30 giugno 2020

Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico



Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico



[…] amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.” – Arsen Mirzaev
Il vagare dei poeti non può che far ricordare quei celebri versi dello stimato Ugo Foscolo (“Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, […]”) che contemplavano e cantavano alla sera ringraziandola per la pace prodotta proprio da questo vagare. Ed ancora ricorda quel vagare dell’Islandese in continuo dialogo con la Natura in contrapposizione ad un poeta che lasciò di rado la sua biblioteca sita a Recanati.
Nato a San Pietroburgo nel 1960, Arsen Mirzaev è poeta, critico e studioso di letteratura. All’attivo ha collaborazioni con diverse case editrici e riviste letterarie, con pubblicazioni di versi ed articoli.
La sua prima silloge è stata pubblicata nel 1994 ed è intitolata “Un altro respiro” (Drugoe dychanie), seguono nel 1996 “Oltre al resto” (Pomimo pročego), nel 2000 “I versi e i canti di Anton Kompotov (Stichi i pesni Antona Kompotova), nel 2001 “La musica della conversazione di innamorati sordomuti” (Muzyka razgovora vljublënnych gluchonemych), nel 2008 “L’albero del tempo” (Derevo vremeni) e nel 2015 “Vita a ¾” (Zizn' v ¾).
Da circa 15 anni organizza rinomate serate letterarie presso lo storico albergo Old Vienna situato dietro l’angolo rispetto ad uno dei monumenti più interessanti dell’arte russa la Cattedrale di Sant’Isacco costruita dal 1818 al 1858.
Chiedo asilo poetico” è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. Paolo Galvagni ne ha curato la nota finale e la precisa traduzione.
tutti/ tutti/ tutti si istupidiscono con gli anni// eccetto alcuni/ alcuni/ in verità –/ è una grandezza/ infinitamente piccola

A.M.: Salve Arsen, sono lieta di poter approfondire la sua conoscenza con questa intervista e la ringrazio per il tempo che mi dedicherà. Vorrei, se è possibile, geolocalizzare il poeta, chiedendole: San Pietroburgo è una città attiva artisticamente oppure lei è una delle poche eccezioni?
Arsen Mirzaev: Sono felice di salutarLa! Ringrazio per l'interesse che ha mostrato verso la mia modesta persona e il mio libro, tradotto da Paolo.
A Pietroburgo ci sono tanti poeti. Validi, anche vari. Ce ne sono di vivi, interessanti e di talento. E ci sono scribacchini, parolai e grafomani. I primi, mi pare, sono molto meno... Ahimè.
Così, San Pietroburgo. La città in cui sono nato, ma vi ho abitato solo dopo aver completato la scuola media a Vorkuta (il Nord, il Polo, negli anni '60 Vorkuta era davvero una città di banditi, una delle “capitali” criminali – come Kolyma e Magadan). Cioè dal 1977. E solo a San Pietroburgo (allora, certo, Leningrado) ho cominciato a capire che cosa fosse la vera poesia (anche se avevo provato a scrivere versi a scuola – avevo studiato non solo a Vorkuta, ma anche a Mosca, e a Gelendžik – e durante il servizio militare tra le file dell'esercito sovietico, in una cittadina nei pressi di Zagorsk). All'Istituto Geologico di Leningrado (LGI), a cui mi sono iscritto sotto l'influenza di mio padre geologo, parallelamente allo studio, dal primo anno, sono iniziate le lezioni al LITO (unione letteraria) del LGI, che era guidato da Michail Jasnov, noto poeta per l'infanzia e traduttore di poesia francese. Poi ho avuto: il lavoro nella Casa degli scrittori leningradese; lo studio alla Libera Università (cattedra di poesia: 1989-1991); il lavoro come redattore (dall'inizio degli anni '90) – nell'organico e non – praticamente in tutte le case editrici pietroburghesi; comporre e redigere la rivista artistica letteraria samizdat “Sumerki” (1989-1995); il lavoro in giornali e riviste – pubblicista, giornalista e redattore; lo studio dell'eredità creativa dell'avanguardia russa dell'inizio del XX secolo (prima di tutto – Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Elena Guro, Tichon Čurilin, di cui ho preparato libri, commentandoli e pubblicandoli per varie case editrici di Mosca e San Pietroburgo); la partecipazione a conferenze scientifiche internazionali, dedicate all'avanguardia e alla letteratura contemporanea; la preparazione di varie antologie di poesia pietroburghese contemporanea; la cura e la conduzione di serate letterarie (letture poetiche, presentazioni di riviste e case editrici, serate di prosa, festival) – dal 2005. E così via. Non ricorderò tutto ed elencare tutto sarebbe troppo lungo. Ma, in un modo o nell'altro, tutta la mia vita è stata legata alla letteratura, ai libri, alla poesia. E tutti i miei amici in gran parte sono poeti, artisti, musicisti.
E la nostra vita era e continua a essere del tutto viva. Probabilmente alle peregrinazioni e ai viaggi (non sono solo festival poetici in diverse città e paesi, ma anche semplicemente viaggi “per il mondo”) dedichiamo non meno tempo che alla lettura di libri e composizione di versi nei nostri appartamenti e studi.

A.M.: Nella nota finale della raccolta “Chiedo asilo poetico”, il suo traduttore Paolo Galvagni scrive: “Siamo di fronte a una persona, la cui vita è legata in modo fatale alla poesia e si è tramutata in “esistenza letteraria”: non sa dove scappare. Quasi tutti i suoi versi sono organica-mente iscritti nella vita letteraria della Pietroburgo contem-poranea, coi suoi innumerevoli saloni letterari e altre amenità poetiche.” Si rispecchia in questa immagine?
Arsen Mirzaev: Dell'“esistenza letteraria” ho già scritto tanto, rispondendo alla prima domanda. Ma è solo una parte di me e della mia vita. Sì, sono “iscritto” alla letteratura, inserito in essa (anche ufficialmente: come membro delle unioni di scrittori, come portatore di cultura, compositore di antologie, redattore di riviste, membro di diverse giurie professionali, etc), si può dire che sia radicato in essa dalla testa ai piedi nei 35 anni della mia “letteraturovita” (la mia esistenza nella letteratura), occupandomi all'infinito di tutti i possibili studi, della preparazione di libri, conducendo ogni anno una quantità infinita di serate poetiche. Ma amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.

A.M.: Nella lirica “Il giorno di San Valentino” si legge “[…] – diventare/ uno stupido geniale,/ […]” (“[…] – стать/ гениальным придурком,/ […]”), con questa immagine intende menzionare lo jurodivyj, figura del mondo ortodosso russo con significato di “folle in Cristo” o “santo idiota”?
Arsen Mirzaev: No, qui non avevo alcuna intenzione di fare un accenno agli “jurodyvie” russi, anche se mi interessano tanto. Avevo in mente un motivo di Van Gogh, la celebre storia col suo orecchio tagliato (abbastanza ironico e autoironico) la estrapola sull'“amato se stesso” l'eroe lirico di questa poesia.

A.M.: Da studioso di letteratura si è occupato dell’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922). Una breve poesia recita: “Preposto al servizio delle stelle,/ Io giro, come una ruota,/ Che s'invola all'istante sull’abisso,/ Che finisce sull'orlo del precipizio,/ Io imparo le parole.” Vorrei soffermarmi su “stelle”, “abisso” e “parole”: la vertigine è una condizione necessaria per il poeta?
Arsen Mirzaev: La mia “storia” con Chlebnikov, il grande Futurista, è cominciata circa quaranta anni fa, quando a me, studente della facoltà geologica dell'LGI, hanno chiesto di tenere una lezione su Velimir per gli studenti stranieri dell'Istituto geologico. Era il 1981 o 1982.
Nel 1986 ho partecipato alla conferenza (Fortezza di Pietro e Paolo, San Pietroburgo), dedicata al centenario di Velimir Chlebnikov. Poi ho prese parte a numerosi festival e conferenze scientifiche dedicate a Chlebikov e all'avanguardia letteraria dell'inizio del XX secolo, tenute a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Helsinki, a Velikij Novgood, ad Astrachan', a Kazan', a Čeljabinsk, a Tver' e in altre città. Nel 2005 ho avuto la fortuna di pubblicare il libro Velimir Chlebnikov – serto al poeta (33 omaggi poetici a Velimir: ora ho preparato per la stampa la versione completa del Serto – più di 100 nomi di poeti noti, che hanno dedicato poesie al “Re del Tempo”). E tre anni fa il libro, da me composto e commentato “Il tempo – misura del tempo” (la cosiddetta “piccola prosa”: articoli, note, proclami, manifesti, diari, etc). Ho preparato altri progetti editoriali, legati ai Futuristi, che per vari motivi non erano ancora usciti.
A suo tempo il poeta Osip Mandelštam ha detto: “In Chlebinikov c'è tutto!”. – Per me era proprio così. “Il nostro tutto” – non è solo Puškin, ma anche Chlebnikov. E anche prima di tutto – Chlebnikov. Proprio lui mi ha fatto sentire che cosa sia la vera poesia, capire che cosa costituisce la sua essenza, amarla “per tutta la vita rimanente”. Una sola sua frase – per esempio, “Con un sorriso è chiaro, semplice/ Sollevo la vita/ ad altezza della mia statura” – poteva sconvolgermi, rafforzarmi – dall'esistenza (vitale, non letteraria), dalle “porcherie plumbee della vita”.

A.M.: Oltre al futurismo ed alla avanguardia russa si è interessato di futurismo italiano? Quali sono gli artisti e poeti che ha apprezzato maggiormente e quali differenze ha potuto notare tra esponenti in Russia ed esponenti in Italia?
Arsen Mirzaev: Sì, certo, non si può trascurare la figura, potente, creativa e in molto contraddittoria, di Marinetti! Anche se da noi lo conoscevano proprio poco. E praticamente non lo pubblicavano. Ma ora sono pubblicati non solo i suoi proclami e manifesti, ma anche la poesia e la prosa – in russo. Cosa che non può non allietare. Sulle differenze tra i futuristi italiani e russi si è scritto più volte. Se approfondissi anch'io questo tema, sarebbe superfluo e occuperebbe troppo spazio e tempo. Ma voglio notare che anche l'avanguardia letteraria e artistica italiana mi interessa molto.
Nominerò solo alcuni nomi: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Carlo Carra, Enrico Prampolini, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Gino Severini, Ardengo Soffici.
Non è il primo anno che con alcuni slavisti italiani tengo rapporti di amicizia. Oltre a Paolo Galvagni, a Lei noto, si tratta di Massimo Maurizio, Gabriella Imposti e Marco Sabbatini. Conosco altri slavisti solo da lontano: Stefano Garzonio, Carla Solivetti. Be', certo, bisogna anche aggiungere al tema “italiano” il fatto che nel 2018 per la mini antologia di poesia italiana contemporanea “Essere delle foto”, mi è capitato di tradurre i testi di Alfonso Maria Petrosino e Marco Miladinovic.

A.M.: Perché ci sono così pochi poeti buoni e vari?” почему же так мало поэтов хороших и разных?
Arsen Mirzaev: Avendo una certa esperienza di traduzione poetica da varie lingue, immagino bene come sia complesso rendere l'intonazione di un testo in lingua straniera (la cosa più semplice è il senso, se nella poesia è più o meno “trasparente”). Qui, in questi testi (come in molti miei altri versi) svolgono un ruolo significativo l'ironia e l'autoironia. È abbastanza complesso da spiegare. O si percepisce nel testo, oppure no.

A.M.: Successivamente alla pandemia ha intenzione di presentare “Chiedo asilo poetico” in Italia?
Arsen Mirzaev: Anch'io spero che prossimamente (tra un mese? due?) le frontiere saranno aperte e potremmo tutti relazionarci con libertà e apertamente – come prima. Sostengo in ogni modo l'idea di fare una presentazione in Italia. Ovvio, la presentazione (forse, più di una) deve avvenire anche in Russia. Possiamo organizzarla nel mini hotel letterario “Antica Vienna” nel centro di Pietroburgo, dove dal 2005 conduco le “Serate letterarie”, ormai diventate di culto per molti.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Arsen Mirzaev: Nel contesto di quanto detto sopra, di certo si confà congedarsi con questa quartina “antipandemica”: “Il gelo cosmico nella notte./ Alle finestre s'erge la sventura./ E da me il fuoco nella stufa,/ Il tè sul tavolo e nel cuore la felicità” (Vladlen Gavril'čik, poeta e artista, 1953).
E se permettete, con un'autocitazione: “i versi sono un bastone/ su di esso mi appoggio/ camminando/ in questa vita”.

A.M.: Arsen ringrazio per la schiettezza delle sue risposte e la saluto anche io con due citazioni. Prendo in prestito le parole di un suo connazionale fortemente ammirato in Europa, Fëdor Michajlovič Dostoevskij “Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.” ed infine: “Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.”

Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista Chiedo asilo poetico
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/110-chiedo-asilo-poetico

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/25/intervista-di-alessia-mocci-al-poeta-russo-arsen-mirzaev-vi-presentiamo-chiedo-asilo-poetico/

Escursioni estive guidate da Intimiano a Cantù

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Bike strike Como

Domenica 5 luglio alle ore 17.30 torneremo a manifestare in bicicletta per chiedere a Como e provincia, la realizzazione di un grande piano per la mobilità sostenibile!

Ci muoveremo in bicicletta dal piazzale della stazione Como Nord Camerlata fino al Duomo di Como. L'uso della bici ci consentirà inoltre di mobilitarci praticando il distanziamento sociale.

Cosa chiediamo?



1) Trasporto
pubblico (su gomma e su rotaia) più frequente e
intermodale.



2) Realizzazione
di una rete di piste ciclabili a livello provinciale.



3) Realizzazione
della Eurovelo5 a Como.



4) Trasporto
gratuito delle biciclette sui treni.



5) Potenziamento
dei servizi ferroviari (es. Como - Lecco).



6) Basta strade,
tangenziali e tangenzialine...



In allegato le nostre proposte presentate alla
stampa lo scorso mese e il volantino dell'evento.



Cordiali saluti,

il gruppo Fridays For Future Como

Radio Stonata, la web radio italo-canadese che racconta i mondi

Radio Stonata, la web radio italo-canadese che racconta i mondi, i suoni e le tendenze dei “Millennials”, ogni mercoledì alle 18, ospiterà il programma “IL DIARIO DI GIONATA” per riscoprire tante storie di vita  che aspettano solo di essere raccontate. Un programma curato da Mattia, realizzato con la collaborazione dei volontari del Progetto e de La Tenda di Gionata.
Nella puntata di mercoledì 1 luglio 2020, alle 18, parleremo di “Quando il coming out irrompe in una famiglia cattolica” con Anna Battaglia una madre di Agedo Ragusa con suo figlio Stefano.
Ricorda Anna che “tutto cominciò da quella lettera che mi scrisse mio figlio Stefano per rivelarmi la sua omosessualità. Quando sollevai gli occhi da quel foglio incontrai quelli di mio figlio, aveva gli occhi sgranati che aspettavano la “sentenza”. Lo abbracciai stringendolo al mio cuore e gli dissi “Tu per me sei stato un dono di Dio e sempre lo sarai. Come mi disse anni dopo “da quel momento io ho saputo che non sarei mai stato più solo.”
Cominciò così un cammino, che l’ha portata a superare i suoi pregiudizi che “a mia insaputa mi abitavano. Chi meglio di mio figlio poteva mostrarmi la realtà delle persone LGBT. Quale orizzonte si apriva davanti a me e quale possibilità mi veniva data per migliorarmi!”.

Con loro scopriremo il cammino che percorrono ogni giorno tante famiglie, cristiane e non, dopo il coming out di un figlio o di una figlia.


I TEMI DELLE PROSSIME PUNTATE:
Mercoledì 8 luglio 2020 incontreremo Fabio Leli, regista del docu-film “L´unione falla forse” che, con amore ed ironia, lotta contro l´omofobia

Per ascoltare in diretta la puntata cliccare qui
Per riascoltare tutte le passate puntate de “Il Diario di Gionata” clicca qui
Per ascoltare in streaming le trasmissioni di Radio Stonata clicca qui

29 giugno 2020

Port_land MARIO DANIELE Riccardo Costantini Contemporary - Via Giolitti 51, 10123 Torino 16/06 – 19/09/2020 a cura di Marco Salvario


Port_land
MARIO DANIELE
Riccardo Costantini Contemporary - Via Giolitti 51, 10123 Torino
16/06 – 19/09/2020
a cura di Marco Salvario




Il colpo dato dal Covid al mondo dell’arte contemporanea è stato molto duro in Italia e non solo. Alcuni espositori non ce l’hanno fatta, altri sono fermi in attesa di vedere come evolverà la situazione, i più coraggiosi hanno provato a ripartire subito, nel rispetto di regole che per il mondo della cultura sono molto più rigide che per altri settori. Se un giovane vuole sballarsi nella movida notturna, può sedersi a un tavolino stretto con altri venti amici impasticcati o ubriachi e fare baldoria fino all’alba mentre, se vuole ammirare un quadro in tutta tranquillità, non può entrare nei locali se ci sono già altre persone; nel primo caso le mascherine protettive non esistono, nel secondo se non le si indossa, non si entra. Che cosa commentare? Lo sballo è evidentemente sano e lodevole mentre la cultura è ritenuta molto pericolosa, forse perché chi ci governa ha paura che qualcuno pensi ancora con la propria testa: sarebbe una catastrofe terribile!
Lasciamo andare, tanto le mie sono provocazioni cui nessuno darà risposta.
Negli anni passati in questo periodo molte gallerie d’arte chiudevano i battenti per il caldo e si preparavano alla riapertura autunnale, adesso alcune cercano di dare comunque un segno di vitalità e orgoglio. Un grido rivolto soprattutto a chi non vuole sentire: “Noi ci siamo ancora!”.



La Riccardo Costantini Contemporary, presentando il progetto in continuo divenire “Port_land”del fotografo settantenne Mario Daniele, è tra le gallerie coraggiose che hanno riaperto a metà giugno.
Le foto dell’artista, già di forte impatto ed espressività, sono raggruppate in modo da offrire al visitatore un ulteriore livello di dialogo e stimolo. Nelle immagini, i nostri occhi sono attratti dalla scomposizione dei particolari con una scelta che ne va a cercare l’essenziale, liberandolo da tutto quanto è accessorio e può distrarre. La scelta dominante è quella del bianco e nero, spesso in violento contrasto e con le tonalità scure che dominano, assorbendo e nascondendo sfondi e dettagli ed evidenziando quanto l’artista vuole mostraci.
Abbiamo così la figura umana, di solito femminile, caratterizzata da un particolare, un movimento, i capelli sul collo, la schiena o al massimo il profilo perché queste immagini sembrano allontanarsi, sfuggire, nascondersi, negarsi. Alle figure si associano spazi di regolare geometria, scanditi da luci e ombre, essenziali nelle loro forme. Il risultato di questi polittici fotografici diventa un perdersi dei soggetti di cui pure si è raggiunta l’essenza più vera, in una dimensione metafisica basata su una profonda incomunicabilità, sulla lontananza tra le persone. Non è una vera ricerca, un inseguire, quanto è il cogliere e l’analizzare al meglio il rapido e inatteso passaggio di figure di una bellezza luminosa, accese della luce della propria anima; la scoperta e l’illusione che la nostra solitudine possa essere vinta.



26 giugno 2020

GIORNATE FAI ALL’APERTO


GIORNATE FAI ALL’APERTO
Sabato 27 e domenica 28 giugno 2020
Oltre 200 luoghi aperti in più di 150 località d’Italia

Per l’elenco completo dei luoghi visitabili in LOMBARDIA, per informazioni, prenotazioni ed eventuali cambiamenti di programma:

ARGENTINA 1978: UNA COPPA PIENA DI SANGUE DI ANGELO IVAN LEONE


ARGENTINA 1978: UNA COPPA PIENA DI SANGUE DI ANGELO IVAN LEONE



Tra le varie dittature che hanno funestato il XX secolo, una menzione speciale meritano le dittature sudamericane del secondo dopoguerra. Tra queste dittature, tutte formatesi con la diretta o indiretta partecipazione degli USA, secondo la dottrina Monroe "l'America agli americani"  che poi voleva dire l'America, tutta l'America, agli USA, spiccano le dittature dei macellai nazistoidi come il cileno Augusto Pinochet e la dittatura della giunta militare in Argentina sotto la guida del tenente generale Jorge Rafael Videla. La dittatura argentina, passata alla storia con la definizione propria dei golpisti di: processo di riorganizzazione nazionale durò dal 1976 al 1983. Questa dittatura ebbe modo di sterminare un'intera generazione di argentini quasi 30000 persone, in maggioranza giovani operai, studenti e contadini morirono nei massacri ordinati dalla Junta. Il programma politico dei golpisti era abbastanza chiaro e definito fondato su di un anticomunismo viscerale e retrogrado dai caratteri belluini, un clericalismo medievale e una politica neoliberista di importazione statunitense che condusse l'Argentina al disastro. Furono gli anni dei migliaia di desaparecidos, dei tormenti, delle torture e dei supplizi con i voli della morte e le persone lanciate vive nell'oceano Atlantico da parte dei sicari della giunta militare. Quegli orrori sono stati recentemente ricordati con film come Garage Olimpo e La notte delle matite spezzate. Questa dittatura argentina, come quella cilena si differenziano specificatamente dalle classiche dittature di destra nazifasciste, comuni all'Europa tra le due guerre, perché furono dittature di stampo neoliberista e ultracapitalista che si attuarono, come ricordato, con la diretta o indiretta responsabilità degli Stati Uniti d'America. In campo economico il  carattere neoliberista della dittatura argentina si rivelò un disastro per il Paese. Il canto del cigno di questa scellerata conduzione politica ed economica furono i Mondiali di Argentina 1978 vinti, e non poteva essere altrimenti, proprio dai padroni di casa che affrontarono l'Olanda in una vergognosa finale in cui si concesse all'Albiceleste di tutto e di più, da parte dell'arbitro italiano. La vittoria con cui l'Argentina conquistò il suo primo trofeo mondiale avvenne nello Estadio Monumental di Buenos Aires, a poche centinaia di metri dal peggior centro di detenzione di prigionieri politici della dittatura: la Escuela de Meccanica de la Armada. La ESMA in cui vennero trucidate più di 5000 persone. L'ironia della sorte e della storia volle che i dittatori della Junta, issati al potere dagli USA, persero tutto quando credettero di battere gli inglesi strappando loro le isole Falkand/Malvinas. Gli inglesi della Thatcher ridicolizzarono i militari argentini e la giunta dei sanguinari macellai dovette cedere il potere. La Thatcher fu la stessa che quando Pinochet era impossibilitato dal lasciare l'Inghilterra, in attesa di essere processato, come furono processati Videla e gli altri, per crimini contro l'umanità, andò a trovarlo dichiarando che Pinochet aveva "restaurato la democrazia nel suo Paese". Sic transeat...

23 giugno 2020

SEMPLIFICAZIONE, SI VOLTA PAGINA? di Antonio Laurenzano



SEMPLIFICAZIONE, SI VOLTA PAGINA?
di Antonio Laurenzano

Il coronavirus con la eccezionalità dei suoi effetti ha messo a nudo la debolezza strutturale del sistema Paese intrappolato nei lacci e lacciuoli di un’asfissiante burocrazia e in un federalismo reso zoppo da una rattoppata modifica del Titolo V della Costituzione che ha generato un groviglio di norme e regolamenti, attribuzioni e competenze tra Stato centrate e autonomie locali, non sempre chiare e univoche. La fase 3, quella del “rilancio”, dovrebbe segnare la svolta nel tormentato rapporto fra cittadini e Pubblica amministrazione. E’ l’impegno preso dal Presidente Conte nel corso dei lavori degli Stati generali sull’economia svoltisi a Roma, a Villa Pamphili. “Stiamo lavorando sulla semplificazione, con l’obiettivo di rendere più rapidi e trasparenti i processi amministrativi”, ha dichiarato il Premier. Si tratta di semplificare, velocizzare le procedure e, ancora, sbloccare cantieri e investimenti pubblici con un alleggerimento, in chiave europea, del discusso Codice degli Appalti. Rimuovere cioè certe bardature a livello decisionale con inutili duplicazioni di funzioni, azzerando un deleterio centralismo amministrativo.
Ci sono rischi che il Paese non può permettersi, è in gioco la sopravvivenza e il futuro. Non è più tempo di semplificazioni annacquate o solo annunciate sulla scia di quanto (non) hanno fatto i vari governi succedutisi a Palazzo Chigi negli ultimi decenni. Semplificare la miriade di vessazioni burocratiche a beneficio dei cittadini e delle imprese. E’ il caso della tanto attesa riforma fiscale per un fisco più equo e più giusto. “Passare dalla semplificazione alla semplicità”, ha ammonito Enrico De Mita, docente emerito di Diritto tributario alla Cattolica di Milano. L’ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità, dall’incertezza e dall’arbitrio a causa di ragioni di gettito. I principi dello Statuto del contribuente devono diventare il cardine del sistema e la fonte di ispirazione del Legislatore. “Solo la semplicità originaria della Legge consente di individuare agevolmente la norma applicabile al caso concreto in termini di chiarezza e di trasparenza.” Un appello per un’attività legislativa seria e responsabile.
Il nostro Paese ha il non invidiabile record della onerosità degli adempimenti fiscali con un basso rapporto costo-beneficio in termini di lotta all’evasione. L’assenza di una pur minima visione strategica e della reale capacità di governare l’ordinamento tributario genera grande confusione con palesi contraddizioni sul piano normativo. Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare di leggi e leggine che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione, ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Una violazione dell’insegnamento di Ezio Vanoni, il padre della omonima riforma tributaria degli Anni Cinquanta, che auspicava “un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti”.
Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Sarebbe ora di voltare pagina: mettere al centro, sul piano legislativo, l’obiettivo di una profonda semplificazione con un taglio netto di balzelli e inutili adempimenti. Ciò di cui il Paese ha bisogno, soprattutto in un periodo di forte recessione, è un fisco che oltre a ridurre la pressione fiscale sostenga la crescita per aggredire l’ingombrante debito pubblico, rimettendo in moto la produzione sui mercati internazionali a difesa del made in Italy.
Basta con le infinite proroghe, perché la necessità di prorogare si lega infatti alla quantità eccessiva di adempimenti che continuano a gravare sui contribuenti. E’ il tentativo estremo di rimediare a qualcosa che in sede legislativa non ha funzionato, conseguenza ed effetto di una inquietante estemporaneità che peggiora, se possibile, la situazione in uno dei sistemi fiscali più complicati d’Europa. Un mix di elementi espressione di un sistema malato che genera un fisco che appare sempre più lontano dalle esigenze del Paese. E’ ora di un salto di qualità per rendere efficiente e trasparente il processo decisionale e soprattutto per dare credibilità, nella semplificazione, all’azione di una seria lotta all’evasione fiscale. Sarà la volta buona o la bufala da Covid-19?

22 giugno 2020

GIORNATE FAI ALL'APERTO

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“LO SGUARDO… VERSO” DANIELE CARLETTI a cura di Maria Marchese

“LO SGUARDO… VERSO”
DANIELE CARLETTI
“C'est un spectacle, mais sans la scène; un jeu, mais aussi un enterprise quotidienne; un signifiant, mais aussi un signifié… La scène di carnival, où il n’y a pas de scène, pas de théatre, est a la fois scène et vie, jeu et reve, discours et spectacle”. (Julia Kristeva)

“È uno spettacolo ma senza il palcoscenico; un gioco, ma anche un’impresa quotidiana; un significante, ma anche un significato… La scena del carnevale, dove non c’è scena, nessun teatro, è sia scena che vita, gioco e sogno, discorso e spettacolo” .

Con “LO SGUARDO… VERSO” , Daniele Carletti abbandona le espressioni artistiche, che lo hanno contraddistinto durante la sua lunga carriera: posa il pennello, mette da parte cavalletto e tela per elevare, in onore di Leonardo da Vinci, un “carnival” artistico (installazione) ove nulla è lasciato al caso.
Rivolge, quindi, al fruitore questa scena teatrale di vita, sospesa tra sogno, gioco e realtà, fortemente lungimirante e concettuale.
Lo sguardo severo del maestro fiorentino ammicca, discretamente, appena disvelato dal respiro di una tenda discostata…
Una finestra chiusa separa l’attuale dimora dell’individuo dal fecondo bagaglio intellettivo, esperienziale e artistico raccolto dal Genio: una scelta inconsapevole, questa compiuta dall’uomo, conseguenza di ciò che Carletti traduce nella parte sinistra della scena teatrale da lui edificata.
Il maestro ferrarese aduna le cause dello stordimento psichico/spirituale dell’essere umano (alcol, denaro, sostanze stupefacenti…) , raccogliendole in una vitreo cassetto esistenziale: esso involve una disamina distaccata del bailamme che coinvolge l’uomo, oltremodo in grado, però, di provocare un risveglio della coscienza dell’astante.
Uno specchio deformate, che l’artista ferrarese pone al centro della kermesse artistico/esistenziale da lui realizzata, diviene effigie di una circostanza nodale nel contesto teatrale, qui espresso, e altresì in quello della quotidiana realtà: esso traduce un’efficace evocazione dell’approccio individuale nei confronti della vita, la cui veridicità rimane insondabile.
Sul drappo esistenziale, scandito dalla tenuità dell’azzurro (indicativo di pacatezza, meditazione e espressività attraverso l’arte), l’intellettuale di Ferrara pone un secondo vitreo cassetto, depositario del nucleo primievo che contraddistingue la presenza dell’artista.
La barchetta di carta, custode della parte soprasensibile e della leggerezza dell’essere, simboleggia quest’ultimo e il suo procedere addentro lo scorrere mellifluo dell’arco vitale: ammantato dalla fecondità intellettiva promanata dal giallo, egli avanza foriero di messaggi precipui.
Si muove, così, verso future mete custodito dall’abbraccio passionale e meditativo del viola e dalla pienezza della perseveranza, portatrice di affermazione personale, promanata dalla tinta fucsia.
"" La pittura non deve essere esclusivamente visiva o retinica, deve interessare anche la materia grigia" . (Marcel Duchamp)

Daniele Carletti realizza, con "LO SGUARDO... VERSO" , un protrettico concettualmente importante e significativo, che diviene un dono di spessore nei confronti della comunità, artistica e non.
Maria Marchese

19 giugno 2020

Novità de il Foglio letterario

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
Editori in Piombino dal 1999
 
 
Novità del DOPO COVID
 
 
NARRATIVA
 
Francesca Lenzi - Indiana libera tutti - Euro 12
 
Indiana Mannucci ha 12 anni e qualche mese nel novembre del 1994 quando esce di casa per andare agli allenamenti di pallavolo, indossando degli orribili pantaloncini di spugna blu marino. Avrebbe voluto giocare a calcio, ma sua madre Lorella Pacini, casalinga, e suo padre Paolo Mannucci, operaio alla fabbrica siderurgica di Piombino, furono irremovibili. Indiana va, controvoglia agli allenamenti di pallavolo, e vive un anno da ragazzina alle prese con vecchi e nuoviincontri, le estati a Scarlino Scalo che si ripetono fra scoperte e ricordi, i film e il mar Tirreno. A introdurre ogni capitolo, un disegno “cinematografico” realizzato dall’autrice. Francesca Lenzi (Piombino, 1978). Giornalista, collabora da oltre dieci anni con il quotidiano Il Tirreno. Laureata in Storia e critica del cinema con una tesi su Dario Argento, ha vinto il saggio sul cinema al “Concorso internazionale di Salò”, ha pubblicato alcuni testi e contribuito con un saggio al volume “Argento vivo” (Marsilio, 2008). Ha collaborato con il Video Festival internazionale Visionaria come responsabile del corso sul cinema e al FiPILI Horror Festival nella giuria per le opere internazionali. Disegna per passione, preferibilmente soggetti di ambito cinematografico.
 
Andrea Fanetti - L'assassino e il pettirosso - Un serial killer a Piombino - Euro 15
 
L'assassino e il pettirosso è un racconto sulla scoperta di una follia repressa e sull’illusione  inconscia, che sia possibile  “uccidere il padre” togliendo la vita ad altri esseri umani. All’origine c’è un bambino bistrattato, che da grande si vorrà riscattare con un gesto da “giustiziere”. Ad un certo punto si danno appuntamento complessi di inferiorità e follia, amore e morte, in una vita “normale”dove si vuole guidare il destino attraverso un gioco di quelli che ci regalano a Natale. Il tutto, per uccidere senza un motivo se non la pura soddisfazione di vedere del sangue quando si chiude un’esistenza. La vita è dunque appesa a delle combinazioni come accade quando ci divertiamo nel gioco dell’oca o con una roulette? Siamo brave persone o mostri senza saperlo? In parallelo ci sono le relazioni tra persone, tra genitori e figli che implodono, relazioni che cambiano perché una di queste persone, va in tilt con i protagonisti che si rifugiano spesso nelle loro solitudini. Allora bisogna saper uscire dal proprio mondo e volare via, come può fare un uccellino che scappa da una gabbia, prendere le distanze, andare oltre e osare se si vuol vivere ancora. Talvolta ci si riesce, altre volte no.  “A volte però, essere buoni è una specie di condanna e non una scelta. In realtà, sopprimi dentro la voglia di spaccare tutto, di urlare quel tuo disagio mascherandolo con la calma. Uno buono per davvero, arriva perfino a odiarla quella sua bontà”.

POESIA
 
Gabriella Castellini Zanella - Goccia a goccia
 
Antonio Messina - Il pianto dela nube

 

“TEA PASSION” MAURO MASETTI a cura di Maria Marchese

“TEA PASSION”
(63 x48, tecnica mista) MAURO MASETTI

“Le migliori foglie di tè devono piegarsi come stivali di cuoio dei cavalieri tartari, arricciarsi come le corna di un bue potente, schiudersi come la nebbia che sale da un burrone, scintillare come un lago sfiorato dallo zefiro ed essere umide e molli come terra bagnata dalla pioggia” . (Lu Yu)

Con l’opera “TEA PASSION” , Mauro Masetti apre uno stato contemplativo plastico, ove il conflitto tra sensi e spirito si annulla nella ricercatezza e nel simbolismo del brano materico/cromatico da lui stesso elevato.
Gli elementi della tela, a partire dal titolo stesso, giacciono entro una condizione di dualità: il tè rappresenta una ritualità che addova il proprio nucleo nel flemma e nella tradizione levantina, mentre il termine “passion” si realizza in un’attuale e ardita lenezza.
L’utilizzo, da parte dell’esteta romagnolo, di materiali frugali (iuta, gesso, legno, stucco) rende tangibile, tra le palme dell’osservatore, una pagina aromatica, peraltro ben effigiata dalla citazione iniziale, saporosa di terra e natura.
La realizzazione tonale, invece, ne sprigiona un eloquio mistico/intellettivo in grado di convogliare le energie dello spettatore nell’ineffabile sensatezza del viaggio interiore: un procedere dell’individuo nella levità del verso riposto, costituito da passi, però, precipui e incisivi.
Mauro Masetti ha compiuto una notevole ricerca cromatica, traslata entro le vibrazioni di un colore, il verde, che involve la coniuctio tra la feconda, illuminata irrequietezza intellettiva del giallo e la pacata, intima bonaccia del blu.
L’esteta esprime poi, nel costrutto artistico, dei diastemi intimi e misteriosi che, nella discrezione del nero, contribuiscono a donare equilibrio e riservatezza a chi si muove addentro il pensiero da lui effigiato.

“Il tè è un’opera d’arte, e solo la mano di un maestro può renderne manifeste le qualità” . (Okakura Kakuzo)
“Tea passion” possiede la forza intrinseca di un linguaggio empirico e, nel contempo, immateriale in grado di far dono all’astante di un informale poetico di spessore e d’autore.
Mauro Masetti si distingue quindi come capace autore, le cui opere sono meritevoli di attenzione nell’ambito dell’attuale panorama artistico.

Maria Marchese

16 giugno 2020

TALI I PADRI – TALI I FIGLI di Vincenzo Capodiferro a cura di Miriam Ballerini


TALI I PADRI – TALI I FIGLI saggio psicodinamico sulla paternità di Vincenzo Capodiferro
© 2020 Editrice GDS
Pag. 42 Formato kindle € 2,99

L'autore è un professore di filosofia e, al suo attivo, ha diversi saggi.
Quest'ultimo nato è un saggio che volge un occhio attento alla figura paterna. Dalla dedica all'inizio del libro, rivolta a suo figlio, comprendiamo quale sia stata la molla che ha scatenato il desiderio di scrivere queste pagine.
È un saggio complesso, piuttosto tosto da seguire, non certo una lettura di svago. L'autore ha fatto un excursus fra filosofia: letteratura, religione e psichiatria.
Il famoso detto “tale padre, tale figlio”, sta a significare che, solitamente, si assomiglia caratterialmente a chi ci ha cresciuti.
Ecco cosa ha messo in campo l'autore per argomentare come la figura paterna sia poco presente.
Questo piccolo saggio intende rivalutare la figura paterna, troppo trascurata dalle scuole psicologiche. La madre è tutto!”
Questo è dimostrato da Freud, per il quale il complesso di Edipo è incentrato sull'incestuoso rapporto che il bambino ha con la madre.
Viene anche ripreso dall'etologia, ad esempio l'imprinting studiato da Konrad Lorenz ci mostra come i cuccioli seguano l'esempio della madre.
E così via, passando da Platone, Schopenhauer, Leopardi, ecc.
Sant'Agostino ci spiega che la personalità dell'essere umano è triplice: “Queste tre cose, memoria, intelligenza, volontà, poiché non sono tre vite, ma una sola vita, né tre menti, ma una sola mente, non sono assolutamente tre sostanze, ma una sola sostanza”. Noi siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio.
Al momento della nascita di un bambino, il rapporto che lo lega con la madre è unico: “Il rapporto madre-figlio è biologicamente indispensabile ed inevitabile. Ciò crea un rapporto di forte dipendenza da entrambi i lati: dal lato genitoriale come complesso di salvazione e da quello filiale come bisogno di sopravvivenza. Questo vale in tutte le specie animali, ed anche vegetali, cioè nelle specie viventi in generali. Gli elementi primari della funzione materna sono il soddisfacimento dei bisogni elementari”.
Quello il ruolo della madre, e il padre?: “Se la funzione materna presiede al piacere compensativo, o biologico, quella paterna presiede necessariamente a quello sessuale, o erotico. La funzione paterna si determina nella dimensione della sessualità. Solo in rapporto a questa è sostenibile la distinzione delle funzioni paterna e materna. È chiaro che in una visione ove la dimensione sessuale viene a perdere di importanza a favore di una promiscuità, o ambivalenza27, la funzione paterna non ha più importanza. Eppure in natura non è così: la dimensione sessuale è necessaria alla propagazione della specie. Se non fosse così importante per la Natura madre questo aspetto, ella avrebbe creato degli ermafroditi, capaci di riproduzione, come forse era in origine”.
Capodiferro spiega argomentandolo il complesso di Edipo, quindi tutte le varianti psicologiche che si susseguono dalla nascita ai primi anni di vita del bambino.
L'autore prosegue dimostrando come, la sana crescita dell'individuo, avvenga all'interno della famiglia, questo gruppo prezioso che, al giorno d'oggi, sta scomparendo.
Il rapporto materno è prima di tutto rapporto narcisistico della madre con sé stessa. La madre ama se stessa nel bambino. In effetti è un rapporto a due che può svilupparsi non però senza l’intervento paterno: però mentre la madre ama sempre il figlio non amando necessariamente il marito, il padre ama il figlio solo amando la madre. Il rapporto trinitario è fondamentale. L’esistenza delle ragazze madri conferma che spesso l’assenza paterna crea non pochi problemi. Tutto dipende dalla vocazione paterna o materna. Vi deve essere una vocazione genitoriale alla base. La famiglia, il matrimonio è vocazione, è chiamata, dunque risposta, responsabilità e responsività. Questo vale per la famiglia naturale che dai secoli dei secoli rende integre le società, ma anche per la famiglia atipica che viene a svilupparsi oggi. Altri tipi di società corrotte, come Sodoma e Gomorra hanno fatto la fine che si meritano. Questa società farà altrettanto la fine che si merita, senza famiglia. Una società senza padri ha generato un’altra società: quella senza figli!”
Continuando nella lettura troviamo due esempi letterari che trattano della madre: GIACOMO ED ADELAIDE L’interpretazione della Natura leopardiana come personificazione della madre e SCHOPENHAUER E MAMMA VOLONTÀ Come le madri rovinano i figli …
Come potete vedere il materiale su cui riflettere non manca. Certo, non vi dirò che è un testo leggero e che si legge tutto d'un fiato; ma ritengo possa essere apprezzato indubbiamente dai cultori del genere, dagli studenti e anche da chi, con un poco d'impegno, voglia addentrarsi in questa ricerca della figura paterna.

© Miriam Ballerini


Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica