni ’70 e ‘80 legate ai reati finanziari quando il Ticino era l’Eldorado italiano. Sulla piazza finanziaria di Lugano si riversarono “tonnellate di soldi”, perché “a un certo momento, scrive l’autore, i soldi non si contavano, si pesavano!” Il Ticino subì una “invasione” di capitali che gli italiani, attraverso anche i valichi del varesotto, trasportavano in Svizzera con grandi borsoni. Da un lato un Paese, l’Italia , che diventa sempre più ricco ma politicamente instabile, con smagliature nel sistema fiscale di controllo, dall’altro le banche svizzere che non chiedono la provenienza dei soldi. Una crescita incontrollata del settore bancario ticinese, causa di truffe, malversazioni, fallimenti. Un malaffare generalizzato.
L’Eldorado della finanza si trasformò presto in un vero Far West: tutto era possibile, anche azzerare conti correnti attraverso operazioni spregiudicate, complici gli stessi operatori bancari. Ne sa qualcosa un facoltoso faccendiere di casa nostra che vide il suo tesoretto volatilizzarsi ad opera di “fiduciari” e “bracconieri” senza scrupoli. Ci sono nel libro storie di truffe milionarie: un “furbetto” lombardo riuscì a farsi prestare dal Banco di Roma di Lugano senza alcuna garanzia 120 milioni di franchi utilizzati per fare bella vita: villa a Portofino, attico di lusso a Milano, auto da corsa. Ma il caso più clamoroso resta quello della Texon, società costituita dal Credit Suisse di Chiasso nel Liechtenstein. Sui conti della Texon furono fatti confluire in maniera subdola soldi di numerosi imprenditori e risparmiatori italiani rimasti poi vittime di disastrosi investimenti, non coperti da garanzia bancaria. Nel 1977 scoppiò lo scandalo con un buco finanziario di 1380 miliardi di franchi! Il Credit Suisse finì sull’orlo del fallimento.
Una finanza malata proliferata per decenni nel silenzio di leggi e in assenza di vigilanza. A farne le spese tanti italiani, ricorda l’ex Procuratore capo della città ticinese, Paolo Bernasconi, uno dei protagonisti di quella stagione giudiziaria. “La stragrande maggioranza delle vittime degli operatori bancari, con patrimoni dilapidati, era italiana. Patrimoni non dichiarati al fisco e quindi rinuncia degli interessati a ogni processo per il timore di ricadute fiscali negative”. Il danno e la beffa!
Evasione e truffe, storia del passato. La Svizzera e gli altri paradisi fiscali europei hanno ormai aderito allo scambio automatico di informazioni finanziarie a fini fiscali. Lugano addio!

25 giugno 2018

SPORTELLO DONNA a cura di Miriam Ballerini


SPORTELLO DONNA

Il mio lavoro mi permette di avvicinarmi a diverse realtà. Spesso si parla senza cognizione di causa, è bene, laddove possibile, informarsi e farlo di prima persona.
Tempo fa, durante la presentazione del mio ultimo romanzo a Bresso, ho conosciuto la realtà dello sportello donna dell'associazione Mittatron onlus.
“Come impronte nella neve”, il mio libro, parla del problema del femminicidio, un termine che sempre più spesso aleggia come uno spettro oscuro nei nostri telegiornali.
La sera della presentazione, la presidente dell'associazione Mittatron che si occupa dello sportello donna, mi aveva invitato a visitare la loro sede.
Questa settimana, finalmente, ho potuto recarmi in questo luogo che è, prima di tutto, accoglienza. Anche nei miei riguardi, una persona che per fortuna non conosce la violenza, è stato come entrare in un territorio dove si respira l'apertura, di braccia e di cuori.
La presidente, Giusy Spaghetto, ha cominciato ad avvicinarsi al mondo delle donne maltrattate dopo aver conosciuto da vicino il problema, assitendo a un episodio avvenuto nella sua famiglia.
Nel loro centro sono presenti volontarie che hanno seguito una formazione. Una donna che vi arriva viene accolta, ascoltata, indirizzata.
Una psicologa è a disposizione per vari colloqui nei quali stabilire la valutazione di rischio. Altra figura professionale presente è quella dell'avvocato che, la prima volta, è gratuito; per le seguenti ha comunque un onorario sostenibile. Inoltre vi si trova un'assistente sociale educatrice e mediatrici linguistiche culturali.
Tramite un elenco di case rifugio, quando si presenta la necessità di allontanare la donna dal proprio domicilio, si fa una ricerca per trovare loro un luogo sicuro.
Ovviamente nulla di tutto ciò è così semplice. Gli ostacoli da superare sono molti: da quelli che le donne stesse pongono sul loro cammino, perché dopo anni di abusi arrivano a convincersi di meritare le botte, le vessazioni, di non valere nulla. A chi, anche dopo aver chiesto aiuto, torna sui suoi passi per paura, per i figli, perché è giusto che la donna subisca.
Le stesse volontarie e operatrici corrono rischi, perché, a volte, capita che vengano prese di mira dagli uomini che non hanno nessuna intenzione di perdere la loro posizione di potere sulla propria donna.
Non esiste, nella casistica, un' età a rischio, una condizione sociale, l'educazione ricevuta. Le donne abusate arrivano da ogni condizione, da un'età che parte dai diciotto ai settantotto anni.
Alla mia domanda: “Come mai adesso si parla tanto di femminicidio? Eppure non è un tipo di crimine moderno”. Giusy mi risponde che è l'Italia ad essersi adeguata tardi alla convenzione di Instanbul del 2013. Da allora c'è stato un censimento delle realtà come la loro.
Le donne devono prendere consapevolezza di questo problema e devono sapere che ci sono dei posti dove recarsi, dove fuggire; dove chiedere aiuto e, soprattutto, trovare qualcuno che sappia ascoltarle e offrire loro aiuto.
Gli uomini devono altresì sapere che anche per loro ci sono dei centri per il controllo della rabbia. E luoghi di recupero per uomini maltrattanti.
Ma da dove nasce questo problema? Sappiamo bene che l'essere umano ha delle risposte diverse allo stesso stimolo. Una persona, davanti a qualcuno che gli urla in faccia, ad esempio, può semplicemente girarsi e andarsene; altri possono scegliere di urlare a loro volta, c'è chi sceglie di reagire e usare le mani.
Nell'83% dei casi, gli uomini maltrattanti hanno subito violenza nella famiglia d'origine. Oppure hanno assistito alla violenza che il padre ha usato sulla loro madre.
Il 40% di chi subisce, rimette in scena il proprio vissuto.
Gli uomini, spesso, si identificano con l'abusante; mentre le donne con la vittima.
Quando va in scena una violenza, dobbiamo pensare che questa è una risposta inadeguata per fare fronte a una propria fragilità.
Lo sportello donna, in questo caso parlo di quello da me visitato, è comunque disponibile per chiunque voglia saperne di più.
Si è sempre in tempo per fermarsi un momento, per riflettere, per fare un passo indietro. Anche al trauma più tremendo possiamo impedire di dettare le regole sulla nostra vita. Solo noi siamo i possessori della decisione ultima e del nostro libero arbitrio.
So bene quanto sia difficile uscire da alcune spirali, ma già sapere che c'è chi ci sta tendendo la mano, può fare la differenza.
Per informazioni: sportello donna di Bresso 02-61455370

Grazie di cuore a Giusy Spaghetto e a tutte le volontarie che mi hanno ospitata, dandomi la possibilità di capirne ancora un poco di più.

© Miriam Ballerini

La disfatta di Caporetto a cura di Angelo Ivan Leone

                                            LA DISFATTA DI CAPORETTO
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Il generale che comandava all’inizio della prima guerra mondiale l’esercito italiano era Luigi Cadorna detto “il generalissimo”, figlio del generale che aprì la breccia nella risorgimentale battaglia di Porta Pia e padre, a sua volta, del generale che comandò la resistenza antifascista durante la seconda guerra mondiale. Come carattere egli possedeva, al tempo stesso, la purezza e la durezza di un diamante, ma militarmente le sue conoscenze erano totalmente superate. Uomo di indubbia onestà morale e personale, devoto alla chiesa senza essere bigotto era anche un acerrimo nemico dei politici secondo la più classica tradizione militare.
Cadorna, pur non negando queste sue qualità umane, non aveva la stoffa del grande stratega e neppure del grande tattico, perché gli mancava la fantasia o se vogliamo il puro genio militare che valse a Cesare e a Napoleone la gloria dei posteri. Per “il generalissimo” il manuale da guerra era da seguire in ogni sua parte, quasi si trattasse di una testo sacro, e avendo questa idea dogmatica dell’arte militare egli spesso dimenticava e non considerava che nel corso di una qualsiasi battaglia, sovente, si sviluppano dinamiche del tutte estranee ai piani formulati a tavolino dallo Stato Maggiore.
Cadorna, inoltre, concepiva la guerra con una visione ferma ancora alle campagne napoleoniche di un secolo prima e riteneva la battaglia come una sorta di muro contro muro da portare al limite estremo delle forze all’insegna del “chi la dura la vince”. La sua era una strategia, quindi, di puro e semplice logoramento che sviluppò benissimo nel corso delle innumerevoli battaglie dell’Isonzo. Nel biennio 1915-1917 se ne contarono 11 e videro degli insignificanti guadagni territoriali da parte degli italiani in grigioverde che venivano, alle volte con lo stesso raccapriccio degli austriaci in grigioblu, falcidiati mentre compivano le loro eroiche quanto inutili cariche garibaldine.
Nel corso della conduzione della campagna bellica durata due anni, prima del disastro di Caporetto, Cadorna riuscì ad ottenere solo una modesta vittoria a Gorizia e ad evitare la sconfitta nel 1916 quando ci fu la prima azione offensiva degli austriaci chiamata “Strafexpedition” (spedizione punitiva) sull’altopiano di Asiago. Le colpe della sconfitta, o meglio della disfatta e della successiva rotta a Caporetto pesano quasi totalmente sulla colpevole miopia militare del “generalissimo”. Quando per la seconda volta gli austriaci insieme ad un manipolo di tedeschi guidati dall’allora tenente Rommel, tentarono una manovra d’aggiramento infischiandosi delle cime presidiate dagli italiani e portando le loro unità nel cuore delle valli alpine, anticipando così di una guerra la famigerata “blitzkrieg”, il grosso dell’esercito italiano si trovò completamente spiazzato dal nemico e dovette indietreggiare anche perché tutti i contatti telefonici erano saltati. I costi della sconfitta furono tremendi, non tanto in quanto a morti non se ne contarono che 10000 assieme a 30000 feriti, ma in quanto a prigionieri 130000 e sbandati 350000.
l’Italia intera rimase per mesi con l’incubo della sconfitta, mentre il nemico invadeva intere province del Veneto e il nostro esercito si attestava sulla linea del Piave. Poi avvene il miracolo, anche perché la guerra era passata dall’essere offensiva all’essere difensiva e questo era molto più nelle corde del carattere degli italiani. Destituito come era ovvio, e era il minimo, Cadorna, l’esercito vinse la sua battaglia difensiva, appunto, quando “il Piave mormorava” e gli austriaci provarono lo stesso senso della sconfitta, oramai definitiva, dato agli Italiani, ad un anno esatto da Caporetto il 24 Ottobre 1918. Così iniziò la battaglia finale della Grande Guerra passata poi alla storia come la battaglia di Vittorio Veneto.
In realtà non ci fù niente di cosi eroico, in quanto gli austriaci cosi come i tedeschi alla fine del 1918 erano alla fame, la battaglia tanto declamata dalla retorica nazionale non fù altro che una grossa operazione di inseguimento su un nemico oramai vinto e disgregato. L’impero Austro-Ungarico stava scomparendo e i popoli ad esso sottomessi non pensavano certo di combattere per l’aquila austriaca ma gettavano spontaneamente le armi ai piedi dei soldati italiani prima di rifluire in massa verso i loro Paesi d’origine.

Camera – VII Prix Pictet - Space a cura di Marco Salvario


Camera – VII Prix Pictet - Space
Marco Salvario

Dal 23 maggio al 26 agosto 2018, Camera - Centro Italiano per la Fotografia ha ospitato nel suo spazio espositivo di Torino i finalisti del settimo ciclo del Prix Pictet.  Il Gruppo Pictet accoglie i contributi di fotografi impegnati nelle sfide ambientali e sociali dei nostri tempi; il tema di questa edizione, collegato al concetto di “sostenibilità”, era “Space”, lo spazio.
Più di 700 i fotografi di tutto il mondo che hanno accettato la sfida e presentato i loro lavori, dodici i selezionati e, a mio giudizio, tutte le opere dei finalisti erano di altissimo livello. Purtroppo nessun fotografo italiano tra di loro.
Nel seguito mi sono soffermato sui messaggi delle opere che più mi hanno colpito e sul loro impatto emotivo sul pubblico. I fotografi che le hanno realizzate sono bravissimi professionisti e nessun appunto sulle scelte espressive o sulle tecniche utilizzate poteva essere sollevato.
La mostra s’inserisce tra le molte proposte di FO.TO Fotografi a Torino, che hanno coinvolto decine d artisti e di gallerie d’arte della mia città.




Michael Wolf

Questo fotografo tedesco ha trovato ispirazione fotografando, all’interno di una stazione della metropolitana di Tokio, i lavoratori pendolari in transito che, dalle estreme periferie della capitale nipponica, dove i prezzi degli alloggi sono relativamente più accessibili, raggiungono i propri posti di lavoro nei quartieri ricchi del centro. Ogni ottanta secondi transitava davanti alla sua macchina fotografica un treno stracolmo di passeggeri stremati, ancora assonnati, costretti a respirare aria povera di ossigeno e satura di umidità. A milioni questi lavoratori dai volti annebbiati, sofferenti, quasi deformati e dagli occhi chiusi, ripetono il loro calvario tutte le mattine per tutta la loro vita. La loro condizione al limite della resistenza fisica, colta attraverso i finestrini chiusi, è un atto di accusa che ci costringe a meditare sulle leggi che regolano il lavoro della nostra società anche nei paesi più ricchi ed economicamente solidi.




Richard Mosse

Con Mosse, il premio Pictet di questa edizione è andato in Irlanda; oltre alla possibilità di fare conoscere le sue opere in città dove le sue fotografie e quelle degli altri finalisti sono e saranno esposte, l’artista si è portato a casa 100.000 franchi svizzeri che sono una bella cifra, circa 87.000 euro al cambio di oggi.
Per realizzare i suoi lavori, Mosse utilizza una fotocamera termica militare con teleobiettivo, che gli consente di documentare anche da chilometri di distanza la vita all’interno dei siti europei dove sono racchiusi, spesso per periodi lunghissimi e sotto lo stretto controllo dell’esercito, i rifugiati in fuga dalle guerre o dalla miseria. Senza bisogno di commenti, senza che siano cercate immagini di effetto che spesso falsano e distorcono il messaggio di una fotografia, ci viene offerto lo squallido spettacolo di provvisorietà e abbandono normalmente nascosto ai nostri occhi da recinzioni e barriere. Questa visione apparentemente ordinata e senza tempo, fa venire in mente immagini del passato che speravamo, almeno nella nostra Europa, non avremmo più dovuto vedere e che invece si stanno ripetendo ora, oggi, senza che noi ne siamo completamente coscienti.
Nessuno è più cieco di chi non vuole vedere e la nostra cecità ci fa rifiutare ogni senso di colpa.




Benny Lam

Lam ci mostra riprendendola dall’alto, mi vengono in mente le mappe di Google, la vita nei minimi spazi in cui i poveri di Hong Kong sono costretti a rifugiarsi. Un letto e intorno quanto serve per lavarsi, cucinare, vestirsi. Un vecchio televisore, luride pentole, fili elettrici volanti, stracci, sacchetti, qualche foto o ritaglio di giornale; nessuna finestra. Poco lontano possiamo immaginare le luci e la ricchezza dei grattacieli e dei negozi di lusso, eppure in queste misere celle c’è dignità e rispetto per se stessi.
Se volete sentirvi male, pensate di scambiare per un mese, per una settimana o anche solo per un giorno, la vostra vita con queste persone.




Munem Wasif

Terra desolata il confine tra India e Bangladesh, dove Wasif è nato. Terra povera di suo e devastata da guerre interminabili e dimenticate, da sfruttamento e inquinamento. Qui l’industria ha depredato e frantumato anche le pietre, non trovando altro da portare via. Wasif ci mostra quella che potrebbe essere una cava abbandonata, dove tutto è desolazione. Un polveroso mucchio di vestiti impolverati, quasi invisibile, mostra quello che resta di un uomo, probabilmente un cadavere, forse un migrante morto di stenti oppure depredato da una banda di disperati che gli hanno rubato anche il poco che aveva.
Questa fotografia ha riportato davanti ai miei occhi il ricordo della parabola del buon samaritano che, lungo il suo percorso, trova e soccorre un giudeo ferito dai briganti; purtroppo nel mondo presente nessun samaritano passa su queste strade.




Pavel Wolberg

Wolberg è un fotografo russo e ha documentato il conflitto tra Russia e Ucraina.
Uomini sulle barricate, coraggiose donne inermi che affrontano la polizia schierata in tenuta antisommossa, contrapposizioni cariche di tensione e a volte di speranze. Barriere che separano, dividono, che però accolgono popoli, uomini e donne, vecchi e giovani, in nome di una ritrovata condivisione di valori.
Mentre Wolberg fotografa gli uomini sulla barricata, due di quegli uomini stanno fotografando nella sua direzione e una giovane donna lo guarda con curiosità. Mondi che si studiano, che si fronteggiano, che cercano di conoscersi e di non odiarsi.

22 giugno 2018

IL SENATUS CONSULTUM ULTIMUM a cura di Angelo Ivan Leone


IL SENATUS CONSULTUM ULTIMUM.
Quando si trovava alle strette il senato della repubblica romana nominava un dittatore con il famoso senatus consultum ultimum, questa delibera eccezionale permetteva di mettere un uomo suo alla difesa della repubblica. Il senato poi aveva anche la possibilità di far scannare tutti gli aspiranti re che minacciavano la repubblica.
Nel corso plurimillenario della storia gli aspiranti re da ammazzare si sono chiamati in varie maniere: traditori, giuda, sostenitori dell’imperialismo straniero, demoplutocratici-giudaci e ovviamente titoisti, trozkisti e eretici. Tuttavia il senato con il ricorso al senatus consultum ultimum, riusciva ad imporre la propria volontà su tutto e tutti dando prova che quella romana, tanto repubblica non era e nemmeno tanto democratica.
Sostanzialmente si svelava essere, la repubblica romana, quale creazione dello stesso senato che, pur non avendo legislativamente parlando, alcun potere reale, aveva un enorme potere morale e consultivo che gli permetteva di influenzare qualunque decisione e quando questo potere enorme, questa moral suasion diremmo oggi, non bastava ecco che arrivava l’imperio del senatus consultum ultimum.
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

LA DEBOLEZZA DELL’ EUROPA di Antonio Laurenzano


LA DEBOLEZZA DELL’ EUROPA
di Antonio Laurenzano

La vicenda dell’Aquarius ha messo a nudo, ancora una volta, la debolezza dell’Europa, la sua latitanza dinanzi a un dramma umanitario che investe i principi fondanti su cui è stata edificata l’idea di Europa unita. E’ stato sollevato il velo delle ipocrisie, scoperchiato il vaso delle doppiezze e ambiguità europee sulla spinosa questione dei migranti. Dal prossimo Consiglio europeo del 28 e 29 giugno a Bruxelles si attendono decisioni chiare per uscire da una pericolosa impasse, ma è forte il rischio del solito compromesso al ribasso! E’ in gioco il futuro dell’Ue. Il mancato accordo sulla revisione del Regolamento di Dublino del 1990 potrebbe infatti far saltare anche gli altri temi in agenda: riforma dell’eurozona, bilancio comune, unione bancaria. Con buona pace dello sbandierato europeismo del presidente francese Macron, un europeismo di facciata con una solidarietà che si ferma al confine di Ventimiglia, fra abusi e goffe accuse all’Italia di “irresponsabilità e cinismo”. Già rimossi i disastri in Libia di Nicolas Sarkozy!
In un clima di antieuropeismo ammantato di sovranismo, l’Europa sembra aver smarrito la bussola della storia, un’Europa che non fa più sognare, un’Europa che alimenta inquietudini, crea insicurezze, paure, crisi di identità nazionali. Nel rifiuto dell’Europa sono confluite irrazionalmente antiche e nuove contraddizioni: rigurgiti di anacronistici nazionalismi, paure xenofobe, voglia di protezionismo economico! Si pagano a caro prezzo gli inquietanti silenzi di Bruxelles che, perdendo ogni contatto con la mutata realtà comunitaria, ha preferito minimizzare i problemi dei cittadini europei, le loro ansie, le crescenti disuguaglianze socio-economiche.
E’ giunta l’ora di una responsabile autocritica. L’Europa deve intraprendere un’azione drastica per recuperare autorevolezza internazionale e, attraverso un diverso coordinamento della politica comunitaria, avvicinarsi ai problemi reali della gente. Far progredire cioè il “visionario progetto” europeo dei suoi Padri fondatori verso un livello minimo di integrazione politica nella consapevolezza che, nonostante limiti e difetti, l’Europa resta una scelta obbligata nell’era della globalizzazione. Un soggetto politico efficiente, vivibile per tutti, ben inserito in un contesto storico-economico in continua evoluzione. Scongiurando così una disastrosa crisi istituzionale che non conviene a nessuno. Basta vedere il rovescio della medaglia: cosa accadrebbe ad ognuno degli attuali “condomini” dell’Europa senza la comune “casa europea”? Quale sarebbe il loro peso, come andrebbero le loro economie e le loro monete nazionali? Quale sarebbe la coesione sociale del Vecchio Continente? Se ne facciano una ragione i “sovranisti”!

20 giugno 2018

UN POPOLO DI: SANTI, POETI, NAVIGATORI E… EMIGRANTI a cura di Angelo Ivan Leone

UN POPOLO DI: SANTI, POETI, NAVIGATORI E… EMIGRANTI

Il viaggio che gli Italiani hanno fatto peregrinando l’intero Vecchio Continente è plurimillenario. Se però s’intende analizzare i motivi storici di questa dipartita dal Bel Paese per quanto concerne gli ultimi 4 secoli della nostra storia non c’è poi da arrabattarsi tanto tra carte e statistiche per scoprire che di motivi ce ne sono soltanto due: la disperazione e la fame. Questi due fattori sono facilmente riconducibili alla decadenza che il nostro Paese attraversò dalla fine del Cinquecento in poi e che arriva fino ai nostri giorni, nostri giorni compresi.
La situazione tuttavia non cambiò nemmeno quando lo stato si unificò durante la seconda metà del XIX secolo. Anzi i governi, da segnalare quelli preseduti da Giovanni Giolitti, promossero la crescita dell’emigrazione anche e soprattutto per ovviare alla soluzione della Questione Meridionale, giacché, sin d’allora, la gran parte degli emigranti partiva dal Sud. Durante il Fascismo l’emigrazione si arrestò, per poi riesplodere negli anni della ricostruzione e del miracolo economico, in cui centinaia di migliaia di emigranti lasciavano il Meridione avendo come meta soprattutto il Belgio e la Germania.
Incontrando molti pregiudizi e calunnie, le due cose si sposano con reciproca soddisfazione, soprattutto in Germania, da ricordare, a questo proposito, la famosa copertina del “Der Spiegel”(uno dei quotidiani più popolari fra i tedeschi) che datata 1978 rappresentava un piatto di spaghetti con una P.38 piantata nel bel mezzo della pietanza per far capire ben bene cosa pensassero i tedeschi.
È evidente che simili discriminazioni non furono molto gradite dai nostri compatrioti che infatti stentavano e stentano, ancora oggi, ad integrarsi con la società tedesca, a differenza di quello che accadde in Francia e in Belgio (da ricordare i minatori e la tragedia di Marcinelle cui è dedicata la celeberrima canzone: una miniera dei New Trolls), le altre due nazioni europee con la più grande densità di emigrati italiani.
In Francia questo risultato è da attribuire alla politica accorta di Mitterand che capì quale contributo avrebbero portato le mani dei lavoratori italiani all’economia francese, anche se non erano mancate nemmeno nel Paese dei galletti fenomeni di razzismo che culminarono con la realizzazione di veri e propri pogrom nel sud della Francia verso la fine dell’Ottocento. Gli italiani erano accusati di essere dei criminali e di portar via lavoro agli onestissimi lionesi e marsigliesi!
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

18 giugno 2018

IL NULLA di Miriam Ballerini


IL NULLA di Miriam Ballerini

Giorni fa mi è capitato di rivedere il film “La storia infinita”, un fantasy dove il nulla sta distruggendo il regno di Fantasia.
Questo nulla, una nube nera che ingoia tutto ciò che trova, m'ha fatto riflettere sulla situazione che stiamo vivendo in questi giorni.
Non voglio parlare di politica, non è il mio mestiere e nemmeno il mio interesse; questo articolo vuole essere solo una riflessione su quanto sta accadendo alla nostra umanità. Questo faccio di solito: scrivo romanzi di narrativa sociale per fare avvicinare le persone agli ultimi.
Ormai abbiamo compreso che non si tratta più di preferenze politiche, ma dell'espressione di un malessere che ha colpito le persone.
Navigando su internet, sui social, ci troviamo a fare i conti con commenti che rasentano l'umanità. Sono parole al veleno scagliate contro altre persone che vengono viste come nemiche.
Mi domando dove sia finita la nostra umanità, l'empatia, la più mera pietas.
Penso agli italiani che hanno subito sulla propria pelle il fenomeno della emigrazione. Non tutti erano stinchi di santo che andavano a cercare lavoro. Molti hanno vissuto da clandestini; altri sono stati uccisi per il solo fatto di venire da un altro paese.
Siamo stati accusati di invadere paesi altrui, di portare via il lavoro... insomma, le solite stupidaggini che girano ancora adesso.
La storia non ha insegnato nulla e, quando questo accade, rischia di ripetersi.
Mi domando come agisca nella vita reale la gente che sui social esprime così fortemente la propria cattiveria. Darà seguito a quanto dice? Oppure sono dei repressi che riescono a essere forti solo dietro uno schermo?
Altro fattore che mi lascia basita è la quantità di persone che conosco personalmente, la solita brava gente. Eppure, questa brava gente, augura la morte agli altri, ritiene che i propri oggetti valgano più della vita umana; auspicano tragedie in mare, purché gli invasori non arrivino a noi.
È evidente che la falsa informazione, il continuo tartassamento mediatico ha avuto la meglio su chi non s'informa, non ha dalla sua una minima cultura. Sull'onda del populismo, molti si sono lasciati trascinare a valle, lasciando dietro di sé i valori che costituiscono la vera ossatura del genere umano.
La nostra cristianità solo una comoda facciata, ma che non segue assolutamente il minimo precetto che ci è stato insegnato.
La religione, i filosofi, gli artisti, i sociologi, tentano invano di arginare una situazione che sta davvero sfuggendo di mano. Pare di essere lì a mani nude a tamponare una crepa formatasi in una diga. Sta vincendo l'egoismo, l'ignoranza e tutti quei beceri proclami che, una volta o l'altra, tutti abbiamo provato sulla nostra pelle. Alla fine la terra è tonda e, tutti noi, siamo sempre a sud di qualcuno.

© Miriam Ballerini

LA GRANDEZZA DI SCIASCIA a cura di Angelo Ivan Leone

                                LA GRANDEZZA DI SCIASCIA

Leonardo Sciascia è stato un grandissimo scrittore, un efficace saggista, un intellettuale di quasi inarrivabile onestà, oltre ad essere un uomo libero che ha vissuto la sua intera esistenza in un paese della Sicilia occidentale cercando di capire la realtà che lo circondava. Sciascia per le sue scelte morali e politiche, oltre che per l’impegno letterario, ha assunto il ruolo di coscienza critica della società italiana, divenendo com’è ovvio che divenisse un personaggio scandaloso, l’eretico messo al bando da tutte le chiese partitiche.
Nato, nel 1921, a Racalmuto in provincia di Agrigento, da una famiglia modesta, Sciascia conseguì il diploma magistrale a Caltanissetta, avendo per professore Vitaliano Brancati. Iniziò ad insegnare nelle scuole elementari, nel 1949, l’anno dopo pubblicò la sua prima opera “le favole della dittatura”. Da allora inizia la sua ricca produzione letteraria, alla quale si dedicò con passione fino agli ultimi momenti della sua vita. Le sue opere seguono essenzialmente tre tipologie letterarie; la prima è quella narrativa, in cui lo scrittore mette a fuoco, con lucida analisi condita da un amaro sarcasmo, problemi della società contemporanea, in particolare quello della mafia, capolavori di questo genere sono: Il giorno della civetta, Il contesto, A ciascuno il suo e le raccolte di racconti Gli zii di Sicilia e Il mare colore del vino.
La seconda tipologia letteraria seguita da Sciascia è quella del romanzo-saggio, che ricostruisce problemi legati all’attualità o alla storia, esempio del genere è: l’affaire Moro. L’ultimo filone letterario è il saggio caratterizzato dalla riflessione morale come in Nero su nero e Cruciverba. Lo scrittore siciliano oltre alla sua meravigliosa ed enorme produzione letteraria, si impegnò nella vita politica del Paese. Nei primi anni militò nel PCI, molto probabilmente perché vide nel comunismo una tabula rasa in grado di guarire la Sicilia dai suoi secolari mali, mafia in primis, tuttavia si accorse presto dell’inganno e usci dal partito criticandone soprattutto la politica del compromesso storico.
Dopo la sua uscita dalle file del PCI fu eletto deputato nelle liste del Partito Radicale, ma dovette presto convincersi che fra lui e i partiti, tutti i partiti, c’era assoluta incompatibilità, da allora fu un uomo solo senz’altro punto di riferimento che la propria coscienza. Sciascia a differenza degli intellettuali del dopoguerra, suoi contemporanei, non ebbe rapporti organici con i Partiti, con il moderno Principe, come certamente lo avrebbe definito Nicolò Macchiavelli, e riuscì ad avere una propria forma individuale di appoggio e di dissenso. La sua forza sta nella lucida denuncia della corruzione e dei complotti del potere, che a volte è arrivata quasi a precorrere la realtà.
Leggendo Il contesto, scritto nel 1971, appaiono evidenti e strabilianti analogie con l’inchiesta Mani pulite. Fa onore al meridione la capacità di generare simili uomini. Leonardo Sciascia sarà sempre un esempio a cui rapportarci e speriamo che la sua vita sia insieme da monito e da sprone a chi, pur vivendo qui, preferisce non interessarsi a certi problemi, quali la mafia, perché trova più comodo farsi gli “affari propri”, facendosi cosi complici, di una situazione, di un sistema che tutti abbiamo sotto gli occhi e che i personaggi di Sciascia avrebbero chiamato certamente: “un capolavoro”.
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

15 giugno 2018

IL MAL DI SPREAD di Antonio Laurenzano


IL MAL DI SPREAD
di Antonio Laurenzano

Luna di miele movimentata per la coppia Di Maio-Salvini. Il “governo del cambiamento” del Presidente Conte, dopo la fiducia in Parlamento, è chiamato ora a vincere la sfiducia dei mercati. Resta da chiarire la rotta che s’intende seguire sul debito pubblico il cui aumento causerebbe il declassamento del “merito creditizio” del Paese da parte delle agenzie di rating e quindi lo stop della Bce per l’acquisto dei nostri Btp. L’Italia rischierebbe l’uscita dal “livello sicuro” di investimento con effetto domino sulla tenuta dei conti pubblici. Con la chiusura del “quantitative easing” da parte della Bce, che compra 30 miliardi di euro al mese di bond governativi, il Paese si troverebbe ad affrontare le speculazioni degli investitori internazionali per recuperare le risorse necessarie a rifinanziare il debito in scadenza (420 miliardi di euro nel 2019).
La spesa corrente dello Stato dal 2013 è stata tagliata di quasi il 3% del Pil e il surplus di bilancio, prima di pagare gli interessi sul debito, resta tra i più alti d’Europa. Negli scambi con il resto del mondo l’Italia lo scorso anno ha registrato un surplus per 47 miliardi di euro. Ma, a causa dell’enorme debito pubblico (132% del Pil), il secondo in Europa, il terzo nel mondo, basta un venticello per farci improvvisamente cadere nel panico finanziario. In agguato il “grande fratello”: lo spread, il “termometro della fiducia dei governi”, ossia il differenziale tra il rendimento del Btp decennale, il titolo rappresentativo del debito pubblico italiano, e il Bund decennale tedesco, che per la sua bassa rischiosità è considerato titolo di riferimento per il mercato.
L’Italia, con spese annue che superano il 30% le entrate, ricorre a investitori e banche per coprire il debito pubblico che, se non garantito da una governance politica credibile, può incidere sull’ affidabilità dello Stato, sulla sua solvibilità per scongiurare la quale e attrarre nuovi capitali si è obbligati ad alzare il rendimento, ossia il saggio d’interesse con ulteriore crescita del debito. Una variazione in aumento dell’1% significa 25 miliardi di euro l’anno, pari a una manovra finanziaria, e quindi meno risorse per servizi pubblici, riduzione di tasse e costo del lavoro. Ma significa anche mutui e prestiti più cari per famiglie e imprese, il che accresce il rischio delle banche, diminuisce la loro propensione al credito. Da qui il crollo dei titoli bancari appesantiti dalla grande quantità di Btp in portafoglio.
In un mercato in fibrillazione tanti i dubbi sulle prospettive economiche del Paese: risparmi e investimenti, e quindi i conti pubblici, si tutelano con azioni di governo responsabili senza rincorrere sogni proibiti!

14 giugno 2018

L’ULTIMO CAVALIERE di Stephen King a cura di Miriam Ballerini


L’ULTIMO CAVALIERE di Stephen King

© 1994 Sperling e Kupfer – Sperling Paperback
ISBN 88-7824-457-0   Pag. 257 €7,50
Un fattore importante che ha dato l’avvio a questo libro, che fa parte della saga della Torre Nera, è stato, dice l’ autore, la poesia Childe Roland di Robert Browning.
King, allora, non era certo che il primo libro avesse un seguito, e lascia noi lettori con questa frase:
“Una cosa so: a un certo punto, in un tempo magico, ci sarà una sera purpurea ( una sera fatta apposta per fantasticare!) in cui Roland arriverà alla sua Torre Nera e vi si avvicinerà dando fiato alla sua tromba … e se mai dovessi esserci anch’io, sarete i primi a saperlo”.
Tornando al libro, al primo volume di questa saga fantastica, vediamo che è ambientato in un mondo che di familiare col nostro ha ben poco. Roland, l’ultimo cavaliere, vaga in un deserto, incontrando strane persone, con storie strane. E’ sulle tracce dell’uomo in nero che lo precede, in questo viaggio che, oltre il deserto, prosegue per un’oasi e quindi sulle montagne.
Il viaggio di Roland, oltre che raggiungere l’uomo in nero, ha lo scopo di trovare la misteriosa Torre Nera. Per un tratto del suo inseguimento, verrà accompagnato da un ragazzino, Jake, morto nel mondo da noi conosciuto e giunto al fianco del cavaliere.
King sa trasformare il suo linguaggio, adeguandolo a un mondo diverso, alla parlata asciutta del cavaliere; al suo temperamento che pare distaccato, ma in realtà impegnato a ripensare ai ricordi.
Molte frasi sono dense di verità, espresse in un modo nuovo.
“Il pistolero lo contemplò per breve tempo, ripensando alla propria fanciullezza che solitamente sembra sia accaduta ad altri, a una persona saltata attraverso una lente osmotica per diventare qualcun altro …”
© Miriam Ballerini

LA DISPERAZIONE DELL’ARTISTA DAVANTI ALLE ROVINE a cura di Angelo Ivan Leone


LA DISPERAZIONE DELL’ARTISTA DAVANTI ALLE ROVINE.

Come non pensare guardando quest’acquerello a tutte quelle volte in cui siamo presi dallo sconforto di fronte agli antichi. E’ evidente che l’artista coglie un sentimento universale che va aldilà dell’arte e del semplice sconforto. Si tratta di quella disperazione a fronte del “mos maiorum”: alla lettera costume dei maggiori, dei più grandi. Concetto di impareggiabile bellezza sul quale l’Urbe costruì il suo mito e il suo perpetuo trionfo.
Lungi dal sentirci nani che camminano sulle spalle dei giganti, come ricordava Guglielmo nel nome della Rosa, e per questo vediamo più in la di loro, alle volte ci sentiamo soltanto nani che camminano sulle spalle di altri nani. Eppure è proprio quella fede sconfinata dell’uomo nell’uomo che qui manca. Qui è la disperazione.
Da questo concetto, che il dipinto mette in risalto con la successiva constatazione di inanità del nostro essere che, forse, dovrebbero prendere l’avvio l’uomo moderno e quello contemporaneo per andare avanti, per guardare più in la, tenendo presente che il passato è tutto quello che siamo stati fino a questo momento, e il presente non è che l’attimo. Verrebbe da concludere con un: carpe diem! E di nuovo uso gli antichi, la loro saggezza, per guardare a oggi e ipotizzare al meglio domani.
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

13 giugno 2018

La battaglia d'Inghilterra a cura di Angelo Ivan Leone

                                   


LA BATTAGLIA D’INGHILTERRA

Estate 1940. Dall’inizio della guerra, le truppe del Reich tedesco con una impressionante rapidità, meno di un anno, hanno distrutto ogni resistenza nel continente europeo. Non un solo Stato è riuscito a resistere alla guerra lampo dei Nazisti. La Polonia, la Norvegia, l’Olanda, il Belgio e la Francia sono state costrette alla resa in un agghiacciante epopea conquistatrice che ha lasciato annichilita l’intera Europa. Solo la Gran Bretagna separata dalla terraferma grazie alla Manica resiste alla forza delle truppe di Hitler. Gli inglesi sono accerchiati, con pochissime forze, in una situazione che definire disperata è essere più che ottimisti. Dopo la ritirata dalla Francia avvenuta miracolosamente, argomento sul quale la storia tornerà spesso dopo la guerra, a Dunkerque sono riusciti a portare in salvo una parte del loro contingente di truppe terrestri e il mondo intero aspetta l’invasione della loro isola.
La situazione seppur gravissima ha tuttavia avuto dei suoi risvolti positivi, innanzitutto con il passare del tempo ci si accorge che la tento temuta invasione non è poi così imminente, i tedeschi non sembrano realmente intenzionati a sbarcare sull’isola. Sul piano politico, poi, durante la conquista della Francia, l’Inghilterra ha cambiato leadership. Il Parlamento inglese ha preso una decisione che porterà ad un cambiamento drastico della situazione mettendo in minoranza Neville Chamberlain, protagonista dell’appeasement e degli accordi di Monaco del 1938. Whiston Churchill, nominato primo ministro il 10 maggio, compie il primo miracolo ricostruendo il morale della popolazione e facendo affidamento sul proverbiale e mai sopito orgoglio inglese. Così, il 2 luglio 1940, il Führer diede l’ordine alle forze militari del Reich emanando le linee direttive del piano per l’invasione. L’operazione venne designata in codice con un nome maestoso, “Leone marino” (Seelöve) e fu programmata per il 15 settembre.
Tuttavia, per rendere possibile lo sbarco delle forze terrestri, era indispensabile assicurarsi l’assoluta egemonia nei cieli. Per questo la Luftwaffe di Herman Göring venne chiamata a misurarsi con la RAF degli inglesi. Fu qui che si vide che cos’era l’Inghilterra. Il 10 agosto iniziò l’operazione Aquila (Adler) che aveva come obiettivo la completa distruzione della difesa aerea inglese. La prima offensiva fu lanciata con un bombardamento su Portland. La seconda, avvenuta il 12 agosto, fu un susseguirsi di cinque attacchi massicci dei quali si resero protagonisti centinaia di aerei tedeschi.
Dopo i primi terribili due giorni, le perdite tedesche erano di 31 aerei, quelle inglesi di 22. Il 13 agosto, i tedeschi scatenarono l’inferno impiegando 1485 aerei che colpirono obiettivi militari e industriali in tutto il circondario londinese. Alla fine di quella terribile giornata, il bilancio delle perdite però fu nuovamente a favore della RAF che aveva perso appena 13 caccia, mentre gli aerei tedeschi abbattuti erano ben 45. La giornata più dura di tutta la battaglia fu quella del 15 agosto con l’intervento di 1790 aerei della Luftwaffe che attaccarono una zona molto estesa trovando un’opposizione, se è possibile, ancora più dura del solito. Gli inglesi riuscirono ad abbattere 75 aerei dell’aviazione nazista, perdendone 34 e chiudendo i conti, ancora una volta, in attivo.
Le perdite tedesche cominciavano a farsi preoccupanti. L’operazione Aquila era stata progettata con le caratteristiche della Blitzkrieg, ma l’audacia tedesca nulla potè contro la tenacia inglese. Nel periodo tra il 24 agosto e il 6 settembre, il bilancio fu, infatti, nuovamente favorevole agli inglesi: i tedeschi persero 380 aerei, la RAF quasi 100 di meno, per l’esattezza 286. Dopo queste cifre devastanti, la strategia dei nazisti cambiò e divenne tragicamente simile a quella dei moderni terroristi. Hitler, infatti, decise che era venuto il momento di far pagare a Londra e alla sua popolazione civile il prezzo del suo primo fallimento militare.
Ma i londinesi si abituarono presto all’incubo dei bombardamenti notturni, così come in tutti gli altri centri dell’Inghilterra la popolazione reagì con grande carattere raggiungendo ordinatamente i rifugi. Ma il peggio era passato. La battaglia di Inghilterra, nonostante questa immane tragedia, era già stata vinta dalla Royal Air Force, la RAF che aveva dato prova insieme a tutta quanta la nazione di una capacità di riscatto superiore ad ogni previsione. Il nemico nazista fu per la prima volta neutralizzato dai soli uomini al mondo che allora gli resistevano: gli inglesi.
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

08 giugno 2018

“Vicolo Calusca” di Umberto Lucarelli a cura di Vincenzo Capodiferro


VICOLO CALUSCA
Una memoria che è flusso, semplice amore del tempo”

Vicolo Calusca” è l’ultimo libro di Umberto Lucarelli, edito da Bietti, a Milano, nel 2018. «Vicolo Calusca è un cammino interiore e un andare per le vie del Ticinese sulle tracce dei luoghi dell’estrema sinistra milanese dei cosiddetti anni settanta … I volti, le vite, le scelte delle persone che in quegli anni, in quelle strade, in quella città – Milano -, si sono raccolte attorno alla libreria Calusca di Primo Moroni e hanno sognato una rivoluzione». Umberto Lucarelli ha pubblicato diverse opere che abbiamo anche recensito in questo sito. Ricordiamo le ultime: “Sangiorgio e il drago”, Ibis 2008, “Rivotrill”, Bietti 2011; “Commiato”, Bietti 2014. Ci sono state diverse ondate rivoluzionarie: 1848; 1917; 1968; 1977, tra le ultime, non vogliamo scomodare l’89 francese, o la Pacifica e Gloriosa Rivoluzione, se ci è permesso ammettere una rivoluzione pacifica. Ma esempi non ne sono mancati: la rivoluzione della gandhiana non-violenza fa da eco alla pacifica Rivoluzione inglese. La storia d'altronde è costellata di rivoluzioni. Ma tutto è svanito? Ancora oggi si dice: è successo un quarantotto! Per ricordare il 48 europeo! E che cos’è “Vicolo Calusca? «”Vicolo Calusca è un libro sulla memoria,» annota nella prefazione Tommaso Spazzali: «Qui invece la memoria è la vera protagonista». «Sulla vita di Moroni, poi, Lucarelli non può aver dubbi, ha in mano ciò che un tribunale chiamerebbe la prova regina, una confessione in cui Primo Moroni racconta tratti importanti, rari, talvolta sconosciuti della propria vita. Si tratta di numerose audio-cassette, registrate nella seconda metà degli anni ottanta, in cui primo parla e Umberto ascolta». Una cosa si è capita: la rivoluzione ha bisogno di rivoluzionari. Senza i rivoluzionari, cioè le menti, le ideologie, tanto oggi contestate e bollite nel calderone della società liquida baumaniana, le rivoluzioni non si fanno. L’Illuminismo prepara la Rivoluzione Francese, il Socialismo la Rivoluzione Russa. Vero è che il popolo partecipa o poco, come nel Risorgimento, o alla fine, perché come diceva Cuoco, «il popolo si muove solo per fame», ma dipende dalla fame. A volte il popolo ha fame e sete di idee più che di pane e vino. Panes et circenses non risolvono tutti i problemi. Primo Moroni è uno di questi rivoluzionari. Ecco un bel quadretto che ce ne offre Umberto: «Da ragazzo facevo riunioni, per cambiare il mondo e la società. Moroni parlava ed io l’ascoltavo, intanto anche lui beveva mentre parlava, e un po’ di schiuma di birra rimaneva sui suoi baffi lunghi fini e filacciosi, il suo viso era di un colore un po’ giallognolo e qualche pelo lungo qua e là disseminava una barbetta pelosa che non si poteva chiamare barba, forse una specie di pizzetto sfilacciato. Aveva iniziato a lavorare nelle trattorie che suo padre apriva e che poi puntualmente fallivano e che poi riapriva e nelle trattorie aveva conosciuto gli operai del PCI e si era iscritto anche lui al PCI fino a quando dopo la morte di Ardizzone nel 1962, schiacciato dalle camionette del Battaglione Padova durante una manifestazione a favore di Cuba aveva visto il vero volto del partito ed insieme ad altre centinaia di compagni non rinnovò più la tessera». Quanti compagni delusi? Chi erano i veri rivoluzionari? Lenin, Trockij, Che’! Ed i falsi? Stalin?! La rivoluzione aveva preso una brutta piega. Come l’89 aveva prodotto il bonapartismo, il 48 aveva prodotto l’imperialismo, il 17 aveva prodotto il totalitarismo, di cui lo stalinismo riveste una buona parte. Ad un certo punto possiamo dire chiaramente. Borghesia capta ferum victorem coepit. Il problema è che le ideologie non sono sparite nel nulla. Guardate cosa succede oggi? Un’altra “Onda” rischia di risucchiare tutta l’Europa, quella del nazionalismo sfrenato. Come ravvisava Bobbio prima di morire: torneranno i nazionalismi e le guerre di religione! E la Sinistra dove è? Ci sono i rivoluzionari di destra, i populisti al contrario, i nuovi Narodniki, i nuovi Nihilisti, che ricordano i “padri e figli” di Turghenev. Da dove proviene quest’onda? Proprio da est, dalla Russia! Il post-comunismo si è trasfigurato in neonazismo, in Russia coi nuovi Zar, in Cina coi nuovi Imperatori laici. Ma questa operazione di nazionalizzazione del socialismo era stata già avviata da Stalin. Egli ha corrotto la rivoluzione, si è lasciato abbindolare da Hitler. Eppure l’Europa intera nel 68 e nel 77, il principio a la fine dell’onda, come chiaramente delinea il Lucarelli, respira di nuovo l’ondata rivoluzionaria. Alla fine ha vinto il nazismo: Germania capta ferum victorem coepit. Moroni l’aveva capito bene: «Era necessario fare una netta distinzione tra gli anni ’70 ed il ’77. Io in fondo ho vissuto solo gli ultimi anni delle lotte vere e proprie, quando ormai stava andando tutto alla malora, mi sono detto sulla strada di sera: sono stato travolto dagli anni Ottanta che sono stati anni di risucchio, come un’onda che torna indietro e sbatte sulla rena tutti i residui, gli amici che si sono perduti…». Vicolo Calusca ci offre uno spaccato interessantissimo della Milano sessantottesca. Il giovane Umberto Lucarelli vive intensamente quel periodo foriero dal 1968 al 1977. Umberto è un giovane intellettuale, un rivoluzionario ardito, un sentimentale, fino al ristabilimento dell’ordine sociale degli anni Ottanta: un periodo di ribollimento sociale, economico. Il 1968 è l’ultima rivoluzione europea, paragonabile al 1848. La rivoluzione del sessantotto è un’estensione del 17, fatta dai veri comunisti, gli idealisti, i delusi, non gli asserviti al potere, gli “yes man”, non Stalin, ma le vittime dello stalinismo! Stalin ha fatto fuori tutti i veri rivoluzionari, Trockij in primis. Egli è la controrivoluzione. Egli ha nazionalizzato il socialismo. Il suo fu solo un nazional-comunismo borghese, parallelo al nazismo. Perciò favorì Hitler. Perciò il patto Ribbentrop-Molotov: lasciò basiti i compagni veri! Il putinianesimo è il diretto discendente dello stalinismo. Il Sessantotto in Italia fu una rivoluzione attiva o passiva, come quella risorgimentale, come venne delineata nei “Quaderni” da Antonio Gramsci? «Le idee hanno sempre pervaso tutto il mio essere, decine, centinaia, migliaia di idee, idee di tutto, idee di niente, idee che all’improvviso si manifestavano come incendi e iniziavano a divampare, mettendo in moto altre idee,» scrive Umberto. Gramsci risponderebbe: le idee hanno mani e piedi. Milano di nuovo nel 1968 vive le sue gloriose “cinque giornate”. Di nuovo è la protagonista - Milano - la nuova regina d’Italia. C’è di nuovo la lotta di classe. Ma tra quali classi? Le nuove classi sono la classe dominante e la classe dirigente. Gramsci aveva visto bene. Umberto apparteneva alla classe degli intellettuali, allora: come primo Moroni, come tanti altri, come quel segreto che ha legato «Bellini, Scalzone, Brancher, Crocé, Timini, Barbierato, Nessunozero, Buonfino, Lucarelli, Moroni, e tutti gli altri, compresa quella sequela di avvocati e avvocatesse che spuntano da tutte le pagine, ogni volta con un diverso ruolo». Il Partito doveva e poteva diventare, come voleva Gramsci, il moderno Principe machiavellico. Ma quell’onda di risucchio - gli anni Ottanta - ha distrutto tutta la fucina degli intellettuali. Alla fine ha prevalso la classe dirigente. I rivoluzionari, gli intellettuali sono stati fatti fuori. È la fine. E poi le generazioni del 68 erano sanguigne, le nuove generazioni sono flemmatiche. Il testo di Lucarelli si legge tutto di un fiato, non vi sono interruzioni, capitoli. Parla il cuore, il ricordo ha a che fare con cor: ciò che rimane nel cuore. Sottolineiamo ancora solo l’incontro con Merini: «Alla Pontremoli avevo conosciuto Merini, la poetessa dei Navigli, ma l’aveva presentata la Di Maio, la signora elegante della libreria, Merini mi diceva – mi ricordo ora – Non devi leggere devi scrivere, leggere non serve a niente». Il linguaggio, lo stile, somiglia molto a quello di Passeri: ermetico, scarno, essenziale, ricorsivo. Anche la punteggiatura futurista rispecchia il linguaggio del cuore, quello non-verbale, che si interseca con quello verbale. In questo quadro, cui rimane attaccata la mente di Lucarelli, si può notare la nostalgia di una rivoluzione mancata, il grande rammarico ed il pianto degli intellettuali, la memoria della contestazione giovanile. Ad ogni rivoluzione di solito segue un’involuzione, un totalitarismo. Vogliamo ricordare Cromwell, o Robespierre, o Napoleone, o Stalin, con tutto ciò che nel bene o nel male hanno combinato? Però questi eventi non sono passati invano. I valori sono passati, anche se gli eroi sono morti, se i potenti sono tornati a trionfare, se i fascismi stanno riconquistando l’intera Europa.

Vincenzo Capodiferro

06 giugno 2018

IL KILLER DEL GREEN RIVER – Una storia vera Jeff Jensen – Jonathan Case a cura di Miriam Ballerini


IL KILLER DEL GREEN RIVER – Una storia vera
Jeff Jensen – Jonathan Case
© 2013 baopublishing
ISBN 978 88 6543 165 8 Pag. 234 € 17,00

Un libro strano, questo. L'ho acquistato perché sto facendo alcune ricerche sui serial killer e pensavo che fosse una biografia di Gary Ridgway, il killer del Green River, il fiume dove gettava i cadaveri delle sue vittime, ben 48 prosititute.
Una caccia all'uomo continuata per ben venti anni.
Invece, ho scoperto essere una storia a fumetti dei delitti e della storia del serial killer. Scritta dal figlio del detective che ha passato vent'anni della sua vita a inseguire questa ombra sfuggente, fino a dargli un nome; fino a poter dire alle famiglie alle quali erano scomparse delle figlie, madri e sorelle, se queste fossero state o meno vittime del serial killer. Se potessero ancora sperare o piangere la loro morte.
Il disegnatore è Jonathan Case, la cui matita non ha mai enfatizzato l'orrore che, immancabilmente, c'è dietro ogni storia del genere.
Jensen, invece, ha parlato molto del padre, della task force di detective che si sono impegnati per dare un volto al colpevole e poterlo fermare una volta per tutte.
A volte ho avuto qualche difficoltà, quando le vignette passavano dal dopo al prima e viceversa; ma ammetto di non essere abituata a leggere fumetti.
Per il resto, nonostante la storia non sia esattamente aderente alla realtà, non è stata una cattiva lettura.
Scrive Damon Lindelof (cocreatore di Lost): “Vero in maniera inquietante e originale in maniera fresca, non è la solita storia di una caccia al serial killer. Sono i personaggi, non l'inseguimento, a elevare questo libro e a renderlo nuovo e unico. Il killer del Green River è entrambe le cose... e riesce anche a dimostrare la perfetta unione tra una scrittura elegentemente compita e un tratto accattivante che ti rimane dentro anche dopo la lettura. Mi ha colpito nel profondo e l'ho amato per ogni istante”.
Quindi è un romanzo grafico che è ispirato a una terribile storia vera, ma che non segue fedelmente la realtà dei fatti così come si sono svolti. I nomi, o alcuni fatti biografici delle vittime e delle famiglie sono stati cambiati.

© Miriam Ballerini

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...