“Vicolo Calusca” di Umberto Lucarelli a cura di Vincenzo Capodiferro
VICOLO
CALUSCA
“Una
memoria che è flusso, semplice amore del tempo”
“Vicolo
Calusca” è l’ultimo libro di Umberto Lucarelli, edito da Bietti,
a Milano, nel 2018. «Vicolo Calusca è un cammino interiore e un
andare per le vie del Ticinese sulle tracce dei luoghi dell’estrema
sinistra milanese dei cosiddetti anni settanta … I volti, le vite,
le scelte delle persone che in quegli anni, in quelle strade, in
quella città – Milano -, si sono raccolte attorno alla libreria
Calusca di Primo Moroni e hanno sognato una rivoluzione». Umberto
Lucarelli ha pubblicato diverse opere che abbiamo anche recensito in
questo sito. Ricordiamo le ultime: “Sangiorgio e il drago”, Ibis
2008, “Rivotrill”, Bietti 2011; “Commiato”, Bietti 2014. Ci
sono state diverse ondate rivoluzionarie: 1848; 1917; 1968; 1977, tra
le ultime, non vogliamo scomodare l’89 francese, o la Pacifica e
Gloriosa Rivoluzione, se ci è permesso ammettere una rivoluzione
pacifica. Ma esempi non ne sono mancati: la rivoluzione della
gandhiana non-violenza fa da eco alla pacifica Rivoluzione inglese.
La storia d'altronde è costellata di rivoluzioni. Ma tutto è
svanito? Ancora oggi si dice: è successo un quarantotto! Per
ricordare il 48 europeo! E che cos’è “Vicolo Calusca? «”Vicolo
Calusca è un libro sulla memoria,» annota nella prefazione Tommaso
Spazzali: «Qui invece la memoria è la vera protagonista». «Sulla
vita di Moroni, poi, Lucarelli non può aver dubbi, ha in mano ciò
che un tribunale chiamerebbe la prova regina, una confessione in cui
Primo Moroni racconta tratti importanti, rari, talvolta sconosciuti
della propria vita. Si tratta di numerose audio-cassette, registrate
nella seconda metà degli anni ottanta, in cui primo parla e Umberto
ascolta». Una cosa si è capita: la rivoluzione ha bisogno di
rivoluzionari. Senza i rivoluzionari, cioè le menti, le ideologie,
tanto oggi contestate e bollite nel calderone della società liquida
baumaniana, le rivoluzioni non si fanno. L’Illuminismo prepara la
Rivoluzione Francese, il Socialismo la Rivoluzione Russa. Vero è che
il popolo partecipa o poco, come nel Risorgimento, o alla fine,
perché come diceva Cuoco, «il popolo si muove solo per fame», ma
dipende dalla fame. A volte il popolo ha fame e sete di idee più che
di pane e vino. Panes
et circenses
non risolvono tutti i problemi. Primo Moroni è uno di questi
rivoluzionari. Ecco un bel quadretto che ce ne offre Umberto: «Da
ragazzo facevo riunioni, per cambiare il mondo e la società. Moroni
parlava ed io l’ascoltavo, intanto anche lui beveva mentre parlava,
e un po’ di schiuma di birra rimaneva sui suoi baffi lunghi fini e
filacciosi, il suo viso era di un colore un po’ giallognolo e
qualche pelo lungo qua e là disseminava una barbetta pelosa che non
si poteva chiamare barba, forse una specie di pizzetto sfilacciato.
Aveva iniziato a lavorare nelle trattorie che suo padre apriva e che
poi puntualmente fallivano e che poi riapriva e nelle trattorie aveva
conosciuto gli operai del PCI e si era iscritto anche lui al PCI fino
a quando dopo la morte di Ardizzone nel 1962, schiacciato dalle
camionette del Battaglione Padova durante una manifestazione a favore
di Cuba aveva visto il vero volto del partito ed insieme ad altre
centinaia di compagni non rinnovò più la tessera». Quanti compagni
delusi? Chi erano i veri rivoluzionari? Lenin, Trockij, Che’! Ed i
falsi? Stalin?! La rivoluzione aveva preso una brutta piega. Come
l’89 aveva prodotto il bonapartismo, il 48 aveva prodotto
l’imperialismo, il 17 aveva prodotto il totalitarismo, di cui lo
stalinismo riveste una buona parte. Ad un certo punto possiamo dire
chiaramente. Borghesia
capta ferum victorem coepit.
Il problema è che le ideologie non sono sparite nel nulla. Guardate
cosa succede oggi? Un’altra “Onda” rischia di risucchiare tutta
l’Europa, quella del nazionalismo sfrenato. Come ravvisava Bobbio
prima di morire: torneranno i nazionalismi e le guerre di religione!
E la Sinistra dove è? Ci sono i rivoluzionari di destra, i populisti
al contrario, i nuovi Narodniki, i nuovi Nihilisti, che ricordano i
“padri e figli” di Turghenev. Da dove proviene quest’onda?
Proprio da est, dalla Russia! Il post-comunismo si è trasfigurato in
neonazismo, in Russia coi nuovi Zar, in Cina coi nuovi Imperatori
laici. Ma questa operazione di nazionalizzazione del socialismo era
stata già avviata da Stalin. Egli ha corrotto la rivoluzione, si è
lasciato abbindolare da Hitler. Eppure l’Europa intera nel 68 e nel
77, il principio a la fine dell’onda, come chiaramente delinea il
Lucarelli, respira di nuovo l’ondata rivoluzionaria. Alla fine ha
vinto il nazismo: Germania
capta ferum victorem coepit. Moroni
l’aveva capito bene: «Era necessario fare una netta distinzione
tra gli anni ’70 ed il ’77. Io in fondo ho vissuto solo gli
ultimi anni delle lotte vere e proprie, quando ormai stava andando
tutto alla malora, mi sono detto sulla strada di sera: sono stato
travolto dagli anni Ottanta che sono stati anni di risucchio, come
un’onda che torna indietro e sbatte sulla rena tutti i residui, gli
amici che si sono perduti…». Vicolo
Calusca
ci offre uno spaccato interessantissimo della Milano sessantottesca.
Il giovane Umberto Lucarelli vive intensamente quel periodo foriero
dal 1968 al 1977. Umberto è un giovane intellettuale, un
rivoluzionario ardito, un sentimentale, fino al ristabilimento
dell’ordine sociale degli anni Ottanta: un periodo di ribollimento
sociale, economico. Il 1968 è l’ultima rivoluzione europea,
paragonabile al 1848. La rivoluzione del sessantotto è un’estensione
del 17, fatta dai veri comunisti, gli idealisti, i delusi, non gli
asserviti al potere, gli “yes man”, non Stalin, ma le vittime
dello stalinismo! Stalin ha fatto fuori tutti i veri rivoluzionari,
Trockij in primis. Egli è la controrivoluzione. Egli ha
nazionalizzato il socialismo. Il suo fu solo un nazional-comunismo
borghese, parallelo al nazismo. Perciò favorì Hitler. Perciò il
patto Ribbentrop-Molotov: lasciò basiti i compagni veri! Il
putinianesimo è il diretto discendente dello stalinismo. Il
Sessantotto in Italia fu una rivoluzione attiva o passiva, come
quella risorgimentale, come venne delineata nei “Quaderni” da
Antonio Gramsci? «Le idee hanno sempre pervaso tutto il mio essere,
decine, centinaia, migliaia di idee, idee di tutto, idee di niente,
idee che all’improvviso si manifestavano come incendi e iniziavano
a divampare, mettendo in moto altre idee,» scrive Umberto. Gramsci
risponderebbe: le idee hanno mani e piedi. Milano di nuovo nel 1968
vive le sue gloriose “cinque giornate”. Di nuovo è la
protagonista - Milano - la nuova regina d’Italia. C’è di nuovo
la lotta di classe. Ma tra quali classi? Le nuove classi sono la
classe dominante e la classe dirigente. Gramsci aveva visto bene.
Umberto apparteneva alla classe degli intellettuali, allora: come
primo Moroni, come tanti altri, come quel segreto che ha legato
«Bellini, Scalzone, Brancher, Crocé, Timini, Barbierato,
Nessunozero, Buonfino, Lucarelli, Moroni, e tutti gli altri, compresa
quella sequela di avvocati e avvocatesse che spuntano da tutte le
pagine, ogni volta con un diverso ruolo». Il Partito doveva e poteva
diventare, come voleva Gramsci, il moderno Principe machiavellico. Ma
quell’onda di risucchio - gli anni Ottanta - ha distrutto tutta la
fucina degli intellettuali. Alla fine ha prevalso la classe
dirigente. I rivoluzionari, gli intellettuali sono stati fatti fuori.
È la fine. E poi le generazioni del 68 erano sanguigne, le nuove
generazioni sono flemmatiche. Il testo di Lucarelli si legge tutto di
un fiato, non vi sono interruzioni, capitoli. Parla il cuore, il
ricordo ha a che fare con cor:
ciò che rimane nel cuore. Sottolineiamo ancora solo l’incontro con
Merini: «Alla Pontremoli avevo conosciuto Merini, la poetessa dei
Navigli, ma l’aveva presentata la Di Maio, la signora elegante
della libreria, Merini mi diceva – mi ricordo ora – Non devi
leggere devi scrivere, leggere non serve a niente». Il linguaggio,
lo stile, somiglia molto a quello di Passeri: ermetico, scarno,
essenziale, ricorsivo. Anche la punteggiatura futurista rispecchia il
linguaggio del cuore, quello non-verbale, che si interseca con quello
verbale. In questo quadro, cui rimane attaccata la mente di
Lucarelli, si può notare la nostalgia di una rivoluzione mancata, il
grande rammarico ed il pianto degli intellettuali, la memoria della
contestazione giovanile. Ad ogni rivoluzione di solito segue
un’involuzione, un totalitarismo. Vogliamo ricordare Cromwell, o
Robespierre, o Napoleone, o Stalin, con tutto ciò che nel bene o nel
male hanno combinato? Però questi eventi non sono passati invano. I
valori sono passati, anche se gli eroi sono morti, se i potenti sono
tornati a trionfare, se i fascismi stanno riconquistando l’intera
Europa.
Vincenzo
Capodiferro
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