27 ottobre 2008

Rose Madder

ROSE MADDER di Stephen King
© 1996 Sperling & Kupfer Editori S.p.A. ISBN 88-200-2134-X
86-I-96 pag. 511

Rosie è da 14 anni che vive con Norman, un marito brutale e violento.
14 anni in cui ha conosciuto le umiliazioni peggiori e le botte.
Come la maggior parte delle donne che subiscono questo tipo di violenza, ha taciuto, giustificato; per paura, per vergogna, per una sorta di senso di colpa, quasi fosse sua la causa di tutto quel dolore.
Un giorno, rifacendo il letto, nota una minuscola gocciolina di sangue che si è asciugata sul lenzuolo. Sangue suo, perso dal naso in seguito a un colpo datole da Norman. E capisce che non può più continuare così, perché, prima o poi, suo marito finirà per ucciderla.
Intimorita, fugge da casa con solo ciò che ha addosso. Scappa lontano e, giunta nella stazione di una città a lei sconosciuta, trova aiuto presso le figlie e sorelle, un centro che ospita altre donne con trascorsi come i suoi.
Qui inizia il suo periodo di ripresa della consapevolezza di essere una donna che merita tutto il rispetto, come chiunque.
Fin qui è una storia che potremmo definire “normale”, ma King sa aggiungerci sapientemente un pizzico di paranormale che porta la storia a prendere una strada imprevista.
Rosie acquista un quadro, una tela che raffigura una donna vista di spalle, con la mano sollevata a schermarsi gli occhi, mentre guarda lontano, in direzione di un tempio.
Lo porta nel suo monolocale e, dopo poco tempo, si accorge che il quadro… cambia. Che delle cose escono dalla tela: dei grilli, dei fiorellini. Fino a quando la stessa Rosie entra nel quadro.
Nel frattempo, Norman, non si è arreso all’affronto fattogli dalla moglie, da bravo poliziotto ha fatto numerose ricerca fino a quando non la trova.
Ormai pazzo diviene una bestia fuori controllo.
Sarà la donna ritratta nel quadro, Rose Madder, a ucciderlo e a liberare Rosie dal suo incubo peggiore. Ci sono tre punti di forza in questo romanzo che vorrei sottolineare: psicologicamente King sa immedesimarsi molto bene sia nei personaggi vittima, che nel persecutore.
Il secondo punto è la descrizione, prima fatta dal punto di vista di un personaggio, per poi tornare indietro di un passo e mostrarlo come l’ha visto l’altro, fornendoci, quindi, una visione a 360 gradi.
Terzo, anche se in modo breve e affrettato in confronto al resto del romanzo, tratteggia una caratteristica piuttosto comune in chi ha subito violenza: capita che a sua volta diventi aggressivo.
Un libro al femminile, scritto con tocchi mirati e efficaci.
Anche se datato, comunque attualissimo.

© Miriam Ballerini
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26 ottobre 2008

Recensione: "L'uomo a quanti" di Mario Lucrezio Reali


Mario Lucrezio Reali
L'uomo a quanti
Sandro Teti Editore
2008 pp. 205 € 10,00


Un getto continuo di frasi sapienti, pensieri profondi su noi stessi, sul nostro vivere il mondo. Con "L'uomo a quanti", edito da Sandro Teti e pubblicato nel maggio di quest'anno nella collana di narrativa e poesia Zig Zag con l'introduzione di Paolo Lagazzi, il chimico-poeta Mario Lucrezio Reali completa la sua vibrante trilogia poetica, resa affascinante prima di quest'ultimo tassello dal bellissimo paesaggio di un Tramonto in Europa (2006) e dal velato urlo dell'umana Anima corrotta (2007).

Ciò che più di ogni altra cosa sorprende de L'uomo a quanti è l'energia con cui l'autore si destreggia tra le parole e le tematiche trattate. Una forza tale da mettere in discussione le nostre stesse abitudini, il nostro parlare, i principi dell'ermeneutica. Una raccolta di versi composta di dieci parti. Il tempo è quello delle esperienze vissute dal Reali tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi del Duemila. Nel mezzo ci sono sentimenti, ricordi, passioni, pianti, ritratti. I ritratti, appunto: quello di Angelina Cruscanti, madre del poeta ricordata con una lirica commovente, "La morte dell'astronauta", in memoria del famoso Yuri Gagarin, "Ad Andrej Sacharov", celebre fisico nucleare sovietico insignito del premio Nobel per la Pace nel 1975, 22 agosto 1927, dedicata a Sacco e Vanzetti, operai anarchici italiani emigrati negli USA. Altra dominante è quella dei luoghi: città come Mosca, Roma, Praga, Venezia, ma anche piccoli centri, borghi antichi. Tra questi Perede'lkino, località nei dintorni della capitale russa abitata prevalentemente da intellettuali, le scogliere dell'isola d'Elba, la Val di Chiana tra Arezzo e Siena. La prosa rispecchia così inevitabilmente l'andamento discontinuo, a intermittenze, della vita. Le parole vagano alla ricerca di punti fermi, i nessi sintattici e semantici collidono con la naturale instabilità dell'esistenza. Vi sono, però anche momenti di pace, di serenità. Il Reali delle poesie d'amore, de La ragazza d'ambra e delle canzonette finali, gioca col brivido erotico dell'innamoramento. Anche qui tornano volti conosciuti, quelli delle donne amate in passato. “Tutto lo svolgimento della raccolta - commenta Paolo Lagazzi - conferma il carattere necessariamente paradossale e contradditorio di questa visione. Ancora una volta l'immaginario poetico di Reali svaria tra paesaggi, occasioni e incontri che sono toccate e fughe di inquadrature, linee a zig zag, intarsi di forme elastiche e mutevoli come nuvole in transito...”.
Fonte: ufficio stampa Sandro Teti Editore.
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24 ottobre 2008

Recensione: "Io mi ricordo" di Paolo Ferro

Paolo Ferro*
IO MI RICORDO
Presentazione di Emilia Longheu
Edizioni Tabula fati

Chi conosce l’emozione di viaggiare nel tempo della propria biografia sfogliando un album di vecchie fotografie, la ritroverà leggendo questo romanzo della memoria dal tono lirico e intimista. L’autore è un artigiano che usa il filo dei ricordi per rilegarne le pagine, per tessere storie di mondi invisibili, fiabe e leggende; che ogni tanto si fa cantastorie per intonare canzoni e nenie popolari o per raccontare di quando l’Amore arrivò sulla Terra, portato dalle stelle e dal vento. Un viaggio per immagini nei luoghi dell’infanzia di un bambino che s’affaccia alla vita e muove i primi passi sulla via della conoscenza attraverso l’osservazione e l’ascolto di una Natura potente che ammalia e stupisce. Il vento, le nuvole, le gocce di pioggia sono i suoi compagni di giochi, i labirinti per le formiche costruiti con le scatole di cartone diventano metafora della condizione dell’uomo e del suo cammino sulla Terra.
Fonte: ufficio stampa Tabula Fati.
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*Paolo Ferro è nato ad Avezzano (Aq) nel 1965. Scrittore esordiente, è laureato in Economia e Commercio.
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Letteratura: Dante: "Egloghe"

  Le “Egloghe” di Dante (1319-20) rappresentano una disputa linguistica sull’uso del volgare, scritta volutamente riprendendo il tema pastorale tanto caro ai classici. Si tratta in sostanza di una forma compositiva ereditata, nei suoi tratti strutturali, da autori come Teocrito e Virgilio: alle “Bucoliche” di quest’ultimo venne infatti attribuita anche la denominazione di “Egloghe”, da cui il temine entrato nell’uso letterario.
Ad accendere la disputa è il bolognese Giovanni del Virgilio, che nel 1319 invia a Dante un carme nel quale polemizza sulla manifesta intenzione del fiorentino di utilizzare la lingua volgare per trattare argomenti non comprensibili dal volgo. Del Virgilio riconosce in Dante il genio poetico, ma proprio per questo lo accusa di “prodigare le perle ai porci” e gli chiede dunque di ravvedersi dal suo intento.
Dante risponde con un’egloga in stile virgiliano, nella quale usando nomi di fantasia lascia intendere di voler cercare la gloria poetica proprio con la lingua volgare, portando cioè la conoscenza classica al livello della lingua e della parlata comune.
Alla replica del bolognese che, pur abbassando il tono polemico, lo invita a Bologna, dove potrà trovare intere schiere di discepoli, lo stesso Dante risponde con una seconda egloga, nella quale pur ricambiando gli elogi e la considerazione esternatagli dal del Virgilio, rifiuta cortesemente. Questo breve scambio epistolare può essere considerato significativo per capire l’uomo Dante, evidentemente poco interessato ed anzi timoroso della considerazione accademica che Bologna avrebbe voluto porgergli.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: 04-02-13
Fonti:
-La letteratura italiana, Vol. II , Edizione Corriere della Sera, 2006
-Enciclopedia universale, Vol VIII, Edizione Sole 24 ore, 2006
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Letteratura: Dante: "Vita nova"

  La "Vita Nova", o altrimenti detta "Vita nuova", con riferimento alla gioventù dell'autore o ad una presunta vita rinnovata dall'amore, che è comunque tema dell'opera, è il principale componimento giovanile di Dante. Nonostante una datazione accurata non sia semplice, la critica è generalmente portata a considerare il 1291, anniversario della morte di Beatrice ed anno della stesura del sonetto Era venuta, come l'anno d'inizo del componimento, complessivamente costituito da 25 sonetti, 4 canzoni, una stanza ed una ballata, intervallati da passi in prosa a commento dei testi e delle situazioni.
Certo oggi è facile identificare la Commedia dantesca come il poema maximo nel quale viene celebrato l'amore ideale per Beatrice, ma l'opera giovanile che maggiormente ricalca questo desiderio di idealizzazione è proprio la Vita Nova, scritta secondo i canoni stilistici che l'Alighieri aveva appreso dal bolognese Guido Guinizzelli. Ad essere precisi si possono distinguere due momenti nell'opera: la canzone Donne che avete intelletto d'amore separa la prima parte del componimento - dedicata all'amore passionale e turbato secondo lo stile di Guido Cavalcanti -, dalla seconda dove invece l'amore genera beatitudine e, secondo un canone guinizzelliano, la donna diviene tramite tra l'uomo e Dio.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: 04-02-13
Fonti: La letteratura italiana, Vol II, Ediz. Corriere della Sera, 2006
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Letteratura: Dante: "Rime"

  Con il generico titolo di “Rime” di Dante (1283-1308) si può intendere e nei fatti si intende tutto quel frutto poetico che non rientra nella produzione maggiore del poeta fiorentino.
La catalogazione non è semplice perché, fatta eccezione per le liriche dedicate a Beatrice, le quali sono confluite nella “Vita Nuova”, le poesie di Dante non sono state riordinate dall’autore, come avvenuto per esempio con il “Canzoniere” di Petrarca: molte di esse non hanno titolo, né data, né contesto preciso. Le rime non sono dunque un’opera, ma un prodotto della critica postuma, la quale ha voluto giustamente valorizzare e catalogare tutti gli scritti di Dante
Un riordinamento sufficientemente coerente le vorrebbe suddivise in ‘dottrinali’, ‘ingiuriose’, ‘petrose’ (così dette secondo la definizione di Vittorio Imbriani, perché fanno riferimento ad una donna detta ‘Pietra’, fredda e insensibile) e ‘morali’.
Alle “Rime” appartiene certamente la prima produzione di Dante, nella quale è rintracciabile secondo il Sapegno la canzone più impegnativa di quel periodo: “La dispietata mente”. Allo stesso tempo non vanno però dimenticati il grande influsso esercitato su Dante inizialmente dall’opera di Guittone, quindi dal Cavalcanti e dal bolognese Guido Guinizzelli, l’iniziatore dello Stilnovo. Il sonetto più famoso e probabilmente più bello del tempo e dunque “Guido i’ vorrei che tu”, se non altro per la capacità di suggestione nei confronti del lettore.

Dopo la morte di Beatrice (1290) si apre per la poesia di Dante una nuova fase che porterà alla stesura della Vita Nuova (1294-95). Simbolicamente questa fase può essere aperta dalla canzone “Ita n’è Beatrice a l’alto cielo”, dove per la prima volta Dante parla della morte dell’amata, un evento che lo troverà impreparato e quindi smarrito, accasciato dal lutto.
Non siamo ancora al periodo peggiore, sia perché la figura di Beatrice verrà di fatto sublimata e resa eterna dallo stesso Alighieri, sia perché ancora devono arrivare i giorni dell’esilio, ma certo si tratta di un fatto importante, che porta la vita di
Dante su un piano inclinato.

Una terza fase è poi quella posteriore alla “Vita Nuova”, dove la rima dantesca comincia a cambiare tema, passando dalla poesia cortese a quella morale e filosofica: un salto di qualità. In questo frangente, quello più maturo che precede il Trecento, non va dimenticata, anche per non scordare l’uomo ed affrancarlo così da una spessa patina agiografica che a sette secoli di distanza ricopre la sua figura, la tenzone in sei sonetti scambiati con Forese Donati: è ovviamente uno scontro burla fra due amici, ma il linguaggio è alquanto confidenziale, se non a tratti scurrile, a testimonianza di una preparazione classica e di un grande talento poetico che in Dante non si sono mai voluti discostare troppo da una vita ordinaria.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: 08-02-13
Fonti:
La letteratura italiana (Edizione Corriere della Sera, Vol II, 2006)
Enciclopedia universale (Edizione Sole 24 ore, Vol. VII, 2006)
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Letteratura: Dante: "Convivio"

Il "Convivio" (1304-7) è un'opera incompiuta di Dante nella quale il fiorentino espone in lingua volgare la propria visone del mondo. Pare sia stata stesa nello stesso periodo del "De vulgari eloquentia". L'intenzione è quella di invitare ed innalzare il volgo verso la 'beata mensa' dei sapienti, attraverso la trattazione in volgare di argomenti generalmente lontani dalla conoscenza comune del Trecento: vi si parla, sia pure in maniera piuttosto disorganica, di scienza, di filosofia, morale, storia, teologia. Il Sapegno ricorda come sia molto importante capire l'atteggiamento di Dante il quale in questo scritto, consapevole di aver appreso da autodidatta, senza gli studi regolari che pure all'epoca non erano comuni, riconosce i propri limiti, ma sostiene con orgoglio di essersi accostato alla conoscenza per amore, a poco a poco, con purezza ed entusiasmo, lontano dalle intenzioni di coloro che studiano per guadagnar "denari o dignitadi".
Si tratta dunque di un primo tentativo di mettere in pratica la sua volontà di esaltare il volgare come lingua per una crescita culturale non destinata solo ai dotti ed ai preti, ma anche al "pubblico più vasto degli uomini civilmente impegnati".

Una delle definizioni più interessanti ed intense che ci viene dal convivio è quella di bellezza: "quella cosa dice l'uomo essere bella cui le parti debitamente si rispondono, per che de la loro armonia risulta piacimento. Onde pare l'uomo essere bello quando le sue membra debitamente si rispondono; e dicemo bello lo canto, quando le voci di quello, secondo debito de l'arte, sono intra sé rispondenti".
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Autore: A. di Biase
Revisioni: 08-02-13
Fonti:
La letteratura italiana, Vol. II, Edizione Corriere della Sera, 2006
Convivio, Edizione Garzanti, 2005
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Letteratura: Dante: "Monarchia"

  La "Monarchia" è un'opera sulla data della cui stesura ancora oggi si discute, ma i più tendono a credere sia stata scritta attorno al 1312-13, cioè nel periodo delle polemiche scatenate da Dante a seguito dell'impresa di Arrigo VII. Il trattato, scritto comunque in epoca matura, rappresenta uno sforzo al fine di chiarire i rapporti tra stato e chiesa in un' epoca, come quella della "cattività avignonese", nella quale furono molto tesi.
Fulcro dell'idea politica di Dante è la "teoria dei due soli": l'imperatore (che per Dante è, in eccellenza, quello romano, discendente di Enea) ha nella società una funzione ordinatrice e pacificatrice, quindi essenziale, perché solo un'umanità in pace può considerarsi pronta ad essere guidata dalla chiesa verso la beatitudine eterna. Stato e chiesa sono dunque due soli indipendenti che svolgono un'azione complementare. L'imperatore deve una naturale riverenza al pontefice, perché gli riconosce un compito più alto, ma va d'altra parte considerato che l'impero era preesistente alla chiesa e, cosa da non sottovalutarsi secondo l'autore, Cristo stesso riconobbe pienamente l'imperatore, come riportato nei vangeli, sottomettendosi addirittura ad una sentenza pronunziata in suo nome.
Si tratta di una teoria interessante, ardita ed infatti criticata a suo tempo, che separa nettamente il piano materiale da quello spirituale, facendo discendere i due poteri, materiale e spirituale, direttamente da Dio.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: 08-02-13
Fonti: La letteratura italiana, Vol. II, Edizione Corriere della Sera, 2006
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Il "De vulgari eloquentia" di Dante

  La "Doctrina de vulgari eloquentia" (1303-1305) di Dante è la principale opera della sua produzione a sostegno della lingua volgare. Si tratta di un testo volutamente in latino, perché indirizzato ai dotti, con l'intento di sensibilizzarli alla creazione di una lingua che ancora all'epoca non esisteva, ma che si ipotizzava dovesse essere alla portata di tutti. Nel trattato l'autore si sforza di tracciare una geografia linguistica nel sud Europa, dove vengono identificate una lingua d'oil, una lingua d'oc ed una lingua del sì. In italia secondo Dante le parlate volgari all'inizio del Trecento sono quattordici, ma nassuna di queste è all'altezza di essere eletta al rango di volgare illustre: il compito di creare questa lingua spetta dunque agli intellettuali sparsi per la penisola e Dante li incoraggia a formare una curia ideale ed a creare questa nuova "gramatica", proseguendo sostanzialmente il percorso che, iniziato alla corte di Federico II, aveva portato la bella rima dalla Sicilia alla Toscana, fino al nascere del 'bello stile' col Guinizzelli. Molto bella l'immagine dell'intelletuale italiano a quell'epoca intento, secondo il nostro, ad estirpare gli arbusti spinosi dalla serva italica per piantarvi nuove piante e vivai.
Il trattato è considearato una colonna nella nostra storia della lingua perché, sebbene per avere una lingua compiuta gli italiani dovranno addendere nei fatti il 1840, l'autore del "De vulgari" si è fatto carico di iniziare quel lunghissimo processo di integrazione delle parlate italiane che, a settecento anni di distanza, non pare ancora del tutto compiuto.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: -
Fonti: La letteratura italiana, Vol II, Edizione Corriere della Sera, 2006
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Letteratura: Giovanni Boccaccio

  Giovanni Boccaccio (Firenze? 1313 – Certaldo 1375) è stato uno dei principali scrittori e poeti italiani del XIV secolo. A lui si deve la codifica del genere letterario della novella. Figlio illegittimo del mercante Boccaccino di Chellino, ma non molto dotato per il commercio, compie i primi studi a Firenze sotto la guida di Giovanni Mazzuoli da Strada (padre di Zanobi). Segue quindi il padre a Napoli presso la corte di Roberto d’Angiò.

La Napoli del tempo era una città in grande fermento culturale, punto di incontro tra Oriente ed Occidente: qui vengono da lui composte le prime opere, quasi tutte poetiche: “Rime”, ”Caccia di Diana”, “Filostrato”, il romanzo “Filocolo” e la “Teseida delle nozze di Emilia”.

La città destinata ad essere culla delle principali opere del Boccaccio è però Firenze, dove il poeta è costretto a tornare nel ’40 a causa dei problemi finanziari della Compagnia dei Bardi, quella a cui il padre è professionalmente legato. Qui il poeta darà il meglio di sé: vengono alla luce il “Ninfale d’Ameto”, “Amorosa visione”, “Elegia di madonna Fiammetta" e “Ninfale Fiesolano”.
Poi si sposta a Ravenna e Forlì, presso i signori del posto, ma tornerà in Firenze e sarà lì nel ’48, l’anno della peste, esperienza da cui trarrà spunto per il “Decameron”.

Come avvenuto del resto a molti intellettuali del tempo, anche Boccaccio venne proficuamente utilizzato in ambito diplomatico dai signori del tempo, ma la sua attività principale rimase quella letteraria. Nel ’50 conosce Petrarca e scopre la letteratura greca; stipendia addirittura e mantiene in casa propria a Firenze il grecista Lorenzio Pilato, al fine di far tradurre Omero in latino. Proprio a lui dobbiamo la prima cattedra universitaria di Greco, istituita a Firenze nel 1359.
Attorno agli anni Sessanta compone l’ultima opera di un certo rilievo, il “Corbaccio”, quindi si ritira a Certaldo, nei pressi di Firenze, anche perché colto da una crisi spirituale che lo aveva portato a chiedere e ricevere gli ordini minori. Lì muore nel ’75, dopo aver ricevuto dal comune di Firenze l’incarico, incompiuto, di dare una pubblica lettura alla Commedia di Dante.

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Opere in volgare
- Rime (1333)
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- Caccia di Diana (1334-38): si tratta di poemetto giovanile scritto durante il soggiorno napoletano che, utilizzando il velo dell’allegoria mitologica, vuole essere una un omaggio alle donne partenopee che l’autore frequenta in quel periodo. Frequenti sono i richiami alla letteratura classica ed in particolare a Ovidio, ma anche stilnovistici e danteschi, sebbene l’autore non sia ancora in grado di darne una esposizione del tutto autonoma ed originale.
Il poema è composto da 18 canti, ciascuno dei quali contiene 58 versi: nel testo si legge che a primavera le donne sono convocate da Diana la quale le dispone per la caccia. Naturale conclusione del rito dovrebbe essere la consacrazione degli animali a Giove, ma una delle donne obietta che il loro cuore arde di un altro fuoco. Le prede sono dunque consacrate a Venere che trasforma le bestie in giovinetti ed ordina loro di amare la donna che li ha resi umani. Al poema partecipa da protagonista anche l’autore sotto forma di cervo e verrà per questo anch’egli mutato in uomo.
Alcuni lettori del poema hanno notato come sia stranamente disinvolta, per un autore del tempo, la mescolanza tra elementi pagani e cristiani.
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- Filostrato (1335): il poemetto, a tema classico, è dedicato alla sua donna (Giovanna, nome cambiato in Filomena). Nel testo l’autore prende il nome di Filostrato, il ‘vinto d’amore’.
La trama prende spunto dalla guerra di Troia, dove l’ultimo figlio di Priamo, Troiolo, si innamora della figlia dell’indovino Calcas, Criseida, il quale avendo previsto la caduta della città si è rifugiato nel campo dei Greci. Grazie al di lei cugino, Troiolo è riuscito a conquistare l’amata, ma quando il padre ottiene di averla con sé Diomede, incaricato di scortarla dai Greci, se ne innamora. Troiolo, convinto di essere stato tradito, cerca vendetta, ma viene ucciso da Achille.
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- Filocolo (1336): con questo romanzo in prosa comincia la seconda stagione del Boccaccio, costituita da una produzione di altissima qualità dal punto di vista dello spessore culturale.
La “fatica d’amore” ha un prologo che esalta la monarchia angioina. Dall’amore per la figlia di Roberto infatti l’autore trae ispirazione per la scrittura dei cinque capitoli successivi. Florio, il protagonista, è alla ricerca di Biancofiore, una fanciulla con lui cresciuta ma di ignoti natali, che è stata venduta in Oriente per sottrarla all’innamorato. Nell’opera Boccaccio prende il nome di Caleon ed immagina di incontrare Florio a Napoli, durante una delle sue peripezie. All’incontro è presente anche Fiammetta (l’immagine di Maria d’Aquino, amata dal poeta) e dalla festa nasce il pretesto per parlare d’Amore. Florio prenderà il nome di Filocolo e, trovata l’amata, la sposerà, fondando la città di Certaldo lungo la via del ritorno.
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- Teseida delle nozze di Emilia (1339-41): il poema riprende la struttura dei poemi classici di Virgilio e di Stazio, con la suddivisione in dodici libri, mentre ad ogni libro è premesso un sonetto. Il tema delle armi è voluto dal Boccaccio per colmare la lacuna, messa in evidenza da Dante, dell’assenza di un poema scritto in volgare su questo argomento. Lo scritto attinge dal ciclo tebano e narra delle peripezie di Arcita e Palemone, grandi amici innamorati entrambi di Emilia. Il poema si conclude con la morte di Arcita il quale, ferito gravemente nel duello con Palemone, riesce comunque a sposare Emilia. L’amico però, risconoscendo in punto di morte l’amore di Palemone, concederà all’amico la mano dell’amata.
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- Ninfale d'Ameto (1341-42): conosciuto anche come “Commedia delle ninfe fiorentine” è un’opera allegorica che riprende il tema pastorale e lo trasporta sui colli fiorentini dove il poema è ambientato. Suddivisa in cinquanta capitoli, narra del percorso di purificazione intrapreso dal rozzo pastore Ameto il quale, per intercessione delle sette ninfe (prima fra tutte Lia), che gli cantano canzoni d’amore, viene infine iniziato al culto di Venere, gettato in una fonte alla presenza della dea, fonte dalla quale uscirà rinnovato e purificato.
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- Amorosa Visione (1342)
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- Elegia di madonna Fiammetta (1343-44): è un romanzo dove, capovolgendo il tema cortese dell’amore - non più percorso di perfezionamento, ma motivo di sofferenza-, alla donna viene data la parola. Fiammetta racconta del suo amore adultero per Panfilo, un giovane fiorentino che abbandona Napoli per tornare a Firenze, attratto da un'altra. Fiammetta, nutrendosi della propria sofferenza, compie lei stessa un percorso psicologico, acquistando consapevolezza della propria nobiltà.
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- Ninfale fiesolano (1343-45): è un poemetto mitologico in ottave, spesso considerato la migliore delle opere giovanili del Boccaccio. La vicenda narra dell’amore tra il pastore Africo e la ninfa Mensola, consacrata a Diana. Le colline fiesolane fanno da sfondo alla trama. La dea, accortasi del tradimento della ninfa a lei consacrata, la perseguita sciogliendola nell’acqua di un fiume che prenderà il suo nome. Stessa sorte toccherà ad un torrente presso il quale Africo, disperato si suicida. Dalla storia d’amore nascerà però Pruneo, il futuro fondatore di Fiesole.
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- Decameron (1353)
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- Corbaccio (1365): detto anche “Labirinto d’amore” il Corbaccio è un opera moralistica e satirica scritta sotto le mentite spoglie di racconto. Dopo essere stato rifiutato da una bella vedova Boccaccio immagina di essersi perso in un paesaggio selvatico ed alpestre, dove incontra l’ombra del di lei marito. Questi le racconta dei difetti e dei vizi della propria moglie, rappresentante l’universo femminile, e gli chiede di scrivere un invettiva contro di lei. Si tratta in definitiva di un’opera misogina.
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- Esposizioni sopra la Commedia di Dante (1373, postumo)

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Principali opere latine
De casibus virorum illustrium (1360)
De claris mulieribus (1362)
Bucolicon Carmen (1367)
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Autore: A. di Biase
Revisioni: 4/11/2008
Fonti: La letteratura italiana, Vol. III (Ediz. Corriere della Sera, 2006)
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23 ottobre 2008

Letteratura: Petrarca Francesco

Nota enciclopedica
Francesco Petrarca (Arezzo 1304, Arquà 1374) diplomatico, poeta e scrittore, è stato il primo grande intellettuale italiano. Figlio del notaio Pietro di Ser Parenzo, che era stato esiliato da Firenze assieme a Dante perché guelfo bianco, Petrarca è cresciuto prima ad Incisa Valdarno e poi a Pisa, studiando grammatica sotto la guida di Convenevole da Prato.

Grande appassionato di cultura classica, intraprende gli studi giuridici prima a Montpellier e poi a Bologna tra il '20 ed il '26, ma la sua figura è indissolubilmente legata alla corte papale avignonese, dove è ospite a più riprese e dove torna alla morte del padre per prendere i voti.
Nel 1327 proprio ad Avignone incontra Laura, che sarà musa ispiratrice per gran parte della sua poesia, anche dopo la di lei morte avvenuta nel 1348.
E' già un intellettuale conosciuto quando, nel 1337, visita Roma ed inizia a comporre due opere a sfondo classico, il "De viris illustribus" e "Africa", un poema ispirato alla II guerra punica.

Nel 1340 dopo essere disceso a Napoli presso Roberto d'Angiò riceve, l'8 aprile 1341, l'alloro poetico in Campidoglio, cosa alla quale aveva mostrato di tenere parecchio.
Agli anni successivi è legata la composizione di tre importanti opere latine, il "Bucolicum carmen", il "De vita solitaria" ed il "De otio religioso".

La vita del Petrarca è stata piuttosto densa di continui trasferimenti per via della sua capacità diplomatica, la quale lo aveva anche fortemente legato alla famiglia romana dei Colonna. Quando però il nostro sostiene la rivolta popolare di Cola di Rienzo, il rapporto con Giovanni Colonna si incrina e Petrarca si ritrova costretto a trovare nuove protezioni. Nel '50 conosce Boccaccio che gli offre una cattedra nell'ateneo fiorentino, ma preferisce invece tornare ad Avignone, dove completerà tra l'altro la sistemazione della sua principale raccolta di liriche, il "Canzoniere".

Nel '53 si lega ai Visconti di Milano, che lo utilizzeranno come ambasciatore a Venezia, Praga, Mantova, Novara e Parigi. A Milano rimane fino al '61 quando, scoppiata la peste, si rifugia a Padova e poi a Venezia.
A partire dal 1370 si stabilisce definitivamente alla corte padovana e soggiorna ad Arquà, dove ancora esiste la sua casa e dove morirà nel '74, dopo aver completato le "Epistole senili" e dopo aver tradotto in latino l'ultima novella del Dacameron di Giovanni Boccaccio.
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Principali opere latine
Africa (1343?)
De Viris Illustribus (1357)
De Vita Solitaria (1346)
Bucolicum Carmen (1364)
De Otio Religioso (1357)
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Principali opere in volgare
Trionfi (1374)
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Principali scritti polemici
De Sui Ipsius et Multorum Ignorantia (1367)
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Autore: A. di Biase
Revisioni: -
Fonti: La letteratura italiana (Vol. II - Edizione Corriere della Sera - 2006)
Libero circuito culturale, da e per l'Insubria. Scrivici a insubriacritica@gmail.com

22 ottobre 2008

Letteratura: Dante Alighieri

Nota enciclopedica
Dante (Firenze 1265-Ravenna 1321), figlio di Alighiero da Bellincione da cui il cognome attribuito in Alighieri, è universalmente riconosciuto come il più grande dei poeti italiani ed uno degli ‘immortali’ della letteratura di tutti i tempi.

Rimasto subito orfano della madre Bella è allevato dalla matrigna fino al suo matrimonio con Gemma Donati, unione dalla quale nasceranno quattro figli. Amico in gioventù di poeti come Lapo Gianni, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia, si dedica agli studi di retorica sotto la guida di Brunetto Latini, maestro celebrato in uno dei più significativi canti dell’Inferno. Si dedica da subito alla poesia, ma soprattutto alla caccia ed all’apprendimento dell’arte cavalleresca. Anche la pittura e la musica rientrano nei suoi interessi.

L’incontro con la “compagna di viaggio”, Bice di Folco Portinari meglio nota come Beatrice, avviene nel 1274 e subito provoca un’ispirazione che sfocerà nella "Vita Nuova", la più importante delle raccolte giovanili dell’Alighieri, che canta proprio dell’amata, sebbene già morta nel 1290.

Dedicatosi alla carriera politica nelle file dei guelfi bianchi, Dante è destinato a durare poco, nonostante la carica di Priore raggiunta a trentacinque anni, per via delle vicende che vedranno prevalere i neri a Firenze. Accusato sostanzialmente di corruzione durante una sua assenza per una ambasceria presso Bonifacio VIII, Dante non riuscirà più a far ritorno in patria, neppure da morto, perché condannato ed impenitente avrebbe rischiato, sfidando le autorità fiorentine, di finire sul rogo.

Comincia dunque un pellegrinaggio probabilmente molto amaro, “che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista”, tra una corte e l’altra alla ricerca di protezione economica e politica. Alla corte veronese di Bartolomeo della Scala compone il “De vulgari eloquentia” (1302-1305), il suo elogio del volgare, scritto in latino. Gherando da Camino lo ospita quindi a Treviso, Guido da Castello a Venezia e Reggio Emilia, Franceschino Malaspina a Sarzana. Sono anni difficili, nei quali compone a più riprese il “Convivio”, ma soprattutto inizia a comporre la “Commedia” (1308), la sua opera massima che sarà completato solo poco prima di morire.

Tradito definitivamente, nelle sue aspirazioni al ritorno in patria, dalla morte prematura di Arrigo VII, Dante rinuncia all’amnistia fiorentina del 1315 e chiude quindi per sempre con Firenze. La Verona di Cangrande della Scala (al quale verrà dedicato il Paradiso) lo ospita nuovamente fino al 1318, poi sarà a Ravenna, ospite di Guido da Polenta fino alla morte. Una delle ultime opere significative di Dante è in prosa, “La Monarchia”, un saggio in difesa dell’istituzione imperiale.
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Opere di Dante in lingua volgare
Commedia (1308-1321)
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Opere latine
Epistole (1320)
Questio de acqua et terra (1320)
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Autore: A. di Biase
Revisioni: -
Fonti: La letteratura italiana, Vol II, Edizione Corriere della Sera, 2006
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"Meteora" di Mauro Pisini

Mauro Pisini
Meteora (Stelle brevi)
Sandro Teti Editore
collana Zig Zag diretta da Mario Geymonat
2008
pp. 133 € 10,00


Meteora (Stelle brevi) è la nuova raccolta di poesie del latinista Mauro Pisini, professore di Letteratura Latina Liturgica presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra a Roma. Come ha scritto Mario Geymonat nella prefazione al libro, l'autore si misura con un'antologia a lungo meditata. I testi originali in latino si sostanziano ad anelli concentrici attorno al fulcro di tre poemetti, Tonsor, Periculum e Rutilius Namatianus, seguiti dalle versioni italiane di Chiara Savini. Pisini definisce i testi italiani a fronte “versioni”, “tentativi di…”, non parlando propriamente di traduzioni. Precisa di aver lavorato molto affinché la lingua delle stesse non avesse la stabilità del testo latino, ma “gradi diversi di percezione”. Per questo, non vorrebbe che le versioni fossero lette come una copia dell’originale, ma come “qualcosa” che, in forma di bozza, garantisca i contorni e una diversa prospettiva dell’originale stesso. La versione italiana, infatti, funge da guida parziale, da specchio o chiave per entrare – secondo le intenzioni del poeta – nel testo latino, la cui lingua è ancora capace di parlare al lettore odierno. Meteora attinge al Lexicon recentis Latinitatis dell'autorevole abate Carlo Egger. Si muove all’interno della tradizione metrica più alta – Catullo, Orazio, Tibullo, Ovidio – e riprende la lirica umanistica. Al tempo stesso accoglie una serie di parole che si uniscono alla complessiva musicalità dei versi e che risultano indispensabili per esprimere i concetti più attuali. Nicola Scapecchi negli Appunti all'interno del volume parla di una poesia densa di paesaggio, riflessioni intense e scoperte amare, orizzonti e speranze deluse espresse con una notevole capacità di penetrazione psicologica. Dopo La confidenza illuminante (1987) e Cronache di un mese oscuro (1999) – per la poesia italiana – e Murmura noctis (1993) e Album (2006) – per la poesia latina – in Meteora le emozioni si rincorrono senza pausa, specchiandosi nella doppia anima di Pisini, che, diviso fra una naturale vocazione alla lingua latina e l'italiano, offre al lettore la possibilità di scegliere in quale dei due mondi perdersi.
Fonte: Ufficio stampa della Sandro Teti Editore
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19 ottobre 2008

Letteratura: il Romanticismo

Nota enciclopedica
Il Romanticismo è stato un ampio movimento culturale, qualcuno ha scritto spirituale, che ha preso le mosse negli ultimi anni del XVIII secolo e si è sviluppato compiutamente nei primi decenni del XIX, investendo praticamente ogni campo della vita civile, letteraria ed artistica europea.

Sviluppatosi originariamente come reazione al pensiero illuminista in filosofia ed al classicismo nell'arte, che avevano caratterizzato i decenni precedenti, contrapponendo a questi ultimi l'idea di libertà come fondamentale esigenza dell'individuo nell'espressione artistica, esso ha privilegiato di questa il carattere istintivo e fantastico, in aperta contrapposizione al razionalismo settecentesco, rivalutando dunque le aspirazioni religiose e le ragioni del cuore connaturate all'uomo.

In campo letterario una delle spinte più decisive al dibattito sul Romanticismo venne dalla Francia postrivoluzionaria e porta il nome della figlia del ministro delle finanze di Luigi XVI, Germaine Necker, andata in sposa al barone Eric Magnus Staël de Holstein ed universalmente nota alla letteratura come Madame de Staël.
Ostile a Napoleone la Staël si trasferisce in Germania, dove conosce e frequenta i principali esponenti della letteratura tedesca dell’epoca, tra cui Goethe e Schiller, diventando un punto di riferimento per la cultura europea fino al 1817, anno della sua morte.
Nel 1816 è suo anche lo spunto per il dibattito sul Romanticismo in Italia, quando la di lei lettera “Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni” compare sulla rivista “La Biblioteca Italiana” e scatena un focolaio di polemiche tra i classicisti, convinti di trovarsi di fronte ad un attacco diretto alla propria autonomia culturale.

Poco più tardi saranno in molti a riprendere l’argomento, non ultimi il Leopardi nel “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” (1818) ed il Manzoni nella “Lettera a Cesare D’Azeglio sul Romanticismo” (1823). Prima ancora c’era stata la “Lettera semiseria di Grisostomo” (1816), scritta dal milanese Giovanni Berchet ed in seguito indicata come principale manifesto del Romanticismo italiano.
E’ comunque importante sottolineare che il confronto fu fervido ed ebbe nelle riviste “Il Conciliatore” (foglio lombardo fondato nel 1818 dal gruppo Pellico - Berchet) e “L’Antologia” (fiorentina fondata nel ’21 da Viesseux e Capponi), le proprie colonne portanti.
Il confronto portò il dibattito su quegli argomenti condivisi che, riassunti in tre punti, potrebbero essere additati a tesi fondamentali del movimento in campo letterario:
- La polemica contro la letteratura ‘leggera’ e la conseguente spinta verso i contenuti.
- L’attenzione ad una letteratura civilmente e moralmente utile.
- Il recupero del sentimento religioso come connaturato all’uomo.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: -
Fonti:
-Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli
-Enciclopedia universale (Ediz. Il Sole 24 ore - 2006)
-La letteratura italiana (Vol. XII, Ediz. Corriere della Sera - 2006)
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12 ottobre 2008

Mazzini Giuseppe

Nota enciclopedica
Giuseppe Mazzini (Genova 1805 – Pisa 1872)
Rivoluzionario, giornalista e letterato italiano, da annoverarsi tra i principali del XIX secolo.
Figlio di Giacomo, un medico massone dedito alla cura dei bisognosi e di Maria Drago, donna di grande cultura e senso religioso, Mazzini dimostrò presto di essere uno studente modello.
Su indicazione della madre ebbe come primi precettori gli abati giansenisti Agostino De Scalzi e Giacomo De Gregari ma, indirizzatosi verso gli studi di medicina li abbandonò presto preferendo quelli giuridici e laureandosi quindi a pieni voti in Giurisprudenza fin dal 1827.
Nello stesso anno viene affiliato alla Carboneria, una setta sovversiva di origine napoletana e molto attiva a Genova, città nella quale Mazzini aveva fatto l’esperienza del carcere già da studente.
Le “vendite” carbonare gli danno una prima celebrità ma anche i primi grossi problemi con la giustizia, che lo costringono all’esilio.
Rifugiatosi a Ginevra e quindi a Marsiglia, città che all’epoca fu un po’ ritrovo per gli esuli rivoluzionari di tutta l’Europa, Mazzini diede prova di essere un personaggio estremamente eclettico. Qui, nel 1831, pubblicò in forma clandestina le “Istruzioni generali per gli affratellati alla Giovine Italia” e conobbe la compagna della sua vita, Giuditta Sidoli.
Da esule scrive con vari pseudonimi sulla stampa britannica, procurandosi la fama di acceso polemista e gettando le basi, nonostante i primi insuccessi del suo movimento, per una diffusione delle sue idee in tutta Europa, idee che volevano la patria “una, libera e repubblicana”.
Nonostante venga indicato come un attivista politico, va detto che l’acceso idealismo che lo caratterizzava impedì nei fatti a Mazzini di essere autentico artefice del Risorgimento. Denis Mack Smith ci ha lasciato un’efficace immagine del pensatore genovese, quando lo ha descritto come l’incudine (e quindi il corpo passivo), sul quale Cavour costruì l’unità italiana usando il martello della politica, soprattutto quella europea. L’Italia di Mazzini, quella repubblicana, si realizzò infatti molto tempo dopo la sua morte, ma nonostante questo l’ascendente da lui esercitato su almeno due generazioni di politici dell’Ottocento fu enorme. Basti pensare che ben cinque primi ministri del Regno d’Italia (tra cui De Pretis) furono affiliati alla Giovane Italia, né da questo conto può essere escluso Giuseppe Garibaldi.
Dopo i fatti della Repubblica Romana del 1849, dove rifiutò la dittatura, ma fu triumviro, riprese la via dell’esilio, vivendo essenzialmente tra Londra e la casa dei Nathan a Lugano: seguito passo passo dalla polizia segreta non fu tuttavia mai più arrestato, tranne un breve fermo nel 1870 nell’imminenza della presa di Roma.
A Giuseppe Mazzini dobbiamo la prima scuola laica italiana, attiva già negli anni Trenta per i bimbi poveri di Londra, ma soprattutto una concezione della politica intesa come “religione civile” ed un’idea niente affatto laica della storia. “I doveri dell’uomo” rappresentano il suo testamento intellettuale.
Morì nel 1872 a Pisa, a casa di Giannetta Nathan Rosselli.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: -
Fonti:
-Enciclopedia Universale (Ediz. Sole 24 ore - 2006)
-Roland Sarti, “Mazzini, la politica come religione civile”, Laterza Editore
-Denis Mack Smith, "Cavour. Il grande Tessitore dell'Unità d'Italia", Bompiani - 2001
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09 ottobre 2008

"La violenza della democrazia" di Lodovico Ellena

Lodovico Ellena
LA VIOLENZA DELLA DEMOCRAZIA
Edizioni Tabula fati

Politica e coscienza hanno oggi raggiunto livelli di tale inconsistenza che non si ricordano precedenti storici: il fatto stesso di rimpiangere cariatidi politiche del recente passato lo dimostra ampiamente. È però necessario comprendere quali siano state le reali cause di tale degrado, così come è necessario compiere uno sforzo intellettuale per comprendere come e se sia possibile un ulteriore declino. Soprattutto perché, contro tutti i luoghi comuni, la causa non è tanto di coloro che sono al governo, quanto di quelli che ce li hanno mandati, ossia dei cosiddetti elettori, puntualmente pronti a lamentarsi di tutto e a esternare il proprio disgusto nei bar, nei circoli, nelle bocciofile o in piazza.

Lodovico Ellena, è nato a Torino nel 1957 dove si è laureato in filosofia.

Fonte: ufficio stampa Tabula Fati
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08 ottobre 2008

Nessuna colpa

NESSUNA COLPA (un segreto indicibile perseguita una famiglia per tre generazioni)
di Giuseppe Arcucci – Sabina Marchesi
© 2008 Dario Flaccovio Editore s.r.l. ISBN 978-88-7758-813-5
Pag.195 € 12,50

Nessuna colpa è un romanzo scritto a 4 mani, da Arcucci, laureato in economia, e la Marchesi, scrittrice che si occupa di criminologia.
Questo libro è un giallo, che rispetta tutti i canoni di tale genere: c’è un cadavere, un’ indagine, un colpevole.
Quello che manca è l’azione e la cattura di questo colpevole.
Cosa c’è, allora, di diverso, di particolare in questo giallo? Tanta psicologia, motivazioni, sentimenti. Sì, proprio sentimenti, sia da parte degli investigatori, che dalla parte di chi sta raccontando una storia incredibile.
Il romanzo è ambientato in un paese del Sudamerica. Martinez e Bajano, il primo deluso e amareggiato dalla vita, il secondo orfano e ancora sprovveduto; vengono mandati in una delle ville dei ricconi a investigare su uno strano caso .
Vengono fatti accomodare da una strana vecchietta che, per alcuni tratti, ricorda la vecchina di un romanzo di King, Duma Kei, e anche l’ambientazione un po’ lo ricorda, anche se, la storia, va in tutt’altra direzione.
L’anziana donna, nemmeno incoraggiata, comincia a raccontare la storia della sua famiglia, i Mancuso, partendo da tre generazioni indietro. Ed è necessario che lo faccia, per far capire che quello che è accaduto, non è stata colpa di nessuno.
Si fronteggiano a triangolo i pensieri dei tre personaggi, due seduti ad ascoltare e una seduta a narrare l’intera vicenda. Un caso difficile, un caso che ha in sé tutto il tabù delle cose da non dire, da non rivelare.
Un giallo diverso, insolito, originale. Con una trama che spinge il lettore a proseguire, per capire cos’è accaduto, e per rispondere ai molti perché che si fanno strada fra quelle rivelazioni dette quasi con una cantilena suadente.
Un confronto psicologico fra i personaggi, anche se manca la tensione e la suspense tipica del genere.
Un romanzo interessante, originale.
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05 ottobre 2008

Axel Von Fersen

I racconti di Versailles – 18 – di Bruna Alasia
“SON REGINA E SONO AMANTE”
Racconto diciottesimo

Notte fonda del 19 dicembre 1778.
Quando il dottor Vermond, ostetrico e fratello dell’abate precettore di Maria Antonietta, fu buttato giù dal letto perché erano iniziate le doglie, implorò Dio che il nascituro fosse maschio, per essere graziato in quel caso di una pensione di quarantamila luigi, contro diecimila se femmina. Il vecchio praticone per raggiungere la regina trottava dietro la principessa di Lamballe, mentre per incanto le stanze si illuminavano e i cortigiani affluivano seguendolo con candele in mano.
Sulla soglia della camera regale Madame de Lamballe incrociò i paggi:
- Correte a Saint Cloud, avvisate il duca d’Orleans, la duchessa di Borbone, la principessa di Conti. Andate a Parigi dal duca di Chartres…
La fida madame Campan, prima cameriera di sua maestà, si fece più vicino:
- Pensate che verrà?
Non correva infatti buon sangue tra il duca di Chartres, alias Filippo d’Orleans, e suo cugino Luigi XVI che tempo prima lo aveva bandito dalla corte per aver abbandonato la campagna contro gli inglesi ed essere rientrato a farsi acclamare senza motivo.
- Certo che verrà – ribatté con sussiegosa certezza la sovrintendente della casa, e scorgendo il principe di Chimay - Avete avvertito il re?
- Sta arrivando.
In quel momento, scortato dalle guardie, Luigi XVI entrò nel salone dove, per il caldo asfissiante, dovette slacciare il solitaire che portava al collo. Guardò sua moglie che, d’obbligo, doveva sgravare in pubblico per certificare l’autenticità dell’evento: addolorato e impotente ne intuì la pena. Otto ore di snervante attesa durante le quali la stanza andò stipandosi nel crescendo di un brusio infernale. A un tratto il dottor Vermond pronunciò ad alta voce:
- La regina sta partorendo!
Al segnale un torrente di curiosi si precipitò senza riguardo su sedie, sgabelli, poltrone per assistere allo spettacolo. Il tumulto fu tale che il re, vedendo ondeggiare i paraventi, temette per la vita della consorte:
- Legate quelle tende o le cadranno in testa!
Mimetizzati in tricorni bordati d’argento e frac d’occasione, due sfrontati savoiardi sgattaiolarono sopra un armadio, dove godettero della visione del letto montato per il parto davanti al camino. Da lì, tra effluvi d’aceto e aliti mefitici, seguirono ogni fase del travaglio: forza! L’ansia aumentava. Finalmente il corpicino lordo! Slungarono il collo per capire: è un bambino o una bambina? Ma il neonato era già sparito. Restava il re tremante, emozionato, la principessa di Lamballe che fatto segno alla regina svenne, e fu portata via.
A un tratto anche Maria Antonietta cadde in deliquio, diventò cianotica, la bocca si torse.
- Aria! – protestò Vermond.
Luigi strappò i sigilli alle finestre.
- Bisogna salassare il piede! – l’ostetrico chiese acqua calda, la sola cosa che non arrivò.
- Pungete il piede a secco! – urlò al chirurgo.
Il medico punse senza cognizione, sgorgò il sangue: “e adesso?” si chiese angosciato. Trattennero il fiato finchè Maria Antonietta non riaprì gli occhi.
- E’ tornata a vivere – annunciò Madame Campan al conte di Esterhazy e al principe di Poix.
“Dio sia lodato!” sospirò l’ambasciatore Mercy-Argenteau e colto da nausea si affrettò all’uscita spintonato da quelli che, buttati fuori dai valletti, cercavano di rientrare ad ogni costo.
***
Lungo i viali che convergevano a Piazza d’Armi, la folla era talmente assiepata che non si poteva camminare: il cancello d’ingresso, sovrastato dalle armi di Francia, era stato chiuso perché i curiosi non creassero problemi di ordine pubblico. Popolata abitualmente da cinque seimila abitanti, quel giorno la reggia ne aveva almeno il doppio, venuti da paesi e città vicine per festeggiare la nascita del delfino.
Marianne Chevrier, figlia di Caroline l’ ambulante, era arrivata con sua madre, che quella mattina aveva venduto il caffelatte a sei soldi la tazza perché per l’occasione i prezzi erano triplicati. Guardava il cortile d’onore in attesa: in piedi dalle quattro, a mezzogiorno si sentiva stanca. Si voltò per cercare la mamma, non c’era. All’improvviso udì un colpo di cannone.
I presenti si agitarono e presero a contare:
- … quattordici… quindici… sedici… diciassette… diciotto… diciannove… venti… ventuno…
Poi silenzio.
- Ventuno colpi… allora è una femmina… - disse un uomo che svettava sopra Marianne.
La bambina fece capolino tra le gonne.
- Mamma dove sei?
- L’austriaca non è capace di fare un delfino! – sghignazzò una pescivendola – Festeggeremo lo stesso?
Sospiri di delusione, attimi di incertezza, sbandamento. Ma le guardie finalmente aprirono: tutti corsero all’interno dove trovarono grandi tavolate di pane, insaccati, formaggio, arance, grosse brocche di vino. Si buttarono sul cibo con le mani, spingendosi. I soldati dovettero separare due contendenti. Marianne riuscì a intrufolarsi e ad afferrare una salsiccia che lesto qualcuno le strappò.
- Mamma! – scoppiò a piangere
- Marianne! - sua madre, che non l’aveva mai persa di vista, l’afferrò per un braccio – stupida stammi vicino!
Trasse un arancio di tasca e glielo diede. Marianne addentò la buccia e la guardò soddisfatta: un Natale così non l’aveva immaginato.

***
Quando Maria Antonietta conobbe il sesso del nascituro soffocò singhiozzi di delusione, ma appena la bambina le fu posta tra le braccia la strinse a sé commossa:
- Non era voi che volevamo, ma non mi siete meno cara per questo… un figlio è dello stato, voi sarete solo mia…
La notte del venticinque dicembre nevicava sugli abeti di Versailles: lei e la minuscola Maria Teresa Carlotta la trascorsero in pace, riscaldate dal camino, vegliate da una folla di dame, dal primo medico Lassonne, dal chirurgo e dal farmacista. Maria Antonietta aveva fatto costruire poltrone con schienali ribaltabili che si trasformavano in letto, innovazione strepitosa! Il personale, dormendole accanto, accorreva al minimo sospiro.
Emozionato, orgoglioso della paternità, Luigi non si crucciò se non era maschio :
- “Piccola madame”… - le sussurrava. Era il nome con il quale la chiamavano tutti anche per distinguerla dalla regina.
La neonata, collocata al seno, si attaccò al capezzolo, suo padre fu estasiato.
Maria Antonietta chiese a Luigi XVI:
- I messaggeri avranno già informato mia madre?
- Speriamo… le strade sono bloccate dalla neve… mio cugino, il duca di Chartres, non ha addobbato il Palais Royal per festeggiare… che sia una protesta contro di noi?
- Non badate agli invidiosi! E’ pronta la lista delle spose povere per la dote?
- Sì, sono un centinaio.
La piccola smise di succhiare, si addormentò e fu portata via. La regina respirò sollevata. Un maschio glielo avrebbero tolto per affidarlo alle balie da latte, ma non una femmina. E questo era un bene.
***
Qualche giorno dopo, in un momento in cui riuscì a trovarsi sola con lei, madame Campan si avvicinò alla regina e guardandosi intorno circospetta disse:
- Maestà mio suocero vorrebbe essere ricevuto per dirvi alcune cose importanti.
- Quali cose?
- Meglio parlarne con lui.
- Non ho tempo…
- Riguarda il vostro anello di nozze…
- Ma se l’ho perso…
- Appunto...
La regina stupì.
- Venga domani – acconsentì e si avviò verso la stanza da bagno, entrò nella vasca vestita e si adagiò voluttuosamente godendo l’acqua calda che le cameriere le versavano addosso.
Il signor Campan, il giorno seguente, fu ricevuto da solo in uno studio attiguo. Sua maestà gli sedette di fronte.
- Cosa avete di importante da dirmi?
Lui pose sul tavolo un astuccio, l’apri mostrando il contenuto. Maria Antonietta balzò in piedi:
- L’anello che mi ha dato mio marito?! Mi stavo lavando le mani, l’avevo poggiato… ed è sparito!
Campan fece un cenno d’assenso, le porse un foglio:
- Il parroco della Maddalena ha chiesto di incontrarmi in segreto, quando ci siamo visti me lo ha consegnato con questo biglietto per voi…
Lei lo prese e lesse : Ho ricevuto sotto il suggello della confessione l’anello che restituisco a vostra maestà, che le è stato rubato nel 1771, con l’intenzione di servire a malefici che dovevano impedirle di avere figli.
- Puah! - inorridì la donna – rubato per farmi un maleficio?! Non posso crederci… non voglio sapere chi è la persona superstiziosa capace di una cattiveria simile! Preferisco portarmi il mistero nella tomba…
***
Il 1779 era appena iniziato che la madre di Francia, sdraiata sul sofa, acconciata da Leonard Antié e da Rose Bertin, ricevette le congratulazioni delle dame: ne avrebbe fatto a meno perché ancora provata, ma era suo dovere e poi, superato quel parto in piazza, più niente sembrava faticoso. L’8 febbraio in onore dei sovrani e della figlia fu celebrata la messa del Te deum nella cattedrale di Notre Dame: che magnificenza! Alzando gli occhi ai rosoni la regina, felice, li trovò celestiali e ringraziò Dio. Manciate di denaro tra la folla e ai crocevia il vino offerto a pioggia.
Però qualche giorno dopo l’ambasciatore Mercy-Argenteau raggiunse Maria Antonietta con aria pensierosa:
- Maestà… qualcosa mi turba…
- Accomodatevi.
Il tono di Mercy si abbassò:
- A Parigi per le celebrazioni mi è sembrato che la gente non abbia risposto come ci si poteva aspettare… - si schiarì la voce - Certo alcuni hanno gridato “Viva il re! Viva la regina!”… ma in altri punti c’è stato silenzio: vale a dire molta curiosità ma poco calore… le cause saranno magari accidentali ma il caro-vita ha il suo peso e, sebbene non c’entriate, questo vi rende vulnerabile alle critiche… l’idea della dissipazione…. – ora il tono era spedito – l’apparenza di volersi divertire anche in tempo di calamità e di guerra… tutto questo può alienarvi il favore del popolo e dovete farci attenzione!
Maria Antonietta si alzò, percorse la stanza sentendo che non era un problema, un po’ perché nessuno immaginava che da lì a dieci anni sarebbe scoppiata la rivoluzione, poi perché aveva in mente altro:
- Gli ultimi giorni di carnevale Parigi non mi vedrà… certo non fino a rinunciare al ballo all’Opera…
Quello dell’Opera Royal era un appuntamento fondamentale: c’era la “crema” di Francia, gli artisti a lei più cari, veniva accolta da diva, come con Axel von Fersen cinque anni prima. Sembrava un secolo: aveva la sensazione di conoscerlo da sempre, eppure era straniero.
Quando lo svedese era divenuto habitué del gioco domenicale aveva chiesto:
- So che Gustavo III ha imposto ai suoi ufficiali un’uniforme straordinaria. Perché non me la mostrate?
Lui si era presentato con in testa uno svettante shakò sormontato da un pennacchio azzurro e giallo, casacca bianca, farsetto azzurro, pantaloni aderenti di morbido camoscio, stivaletti all’ungherese: “un Dio!”. Guardandola negli occhi aveva sorriso fiero e Maria Antonietta era arrossita. Appena ristabilita lo aveva invitato: Mercy non doveva temere, molto meglio le serate tra amici! Incontrava Fersen insieme a Madame de Polignac, Vaudreuil, Besenval, Coigny che lo avevano accolto senza riserve. Anzi lo preferivano proprio perché “straniero”, privo cioè di clan e parenti che potessero attentare alle finanze reali. Per la regina furono tempi felici ma un giorno Fersen la raggiunse prima del solito.
- A cosa devo…?
- Sono venuto a salutarvi.
Lo guardò interrogativo.
- Parto per imbarcarmi a Le Havre, vado a combattere contro gli inglesi… poi forse in America…
La delusione sul suo volto fu inequivocabile, lei stessa stupì di quel dolore non immaginato. Prendendolo sotto braccio lo condusse in salotto.
Il 4 luglio 1776 un avvenimento al di là dell’oceano aveva avuto grandi ripercussioni in Francia: le tredici colonie inglesi dell’America del nord si erano proclamate indipendenti. In Virginia La dichiarazione dei diritti dell’uomo aveva sancito il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà, alla sicurezza, alla resistenza in caso di oppressione. Luigi XVI, mirando a spezzare l’egemonia dell’Inghilterra sull’oceano Atlantico, riconobbe gli Stati Uniti e stipulò con loro un trattato commerciale. Quando Benjamin Franklin si presentò a Versailles senza parrucca e senza spada i francesi trovarono stimolante il Nuovo Mondo: salotti, circoli culturali, club, vagheggiarono una società libera, creativa, tollerante e illuminata. Si formò un partito a favore della guerra. L’America attirava avventurieri, affaristi e militari in cerca di gloria.
- Perché non me ne avete parlato? – chiese la regina facendolo accomodare
- Non volevo dispiacervi…
- Potevo farvi una raccomandazione…
Raggiunti gli amici Antonietta visibilmente alterata annunciò:
- Signori il conte Axel Von Fersen ci lascia… va a combattere contro gli inglesi… a questo eroe voglio fare omaggio di un’aria celebre dalla “Didone abbandonata” …
Sedette al clavicembalo e cantò storpiando le rime italiane del Metastasio:
Son regina e sono amante
e l’impero io sola voglio
del mio soglio e del mio cuor.
Darmi legge invan pretende
chi l’arbitrio a me contende
della gloria e dell’amor.
Lord Barrington e l’ambasciatore svedese non sapevano la lingua ma gli occhi lacrimanti di Maria Antonietta erano talmente incollati al bel conte che i presenti compresero e si guardarono imbarazzati. Yolande de Polignac, che mai l’aveva vista così, pensò che “anche una regina se si innamora fa la stupida”. Fersen, desiderando sprofondare, fissava il pavimento.
***
Un giorno di maggio nell’ atelier del ferro, Luigi XVI limava un paio di chiavi istoriate fischiettando un ritornello che, da quando era diventato padre, gli tornava in mente e lo galvanizzava. Dalla nascita della figlia non si era più dedicato a quell’ hobby, ma lo aveva ripreso quando Maria Antonietta, ammalatasi di morbillo dopo la partenza di Fersen, dormiva in quarantena al Petit Trianon. Finito il lavoro, incurante del contagio, mal sopportando la separazione, montò a cavallo per raggiungere la moglie. I cortigiani criticavano la regina perché era circondata da quattro cavalieri, ma il re notò i giardini, le gallerie di rampicanti, la ristrutturazione dell’architetto Mique con rinnovato piacere. Lei lo attendeva affacciata su un cortile interno.
- Sono contento di vedervi – disse Luigi
- Anch’io… che notizie avete della guerra?
- Con la pace di Tsechen non dovete preoccuparvi più per vostro fratello!
- Ma io mi riferivo alla guerra contro gli inglesi… se arrivassimo ad una trattativa sarebbe meglio, magari mediasse mia madre! Tremo per il destino di tanti giovani…
Il sovrano si meravigliò di quell’ insolito interesse per gli affari internazionali e fu favorevolmente colpito dalla sua partecipazione umana. Aveva sempre voluto tenerla fuori dalla politica estera: i suoi documenti, sopra il gabinetto dell’incudine, erano nascosti dove solo lui aveva la chiave, e tra questi un fascicolo con etichetta scritta di suo pugno Carte segrete della mia famiglia sulla casa d’Austria. Si sentì in colpa: di Mercy e di Vermond faceva bene a non fidarsi, ma la madre dei suoi figli era migliore.

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02 ottobre 2008

Vajont, per non dimenticare

45 anni fa avveniva una tragedia che per dimensioni e strage ha il triste primato sia italiano che europeo. Per l'anniversario del 9 ottobre mi è stata richiesta una poesia che verrà letta davanti alle autorità presenti; è stato invitato anche il Presidente Napolitano.




Per non dimenticare:


1963 – 2008 (Vajont)

L’acqua, mano di gigante,
si riversò a fiume.
I tetti delle case
più non solleticarono
l’aria del cielo,
ma rotolarono via
come banali biglie.
Spazzati, divelti
uomini e cose
di nulla si vestirono.
La bocca di fango
riempita e zittita.
Ma i morti ricordano,
i morti non tacciono.
Silenti gridano
fiati di vento
la loro fine.



© Miriam Ballerini
 

01 ottobre 2008

Don Fabrizio Centofanti, un poeta di Cristo nei sobborghi di Roma

di Augusto da San Buono

1. Sta a mezza strada tra don Tonino e Teilhard de Chardin
Fabrizio Centofanti, anzi “don “ Fabrizio, è un prete che sta a mezza strada tra don Tonino Bello, il fratello vescovo, l’uomo che propugnò la chiesa del grembiule e la convivialità delle differenze, il poeta dell’ “ala di riserva”, e Pierre Teilhard de Chardin, il Gesuita Proibito ridotto al silenzio dalla chiesa, l’uomo che non rinunciò alla propria verità, l’uomo che tutto tentò, osò, e rischiò, perfino la propria (possibile) santità . Come lui, don Fabrizio è uno capace di trasformare il passato in avvenire, di cooperare per una marcia in avanti, - e questa accelerazione lo rende assai gradito e amato dai giovani -, che gli fanno corona, gli fanno ressa e un po’ lo soffocano, ma è anche uno che sa ascoltare il sospiro dei poveri, uno che sente, annusa, fiuta le verità di tutti i giorni, che vengono gettate nei cassonetti dell’immondizia , ma anche nelle sacrestie e nei confessionali, e poi queste verità le annuncia sull’ambone, la domenica alle ore 11,30, nella brutta chiesa-trincea di San Carlo da Sezze che è stretta tra il parco della Madonnetta e il popoloso quartiere-sobborgo di Acilia, in Roma, e dove ci stanno gli eroi, i martiri della fede come don Mario, bruciato vivo dalla mafia e ridotto a vivere in carrozzella, ma ancora indomito, esempio vivente di resistenza al male.
E questo suo dire, scandire, le verità, rende don Fabrizio assai gradito agli ultimi, ai diseredati , ai deboli, ai sofferenti, ai “drop out”, ma anche ai ricercatori di pace, agli assetati di giustizia, a chi crede nel riscatto dell’uomo. Insomma, è uno che dice il male esiste, fratelli, eccome! (lo tocca con mano tutti i giorni ), ma non bisogna farne un’ossessione, perché la ruota del male prima o poi si deve arrestare, il male si può interrompere, il male si può e si deve eliminare, anzi è un dovere e un diritto di ogni cristiano tentare di farlo.

2. Un predicatore pieno di giocosa ironia e malinconica tenerezza
Ma don Fabrizio ha qualcosa di suo, che appartiene solo a lui, di inconfondibile, di unico, un suo fuoco, una sua energia, un suo orizzonte da palpebre socchiuse, un suo impegno forte di memoria, di transito, di fretta di vivere di più, di vivere a lungo, con amore, con passione, con dedizione, il gusto della vita, l’ebbrezza della libertà, il senso d’avventura e dell’infinito, con un certo panismo che sa incanalare poi nella sua religiosità; insomma è uno che non ti dirà mai “vieni qui , facciamo una poesia /che non sappia di nulla/ e dica tutto lo stesso/ e sia come un rigagnolo di suoni /stentati/ che si perde tra le sabbie”. No, al contrario, è un predicatore che sa trascinare le folle, un Masaniello di Casalpalocco col Vangelo e la croce, la spada e la spina nella carne, uno che fa musica azzurra anche quando è triste da morire, uno che sa dire le cose con un candore quasi fanciullesco, che apre distese, pianure, attese di silenzi e pantomime. Uno che ci mette ironia e umorismo nelle cose che dice, ma lo fa con finezza di costume e di mentalità tutta antica romana (il popolo che non conosce l’ironia è un popolo barbaro) , uno che ti fa un cocktail di neuroni e mescola sapientemente l’ironia e l’umorismo ora con lo sdegno, ora con la speranza, ora con un’ombra di una malinconica e disfatta tenerezza, ora con un grido di silenzio e una catena di amicizia, un arco, un girotondo di mani intrecciate, uno sperimento di comunione fatta lì per lì, con tutti, anche con quelli dalle mani sudate, mani nere o gialle, mani di chi non crede, o ha forti dubbi che esista un Dio, e non sa neppure perché viene in chiesa. Tenta una comunione, che è come un vaso cinese che poi inevitabilmente si rompe e reca dolore, come tutte le cose che si spezzano . E lui ne soffre molto, magari capita che si metta a piangere come un bambino, perché quelle sono le “sue” pecore, la “sua” gente, che chiama per nome ad uno ad uno, ma rimane lì, sul fronte, con intrepidezza morale, con coraggio, con la fede di crede in quel che dice, e in quel che fa, nonostante i sacrifici, i fallimenti e le inevitabili sconfitte di tutti i giorni.

3. Trova sempre il tempo di pregare
Lui è uno che vuole stare in mezzo alle lotte, che si butta nella mischia, nel vivo degli avvenimenti , che ha voluto la bicicletta e pedala, pedala, anche quando il fiato è corto, le gambe molli, le tempie gli scoppiano, è uno che tiene botta, carattere, “cià er pelo su lo stommico”, “tene ‘e ‘ppalle”, è un guerriero dello Spirito, ma è – soprattutto – un uomo di Dio, che trova sempre il tempo per pregare, anche quando gli andrebbe di bestemmiare, uno che riesce a non cedere alla lusinga di una sua presunta onnipotenza , quando vede la “sua” chiesa di San Carlo da Sezze che si riempie come un uovo solo per ascoltare le sue omelie, e vengono da ogni parte – soprattutto i giovani, ma ci sono moltissimi anziani - per vederlo, per sentirlo predicare, per toccarlo quasi fosse un Gesùcristo redivivo, scatenando invidie, gelosie, anatemi e qualche delazione. Ma lui è uno che riesce a vincere se stesso, il suo genio, il suo dinamismo, il proprio delirio di grandezza . E’ uno che quando tutto ciò frigge e rischia di distruggerlo, si tuffa in una vasca gelata di umiltà , ritira padelle di orina e di vomito e s’affida a Lui, che è la Bellezza, la Grandezza, la Salvezza, la Bontà senza limiti. Si affida totalmente, ciecamente, in tutto e per tutto, a Cristo, alla maniera di San Paolo. (Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada ?– Rm, 8,35).

4. Il pilota di Cristo e le sue parole
Anche se, poi, sotto sotto, don Fabrizio, è uno che amerebbe il silenzio, ( le parole, una volta dette, giungono sempre nel regno del silenzio ), la conoscenza, lo studio, la contemplazione, la letteratura, la poesia, la tensione mistica. Insomma, è un po dicotomico, anzi molteplice, come la maggior parte di noi, del resto. E’ un “contempl-attivo”, come direbbe don Tonino , in una delle sue formule scintillanti.
E’ uno che sull’altare si trasforma, con le sue metafore, parabole, calambours, aforismi, con similitudini che vanno da Topolino al Big Ben, da Trinità – Terence Hill a San Tommaso, da don Tonino a Maratona . Riesce a destare sempre viva l’attenzione dei suoi parrocchiani, riesce ogni volta a stupirli, e chissà, magari stupisce anche lui di se stesso, per quella capacità che ha ancora oggi di trasalire, di meravigliarsi, di commuoversi nel toccare mani amiche, incrociare sguardi e sorrisi amici, di dissetare l’anima in quel acquasantiera asciutta, nonostante il deserto, l’aridità, la noia, la polvere, i rifiuti, le cose più immonde in cui siamo costantemente immersi. E tutti questi sentimenti, queste sensazioni, fatti di parole e musica che si muovono, che si sforzano, che si incrinano, che si spezzano sotto il peso della tensione, che non vogliono star ferme, che incalzano, che scavano, che danzano, riesce a trasmetterli all’uditorio, ossia a noi fedeli seduti ai primi banchi e agli ultimi banchi regalandoci venti minuti di navigazione senza pilota automatico, con le turbolenze e i vuoti d’aria . Ma bisogna stare attenti, perché ogni parola di quel pilota di Cristo può essere quella definitiva, quella da Messico e nuvole, che ti apre strade, radure, sentieri, che è magica e ti salva . Sono piccoli momenti di estasi , i suoi e i nostri , momenti all’ombra dei salici, di frescura spirituale, con il desiderio di sentirci migliori, più buoni, fratelli da mani nelle mani, occhi negli occhi, core a core , con il cuore che batte davvero, e le parole di Dio che riempiono davvero l’anima come se fossero nuove, dette per la prima volta.

5. Poeta di Cristo
Ma davvero riesce a trasmette tutto ciò, don Fabrizio Centofanti? Beh, sì, a me è capitato. Anche se non subito, a primo acchito. Ma la colpa (o il merito) è di qualcuno che me ne aveva parlato in modo errato, come di un fenomeno da baraccone, con tanta sapienza, tanta cultura, tanta genialità, così pieno di impegni teologici e filosofici, con un cartellone di incontri e di conferenze da qui all’eternità. Conoscevo quel tipo di prete e ne diffidavo. Insomma alcuni suoi ammiratori l’avevano snaturato. Perché don Fabrizio è un uomo, direi un ragazzo semplice, umile, ricco di umanità , di mitezza, di empatia , che vive la vita da vero poeta di Cristo, in mezzo alle situazioni di disagio, povertà, violenza , sofferenza , e sa che ogni momento della vita, ogni fatto della vita, è di per se stesso poetico, e in qualche modo magico e irripetibile. Sa che fare poesia significa avvicinarsi a Dio. E’ uno che ha un dialogo diretto, intimo, solitario, con Dio, ma anche un dialogo aperto, sociale, fraterno, con l’uomo, perché crede nell’uomo, nei valori dell’uomo, nel riscatto dell’uomo. E mette in evidenza questi segnali umani, queste debolezze umane, lo sdegno, l’ira, insieme ad un’alta tenerezza, ad un’amicizia totale, bene supremo dell’uomo. Ma è anche uno che lotta per la luce, che è lo sviluppo della ragione naturale e che sa perfettamente che la vera forza dell’uomo consiste prima di tutto nell’amore. Ma per amare in modo più completo, bisogna “sapere di più”. E lui è un uomo di profonda e vasta cultura, uno, come abbiamo detto, che le verità le “sente”, le intuisce prima di altri.
E’ vero che ha un grande carisma, ed è altrettanto vero che sembra uscito fresco fresco dalle migliori accademie dell’ars oratoria e conosce tutto, da consumato attore, la pausa, le tonalità di voce, i registri, i timbri, le modulazioni di frequenza, “il respiro”. Sa tutto anche del “suo” pubblico, che chiama per nome e risveglia dal nudo sonno dell’anima, e dallo sbadiglio, che riesce ogni volta a conquistare, affascinare, educare in quello spazio grigio, in quel carcere che è il banco di legno, in quell’aria ora di gelo, ora di palude, che circola nella chiesa, dove i questuanti sono una corte di miracoli e anche gli uccelli fanno liberamente i loro nidi, con quella sua grazia della parola da millefoglie, o millefiori, che presta le ali ai giovani rondinini, quella parola anche dialogica di mare sabbia nera e stelle, ma anche di interiezioni, onomatopee, argot romanesco, un mix ben dosato di ironia giocosa e tenerezza, di forza e di dolcezza, di linguaggio culto e popolaresco. Ma il tutto rimarrebbe lì, in quel momento di magia, in cui si riesce, quasi per miracolo, ad ascoltare qualcuno che ci dice delle cose anche interessanti, non lo nego, se non ci fosse di mezzo Cristo e la preghiera che gli fa tenere le mani sul timone della storia, Cristo e la fede che ti apre finestre, strade e autostrade di speranze, Cristo e la Bellezza, come diceva il vecchio disperato Dostoevskij, Cristo e la Poesia, che “gli raschia la gola”. Per questo, Lui, don Fabrizio, è uno da incontri decisivi, da incontri che salvano, e lo è suo malgrado, proprio quando meno crede di esserlo, proprio quando dimentica se stesso e il suo straordinario talento da predicatore.
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Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...