26 marzo 2013

"DIO": la commedia del Teatro Franzato domani al Santuccio di Varese



Domani mercoledì 27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro istituita dall'Unesco, alle ore 21, al Teatro “Gianni Santuccio” di Via Sacco 10 a Varese il Gruppo Adulti Accademia Teatro Franzato presenta “DIO” di Woody Allen, regia di Paolo Franzato.

L'Atto unico è ambientato in uno spazio teatrale di una improbabile antica Grecia, in cui due ateniesi, Epàtite e Diàbete (interpretati da Irene Terzaghi e Mauro Provvidi) stanno per mettere in scena una tragedia. Un laido inventore (Trichinosi) propone loro di impiegare un deus ex machina (da cui il titolo) per risolvere spettacolarmente il finale. Intanto una sensuale ragazza del pubblico irrompe in scena chiedendo di poter recitare nello spettacolo. Dopo aver consultato telefonicamente Woody Allen in persona, viene scritturata dalla compagnia. La tragedia (nella commedia) ha inizio.
Vi si narra la vicenda di uno schiavo che deve recapitare un messaggio al Re. Con il sostegno di stravaganti Parche pseudoveline in versione turistica, di una strabiliante donna accoltellata e di un beffardo coro greco, lo schiavo riesce a portare a termine la missione. Invece di una ricompensa, ottiene una condanna a morte; il deus ex machina che dovrebbe sopraggiungere per risolvere la situazione si inceppa e gli attori sono costretti ad improvvisare un finale, mentre attori e spettatori, sempre più spazientiti, si scatenano in un caos finale. “Dio” è una commedia metateatrale dove si assiste alla disastrosa messa in scena di una tragedia greca, mentre un finto pubblico moderno (infiltrato tra gli spettatori reali) interrompe gli attori e lo stesso Woody Allen telefona in scena. La realtà si mescola alla finzione in un crescendo di entrate a sorpresa e di inaspettate uscite in platea, in un grande gioco dove non mancano spunti di riflessione.
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Fonte: Ufficio Stampa Teatro Franzato

VI edizione del concorso di poesia de "La Campanella" di Bovisio Masciago (MB)

 
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25 marzo 2013

Giuliana Ciaccia: una narrativa del "fanciullino" tra impossibile e reale


 
Giuliana Ciaccia nasce a Matera nel 1970. Come scrive il prefatore Filippo d’Agostino a Il segreto della montagna di fuoco, edito da Work Media Marketing a Milano nel 1998, Giuliana «vive l’infanzia e poi l’adolescenza fra Montalbano Jonico e Varazze in Liguria, dove frequenta le scuole medie. Per un certo periodo della sua vita fa l’acconciatrice, ma la passione per la scrittura, che nasce in lei prepotentemente, la porta ad abbandonare ben presto il lavoro, per dedicare gran parte del suo tempo a romanzare le sue fantasie riflesse soprattutto nel magico mondo dei bambini. Ai bambini, Giuliana è affezionatissima, tant’è che all’età di ventidue anni si sposa con un commercialista del luogo e ben presto diventa mamma di due splendidi bambini: Lucio e Checco». Su queste storie luccicanti dell’infanzia sono sempre puntati i riflettori della narrativa di Giuliana Ciaccia e questo fantastico mondo dell’eterno fanciullino, che, come sosteneva Pascoli, è sempre in noi, viene riflesso in tutti gli scritti di Giuliana, questa giovane e promettente scrittrice, di cui segnaliamo, oltre a Il segreto, Viaggio negli Inferi, dello stesso editore, del 1999, e L’impossibile diventa realtà, edito da Aletti nel 2008. Il mondo del fanciullo, quel freudiano mondo dell’Es, si ribalta con tutte le sue contraddizioni ed i suoi aneliti, i bisogni spezzati ed i desideri irrisolti, le proiezioni ed i progetti che stanno alla base di ogni vita, di ogni religione, di ogni speranza. Così scrive Giuliana nel Viaggio, un’esperienza letteraria felice, tanto cara alla letteratura classica sull’argomento, da Omero a Virgilio, da Dante a tanti altri: «saggio David, come procedono? Chiese Iddio. Mio Signore, giocano lieti e spensierati. Smit e Vanny, tornati bambini, incominciarono una nuova vita di felicità, e il loro amore, come un candido giglio, era più dolce e più forte che mai. Ebbene sì, Vanny e Sandy erano la stessa persona, poiché il Diavolo l’aveva rapita nel regno di Osiris, per il suo turpe piano. Sandy e Alan si erano appartenuti al passato, e ora Vanny e Smit perpetuavano per l’eternità quell’unione». Risuona il tema forte dello sdoppiamento tra fantastico e reale, tra paradiso e inferno, tra metafisico e fisico in quella eterna lotta. «Riuscirà lo spirito del bene a sopprimere il male?» scrive ancora Giuliana in L’impossibile diventa realtà, «E se toccasse a Crisby … Scopriamolo insieme … La lotta si rivelò mordace. Il male sopraffece più volte il bene tra magie e tranelli architettati con scaltrezza e perfidia. Scontri di luci tuonanti e immortali si cozzarono con prorompenti esplosioni mentre l’abisso di lì a poco sarebbe stato inghiottito da un’enorme voragine». Questa lotta che porta il dissidio tra tutte le cose, nella narrativa della Ciaccia, però, non va vista in funzione esclusiva ed irriducibile. Giuliana sa considerare il male in funzione del dramma catartico, in funzione dialettica e non tragica. In questo dramma i protagonisti sono sempre liberi e responsabili ed il campo di battaglia ove le forze si combattono non è passivo, ma attivo. Così nell’isola felice e solitaria, quelle creature intelligenti, grazie alle cure della fata riescono a sopravvivere anche alla lotta contro le forze del male. In fin dei conti quelle forze che si combattono non sono altre da quelle dell’uomo stesso.

Vincenzo Capodiferro

 

22 marzo 2013

Psicologia: la Bi-Genitorialità

 
 
Il concetto della bi-genitorialità trova fondamento nel principio etico in base al quale un bambino ha una legittima aspirazione - che è legittimo diritto - a mantenere un rapporto stabile con entrambi i genitori, anche quando questi siano separati o già divorziati, ovviamente in tutti quei casi in cui non sussistano impedimenti che giustifichino l’allontanamento di uno dei genitori dalla propria prole.
In questa prospettiva, il citato diritto scaturisce dall’implicita responsabilità che l’essere genitori comporta in sé, dove questa deve prevalere al di sopra di ogni controversia possibile tra i coniugi. E’ contestuale, altrettanto, che non dovrà essere provocata sul figlio la ricaduta di una qualsiasi responsabilità in merito alle scelte di separazione operate dei genitori.
L’ottica proposta è dunque quella di porsi sicuramente dalla parte del minore, nella promozione della pratica dell’affido condiviso come tutela del suo benessere, nella prospettiva di una continuazione costante delle cure, dell’attenzione, dell’educazione e dell’affetto da parte di entrambi i genitori.
Il concetto della bi-genitorialità o di genitorialità condivisa ha da tempo trovato spazio e letteratura in Psicologia Antropologica e Biologica, ma è stato sino da ora e soprattutto inteso col prevalente riferimento alle famiglie unite; dopo la Convenzione sui diritti del bambino di New York 20 novembre 1989 si è invece e sempre di più diffuso il concetto della priorità etica della conitinuità affettiva-educativa come nodo insuperabile nella gestione di qualsiasi separazione.
La conflittualità che molto spesso accompagna le separazioni coniugali rende ciechi i genitori dei bisogni effettivi ed affettivi dei propri figli.
Che una separazione coniugale produce un lutto in tutti gli attori è fuori dubbio adulti e prole vivono il dolore connesso al senso di fallimento, di perdita, di modificazione di abitudini e di procedure: non di rado, che sia consensuale o giudiziale, produce condizioni di flessione del senso di realtà, sia per quanto concerne la valutazione e interpretazione del comportamento dell’altro, ma ancora di più questa flessione si radica nella rappresentazione che entrambi i genitori danno dell’altro alla prole ed in questo ambito che nasce la PAS.
                           
                                            COSA NON E’ LA  PAS
 
-         La sindrome di Alienazione Genitoriale non è l’alienazione genitoriale prodotta da “ realtà reale” di mancanze, trascuratezza o violenza del genitore alienato.
-         La Sindrome di Alienazione Genitoriale non è una patologia del genitore alienante, ma una patologia instillata nel bambino.
-         La Sindrome di Alienazione Genitoriale non è sinonimo di accuse per violenze o abusi rivolta ad un genitore.
-         La Sindrome di Alienazione Genitoriale non è la rappresentazione del dolore o della rabbia di un genitore.
-         La Sindrome di Alienazione Genitoriale non è nel preminente interesse del minore.

 
                                            SINTOMI  PRIMARI
Un normale genitore non permette che il bambino esibisca mancanza di rispetto e diffami l’altro.
Nella PAS, invece, il genitore programmante non mette in discussione la mancanza di rispetto, ma può addirittura favorirla.
L’astio espresso dal bambino nei confronti del genitore non affidatario è razionalizzato con motivazioni illogiche, insensato anche solamente superficiali (non voglio vedere mio padre perché una volta ha detto cazzo).
Il genitore rifiutato è descritto dal bambino come “ tutto negativo”; il genitore amato come “ tutto positivo”.
La presa di posizione del bambino sempre solo a favore del genitore  affidatario  in qualsiasi conflitto venga a determinarsi.
Sono affermazioni del bambino che non possono ragionevolmente venire da lui direttamente; ad esempio uso di parole o situazioni che non sono normalmente conosciute da un bambino di quell’età nel descrivere le colpe del genitore escluso.

 
                                                   PASSAGGI
Per favorire il riavvicinamento fra bambino e genitore alienato, per la ricostruzione di una relazione libera fra di loro vanno immaginati una serie di passaggi che dovrebbero avere questi presupposti:
-         Ristabilire la relazione tra il minore e il genitore alienato.
-         Rifuggire la logica sanzionatoria ma lavorare per il recupero dell’emergenza individuale.
-         Ristabilire i presupposti per una relazione circolare.
-         Favorire la comunicazione adulto – adulto - bambino.
I passaggi veri e propri potrebbero essere:
- Supporto al genitore alienato.
- Supporto al genitore alienante senza interruzione del rapporto col minore.
- Ripristino graduale della comunicazione minore – genitore alienato.
- Mediazione familiare
 
                                                   Dott.  Maria Bernabeo

21 marzo 2013

Danza: Howool Baek al PimOff di Milano il 24 e 25 marzo


  Per la prima volta a Milano la coreografa coreana presenta al pubblico del PimOff un doppio programma di cui è sia coreografa che interprete. In [FADE] - in prima nazionale- Baek lavora sul tema delle relazioni umane e si concentra sullo spazio vitale e temporale di una coppia, circoscrivendolo nei confini di una sedia. L'assolo [NOTHING for body] è un originale progetto coreografico, accompagnato dal musicista Matthias Erian, che trasforma il corpo in palcoscenico e le dita delle mani e dei piedi in danzatori. Due lavori che focalizzando l’attenzione su parti isolate del corpo, ne amplificano la potenza espressiva evidenziando dettagli nascosti e svelando un’inaspettata dimensione poetica. Dal 2009 i suoi lavori sono stati in Germania, Austria, Belgio, Portogallo, Giappone e Slovenia.
Spettacoli ore 20.45 .
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Fonte: Newsletter del PimOff - Via Servanesco - Milano

20 marzo 2013

Concorso letterario "Guido Gozzano" a Terzo (AL) - XIV edizione


  L'associazione "Terzo musica e poesia", con il contributo dell'amministrazione comunale di Terzo (AL), ha indetto anche per quest'anno il "Concorso nazionale di poesia e narrativa Guido Gozzano".

l premio è suddiviso in quattro sezioni:

a) Libro edito di poesia in italiano od in dialetto (con traduzione).
b) Poesia inedita in italiano od in dialetto (con traduzione).
c) Silloge inedita in italiano o in dialetto senza preclusione di genere.
d) Racconto inedito in italiano a tema libero.

Le opere dovranno essere inviate entro il 3 agosto, mentre la premiazione avverrà domenica 6 ottobre 2013.

Per informazioni è possibile contattare i numeri 0144 594221 - 347 4996094, il comune di Terzo, in provincia di Alessandria, oppure scrivere all'indirizzo mail concorsogozzano@virgilio.it , indirizzo al quale è anche possibile inviare le opere secondo le precise indicazioni del bando che vi suggeriamo di richiedere.
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Fonte fotografica: sito del comune di Terzo (Al)

18 marzo 2013

Psicologia: la violenza domestica sugli uomini

 
L’uomo, picchiato, è vittima dimenticata della violenza coniugale.
Il pregiudizio sociale porta spesso ad ignorare la figura maschile nel ruolo di vittima: gli spot televisivi sottolineano la violenza subita dalle donne, in cui il messaggio diretto e indiretto e sempre quello di identificare l’uomo in genere come cattivo e aggressivo.
Ma la violenza che subiscono gli uomini all’interno e fuori dalle mura domestiche non è mai menzionata.
Dagli studi Canadesi si evince che sempre più uomini non sono carnefici ma vittime.
I casi di uomini vittime della violenza delle loro compagne sono più diffusi di quanto non si creda spiega YVON DOLLER psicologo canadese autore de “La violenza esercitata sugli uomini. Una complessa realtà tabù 2002”.
L’uomo maltrattato  generalmente prova enormi sensi di colpa e il più delle volte perde il suo status di uomo, finendo per restare isolato.
SOPHIE TORRENT mostra come la violenza psicologica  sia l’arma favorita dalle donne: questo tipo di violenza  si esprime attraverso varie forme di rifiuto, insulti o accuse infondate; mentre la violenza fisica viene espressa con colpi inferti sul viso, colpi inferti sull’addome con forbici e con altri tipi di lame oppure con morsi.
Tra la violenza fisica  e quella psicologica la più favorita è quella psicologica, poiché quest’ultima è meno perseguibile sotto il profilo legale; la donna producendo violenza psicologica tende attraverso questa ad apportare denigrazione del proprio partner nel ruolo di amante e di padre, esprimendo queste diffamazioni sia nella sfera privata che pubblica, scopo di ciò è ledere la mascolinità.
Frequentemente la donna attacca l’uomo sul posto di lavoro; scopo di tutto ciò è il produrre isolamento sociale: la donna che produce violenza fa credere a tutti di essere lei  la vittima delle violenze che generalmente fa subire al proprio coniuge.
La violenza femminile è spesso giustificata, generalmente viene allegata a delle patologie  ( depressione post - parto, autodifesa, provocazione, menopausa).
La donna violenta non viene considerata una cattiva madre, ma un padre violento o accusato di pseudo violenza viene allontanato dai figli e viene definito un cattivo genitore.
Bisogna rilevare che continuando a negare il fenomeno degli uomini maltrattati, le femministe stanno ostracizzando una categoria di donne che soffrono dei loro comportamenti violenti. Continuando a non vedere viene esclusa ogni possibilità di costruttivo aiuto.
Nella ricerca condotta in Spagna “ La violenza domestica: quella che si racconta” appare che i maschi morti all’interno delle mura domestiche sono il 27%.
Eppure il ministro spagnolo del lavoro degli affari sociali, Jesus Coldera afferma :”La violenza delle donne sugli uomini è minima”. Mentre il ministro di Giustizia  JUAN FERNANDO LOPEZ ANGUILAR afferma: “Non esiste negli ospedali e nei commissariati una casistica degli uomini maltrattati”.
Anche se i media non parlano, la violenza delle donne sui mariti, conviventi o amanti è un fenomeno che dilaga in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, nel 2004, è alto il tasso di violenza fisica tra i partner: essa è stata attribuita per il 35% ai maschi e per il 30% delle donne.
Come  mai, se il flagello delle femmine che malmenano è diffuso su scala mondiale, non abbiamo denunce?
Gli uomini che vengono picchiati spesso sono poco creduti o vengono messi alla berlina.
“Una donna maltrattata guadagna uno status e può trovare sostegno presso tanti gruppi per uscire dall’interno delle violenze coniugali, mentre un uomo malmenato prova vergogna e perde il proprio status di uomo”.
“Gli uomini non denunciano i maltrattamenti subiti, perché non esistono luoghi, commissariati a parte, dove possono farlo, né esistono istituti pubblici come quelli della difesa della donna”.
Puntualizza lo spagnolo ELOY RODRIGUEZ (psicologo e sessuologo): il 92% dei maschi non denuncia i maltrattamenti perché pensa che così metterebbe in dubbio la propria mascolinità.
E’ una questione culturale difficile da scardinare.
I vari studi dimostrano che tra le statistiche reali e quelli ufficiali esiste una profonda diversità, poiché il femminismo ha percorso un cammino errato, alzando una muraglia tra i due sessi, sostenendo che la violenza è intrinseca al maschio; una barriera montata per nascondere la violenza delle donne.
 
 
Dott.sa Maria Bernabeo

17 marzo 2013

Libri: Franco Santamaria presenta il suo nuovo lavoro "Anteprime in ombra" - poesie.

 
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Alain di Solminihac

Grande riformatore religioso, amato da Richelieu e da San Francesco di Sales
  Alain di Solminihac nasce il 25 novembre 1593 da nobile famiglia nella Francia meridionale, presso il castello di Belet, nel circondario di Périgueux. Qui trascorre la sua giovinezza. Desiderava entrare nei Cavalieri di Malta, ma suo zio, Arnaldo di Solminihac, essendo abate del monastero di Chancelade, dell’ordine degli Agostiniani, lo esorta ad entrare nella famosa abbazia del centro francese. Dopo un anno di noviziato, il 28 luglio dell'anno 1616, emette la professione religiosa. Alain si dedica allo studio della filosofia e della teologia a Parigi, dove ha occasione di conoscere e stringere amicizia, tra gli altri, con S. Vincenzo de Paoli e Carlo Faure. Conosce San Francesco di Sales, che diviene suo amico ed estimatore. Alain è ordinato sacerdote il 22 settembre 1618. Dopo quattro anni di soggiorno impegnativo a Parigi, nel settembre del 1622, riceve la benedizione abbaziale. Nel 1623 Alain redige le Costituzioni, improntate all’austerità. L'abate, svolgendo anche l’ufficio di maestro dei novizi, rivolge particolare attenzione alla formazione dei giovani. Ha molto a soffrire per la sua Congregazione. Carlo Faure, infatti, il quale a Parigi lo aveva anche seguito nella vita religiosa, ha l'incarico dal cardinale Francesco de la Rochefoucauld di mitigare tutte le regole delle case fondate da Canonici Regolari del regno di Francia. L'abate di Chancelade si oppone a questo progetto. Una ordinanza regia del 1636 impone la fusione delle Congregazioni. Alain non accetta ed intenta una causa presso il Consiglio della Corona e presso la Santa Sede, che gli dà ragione. Nel 1636 viene nominato vescovo di Cahors, tra Périgueux e Tolosa. Il cardinale Richelieu prende Chancelade sotto la sua personale protezione e garantisce la stabilità della riforma. Nel 1659 è costretto ad interrompere una visita pastorale: le forze fisiche non reggono più. Muore il 31 dicembre del 1659. È stato un grande riformatore che si è premurato di far attuare i decreti del Concilio di Trento, seguendo in questo il suo grande modello, San Carlo Borromeo. Abbiamo ripreso queste notizie dalla biografia di Carlo Egger: Un rinnovatore. Alano di Solminihiac, canonico regolare di S. Agostino, Roma 1979. Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1981. Per meglio chiarire la portata della riforma di Alain di Somnihiac abbiamo trovato e riportato alcune lettere di illustri personaggi storici francesi, che avevano a cuore l’opera dell’abate, come questa lettera del cardinale Richelieu all’abate di Chacelade, datata 16 aprile 1636: Il re desidererebbe colmare i posti vacanti del reame di Francia di persone che si siano pari alla vostra esemplare scuola. Le notevoli qualità e la maestà che abbiamo in voi riconosciuto, ci hanno indotto a queste favorevoli considerazioni nei vostri riguardi e ci hanno fatto riporre lo sguardo su di voi... Questo avviso vi viene raccomandato proprio perché nutriamo somma stima per voi… e nello stesso luogo esprimiamo tutte le nostre premure. Al che il santo con obbedientissima osservanza risponde: Eccellenza Reverendissima Monsignor Richelieu, io riprendo la penna subito per rispondervi. Rivolgo a voi ed a sua maestà il Re le mie più profonde riverenze. E per il grande riguardo che nutro nei vostri confronti e della sua Maestà colgo l’occasione per esprimere tutte le preoccupazioni per non rendere vana la riforma degli ordini religiosi. È mio desiderio che queste considerazioni siano riportate al Re, sempre in ossequio ai voleri di sua Maestà ed ai suoi disegni e al progetto di riforma, per prendere tutti i provvedimenti necessari a che siano soddisfatte i suoi incontestabili voleri. Possano essere gradite a voi queste mie osservazioni. Realmont 27 aprile 1636. Il re Luigi XIII ebbe molto a cuore il nostro santo riformatore, tanto che di lì a poco emanò un diploma regio: Oggi 17 del mese di giugno, dell’anno del Signore 1636, dalla sede di Fontainebleau, per la maggior gloria, l’onore e la maestà di Dio, abbiamo deciso di colmare la sede vacante della Chiesa di Cahors di una persona, dotata di tutte le virtù e di tutti i requisiti richiesti e tutto a vantaggio della Santa Chiesa, nonché dell’edificazione delle anime. Dopo aver considerato tutti coloro che ne potessero essere degni e capaci, ci siamo soffermati su di lui. Questa persona è Alain de Solminhiac, abate di Chancelade. Abbiamo fatto questa scelta per la santità della sua vita. La fama di costui aumenta di giorno in giorno, per la dottrina, la pietà, per tutte le raccomandabili qualità, che sono in lui e per tutti i dignitosi servigi che ha reso alla santa Chiesa, soprattutto per la riforma dell’ordine di Sant’Agostino, per cui egli si è sempre prestato con zelo. Dignitoso nell’esempio di vita cristiana, si è sempre battuto, con vigilanza, per l’integrità dei costumi, per l’opera riformatrice, e per tutte le perfezioni, atte all’intento di ristabilire l’antico splendore dell’ordine. Per questi motivi abbiamo stabilito che l’abate di Solminhiac, divenga vescovo della Chiesa di Cahors. E dopo il re Luigi XIII scrisse anche al papa Urbano VIII, Maffeo Barberini, sotto il cui pontificato si compì anche il processo a Galileo Galilei: Santo Padre, per la grande santità di vita e la singolare devozione delle anime nostre verso di lui, abbiamo additato Alain di Solminhiac, abate di Chancelade, dalla somma dottrina e dalle altre raccomandabili virtù, che abbiamo riscontrato nella sua persona, per colmare le sedi vacanti della Chiesa del nostro reame di persone che abbiano le qualità necessarie per la maggior gloria di Dio e per l’edificazione morale e spirituale della santa Chiesa. Pertanto abbiamo fatto la scelta dell’abate di Chancelade per la diocesi di Cahors. Abbiamo inviato questa missiva a Sua Santità, con preghiera di adoprarsi a tutti gli adempimenti dovuti a che l’abate divenga vescovo, a redigere la relativa bolla del provvedimento apostolico necessario a seguito di questa memoria, accompagnate dalle suppliche più ampie, che rivolgiamo a sua Santità. Voglia sua Santità porre il suo sguardo verso di lui per mantenere il buon regime ed il governo della sua Santa Chiesa. Dato in Fontainebleau, il 16 giugno del 1636. Il vostro devoto figlio, Re di Francia e di Navarra, Luigi XIII. Che dire di più di quest’uomo? Ha onorato grandiosamente l’ordine di S. Agostino. Fu promotore di una sentita riforma della Chiesa e dei costumi. Tanto è che oggi non si parla più di Controriforma, ma di Riforma cattolica. Di lui veramente possiamo dire come Agostino: Intellegat non se esse episcopum, qui praeesse dilexerit, non prodesse. «Non è vescovo chi ama essere capo, ma non ama essere utile» (De Civ. Dei, XIX,19).
 
Vincenzo Capodiferro

16 marzo 2013

Premio letterario "Macchia d'Isernia", quattro sezioni per la IV edizione 2013


Elena Grande, che resta a disposizione di chi volesse ulteriori informazioni in proposito all'indirizzo elenagra@hotmail.it , ci ha fatto pervenire il bando del Premio letterario "Macchia d'Isernia", promosso dall'omonimo comune molisano, nonché dal Ministero dell'Istruzione e della Ricerca, il quale premio nel 2013 giunge alla IV edizione.
 
Quest'anno sono previste quattro sezioni di concorso: la sezione "Narrativa" intitolata alla memoria di Antonio Lemme, quella di "Poesia" intitolata a Vittorio Stasi, mentre quella dedicata alla "Fiaba e favola" è in ricordo di Giovanni Siravo. Il settore di concorso per "Poesia e narrativa autori in erba" è invece dedicato a Vincenzo Galasso.
 
Il termine di presentazione degli elaborati da parte di autori in lingua italiana sia italiani che stranieri è fissato al 15 maggio 2013.
 
Agli elaborati vincitori ed ai più meritevoli verrà dedicata un'antologia.
 
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Fonte: Elena Grande
Fonte fotografica:  www.comune.macchiadisernia.is.it

15 marzo 2013

Libri: "Giochi sull'acqua" di Patricia Wolf


Il particolarissimo thriller di Patricia Wolf, scrittrice già nota a un certo pubblico che ama ritmo e musica in una scrittura visionaria e fantastica, è il terzo titolo della collana “Donne pericolose”.
Un e-book che arricchisce la collana con un thriller d’autore, che si legge con quel piacere che sanno dare i libri ben scritti e le storie costruite sul filo della suspense, a volte anche giocosa e ironica.
“Tu conosci l’assassino …”. E’ da questa rivelazione che un sensitivo le fa in chat, che Frenzy, avventurosa psicologa, s’improvvisa detective e cerca di risolvere l’enigma di una serie di delitti avvenuti accanto a fontane celebri, che hanno coinvolto come vittime tutti ragazzi della stessa età artistoidi, legati a donne più adulte. Per sciogliere una sciarada che s’intrica sempre di più via via e pare ideata da un professionista del “Puzzle” mentale, Frenzy usa tecniche assolutamente inedite. Si “carica” con la musica rock ed elettronica e potenti “overdose” erotiche, cerca indizi su un mega archivio computerizzato, torna indietro nel tempo attraverso l’ipnosi e si affida al suo potentissimo intuito. Strada facendo incontra molti suoi antichi compagni di gioco. E accarezza una certezza: uno di loro è il serial Killer. Ma chi? Nell’ombra, un bambino con strani disturbi di personalità medita un futuro di vendette.
Un thriller dove il linguaggio ultramoderno e la fantasia visionaria s’incastrano alla psicanalisi e alla mitologia, un connubio fin qui inesplorato.
 
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Fonte: Albus Edizioni

11 marzo 2013

"Eleonora, Gabriele e il teatro": recital il 12 marzo al Teatro Sociale di Busto Arsizio (Va)



E’ un gossip d’altri tempi quello che va in scena martedì 12 marzo, alle ore 21, al ridotto «Luigi Pirandello», sala piccola del teatro Sociale di Busto Arsizio. Protagonisti sono i fondatori ufficiali del divismo di coppia: Gabriele D’Annunzio, uno dei maggiori esponenti del Decadentismo italiano, la cui vita di vizi e di megalomanie ostentate ha fatto parlare più della propria opera letteraria e drammaturgica, ed Eleonora Duse, straordinaria attrice drammatica che infiammato le platee di mezzo mondo e che ha incantato personaggi del calibro di Anton Cechov, Charlie Chaplin, Isadora Duncan e Matilde Serao.

A raccontare la loro intesa e travagliata storia amorosa e professionale sarà il recital «Eleonora, Gabriele, il teatro», promosso dall’associazione culturale «Educarte», con il patrocinio e il contributo economico dell’Amministrazione comunale di Busto Arsizio, in occasione dei centocinquanta anni dalla nascita di Gabriele D’Annunzio. Sul palco saliranno gli attori Ambra Greta Cajelli, Gerry Franceschini, Mario Piciollo e Anita Romano, con gli allievi di «Officina della creatività». Firma la regia Delia Cajelli. Movimenti scenici e coreografie sono a cura di Elisa Vai. Luci e fonica vedranno all’opera Maurizio «Billo» Aspes.

«Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato». E’ la frase con la quale Eleonora Duse, morendo a migliaia di chilometri di distanza dal proprio Paese natale, sola e gravemente malata, congeda per sempre l’amato.

La passione tra questi due leggendari protagonisti della cultura italiana di fine Ottocento e inizio Novecento scoppia a Venezia nel settembre 1894 e dura una decina d’anni. Attrazione fisica, curiosità intellettuale e interesse pratico caratterizzano la relazione, durante la quale lo scrittore pescarese compone cinque opere teatrali dedicate all’attrice -«Sogno di un mattino di primavera», «La Gioconda», «La gloria», «Francesca da Rimini» e «Sogno d’un tramonto d’autunno»- e l’artista veneta sostiene finanziariamente le imprese artistiche e le dissolutezze del compagno, amandolo contro ogni ragionevolezza. Numerosi sono, infatti, i tradimenti sentimentali e professionali che la «Divina» deve sopportare: l'alcova del «Vate» continua a essere affollata di donne. I suoi segreti più intimi vengono messi nero su bianco nel romanzo «Il fuoco». Due grandi tragedie dannunziane a lei destinate, «La città morta» e «La figlia di Iorio», vengono affidate, all’ultimo, dal suo stesso amante ad altre due interpreti: Sarah Bernhardt ed Irma Gramatica. Ed è proprio l'assegnazione della parte di Mila di Codra a un'altra donna a decretare la fine della relazione tra la Duse e il «Comandante». «Il teatro è un mostro che divora i suoi figli: devi lasciarti divorare» è il biglietto che l'attrice si vede recapitare a casa da un fattorino, venuto a prendere il costume di scena per «La figlia di Iorio», a pochi giorni dal debutto, quando lei sa già tutto il copione a memoria. Di fronte all'evidenza del tradimento, l’attrice scrive all’amante: «Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. Non parlarmi dell'impero della ragione, della tua vita carnale, della tua sete, di vita gioiosa. Sono sazia di queste parole! Da anni ti ascolto dirle…Parto di qui domani. A questa mia non c'è risposta». In effetti, non ci fu mai una replica a quell’addio, se non molti anni dopo, quando Gabriele D’Annunzio, alla notizia della scomparsa dell’attrice, da lui affettuosamente denominata Ghisola, disse: «E’ morta quella che non meritai», conservandone per sempre il ricordo attraverso un busto velato, esposto nell’«Officina» del Vittoriale.

A tessere il filo rosso della trama di «Eleonora, Gabriele, il teatro», recital proposto proprio nel giorno dell’anniversario dannunziano, saranno alcune delle pagine che il «Vate» scrisse per la sua amata, da una selezione di lettere tratte dall’«Epistolario» a brani del romanzo «Il fuoco», passando per passi scelti delle tragedie «Francesca da Rimini», «La città morta» e «La figlia di Iorio».

Posto di rilievo nella rappresentazione, che narrerà anche il sogno dei due amanti di costruire un teatro all'aperto ad Albano, dove mettere in scena testi classici e tragedie moderne, sarà, inoltre, dedicato al tema del paesaggio e alle favole ancestrali e mitiche della terra d’Abruzzo, attraverso la lettura drammatizzata di liriche quali «La pioggia nel pineto», «Pastori d’Abruzzo» e «Sera fiesolana».

L’associazione culturale «Educarte» punterà i riflettori sull’opera drammaturgica di Gabriele D’Annunzio anche nella stagione 2013/2014, mettendo in scena nella serata di giovedì 28 novembre, alle ore 21, «La figlia di Iorio», opera universalmente considerata il capolavoro drammatico dello scrittore pescarese, già affrontata dalla regista Delia Cajelli nel 1988 per un allestimento andato in scena al Vittoriale e in altri teatri italiani.

In occasione dei due eventi promossi dall'associazione culturale «Educarte» per l'anniversario dannunziano, il nuovo gestore del locale «Il Caffè del teatro Sociale», la società «Davò» di Alfredo D'Ambrosio, sta ideando due aperitivi, uno alcolico e l'altro analcolico, dedicati al «Vate» e alla sua musa.

Il recital «Eleonora, Gabriele, il teatro» è a ingresso libero e gratuito.

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Fonte: Annamaria Sigalotti - Ufficio stampa Teatro Sociale

10 marzo 2013

Società di storia dell'arte in Svizzera: una nuova sede presso il Museo Cantonale di Lugano


Fondata nel 1880 la Società di storia dell'arte in Svizzera documenta e studia il patrimonio architettonico e artistico elvetico, ne diffonde la conoscenza e ne promuove la conservazione.

Su incarico della Confederazione coordina dal 1927 l’edizione della rinomata collana «I Monumenti d’arte e di storia della Svizzera»,  il progetto di ricerca più vasto e di lunga data che si conosca nello stato svizzero.
 
La novità di questi giorni è che la SSAS ha aperto una sede sotto lo stesso tetto del ben più noto Museo Cantonale d'Arte di Lugano, nei pressi del centro e dello splendido lungolago della città insubre, rafforzando in questo modo la sua presenza nelle zone italofone del Paese, aumentanto la visibilità e favorendo in questo modo i contatti con gli studiosi attivi sul territorio.
 
Per saperne di più invitiamo a consultare il sito www.gsk.ch .Si può inoltre contattare direttamente la dott. Simona Martinoli.

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AdB

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Fonte: Benedetta Giorgi Pompilio - Lugano

08 marzo 2013

Don Felipe: fondatore di antiche repubbliche

La storia meravigliosa di Filippo Gagliardi, benefattore ed imprenditore degli anni ‘50
Filippo Gagliardi chi era costui? Con manzoniana memoria ci chiediamo. Forse ancora qualche canuto lo ricorda a Montesano, il suo paese di origine. Qualcuno risponde con orgoglio, qualche altro con invidia. Come ha potuto il povero figlio di un mugnaio diventare un uomo ricchissimo? Sul magnate italo-americano Felice de Martino ha scritto un libro: La Repubblica dei gigli bianchi, edito da Pironti, a Napoli nel 1995. Riprendiamo alcuni passaggi per capire questa storia meravigliosa e leggendaria di un personaggio che dal nulla fece fortuna in America e ritornò in Italia ove fondò una repubblica indipendente e secessionista a Montesano: la “Repubblica”, appunto, dei “gigli bianchi”. Proprio in quegli anni nei nostri paesi il giglio bianco era diventato un simbolo di libertà, di indipendenza e di democrazia. Lo dimostrano le numerose liste civiche che adottarono il giglio alle elezioni, fiore che il più delle volte veniva accomunato per devozione a Sant’Antonio di Padova: «Era un mattino freddo e piovoso,» scrive il De Martino, «quel 25 febbraio del 1912, quando a Giuseppe Gagliardi e a Mariannina Di Giuda nacque il primo figlio, a cui diedero il nome di Filippo. Ne sarebbero nati, nel corso degli anni altri nove, quattro maschi e cinque femmine: Pasquale, Giuseppe, Ernesto, Michele, Maria, Angelina, Minicuccia, Antonietta e Delizia. L’”università” di zio Filippo era stata “Campolongo”, come spesso rispondeva a chi chiedeva della sua infanzia e dei suoi studi. Campolongo è la splendida vallata di alta montagna sopra Montesano, dove lui andava spesso, a pascolare il gregge e a fantasticare il suo futuro» (p. 29).  Primo fra dieci figli, nato da una famiglia molto modesta: il padre, infatti, faceva il mugnaio e la madre la casalinga, Filippo aveva ben altre intenzioni dal continuare a fare il pastore: «partì quindi a soli quindici anni, nel 1927, in cerca di fortuna, per il Venezuela. In terza classe nella stiva di una nave, zeppa di gente e di lacrime versate. I soldi per il viaggio furono racimolati dalla madre, di nascosto dal marito, contraendo un debito con un signorotto del posto, che mangiò pane gratis per anni. Filippo aveva un’unica ancora di salvezza a Caracas, un parente che aveva fatto fortuna costruendo caserme per l’esercito». A quei tempi a quindici anni evidentemente già si era uomini! Ben presto entrò in contrasto con il suo parente e rientrò in Italia. Dopo poco tempo ripartì ancora una volta per Caracas, ove riuscì a costruirsi un ingente patrimonio. Cominciò a guadagnare ed a mettersi in proprio. Ebbe la fortuna, entrato nel settore edilizio, di diventare a breve termine, uno dei più ricchi del paese. A tal proposito si pensi che in Venezuela aveva costruito una cittadella che rassomigliava a Venezia: «Devo fare,» diceva «la “piccola Venezia” ad Uria. Il presidente verrà a vedere i progetti tra qualche giorno», perché, secondo lui, il termine Venezuela deriva da Venezia per la somiglianza delle coste del paese latino-americano alla laguna veneta. Gran parte della fortuna di Don Felipe, come veniva chiamato, fu dovuta, infatti alla profonda amicizia che egli ebbe col presidente, il colonnello Pérez Jiménez, il quale partecipò al colpo di stato del 1948 e nel 1952 assunse la presidenza della Repubblica instaurando un regime dittatoriale fino al 1958, quando un’insurrezione popolare destituì il capo di stato maggiore e pose fine al suo governo. Il periodo d’oro di don Felipe fu dal 1954 al 1958 nel fior fiore della presidenza Pérez Jiménez. Dal giugno all’ottobre del 1954 rientrò a Montesano. In quella occasione elargì degli ingenti benefici in denaro ai bisognosi ed agli indigenti che non mancavano nel sud provato e vinto. Ancora alcuni ricordano come facesse piovere dollari dagli elicotteri che ronzavano sopra Montesano. Nella sua fiorente attività, che si muoveva tra il suo quartier generale a Caracas, l’Italia e la Svizzera, non mancò mai di mettere a disposizione le sue ricchezze  a tutti coloro che ne avessero bisogno, tra enti pubblici e privati, nonché persone comuni, oltre ai suoi familiari. Basti pensare che finanziò mutui a più di cinquanta comuni della provincia di Salerno e la ricostruzione di più di cento abitazioni per i poveri del suo paese. Fece costruire a sue spese importanti edifici pubblici a Montesano, come la caserma, la chiesa di S. Anna in stile neogotico, e l’acquedotto comunale. Ancora oggi possiamo ammirare l’imponente costruzione che svetta sul paese: la chiesa è dedicata alla madre di don Felipe Mariannina. Anche questo gesto dimostra la sua profonda venerazione per i genitori ed i particolare per colei che aveva creduto nel suo piccolo, ma grande uomo, che a quindici anni era partito all’avventura per terre lontane, senza sapere se tornava o no a casa.  La sua generosità non ebbe limiti, ricordiamo, solo per apportare degli esempi,  la donazione di 25 milioni di lire per gli alluvionati del Polesine nel 1953 o quella di 100.000 dollari per quelli di Salerno nel 1954: «L’assegno circolare della Banca d’America e d’Italia partì dal Sudamerica con destinazione Salerno e, grazie a quel gesto, si poterono edificare a Torrione Alto abitazioni per gli alluvionati, tramandate dal toponimo popolare come “le case dell’americano”. Nelle vicinanze uno slargo dedicato a Mariannina Gagliardi Di Giuda dal Comune di Salerno ricorda il fatto e ne conserva la memoria storica. Per comprendere meglio l’entità della cifra donata, basta raffrontarla con quelle stanziate dal Governo italiano e dal papa di allora Pio XII: quest’ultimo inviò dieci milioni, il governo un miliardo» di lire naturalmente. Nel 1958 con una rivoluzione civile cadde il dittatore del Venezuela Marcos Pérez Jiménez, che lo proteggeva e don Felipe  dovette scappare. Giunse in Italia ove si fermò fino al 1967. Era ritornato di nuovo in Venezuela dopo molti anni, ma era tutto cambiato. Tra gli altri riconoscimenti ricordiamo la stella al valore civile da parte del governo italiano e le chiavi simboliche della città di Filadelfia. Don Felipe morì nel 1967, a 40 anni dalla sua morte è stato istituito il premio “Gagliardi”. Don Felipe è stato una di quelle perle rare che la provvidenza ha fatto trovare nei mari arsi del sud e tanto salati e morti. Mecenate e benefattore ha guardato ai poveri, risollevato gli indigenti e gli ultimi. Con alto valore civile ha sostenuto esempi di incisiva sperimentazione democratica in paesi ancora ancorati, soprattutto negli anni cinquanta, ad un feudalesimo mascherato ed ad un parafascismo democratico. Il ricordo di questo uomo è ancora vivo nella memoria popolare e si dipana tra storia e leggenda, tra realtà e mito.
Vincenzo Capodiferro

06 marzo 2013

La collina dei conigli


  LA COLLINA DEI CONIGLI

Ho deciso di scrivere questo articolo per una storia che vede protagonista la mia famiglia e che ha avuto inizio lo scorso agosto 2012.
Ad Appiano Gentile, dove vivo, ho raccolto un piccolo coniglio abbandonato che era in condizioni pietose. Salvato dalla strada, ha avuto modo di vivere alcuni mesi, amato e coccolato, nella nostra casa.
Purtroppo ci ha lasciati in seguito a un blocco intestinale.
La vita, di solito, ha molta più fantasia di noi, così, si è deciso di adottare un altro coniglio.
Le nostre ricerche su internet ci hanno fatto imbattere nella “Collina dei conigli” di Monza, che, guarda caso, è stata anche la provincia dalla quale arrivava l’abbandonatore del nostro coniglietto. Il quale, anziché incorrere in un reato e fare tanta strada, avrebbe potuto semplicemente lasciarlo nelle mani di persone esperte e amorevoli.
Abbiamo adottato due New Zeland:conigli bianchi, albini, che solitamente vengono usati nei laboratori per la sperimentazione.

 
“La Collina dei Conigli” è una Organizzazione di Volontariato, ONLUS, che si occupa del recupero e della collocazione di animali provenienti dai laboratori di sperimentazione come Conigli, Porcellini d’India, Ratti e Topi e dell’accoglienza di animali abbandonati o in difficoltà.
L’associazione è nata nel 2005 e si suddivide in due centri: una situata all’interno del parco di Monza e, l’altra, in periferia.
Io e mio marito abbiamo avuto modo di visitare entrambe le strutture, vedendo con i nostri occhi l’amore che i fondatori e i volontari hanno verso gli animali presenti.
Cavie, ratti, conigli, sia albini che di altre razze e topolini, aspettano di essere adottati. I conigli vengono dati in coppia, per rispetto della natura stessa dell’animale che, in natura, vive in colonie formate da numerosi individui.
Gli animali sono tutti vaccinati e sterilizzati.
Ovviamente, questo appello che sostengo, è rivolto solo a persone che vogliano prendersi la responsabilità di avere un nuovo amico in casa. Spesso gli animali, accade anche con i più comuni cani e gatti, vengono presi per i bambini. Non sono giocattoli, sono esseri viventi con delle esigenze, che quando entrano nella nostra vita la riempiono, donando tutto il loro affetto.
Inoltre, i conigli, rispetto ad altri animali da compagnia, sono molto delicati e vanno seguiti con più attenzione. Si pensi che un coniglio che non mangia per alcune ore, può andare incontro alla morte.
Questo è detto non per spaventare, ma per preparare ed essere certi che il messaggio giunga a chi veramente è disposto a dare tutto il proprio amore.
È anche possibile fare adozioni a distanza, in seguito al pagamento viene recapitato un certificato con il nome e la foto dell’animale scelto.
Le attività della Collina, che ricorda inequivocabilmente il titolo del famoso romanzo di Richard Adams, sono numerose; tutte a favore degli animali: si occupa di interventi per il loro benessere, quali animali da compagnia o meno e di prevenzione del randagismo.
In collaborazione con i docenti, organizza interventi nelle scuole per far incontrare i più piccoli con gli animali salvati e prevenire, attraverso questa esperienza, i rischi di abbandono di animali  domestici.
Un’occasione importante, per gli amanti degli animali, di avvicinarsi a una realtà poco conosciuta. Per tutte le informazioni potete rivolgervi a questi contatti:

www.lacollinadeiconigli.net
http://www.youtube.com/lacollinadeiconigli/
Visite al centro e volontariato: 3387791948
Informazioni generali : 3341926942
Informazione sull’adozione di animali 3463108968 (dalle 19.00 alle 21.30)
Puoi aiutare gli animali ospitati dalla Collina dei Conigli anche destinando alla associazione il 5x1000 della dichiarazione dei redditi firmando nel riquadro delle Onlus ed indicando il nostro codice fiscale 94599720151

Per dettagli su come aiutare l’associazione: http://www.lacollinadeiconigli.net/donazioni

 
© Miriam Ballerini

05 marzo 2013

Un'opinione sull'ergastolo ostativo: un padre di famiglia scrive agli uomini ombra

 
Cari Uomini Ombra,
sono un padre di famiglia che si avvicina alla cinquantina, sono artista e uomo di scienza, come lo sono molti nella mia famiglia da ormai qualche generazione.
Da bambino mio nonno mi diceva: "Da giovane speravo di poter vivere così a lungo da poter vedere realizzate quelle che pensavo fossero grandi conquiste per l'umanità come  volare, e ancor di più andare sulla luna, anche se allora era impossibile. Nel corso della mia vita ho visto realizzarsi queste cose per cui ritengo che l'umanità si sia in qualche modo evoluta".
Io personalmente spero di poter vivere così a lungo da vedere l'abolizione dell'ergastolo (e poi anche del carcere) da parte di una grande nazione organizzata (credo infatti che forse gli unici popoli che non concepiscono l'orrore del carcere appartengono a civiltà tribali). Questo ritengo che sarebbe un grande passo evolutivo per l'umanità, che non è paragonabile ad alcuna delle tecnologie finora raggiunte dall'uomo.
Ho sempre amato la vita e la libertà anche se da quando ho conosciuto da voi via e-mail la vera storia degli ergastolani un po' più da vicino, è come se una parte di me avesse perso la libertà e sia stata murata insieme a voi.
Sento che non potrò mai essere completamente libero finchè esisteranno certi tipi di "punizioni".
E' come se provassi una sorta di vergogna interiore per il fatto di appartenere ad una società in grado di concepire questa grande assurdità, quella degli uomini ombra e del carcere in quanto istituzione.
Vi ringrazio per avermi fatto vergognare e riflettere su certe ingiustizie e di avermi dato la possibilità di ostacolarle firmando contro l'ergastolo.
Vi prego assolutamente di non gettare la spugna e continuare sempre (nei limiti del possibile) a portare avanti la vostra lotta affinchè l'umanità possa evolvere e finalmente definirsi tale.
Poichè credo che la maggior parte delle notizie siano "pilotate" non leggo giornali e non guardo la tv. Da questo ne deduco che se siete arrivati fino a me vuol dire che siete riusciti (nonostante tutto) a fare le cose giuste per far breccia nella dilagante ipocrisia ed acquistare così potere ed importanza anche agli occhi della gente. Forza, lottate e ne uscirete! Non sprecate un briciolo del tempo che avete (anche se può sembrarvi tanto): forza e coraggio! ... siete a buon punto ... e se avete deciso di lottare vuol dire che neanche con la condanna a vita sono riusciti a togliervi fino in fondo la speranza... dunque non lasciatela mai! 
Vi penso sempre, e come padre di famiglia (che spera di lasciare ai propri figli un mondo migliore), non posso non pensare anche ai vostri cari che sono costretti a sopportare con voi questo grande peso. Vi mando a tutti un po' di energia e di conforto per aiutarvi a sopportarlo...
 
Un abbraccio forte a tutti voi
Luca
 
 Per maggiori informazioni sull'ergastolo ostativo e chi sono gli "uomini ombra":

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica