Camera – VII Prix Pictet - Space a cura di Marco Salvario
Camera – VII
Prix Pictet - Space
Marco Salvario
Dal 23 maggio al 26 agosto 2018, Camera - Centro
Italiano per la Fotografia ha ospitato nel suo spazio espositivo di Torino i
finalisti del settimo ciclo del Prix Pictet. Il Gruppo Pictet accoglie i contributi di fotografi impegnati
nelle sfide ambientali e sociali dei nostri tempi; il tema di questa edizione,
collegato al concetto di “sostenibilità”, era “Space”, lo spazio.
Più di 700 i fotografi di tutto il mondo che hanno accettato
la sfida e presentato i loro lavori, dodici i selezionati e, a mio giudizio,
tutte le opere dei finalisti erano di altissimo livello. Purtroppo nessun
fotografo italiano tra di loro.
Nel seguito mi sono soffermato sui messaggi delle
opere che più mi hanno colpito e sul loro impatto emotivo sul pubblico. I
fotografi che le hanno realizzate sono bravissimi professionisti e nessun
appunto sulle scelte espressive o sulle tecniche utilizzate poteva essere sollevato.
La mostra s’inserisce
tra le molte proposte di FO.TO Fotografi a Torino, che hanno coinvolto decine d
artisti e di gallerie d’arte della mia città.
Michael Wolf
Questo fotografo tedesco ha trovato ispirazione
fotografando, all’interno di una stazione della metropolitana di Tokio, i
lavoratori pendolari in transito che, dalle estreme periferie della capitale
nipponica, dove i prezzi degli alloggi sono relativamente più accessibili, raggiungono
i propri posti di lavoro nei quartieri ricchi del centro. Ogni ottanta secondi
transitava davanti alla sua macchina fotografica un treno stracolmo di
passeggeri stremati, ancora assonnati, costretti a respirare aria povera di
ossigeno e satura di umidità. A milioni questi lavoratori dai volti annebbiati,
sofferenti, quasi deformati e dagli occhi chiusi, ripetono il loro calvario
tutte le mattine per tutta la loro vita. La loro condizione al limite della
resistenza fisica, colta attraverso i finestrini chiusi, è un atto di accusa
che ci costringe a meditare sulle leggi che regolano il lavoro della nostra
società anche nei paesi più ricchi ed economicamente solidi.
Richard Mosse
Con Mosse, il premio Pictet di questa edizione è
andato in Irlanda; oltre alla possibilità di fare conoscere le sue opere in
città dove le sue fotografie e quelle degli altri finalisti sono e saranno
esposte, l’artista si è portato a casa 100.000 franchi svizzeri che sono una
bella cifra, circa 87.000 euro al cambio di oggi.
Per realizzare i suoi lavori, Mosse utilizza una
fotocamera termica militare con teleobiettivo, che gli consente di documentare anche
da chilometri di distanza la vita all’interno dei siti europei dove sono
racchiusi, spesso per periodi lunghissimi e sotto lo stretto controllo
dell’esercito, i rifugiati in fuga dalle guerre o dalla miseria. Senza bisogno
di commenti, senza che siano cercate immagini di effetto che spesso falsano e
distorcono il messaggio di una fotografia, ci viene offerto lo squallido
spettacolo di provvisorietà e abbandono normalmente nascosto ai nostri occhi da
recinzioni e barriere. Questa visione apparentemente ordinata e senza tempo, fa
venire in mente immagini del passato che speravamo, almeno nella nostra Europa,
non avremmo più dovuto vedere e che invece si stanno ripetendo ora, oggi, senza
che noi ne siamo completamente coscienti.
Nessuno è più cieco di chi non vuole vedere e la
nostra cecità ci fa rifiutare ogni senso di colpa.
Benny Lam
Lam ci mostra riprendendola dall’alto, mi vengono in
mente le mappe di Google, la vita nei minimi spazi in cui i poveri di Hong Kong
sono costretti a rifugiarsi. Un letto e intorno quanto serve per lavarsi,
cucinare, vestirsi. Un vecchio televisore, luride pentole, fili elettrici
volanti, stracci, sacchetti, qualche foto o ritaglio di giornale; nessuna
finestra. Poco lontano possiamo immaginare le luci e la ricchezza dei
grattacieli e dei negozi di lusso, eppure in queste misere celle c’è dignità e
rispetto per se stessi.
Se volete sentirvi male, pensate di scambiare per un
mese, per una settimana o anche solo per un giorno, la vostra vita con queste
persone.
Munem Wasif
Terra
desolata il confine tra India e Bangladesh, dove Wasif è nato. Terra povera di
suo e devastata da guerre interminabili e dimenticate, da sfruttamento e
inquinamento. Qui l’industria ha depredato e frantumato anche le pietre, non
trovando altro da portare via. Wasif ci mostra quella che potrebbe essere una
cava abbandonata, dove tutto è desolazione. Un polveroso mucchio di vestiti
impolverati, quasi invisibile, mostra quello che resta di un uomo,
probabilmente un cadavere, forse un migrante morto di stenti oppure depredato
da una banda di disperati che gli hanno rubato anche il poco che aveva.
Questa
fotografia ha riportato davanti ai miei occhi il ricordo della parabola del
buon samaritano che, lungo il suo percorso, trova e soccorre un giudeo ferito
dai briganti; purtroppo nel mondo presente nessun samaritano passa su queste
strade.
Pavel Wolberg
Wolberg è un fotografo russo e ha documentato il
conflitto tra Russia e Ucraina.
Uomini sulle barricate, coraggiose donne inermi che
affrontano la polizia schierata in tenuta antisommossa, contrapposizioni
cariche di tensione e a volte di speranze. Barriere che separano, dividono, che
però accolgono popoli, uomini e donne, vecchi e giovani, in nome di una
ritrovata condivisione di valori.
Mentre Wolberg fotografa gli uomini sulla barricata,
due di quegli uomini stanno fotografando nella sua direzione e una giovane
donna lo guarda con curiosità. Mondi che si studiano, che si fronteggiano, che cercano
di conoscersi e di non odiarsi.
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