Don Felipe: fondatore di antiche repubbliche
La storia meravigliosa
di Filippo Gagliardi, benefattore ed imprenditore degli anni ‘50
Filippo
Gagliardi chi era costui? Con manzoniana memoria ci chiediamo. Forse ancora
qualche canuto lo ricorda a Montesano, il suo paese di origine. Qualcuno
risponde con orgoglio, qualche altro con invidia. Come ha potuto il povero
figlio di un mugnaio diventare un uomo ricchissimo? Sul magnate italo-americano
Felice de Martino ha scritto un libro: La
Repubblica dei gigli bianchi, edito da Pironti, a Napoli nel 1995.
Riprendiamo alcuni passaggi per capire questa storia meravigliosa e leggendaria
di un personaggio che dal nulla fece fortuna in America e ritornò in Italia ove
fondò una repubblica indipendente e secessionista a Montesano: la “Repubblica”,
appunto, dei “gigli bianchi”. Proprio in quegli anni nei nostri paesi il giglio
bianco era diventato un simbolo di libertà, di indipendenza e di democrazia. Lo
dimostrano le numerose liste civiche che adottarono il giglio alle elezioni,
fiore che il più delle volte veniva accomunato per devozione a Sant’Antonio di
Padova: «Era un mattino freddo e piovoso,» scrive il De Martino, «quel 25
febbraio del 1912, quando a Giuseppe Gagliardi e a Mariannina Di Giuda nacque
il primo figlio, a cui diedero il nome di Filippo. Ne sarebbero nati, nel corso
degli anni altri nove, quattro maschi e cinque femmine: Pasquale, Giuseppe,
Ernesto, Michele, Maria, Angelina, Minicuccia, Antonietta e Delizia.
L’”università” di zio Filippo era stata “Campolongo”, come spesso rispondeva a
chi chiedeva della sua infanzia e dei suoi studi. Campolongo è la splendida
vallata di alta montagna sopra Montesano, dove lui andava spesso, a pascolare
il gregge e a fantasticare il suo futuro» (p. 29). Primo fra dieci figli, nato da una famiglia molto modesta: il
padre, infatti, faceva il mugnaio e la madre la casalinga, Filippo aveva ben
altre intenzioni dal continuare a fare il pastore: «partì quindi a soli
quindici anni, nel 1927, in cerca di fortuna, per il Venezuela. In terza classe
nella stiva di una nave, zeppa di gente e di lacrime versate. I soldi per il
viaggio furono racimolati dalla madre, di nascosto dal marito, contraendo un
debito con un signorotto del posto, che mangiò pane gratis per anni. Filippo
aveva un’unica ancora di salvezza a Caracas, un parente che aveva fatto fortuna
costruendo caserme per l’esercito». A quei tempi a quindici anni evidentemente
già si era uomini! Ben presto entrò in contrasto con il suo parente e rientrò
in Italia. Dopo poco tempo ripartì ancora una volta per Caracas, ove riuscì a costruirsi
un ingente patrimonio. Cominciò a guadagnare ed a mettersi in proprio. Ebbe la
fortuna, entrato nel settore edilizio, di diventare a breve termine, uno dei più
ricchi del paese. A tal proposito si pensi che in Venezuela aveva costruito una
cittadella che rassomigliava a Venezia: «Devo fare,» diceva «la “piccola
Venezia” ad Uria. Il presidente verrà a vedere i progetti tra qualche giorno»,
perché, secondo lui, il termine Venezuela deriva da Venezia per la somiglianza
delle coste del paese latino-americano alla laguna veneta. Gran parte della
fortuna di Don Felipe, come veniva chiamato, fu dovuta, infatti alla profonda
amicizia che egli ebbe col presidente, il colonnello Pérez Jiménez, il quale
partecipò al colpo di stato del 1948 e nel 1952 assunse la presidenza della
Repubblica instaurando un regime dittatoriale fino al 1958, quando
un’insurrezione popolare destituì il capo di stato maggiore e pose fine al suo
governo. Il periodo d’oro di don Felipe fu dal 1954 al 1958 nel fior fiore
della presidenza Pérez Jiménez. Dal giugno all’ottobre del 1954 rientrò a
Montesano. In quella occasione elargì degli ingenti benefici in denaro ai
bisognosi ed agli indigenti che non mancavano nel sud provato e vinto. Ancora
alcuni ricordano come facesse piovere dollari dagli elicotteri che ronzavano
sopra Montesano. Nella sua fiorente attività, che si muoveva tra il suo
quartier generale a Caracas, l’Italia e la Svizzera, non mancò mai di mettere a
disposizione le sue ricchezze a tutti
coloro che ne avessero bisogno, tra enti pubblici e privati, nonché persone
comuni, oltre ai suoi familiari. Basti pensare che finanziò mutui a più di
cinquanta comuni della provincia di Salerno e la ricostruzione di più di cento
abitazioni per i poveri del suo paese. Fece costruire a sue spese importanti edifici
pubblici a Montesano, come la caserma, la chiesa di S. Anna in stile neogotico,
e l’acquedotto comunale. Ancora oggi possiamo ammirare l’imponente costruzione
che svetta sul paese: la chiesa è dedicata alla madre di don Felipe Mariannina.
Anche questo gesto dimostra la sua profonda venerazione per i genitori ed i
particolare per colei che aveva creduto nel suo piccolo, ma grande uomo, che a
quindici anni era partito all’avventura per terre lontane, senza sapere se
tornava o no a casa. La sua generosità
non ebbe limiti, ricordiamo, solo per apportare degli esempi, la donazione di 25
milioni di lire per gli alluvionati del Polesine nel 1953 o quella di 100.000
dollari per quelli di Salerno nel 1954: «L’assegno circolare della Banca
d’America e d’Italia partì dal Sudamerica con destinazione Salerno e, grazie a
quel gesto, si poterono edificare a Torrione Alto abitazioni per gli
alluvionati, tramandate dal toponimo popolare come “le case dell’americano”.
Nelle vicinanze uno slargo dedicato a Mariannina Gagliardi Di Giuda dal Comune
di Salerno ricorda il fatto e ne conserva la memoria storica. Per comprendere
meglio l’entità della cifra donata, basta raffrontarla con quelle stanziate dal
Governo italiano e dal papa di allora Pio XII: quest’ultimo inviò dieci
milioni, il governo un miliardo» di lire naturalmente. Nel 1958 con una
rivoluzione civile cadde il dittatore del Venezuela Marcos Pérez Jiménez, che
lo proteggeva e don Felipe dovette scappare.
Giunse in Italia ove si fermò fino al 1967. Era ritornato di nuovo in Venezuela
dopo molti anni, ma era tutto cambiato. Tra gli altri riconoscimenti ricordiamo
la stella al valore civile da parte del governo italiano e le chiavi simboliche
della città di Filadelfia. Don Felipe morì nel 1967, a 40 anni dalla sua morte
è stato istituito il premio “Gagliardi”. Don Felipe è stato una di quelle perle
rare che la provvidenza ha fatto trovare nei mari arsi del sud e tanto salati e
morti. Mecenate e benefattore ha guardato ai poveri, risollevato gli indigenti
e gli ultimi. Con alto valore civile ha sostenuto esempi di incisiva
sperimentazione democratica in paesi ancora ancorati, soprattutto negli anni
cinquanta, ad un feudalesimo mascherato ed ad un parafascismo democratico. Il
ricordo di questo uomo è ancora vivo nella memoria popolare e si dipana tra
storia e leggenda, tra realtà e mito.
Vincenzo Capodiferro
grande Don Felipe, ricco di cuore e non ricordato più da nessuno!!!
RispondiEliminaQuesti sono gli eroi Italiani da venerare e non quelli che pensano solo ai loro patrimoni personali