31 marzo 2017

Siamo tutti terroni di qualcuno di Pasquale Vergottini


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Si ringraziano Pasquale Vergottini e la redazione del Naso di Appiano Gentile per la gentile
concessione all'uso dell'articolo.

30 marzo 2017

A SUD DI NESSUN NORD di Charles Bukowski recensito da Miriam Ballerini


A SUD DI NESSUN NORD                   di Charles Bukowski
© 1973 C. Bukowski 2016 © Teadue
ISBN 978-88-502-1926-1   Pag. 219  € 8,50


“Come può dirvi chiunque, non sono un tipo gradevole: non so nemmeno cosa vuol dire. Ho sempre ammirato i cattivi, i fuorilegge, i figli di puttana. Non mi piacciono gli uomini perfettamente rasati, con la cravatta e un buon lavoro. Mi piacciono gli uomini disperati, con i denti rotti, il cervello a pezzi e una vita che fa schifo. Sono loro che mi interessano. Sono pieni di sorprese. Ho anche un debole per le donnacce, quelle che si ubriacano e bestemmiano, che hanno le calze molli e il trucco sbavato. Mi interessano di più i pervertiti che i santi. Mi rilasso con gli scoppiati perché anche io sono uno scoppiato. Non mi vanno le leggi, la morale, le religioni, le regole. Non mi va di essere plasmato dalla società”.
Prendendo spunto da questa frase contenuta in uno dei racconti che compongono questo libro, possiamo farci un’idea chiara del modo di scrivere di Bukowski. I suoi personaggi sono gli ultimi, davvero la feccia della società: prostitute, ubriaconi, giocatori incalliti. E ancora assassini, ladri, falliti. Li troviamo infilati in racconti brevi, a volte assurdi, altre volte splendidi. Non tutte le storie piacciono, alcune sono scritte da una mente assolutamente annebbiata che ha iniziato scrivendo qualcosa di logico, per poi finire per perdersi e andare altrove. Si sa, Bukowski è uno scrittore che è sempre stato sopra le righe, sincero,  spudorato.
In molti dei 28 racconti che compongono questa raccolta, troviamo Chinaski, il suo alter ego.
Mi piace molto il titolo, mi offre questa panoramica desolata sui suoi personaggi. Il sud visto come la parte povera del mondo, dell’uomo, che nemmeno ha come punto di riferimento un nord che offra più possibilità.
Leggere Bukowski è affondare in un abisso dove la realtà è talmente esposta da ferire. Troviamo frasi estremamente scandalose: “Mi piaceva che Vicky fosse felice. Meritava di esserlo. Mi alzai e andai al cesso dove mi feci una bella cacata”.
Alternate ad altre che lasciano il segno: “Non c'è da meravigliarsi che gli uomini si rivolgano agli dèi. È molto duro affrontare le cose direttamente da soli.” 
Troviamo i personaggi sempre in luoghi scuri: camere da letto, posti sporchi, letti consumati. Il tutto è costruito per dare questo senso di abbandono e di mancanza di speranza. Il personaggio più ricorrente è quello dello scrittore fallito, quello che non riesce più a scrivere, se non quando è ubriaco marcio e le parole trasudano sfuggendo dalla sua vita buttata via.

© Miriam Ballerini


29 marzo 2017

"Angelo SenzaDio" di Carmelo Musumeci

Il 20 Marzo è uscito Angelo SenzaDio, l'ultimo libro di Carmelo Musumeci.
 
Tra romanzo e realtà, tra carcere e amicizia,
il racconto di un incontro che ha cambiato due vite.
 
Prefazione di Agnese Moro.
 
 

Prodotto e distribuito da Amazon


Scrive sempre bene Carmelo Musumeci, con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore,  rabbia, e speranze deluse. Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. Per i suoi cari – che ben lo ricambiano - e per una vita che si vorrebbe potesse essere, per lui per la prima volta, colma di affetti e di serenità. Da poter vivere pienamente.
Una prospettiva, nel suo caso, per ora purtroppo ben lontana dal poter essere realizzata, per il fatto che Carmelo sta scontando una condanna all’ergastolo, pena che ferisce i nostri valori costituzionali, che anelano al recupero e al reinserimento del colpevole.
La storia che Carmelo ci racconta in questo bel libro “Angelo SenzaDio” ci aiuta a capire quanto sia assurda una concezione della pena che non voglia cogliere il cambiamento della persona. Carmelo, infatti, ci racconta la storia di una rinascita. E di una amicizia. Intimamente legate l’una all’altra. In una vita difficile, giocata sul filo della rabbia e della disillusione, della solitudine e dell’abbandono, in un giorno qualsiasi, si infila nella vita di Lorenzo, il SenzaDio - il nostro protagonista - una nuova presenza. È il termine giusto “si infila”: senza presentazioni, preavvisi, orpelli, trombe, nel cuore di Lorenzo viene a trovarsi un angelo. È un angelo abbastanza strano, per la verità, un po’ amorevole e un po’ guerriero. Rompe la sua solitudine e lo aiuta, spesso con un trattamento forte, a ritrovare un se stesso fin lì dormiente. All’Angelo importa solo di lui, del suo benessere, della sua incolumità, e glielo fa capire in molti modi. Non cerca di redimerlo, non è preoccupato per la sua anima. Forse sa che appena si torna ad amare liberamente il cambiamento è già avvenuto.
L’amicizia è un’esperienza che il SenzaDio non ha mai fatto prima, e il sentimento principale di Lorenzo di fronte all’Angelo, quello che ci fa intuire la drammaticità della sua situazione precedente, è proprio lo stupore di non essere più solo. È un fatto del tutto nuovo per lui, che lo spiazza, lo smuove, lo lascia indifeso e predisposto a sopportare di provare anche sentimenti positivi nei confronti delle persone. Una situazione inedita che porterà Lorenzo a fare scelte generose e estreme; scelte fino a poco prima impensabili.
È un bellissimo racconto, pieno di profonda e struggente umanità. È anche un modo poetico di descrivere la nascita di un’amicizia per quello che questa significa soprattutto per il cuore di chi non avrebbe osato sperare di trovarla mai, e tantomeno nel carcere che ruba, a chi lo vive, anche i sogni.
Ma nel “Angelo SenzaDio” c’è anche qualcosa d’altro. Perché ci parla della possibilità di cambiare che ogni essere umano ha dentro di sé. E di quanto sia importante non essere mai lasciati soli. Con un linguaggio tanto poetico, e a tratti davvero struggente, Carmelo ci racconta la storia di un’anima. Che può essere la sua, quella di altri, o di noi che leggiamo, quando, grazie all’affetto e alla fiducia di qualcuno, riusciamo di nuovo a parlare con noi stessi, lasciando una strada sbagliata e dando invece voce alla nostra più profonda umanità, che aspira sempre a cose belle e grandi.
La capacità delle persone di cambiare è un tema fondamentale - direi cruciale - dal punto di vista umano, ma anche da quello politico e sociale. Riguarda il modo, ottimistico o pessimistico, che abbiamo di vedere noi stessi, gli altri, la vita e la storia. Se gli uomini non possono cambiare, superando egoismo, violenza, e quanto altro di negativo abita il nostro cuore, anche la storia umana è condannata a restare sempre uguale a se stessa, in una continua lotta per la sopraffazione degli uni su gli altri. Molti vedono il mondo e la vita così; e gli sfugge il nuovo che avanza, mancando di speranza e di coraggio. Per loro il mondo è sempre ugualmente triste e condannato.
Il nostro atteggiamento di fronte alla possibilità o meno di cambiare delle persone – e della storia – definisce anche la nostra vicinanza o la nostra lontananza dalla nostra Costituzione. Nata dalla speranza e dalla volontà di tanti italiani di vivere in modo diverso e degno dopo gli anni buissimi del fascismo, della guerra, della odiosa occupazione nazista, delle deportazioni nei campi di sterminio, delle bombe, delle delazioni, delle torture, della povertà, della fame, della ingiustizia e della paura. Tragedie da ricordare, ma anche da superare costruendo una nuova Italia. Ed era tanto difficile farlo.
Personalmente sono molto grata a Carmelo, perché con i suoi libri, con la sua vita e con le sue battaglie mi ha insegnato qualcosa di veramente importante per me. Tante persone che come me hanno subito gli effetti di gesti violenti descrivono la propria situazione come un ergastolo. Carmelo mi ha insegnato a capire che questa frase non è vera.  E a vedere le risorse che abbiamo a disposizione per tornare a vivere. Certo, il dolore non passa; il passato rischia di essere sempre presente; l’esistenza non potrà più in nessun caso essere quella di prima. Ma abbiamo tante risorse delle quali poter usufruire per sopportare questa condizione. Carmelo non può farlo, ma io posso andare a trovare persone che amo e che mi amano. Posso viaggiare. Posso telefonare, scrivere una mail e avere subito una risposta. Posso godere uno spettacolo della natura che con la sua bellezza mi faccia sentire parte di un tutto speciale. Posso fare una passeggiata, andare al cinema, mangiare qualcosa di buono. Andare in chiesa; andare in libreria e comperare un libro. Guardare le vetrine. Posso abbracciare i miei figli quando voglio, sempre che loro siano d’accordo, e comunque sentire in ogni momento la loro voce. Posso rilasciare un’intervista, partecipare a una manifestazione, votare. Posso stare nel vento, fare un bagno in mare. Dormire e mangiare quando voglio. Stare da sola. Andare a messa. Fare progetti. E attuarli.
L’ergastolo, e soprattutto quello ostativo, significa, invece, non poter fare mai queste cose. È la parola ”mai” quella fondamentale. Insormontabile. Eppure Carmelo Musumeci ci insegna con la sua vita e con questo libro che anche da questo terribile e disumano “mai” possono nascere fiori, poesia, amore per la vita e per gli uomini. Magari grazie ad un angelo che risveglia tutto il buono che c’è dentro ognuno di noi e che attende con ansia una parola o una carezza per poter sbocciare. Sta a noi, se siamo saggi, raccogliere questo nuovo che nasce e consentirgli di vivere pienamente.

Agnese Moro

26 marzo 2017

Intervista a Mariangela Castelli - Nicoletta Betti Grisoni a cura di Miriam Ballerini

UNA PERFETTA BILANCIA A DUE PIATTI

Oggi vorrei parlarvi di due donne,due figure professionali, che hanno deciso a un certo punto della loro vita di fare entrare la recitazione e la lettura ad alta voce nelle loro vite.
Mariangela Castelli, che conosco personalmente da anni, fin da quando era all’inizio della sua carriera artistica. Negli anni ne ho potuto apprezzare la professionalità, l’impegno e la costanza. Tutti elementi che l’ hanno portata presto a evolversi, migliorando le proprie performance, tanto da essere sempre più nel proprio elemento quando si affaccia da un palcoscenico.
Nicoletta Betti Grisoni, che ho avuto modo di incontrare solo in un paio di occasioni, ma che fin da subito mi ha colpita, inchiodandomi alla poltrona, mentre ascoltavo la sua voce profonda che sa farsi strada fra le righe dei testi, dando voce e anima alle poesie.
Comincerei a presentarvi Mariangela Castelli, che muove i primi passi  frequentando dal 2000 al 2004, presso la sede del teatro “ Città Murata” di Como, i corsi base di formazione teatrale. Con l’ attore e regista Marco Ballerini, ha partecipato a dei corsi di dizione , lettura espressiva e teatro a leggio.  In seguito ha seguito alcuni stage di approfondimento sulla creazione del personaggio e il significato della parola con gli attori e registi di teatro Antonio Zanoletti e Antonio Grazioli e un laboratorio sul linguaggio “Grammelot” con l’ attore e regista Giuseppe Adduci e Claudia fontana. Ecco che la “malattia” della recitazione attecchisce, tanto che con un gruppo di attrici, nel 2002 fonda la compagnia teatrale “ Quelli delle Ventuno” in seguito rinominata nel 2006 “ Ubriachi di Parole” e regolarmente iscritta alla FITA ( Federazione Italiana Teatro Amatoriale), portando in scena: commedie, drammi, tragedie , teatro dell’ assurdo e teatro a leggio . Ama tanto recitare, quanto leggere e, dal 2011, diventa “donatrice di voce” e registra libri per il “ Lions Club” di Verbania, Servizio del Libro Parlato Robert Hollman per i ciechi d’ Italia. A questo punto, nel 2016, lascia il teatro, il calpestio del palcoscenico per dedicarsi alla lettura espressiva. Comincia a frequentare Nicoletta Betti Grisoni, con la quale ha iniziato una collaborazione.
Le due donne, le loro esperienze, si amalgamano, formando una coppia professionale che si esprime in simbiosi, ognuna con la propria tecnica, ma che crea una perfetta bilancia a due piatti.
Prima di proporvi la loro intervista, conosciamo meglio la Grisoni, la quale considera la lettura un'arte straordinaria. Leggere a voce alta le permette di far provare all'ascoltatore emozioni forti e di liberare la fantasia, spesso dimenticata, che è presente in ognuno di noi. La lettura è per lei come il canto: ogni parola si trasforma in un suono che crea immagini. Dopo studi classici, la laurea in farmacia, il corso di formazione per consulenti familiari e una lunga esperienza professionale in questi ambiti, ha deciso di dedicarsi completamente a quest'arte. Ha studiato le varie tecniche di lettura e dizione con l'attore Stefano Dragone, il regista Gianni Musa, le insegnanti di musica Maria Fonticoli Terraneo e Lietta Cino. A sua volta insegna lettura espressiva. È stata docente del corso "Vedere attraverso la Voce", organizzato dall'Unione Ciechi e Ipovedenti di Como per i Donatori di voce che registrano gli audiolibri.  Da tempo e con grande passione, Nicoletta Betti Grisoni porta in pubblico grandi autori contemporanei e del passato. Ha tenuto le sue letture in diverse città come Varsavia, Venezia, Milano, Bergamo, Laglio ( Lago di Como), Montebelluna ( TV ), Genestrerio (Svizzera) e soprattutto a Como, dove collabora con il gruppo artistico Animus Anima per realizzare performance che mixano la sua voce con la musica e con le opere che le pittrici creano appositamente ispirandosi all'autore che viene proposto come lettura.  Sempre a Como collabora con il gruppo artistico Quartodecimo e per loro ha anche rappresentato l'Anima parlante di una installazione d'avanguardia raffigurante la Poesia. Ha tenuto numerose letture al Teatro dell'Associazione Carducci di Como, una delle più antiche istituzioni culturali del territorio.  Ha proposto al pubblico, in diversi contesti, le poesie di Eraclito, Giovanni Pascoli, Giacomo Leopardi, Gabriele D'Annunzio, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Camillo Sbarbaro, Jacques Prévert... I Premi Nobel Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Wislawa Szymborska e grandi autori di prosa e teatro come Italo Calvino, Anton Čechov, Lev Tolstoj...  Nell'ottobre del 2015, a Varsavia, invitata dall'Accademia delle Scienze, nell'ambito dell'inaugurazione della mostra Specula dedicata alla due volte Premio Nobel Maria Sklodowska-Curie è stata la prima donna italiana che ha letto, in italiano, le liriche della loro amatissima poetessa, nonché Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, Wislawa Szymborska.  A volte si trasforma da lettrice di poesie in Signora del Giallo e, a Como, ha portato sul palcoscenico per la rassegna Teatro in Primo Piano con la regia di Gianni Musa, letture noir liberamente tratte da John Dickson Carr, Will F. Jenkins e Pauline C. Smith.  È la voce ufficiale di tre poeti contemporanei, Danilo Perico, Stefano Maesani e Lodovico Boncinelli e dello scrittore Massimo Bergamasco.
Dopo aver letto quanto impegno e dedizione hanno portato queste due professioniste a raggiungere l’eccellenza, seppur sempre con quella voglia di crescere ancora, indispensabile a un artista se vuole davvero realizzarsi come tale, facciamo loro alcune domande:

MARIANGELA CASTELLI:

-Quando è nata in te la passione per il teatro?
La mia passione è nata quando, per la prima volta, ho messo piede su un palco davanti a un pubblico. E’ stato un colpo di fulmine che si è trasformato via via in amore e che continua tutt’ora.
-Per te cos’è la recitazione?
Per me recitare non è solo una passione, è un piacere, che richiede però studio, impegno, lavoro e anche salute. Significa provare e riprovare per dare vita ai miei personaggi, aprendo la valigia delle mie esperienze.
-A un certo punto della tua carriera hai deciso di smettere di recitare, dandoti completamente alla lettura. Perché?
Ho lasciato la recitazione perché in questo momento mi sento più in sintonia con il mondo della lettura, un mondo che sto scoprendo grazie a Nicoletta e che non è affatto facile, ma è molto affascinante.
-Quali le differenze fra un’arte e l’altra? Quali le difficoltà, le soddisfazioni?
Le differenze ci sono, quando recito uso non solo la voce, ma anche il corpo e il movimento. Quando leggo devo trasmettere emozioni attraverso le sole parole, i gesti moderati e la voce modulata. Le difficoltà e le soddisfazioni sono presenti in tutte e due le arti: le difficoltà stanno nell’impegno costante, nello studio , nella ricerca di attenzione da parte di enti e associazioni, sempre sperando ci diano fiducia e credano nella validità delle nostre proposte. Le soddisfazioni le abbiamo attraverso il pubblico che è il nostro barometro. A volte non sono gli applausi a decretare un successo, ma il silenzio attento e partecipe della gente che ascolta e si emoziona.
-Quali i tuoi progetti per il futuro?
Continuare l’esperienza artistica e migliorare sempre, sino a quando, centenaria, mi siederò in platea e potrò finalmente godermi uno spettacolo. Scherzi a parte ci sono tanti progetti da vagliare assieme a Nicoletta, ma per scaramanzia, per ora, non diremo nulla. Saranno sicuramente delle sorprese interessanti. Aver formato con Nicoletta una coppia artistica piace al pubblico in quanto le nostre differenze interpretative si sono rivelate armoniche e piacevoli all’ ascolto, durante le nostre letture in pubblico. Vedremo di trovare nuove formule per rendere i nostri reading originali, validi e unici.

-Quale domanda che non ti ho fatto vorresti ti fosse rivolta? Scrivila tu e rispondi!
Domanda di rito: “A quale artista di successo vorresti ispirarti?”
Ci sono tanti bravissimi artisti che meritano applausi veri. Ognuno di loro insegna e regala qualcosa di unico, quindi per non far torto a nessuno sceglierei… Mariangela, con tutti i suoi difetti e le sue virtù. Con la sua determinazione e costanza a far sempre meglio per sé stessa e per il pubblico. Troppo spesso, purtroppo, l’arte è considerata semplicemente e solo un hobby. Chi non capisce che il  talento va alimentato con lo studio ,la preparazione , la costanza, il lavoro è un perdente in partenza. Anche l’ umiltà aiuta a capire i propri limiti e a raggiungere gli obiettivi importanti a piccoli passi sicuri. Ecco, Mariangela spera di riuscire in questo intento.

NICOLETTA BETTI GRISONI

-Da farmacista a lettrice, quando nella tua vita subentra questo profondo cambiamento?
Ciao Miriam, penso che tu abbia capito che la lettura, un'arte straordinaria, è per me un mezzo per poter "curare" l'animo delle persone. La vita è così veloce, ci chiede continuamente qualcosa, è spesso superficiale e le nostre emozioni vengono nascoste e sepolte. Ho seguito per molto tempo le persone con i farmaci, adesso cerco di aiutarle portando le bellissime parole che i grandi autori ci hanno regalato. E intreccio nei miei eventi, i grandi autori del passato con poeti contemporanei perché la poesia è sempre esistita, esiste e continua a regalarci emozioni.
-Parlando di Wislawa Szymborska t’illumini! Come hai conosciuto le poesie del premio nobel?
Mi venne regalato un suo libro da una carissima amica per il mio compleanno...e nacque un amore a prima vista... così grande da poter avere l'onore di essere la prima donna italiana a portarla, nella nostra straordinaria lingua, all'Accademia delle Scienze di Varsavia. 
-Quali i tuoi progetti per il futuro?
Ho tante idee particolari per il futuro, e mi destreggio tra le difficoltà di portare quest'arte antica, che richiede passione, studio e tanta fatica, ad un pubblico sempre più ampio e le soddisfazioni che ti regalano ogni volta le persone che vengono ad ascoltare. Da poco tempo ho coinvolto Mariangela in questa avventura...Credo che si divertirà molto...Per ora studia e si impegna con una tenacia e una determinazione davvero ammirevole!!
-Quale domanda che non ti ho fatto vorresti ti fosse rivolta? Scrivila tu e rispondi!
La domanda che mi porrei è perché leggo nel modo piuttosto particolare che anche tu hai potuto ascoltare. La risposta è perché io non sono lì dietro al mio amato leggio per far vedere che "so leggere", ma per dialogare e coinvolgere il pubblico raccontando loro le storie di vita di altre persone che "voce" non hanno più.
Io ho avuto la fortuna di assistere alle loro performance, create ad arte, miscelando poesia a testi di prosa; portando quelle piccole informazioni che, magari, i più non sanno su questo o un altro artista. Dalla mia poltroncina ho ascoltato attentamente la voce ferma di Mariangela, che sale e scende la scala delle tonalità, per esprimere ora un concetto serio, un momento dopo un aspetto audace o divertente. Sull’altro piatto della nostra bilancia virtuale, ho poi ascoltato Nicoletta, leggere poesie d’altri tempi, ricamandole nell’aria con la sua voce che va solo sentita per apprenderne appieno le potenzialità.
Per info e contatti: Nicoletta Betti Grisoni vascello23@gmail.com

© Miriam Ballerini














20 marzo 2017

Tutti gli animali sono esseri senzienti





ECCO  IL VIDEO  CURATO DA STEFANIA SARSINI "TUTTI GLI ANIMALI SONO ESSERI SENZIENTI",
PROIETTATO IN OCCASIONE DEL " PRIMO CONVEGNO ITALIANO ANTISPECISTA" CHE SI E' SVOLTO A FIRENZE ,IN PALAZZO VECCHIO.

16 marzo 2017

I 60 ANNI DEI TRATTATI DI ROMA, QUALE FUTURO PER L’EUROPA? di Antonio Laurenzano

I 60 ANNI DEI TRATTATI DI ROMA, QUALE FUTURO PER L’EUROPA?
di Antonio Laurenzano

Quale futuro disegnare per l’Europa? Come affrontare le sfide della sicurezza, dello sviluppo e dell’integrazione? Se ne parlerà a Roma il prossimo 25 marzo al vertice europeo convocato in Campidoglio per celebrare i 60 anni dei Trattati istitutivi del mercato comune (CEE) e dell’Euratom, punto di partenza di un’Europa unita nel segno della pace e del progresso dopo i lutti e le distruzioni della guerra. Un difficile banco di prova attende l’Unione a 27 a pochi mesi dalla prima storica secessione, quella britannica. Per Capi di Stato e di governo si tratta di decidere la strada da percorrere per rilanciare con spirito unitario il processo della costruzione politica europea.
A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, il futuro dell’Europa appare incerto e denso di incognite a causa del fallimento della politica comunitaria sugli squilibri macroeconomici interni. La crisi del 2008 ha messo a nudo le divergenze economico-finanziarie di una Unione molto più sensibile alle sirene della finanza internazionale che all’economia reale e agli interessi dei cittadini, favorendo così i detrattori della europeizzazione che nel diffuso disagio sociale hanno seminato insicurezze e paure. Un’Europa economicamente divisa per la mancanza di una convergenza sui grandi temi della crescita e dello sviluppo. Parte da questa fragilità istituzionale l’euroscetticismo, il malessere, il rifiuto verso un mondo aperto, la protesta contro l’establishment. E la vittoria di Brexit è significativa! Si brancola da tempo in un inquietante immobilismo che, alimentato da egoismi nazionali e da protagonismi economici, rende incerta la mission dell’Europa quale fattore di stabilità e risposta alle derive nazionaliste (Francia,Olanda).
E sono concreti i rischi di una destabilizzazione europea. Ne è ben consapevole la Commissione europea che, per il Consiglio europeo del 25 marzo, ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa”, riflessioni e scenari per l’Ue a 27, per sollecitare i governi a rafforzare il legame nazionale al progetto comunitario. Il Presidente Junker ha avvertito che senza un rilancio dell’Unione il progetto europeo è destinato a naufragare miseramente e con esso il sogno dei Padri fondatori “per un’ Europa libera e unita” (Altiero Spinelli). Il documento, che sarà discusso a Roma, illustra cinque diversi scenari sulla prospettiva dell’Unione per rendere meno confusa la visione futura dell’Europa. Ma non poche riserve hanno finora accompagnato il Libro bianco della Ce per il suo “modesto e confuso contributo alla discussione sui problemi di fondo dell’Unione”. Manca una seria riflessione politica sulle cause della crisi europea la cui soluzione è affidata a “scenari” di dubbia valenza. Tante ambiguità, poche certezze!

Lo scenario 3, raccomandato dalla Commissione europea, propone una integrazione variabile: “chi vuole di più fa di più”. E’ “l’Europa a più velocità, l’Europa delle cooperazioni rafforzate” per chi vuole avanzare più rapidamente in settori specifici (difesa?) verso una maggiore integrazione. Una strategia però difficilmente perseguibile perché parte dal presupposto che l’obiettivo ultimo dell’integrazione, cioè “un’Unione sempre più stretta”, sia lo stesso per tutti in Paesi membri. In realtà, in Europa ci sono diverse anime e diverse sono le direttrici di marcia: I Paesi scandinavi e quelli dell’Est europeo perseguono un’integrazione esclusivamente economica, preservando la loro sovranità nazionale e ostacolando ogni processo d’integrazione politica che resta invece l’obiettivo di un gruppo di Stati dell’Europa occidentale continentale. E allora perché ipotizzare una comune (improbabile) direzione? Perché favorire una frammentazione dell’Unione che legittimerebbe scelte nazionali, senza vincoli comunitari? I soliti compromessi al ribasso che rischiano di rendere ancor più precario il quadro comunitario con istituzioni allo sbaraglio. Sarebbe forse più realistico il recupero dell’idea dell’Unione federale, abbandonando sia quella della organizzazione internazionale che dello Stato parlamentare seppure federale. Individuare cioè le politiche da condividere in un’Unione federale, separandole da quelle che dovranno rimanere a livello nazionale. Basta con parole e proclami! Rilanciare con coraggio l’ideale europeo prima del suo inesorabile declino. E la celebrazione a Roma dei 60 Anni dei Trattati può essere l’occasione per rivitalizzare lo spirito di quel lontano marzo 1957 e affermare un’ Europa rinnovata nella sua identità e nei suoi valori fondanti. Un’occasione da non perdere!

Crypto di Dan Brown recensito da Miriam Ballerini

 CRYPTO               di Dan Brown

© 1998 by Dan Brown   © 2006 Arnoldo Mondadori Editore
ISBN 978-88-04-56981-7
Pag. 535   € 6,00

Brown ha un modo di scrivere, a mio parere, convincente. Semplice, veloce, che trascina
il lettore di pagina in pagina, incuriosendolo e facendogli provare emozioni forti quale la
suspense richiede.
Crypto  come La verità del ghiaccio, è un techno-thriller e, come scrive Il Giornale “ gli ingredienti ci sono tutti: violenza, passo veloce, false identità. Una storia che cattura fin dalle prime pagine”.
Susan Fletcher è una crittologa della NSA (National Security Agency), di Washington. Cioè dove passano milioni di codici segreti da tradurre per poter difendere la nazione.
Da qualche anno l’NSA si è dotato di un super computer che in pochi attimi riesce a decrittare qualsiasi codice.
Ma, una domenica, il comandante Strathmore chiama d’urgenza la sua collaboratrice: il super computer sono circa 16 ore che è fermo sullo stesso codice.
Da qui il romanzo prosegue a brani, ogni personaggio viene descritto un poco per volta, introdotto
nella pagina. Ora uno ora l’altro compiono una parte delle loro azioni, fino a che tutti sono coinvolti
nella vicenda e hanno dato il proprio apporto alla trama.
Brown usa un metodo di scrittura incompleto, cioè, ad ogni fine capitolo, capitoli che sono peraltro brevissimi, lascia qualcosa d’incompleto che non verrà ripreso subito dopo, ma magari due o tre capitoli dopo. E questo invoglia il lettore a proseguire, a capire, a vedere cosa succederà più in là.
In Crypto  non tutti sono chi dicono di essere; segreti, menzogne, coperture si mescolano fra di loro
fino all’ultima pagina.
Certo è che tutti sono contro Ensei Tankado il responsabile della distruzione del super computer.
Una corsa contro al tempo per salvare i dati segreti della nazione.
Per gli amanti del genere un romanzo appassionante e che, come ormai è noto essere nello stile di Dan Brown, porta a conoscenza di apparati governativi sconosciuti ai più.

© Miriam Ballerini

15 marzo 2017

IMMAGINE CONVESSA – POESIE a cura di Vincenzo Capodiferro

IMMAGINE CONVESSA – POESIE
Una raccolta che si spiana tra le spine che attorcigliano il cuore del Sud

L’Italia può essere immaginata come una persona, di cui il Nord è la testa, le Alpi sono i capelli, il centro è il cuore, il sud sono le viscere, la Calabria e la Puglia sono le gambe e i piedi. I versi di Vincenzo D’Alessio, come al solito sono pungenti e diritti, colpiscono al centro. Ma il centro, il cuore, è legato al Sud, al basso, più che al cervello. Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra nel 1950. Si è laureato in Lettere all’Università di Salerno. È stato grande promotore culturale: basti pensare a proposito al Premio Città di Solofra ed al Gruppo Culturale “Francesco Guarini”. Ha pubblicato saggi di storia, archeologia e diverse raccolte poetiche, tra cui segnaliamo La valigia del meridionale ed altri viaggi (Fara 2012, più volte ristampata). Io debbo ringraziare Vincenzo per avermi, in questa ultima raccolta, Immagine convessa. Poesie edita da Fara, Rimini 2017, dedicato una bella poesia. Ha ricordato anche le maestre, - nostre care - Ida e Teresa. Sono Ida Iannella e Teresa Armenti, le nostre maestre che ci hanno seguito nella formazione nella Scuola Media Ciro Fontana. È il pensiero di un padre, di chi per noi è stato sempre una guida, un riferimento. Il circolo dei poeti Irpini ci ha sempre ispirato. L’Irpinia e la Lucania sono state da sempre in fraterno abbraccio. Come scrive Anna Ruotolo di quest’opera: «Ciò che noi vediamo dell’occhio umano è una forma convessa: è questo movimento del gettarsi in alto – avanti, in un emiciclo che comprende e introietta tutto». Rileggiamo brevemente anche il giudizio di Teresa Armenti: «C’è tanta amarezza in questi versi, che riflettono la condizione dell’uomo oggi – umanità sfatta senza suono: i giovani che crollano dentro sogni vuoti, sono prigionieri delle nuove tecnologie e non riescono più a dialogare con la natura. L’autore trova conforto nei ricordi di un mondo contadino ormai scomparso». Sulla copertina si trova l’immagine di un giovane, Antonio D’Alessio, figlio di Vincenzo, scomparso prematuramente. È forse questa l’immagine convessa cui Vincenzo si riferisce! Non è facile capire l’amarezza del dolore della perdita: il tema del Sud si intreccia in questa terra della perdita. Non si può guardare il mondo più allo stesso modo: è difficile. Il dolore sconvolge la vista, l’immaginazione. E scrive ancora Alessandro Ramberti nella prefazione: «Ecco, in D’Alessio la poesia è dramma, mette in scena le condizioni del Sud e al contempo le contraddizioni di ciascuno di noi (perché in ciascuno c’è una parte violenta, un lato oscuro, il desiderio di imporsi, di disfarsi di quel che in noi e negli altri può ostacolare l’autoaffermazione …) …». Il tema centrale come sempre è il Sud, terra di magia, ma nello stesso tempo di disillusione – la magia intesa come facoltà illusoria – velo di Maya – terra di magia bianca, rossa e soprattutto nera. Per uscire dal marasma del Sud, colorato di modernità, ma ancestrale, Vincenzo si rifugia, come tanti altri intellettuali, nel mito dei contadini scomparsi, questi contadini tanto celebrati da Scotellaro e da Levi. Leggiamo i suoi versi: «Dio maledica/ la terra dove/ non si affrancano/ i contadini dall’ignoranza …». Ci sono solo quelli che sono rimasti: chi non se n’è andato. Pochi siamo meglio siamo: cantava Arbore. Eppure nei suoi versi si respira un’oasi di nostalgia, di romantica sensucht: il ricordo senza ritorno. Un uomo senza origini è perso. Ma siamo tutti figli di quei contadini spariti. «L’urlo della trebbiatrice» (p. 23) ci ricorda le poetiche di Palazzeschi, e perché no? Il pianto della scavatrice di Pasolini. «L’odore del grano» (p.32) è commovente. Ci fa ricordare i tempi antichi, quando anche noi andavamo a raccogliere i covoni dietro i mietitori. Una volta ricordo che mio zio Carmine mi portò a mietere riponendomi nel canestro dell’asino. Ma come possiamo dimenticare quel mondo dei contadini, in cui siamo cresciuti nella nostra infanzia? Di fronte a quest’ansia romantica dell’eterno non-ritorno si avverte l’angoscia, la disperazione, il pessimismo, la noia, l’abbandono. Il pessimismo cosmico d’alessiano è vicino al ciclo dei vinti di Verga. Lo inter-leggiamo nei suoi versi, ad esempio: «Nei piccoli paesi i gelsomini/ piangono dietro mura antiche/ l’edera rinnova il patto con le case/ l’erba cedrina profuma il teatro/ del tempo … ». o nel ricordo dei pastori: «Tornano i lupi/ sulle montagne/ ovili vuoti si cibano/ di miti, muoiono solitari/ nei boschi di faggi … ». Non deve farci scoraggiare questa immagine convessa. L’arte è espressione del vero, oltre che del bello, o del sentimento, di crociana memoria. L’arte si fa denuncia-annuncio. L’arte svela ciò che è nascosto. Ciò che è nascosto sarà gridato sui tetti. L’arte è vangelo, è buona novella, è alheteia: svelamento di ciò che era nascosto, dimenticato. Così questa immagine convessa diventa stimolo per il cambiamento. La poesia del D’Alessio d'altronde è votata alla prassi, proviene dalla letteratura del socialismo, dell’avanguardia: «”I miei compagni mi/ aspettano a Stalingrado!”». L’immagine che noi ci facciamo è l’Idea: da “Vid”, “video”, “videor”. L’immagine convessa è contraria di quella concava. Quella concava è accogliente onni-abbracciante, quella convessa è respingente, è come uno sperone che si scaglia sulla realtà. È una vista ostica, dura, che colpisce. Ma quel ciclo dei vinti verghiani si trasfigura poi, alla fine in un ciclo di vinti quasi manzoniani: Dio «parla al silenzio» (p. 65) e «ci consola/ della salita dopo la croce» (p. 66).


Vincenzo Capodiferro

03 marzo 2017

Conti pubblici : ultimatum dell’Ue di Antonio Laurenzano

Conti pubblici : ultimatum dell’Ue
di Antonio Laurenzano

Corsa ad ostacoli per i conti pubblici dopo l’ultimatum dell’Ue: manovra correttiva entro aprile o procedura d’infrazione. La Commissione europea è tornata a strigliare l’Italia e a chiedere al Governo Gentiloni di rispettare i parametri europei sul debito e di approvare urgenti misure di bilancio di almeno lo 0,2% del Pil per correggere il profondo rosso dei nostri conti. Perentorio il rapporto sul debito pubblico italiano presentato a Bruxelles: ridurre il deficit strutturale per evitare sanzioni per “squilibrio macroeconomico”, riconducibile al debito eccessivo e alla bassa competitività. Un rischio sui mercati che potrebbe penalizzare l’Italia in termini spread e interessi sul debito ben oltre la richiesta correzione dei conti.
L’esecutivo comunitario, pur riconoscendo al Belpaese qualche timido progresso nel modernizzare l’economia, punta il dito sui numerosi ritardi nell’adozione di riforme strutturali, accentuati anche dal precario quadro politico nazionale. Secondo la Commissione europea, infatti, in Italia permarrebbero ancora “importanti lacune, in particolare sulla concorrenza, la tassazione, la lotta alla corruzione e la riforma della contrattazione collettiva”. Dopo aver concesso, in deroga alle regole, 19 miliardi di flessibilità negli ultimi due anni ai quali si sommano altri 7 per il 2017 per il post-terremoto, la Commissione ha chiesto a Roma di rientrare almeno di 3,4 miliardi per invertire la dinamica del debito che supera il 132,5% del Pil, rispetto al 60% prescritto dai parametri di Maastricht. Uno scenario condizionato dalle debolezze strutturali del sistema Italia che continuano a frenare la capacità di crescere e di reagire agli shock economici, complicando il percorso verso la riduzione dell’elevato debito e il recupero di una maggiore presenza sui mercati.
Le regole comunitarie inserite nel Patto di bilancio europeo (“fiscal compact”) prevedono il pareggio di bilancio, il divieto di superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% e, in particolare, l’obbligo per i Paesi ad alto debito di ridurre l’indebitamento di un ventesimo all’anno. Se lo Stato disattende le raccomandazioni e continua a non ottemperare alla richiesta di rientrare nei parametri il Consiglio europeo, su proposta della Commissione, può decidere sanzioni economiche fino allo 0,2% del Pil per disavanzo eccessivo, fino allo 0,1% per gli squilibri macroeconomici. Per l’Italia nessuna alternativa: ridurre il deficit di bilancio dal 2,3 al 2,1% ed evitare il peggioramento della situazione finanziaria.
Dal Ministero dell’Economia Pier Carlo Padoan ha proposto a Bruxelles la correzione di bilancio con il Documento di economia e finanza da presentare in aprile. Sperando che non sia un altro capitolo del libro dei sogni, la manovra farà leva su nuove misure di contrasto all’evasione fiscale, sui tagli alla spesa e interventi sulla imposizione indiretta. Tra le ipotesi sul tappeto l’estensione dello spilt payment Iva con versamento dell’imposta all’erario sulle forniture alle pubbliche amministrazioni direttamente dall’Ente fruitore del bene o servizio. “E’ interesse nazionale ridurre il debito”, ha rilevato Padoan, nella prospettiva dell’ azzeramento della politica monetaria della Bce con il “Quantitative easing” (Qe) e il conseguente rialzo degli interessi con effetto domino sui conti pubblici. E quello dei tassi è un terreno ad alto rischio per l’Italia che nel 2017 ha in calendario aste di titoli per circa 450 miliardi di euro e che paga oggi 70 miliardi di interessi l’anno per finanziare il suo cronico debito pubblico!

Evidente dunque l’impegno di rispettare parametri e regole comunitarie da parte dell’Italia, un Paese fondatore che continua a considerarsi in credito e non in debito rispetto a Bruxelles dove regna sovrana la miopia politica in presenza di Brexit e di un diffuso euroscetticismo. E’ ora di rilanciare una “robusta politica industriale europea” mettendo al centro dell’agenda Ue investimenti, crescita e occupazione in un’ idea di Europa che sia più attenta all’economia reale e meno alla guerra dei decimali “per dare certezza alle imprese e garantire prosperità ai cittadini”, come ha auspicato il Presidente di Confindustria Boccia nel recente incontro con il Presidente dell’Europarlamento Tajani. Per l’Ue una nuova dimensione economica all’altezza del mercato che rappresenta, il più ricco del mondo, finalizzata a restituire credibilità alle istituzioni e promuovere una immagine di Europa competitiva e vicina ai cittadini. E’ in gioco il futuro dell’Unione europea.

01 marzo 2017

GIACOMO ED ADELAIDE L’interpretazione della Natura leopardiana come personificazione della madre- a cura di Vincenzo Capodiferro

GIACOMO ED ADELAIDE
L’interpretazione della Natura leopardiana come personificazione della madre

La Natura madre e matrigna non è altro che la personificazione della madre di Giacomo Leopardi, Adelaide Antici. La condizione familiare infuisce variamente sulla formazione del giovane Leopardi. Il padre, Monaldo è un erudito, possiede una ricchissima biblioteca. La madre, la marchesa Adelaide Antici, con un marito scialacquatore, prende in mano l’amministrazione familiare, che conduce con una marcata rigidezza. Lo zio Carlo Antici, era uomo colto, ma reazionario. A 15 anni il ragazzino aveva già studiato un sacco di libri, imparato lingue, avviato gli studi in filologia. Perché? Il giovane cercava una risposta al profondo dramma familiare. Il pessimismo cosmico e storico di Leopardi in verità non è altro che il riflesso del pessimismo e dell’angoscia della sua infanzia. La vita dell’universo è un continuo ciclo di produzione e di distruzione. A nulla vale rimproverare la Natura, madre e matrigna. A nulla vale chiedersi il perché dell’infelice vita dell’universo. L’essere delle cose ha come unico obiettivo il morire, mentre la Natura rimane intatta, indifferente alla sorte dei singoli. Sul fondo di questo assoluto pessimismo è vana la pretesa dell’uomo di poter sfuggire all’infelicità: «piacer figlio di affanno». Il fondo naturale dell’umore del giovane è il dolore: gli unici momenti di piacere derivano dalla fatica, cioè da uno sforzo. Si rivela un giovane depresso, angosciato. Nel “Dialogo della Natura e di un islandese” l’abitatore delle regioni ghiacciate, alla vana ricerca di un luogo più confortevole, deve constatare l’indifferenza della Natura alla vita dell’uomo e l’irragionevolezza delle proprie rimostranze. Come non vedere nell’abitatore dei ghiacci Giacomo e nella Natura la madre Adelaide? Il ghiaccio è sinonimo di freddo di un amore glaciale, di un odio covato dalla madre nei confronti del figlio. Nello “Zibaldone” abbiamo una testimonianza indiretta della madre. Non è il caso di riportarla. È una madre possessiva che odia i figli. Voi immaginate cosa il povero Giacomo avesse dovuto subire da questa madre-padrona, donna-domina, sadica, una Medea, che esclama, come in Euripide: «non consegnerò mai i miei figli al ludibrio dei miei nemici. Devono assolutamente morire: e se è così, sarò io, che li ho messi al mondo, ad ucciderli». Così in quella descrizione la madre odia talmente i figli che preferisce che muoiano, pur di non farli cadere tra le mani dei nemici, cioè tra le tentazioni del mondo, che dannano l’anima. La madre esalta il figlio malformato: il “gobbo di Nôtre Dame”!. Meglio nascere malformato che cadere tra le grinfie del mondo. O secondo il canone giansenista: beato chi nasce e muore! C’è un risvolto quasi comico del tragico destino dell’uomo: di essere vittima della sua stessa aspirazione alla felicità. La stoltezza ti porta ad abbandonare le belle immaginazioni della fanciullezza ed ad accogliere le vanità dell’intelletto. Un altro esempio del dialogo interiore tra Giacomo e la madre lo ritroviamo nel “Dialogo della Natura e di un’anima”: qui la Natura rimprovera l’anima: sii grande ed infelice! - rivelando la contraddizione tra grandezza ed infelicità. È la madre che rimprovera il figlio di essere famoso, grande. Prova quasi un senso di invidia verso di lui, che pur essendo malformato è riuscito con la poesia e l’arte a diventare un grande. Pensate che questa madre vieta al figlio perfino di scriverla. Riprendendo i testi si avverte profondo sotto le righe questo senso di angoscia che prova il giovane Giacomo, oppresso dalla madre. Lo ritroviamo ne “Il passero solitario”, dove il poeta echeggia: «quanto somiglia/ al tuo costume il mio!», molto diversamente dal nido pascoliano. Sollazzo e riso, cioè divertimento e piacere sono lontani da lui. Non a caso il poeta usa il termine “famiglia”: «Dolce famiglia dell’età novella» e si sente quasi «romito e strano» al suo luogo natio, cioè alla sua famiglia stessa. Lo rivediamo ne “L’infinito” ove l’”ermo colle” rappresenta il seno materno che occlude lo sguardo. Anche qui la dolcezza del naufragio, indica l’angoscia traumatica del rapporto materno che si protrae all’infinito come un mare che circonda la sua anima e lo annega. Il bambino prova una terribile sofferenza già venendo al mondo, in quanto deve uscire dal grembo materno con molti sforzi e questa situazione traumatica, che si profila all’inizio della vita extra-uterina, imprime il suo sigillo proprio nell’esperienza dell’ansia. La radice indoeuropea di questo termine non a caso è “ang” - in latino “angustia” - ed indica appunto un posto stretto, una porta stretta. Lo dice lo stesso poeta in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: «Nasce l’uomo a fatica,/ ed è rischio di morte il nascimento./ Prova pena e tormento/ per prima cosa: e in sul principio stesso/ la madre e il genitore/ il prende a consolar dell’esser nato». Il bambino odia il genitore dello stesso sesso e questo finisce per generare il sentimento di colpa. La noia è il sentimento dominante. Il poeta trasferisce la propria esperienza nella situazione del pastore che percorre i deserti, mentre la Luna, cioè la madre, è sempre là, nel suo io, a tormentarlo. Questo poeta-pastore passa infatti sempre in giro, da Recanati, a Roma, da Firenze a Napoli. La descrizione della Luna, “silenziosa”, “pensosa”, etc. è quella della madre triste, depressa, malata. La luna, come la madre è impenetrabile, di qui la domanda senza risposta: «Che fai tu luna in ciel? Dimmi che fai». Sarebbe come dire: perché mamma sei così, sempre triste, perché? Che hai? Il pastore invidia il gregge, perché “giammai tedio non provi”. Meglio sarebbe stato nascere come un animale, che come un uomo! La colpa edipica in Giacomo la possiamo avvertire in “A Silvia”, l’emblema dell’amore morto, incompiuto, impossibile. Si sa che il giovane si innamora di figure simil-materne. E ne “La quiete dopo la tempesta” si scorge ancora la breve calma dopo gli attacchi isterici della madre: «Pene tu spargi a larga mano; il duolo/ spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto/ che per mostro e miracolo talvolta/ nasce d’affanno». Questo è il miracolo della gioia, che può spuntar fuori dal dolore. Quindi c’è uno stato di dolore, e angoscia permanente. Questo tableu umorale così tetro del giovane Leopardi è intervallato da brevi spazi di gioia. Un fenomeno simile avviene nella sublimazione filosofica di Schopenhauer, ma questo merita uno studio a parte. E ancora ne “Il sabato del villaggio”: «Questo di sette è il più gradito giorno,/ pien di speme e di gioia:/ diman tristezza e noia/ recheran l’ore, ed al travaglio usato …». Il “travaglio usato” è l’angoscia quotidiana. La domenica è la giornata che si svolge in famiglia. Anche in questo idillio c’è una rievocazione paterna, quella dell’artigiano lavoratore. Il padre, grande Artigiano, correlato con la madre Natura è presente in vari idilli. Un altro esempio lo abbiamo, ne “La sera del dì di festa”: «Odo non lunge il solitario canto/ dell’artigian, che riede a tarda notte/, dopo i sollazzi al suo povero ostello». La fuga del giorno festivo si ricollega alla longevità del sabato. La correlazione Natura-madre, è presente, ad esempio, in “Alla Primavera o delle favole antiche”: «Vivi tu, vivi, o santa/ natura? Vivi e il dissueto orecchio/ della materna voce il suono accoglie?». Il poeta chiaramente paragona il suono della Natura alla voce materna. E pure nell’”Ultimo canto di Saffo”, il poeta esclama: «Negletta prole/ nascemmo al pianto, e la ragione in grembo/ de celesti si posa». In altri termini: siamo figli nati per piangere, per soffrire a causa di nostra madre. Perche tutto questo? Perché ci è accaduto questo destino? La ragione è trascendente: cioè non riusciamo a spiegarcelo. Ma il carme più significativo, ove si prefigura il rapporto figlio-madre è “La ginestra o il fiore del deserto”. Anche qui è molto chiaro il simbolismo: lo “Sterminator Vesevo” è la madre isterica, la “ginestra” è il figlio che resiste, la social catena, o socialismo contro la Natura è l’unione dei figli contro la madre. Il caso di Leopardi è uno strano caso, come “Lo strano caso di Benjamin Button”, e la madre sarebbe come un “Terminator”. Il fiore del deserto è Leopardi che resiste all’aridità della madre, intervallata da eruzioni di ira. L’arte nasce dal dolore. La poesia nasce dal dolore. Il pessimismo di Leopardi nasce dalla sua vita, dalla sua infanzia perduta, oltraggiata. Così si spiega un giovane ateo, materialista, meccanicista, contro i genitori, invece, religiosi e cristiani. L’unica speranza è la social-catena, nata dalla generalizzazione del dolore. Siamo tutti figli di una madre malefica, che non ha cuore, non ha pietà di nessuno. Anche Kant vede la Natura nello stesso modo e stranamente Kant ha una madre pietista. Giacomo Leopardi, bambino inerme, indifeso, ama la madre, che lo odia, però la sua condizione infantile lo poneva in una situazione di abbandono tra le braccia della madre, che a volta pone il figlio in una situazione di abbandono. La visione della Natura madre, cioè accogliente, e matrigna, respingente è la sublimazione del complesso materno. Il giovane perde ogni fiducia e cerca nello studio la risoluzione dei suoi problemi. Si perde nella biblioteca paterna, è un bambino prodigio. Si rifugia nella filologia, nel materialismo settecentesco: qui trova le sue risposte. È il meccanicismo freddo, insensibile della madre odiante. Poi la poesia diventa il canto del dolore, l’universalizzazione del sentimento ed in questo funge da catarsi: rivelare simbolicamente il proprio tormento libera dai complessi antichi. Solo un giovane così oltraggiato, violentato, può capire appieno il senso della vita. Questo senso gli viene dato da un dolore psicologico che viene universalizzato: diventa il dolore cosmico. Il dolore interiore viene esternato fino al massimo grado. Però da questo male estremo Dio ha potuto trarre il più gran bene: la poesia, l’arte. Leopardi vive in un’atmosfera polare: l’odio è mancanza di amore, il freddo è mancanza di caldo. Torniamo un attimo a questa emblematica figura dell’”islandese”.cosa ha potuto indurre una ,madre ad odiare talmente il figlio? Può capitare - Dio non voglia - o che una donna cade in depressione post partum, o perché odia il partner. Adelaide d'altronde aveva avuto morti premature di infanti, aveva subito il dolore della perdita. Il padre Monaldo è generoso, cioè prodigo, intelligente, disponibile con tutti, un patriota, un buon cittadino. La madre è avara, fredda, acida. Il padre è assente, la madre è onnipresente, la quale aggredisce, divora. Adelaide non sopporta l’atteggiamento scialacquatore di Monaldo. Prende in mano il potere della casa, diventa una matriarca. Giacomo è un figlio che non doveva nascere, che magari avrebbe abortito. È un aborto mancato. L’odio che la madre riversa sul figlio diventa autodistruzione, rinnegamento, disprezzo: non sono più una madre. Cade l’equilibrio felice del rapporto genitore-figlio. Molte madri arrivano a buttare i figli appena nati. D'altronde lo stesso Leopardi nella descrizione di una madre dello “Zibaldone”, riporta una nota molto pungente: i figli costano! Perciò è meglio non averne proprio! Il prototipo padre-madre rappresenta così un dualismo tra due fedi diverse, una improntata alla carità, l’altra al dogmatismo. Contro questo dogmatismo si ribellò lo stesso Kant. Il microcosmo leopardiano passa dal deserto di fuoco, tipico della “Ginestra”, al deserto di gelo, tipico della figura dell’islandese. Il fiume d’arte che sgorga dalle mani di questo giovane è come il filo della tessitrice che dal telaio tira la trama e l’ordito. L’arte è trasfigurazione della Passione. Questa passione del giovane umiliato, crocifisso tutti i giorni, si trasfigura così nell’espressione del sentimento. La Natura è madre e matrigna, cioè madre e non-madre. Giacomo non riconosce più l’identità della madre. Ma la matrigna è colei che fa i figli con un padre diverso: ci sono i figli e i figliastri. Giacomo è simbolicamente un figliastro, cioè non è il vero figlio della madre, non perché non lo è, ma perché, psicologicamente non si riconosce come vero figlio. C’è un’ambiguità profonda nella Natura leopardiana: è la stessa che esprime la doppiezza del rapporto materno. Sfuggono ai lacci della natura solo i figli ribelli, come sfuggono alla madre i figli ribelli: di qui c’è l’esaltazione di Prometeo, anche se “La scommessa di Prometeo” smantella sarcasticamente l’illusione della perfezione del genere umano. Il pensiero leopardiano sembra oscillare tra queste due visioni della madre che lo tormentano: la Natura ora appare benigna, perché fornisce all’uomo l’immaginazione, o perché lo colloca originariamente in un luogo beato, come Dio nell’Eden, o perché essa stessa offre l’inganno, come il velo di Maya di Schopenhauer, ora è maligna, perché indifferente alla sorte dell’uomo. Questa provvede solo alla conservazione della specie, se ne frega della felicità dei singoli. Questa Dea, la Natura, è la personificazione della madre. La colpa della Natura si riversa nella civiltà: qui l’uomo si allontana dalla natura per creare una nuova natura: la Ragione, già celebrata nei Lumi del Settecento. Questa crea infelicità, perché smantella le favole dell’immaginazione. Il piacere, impossibile come realtà attuale, diventa così sempre virtuale, ma fonte di dolore. Il senso dell’abbandono provoca ritrosia, indegnità, indecisione, sconcerto, dinanzi questa madre natura, aspra, selvaggia e forte. C’è in Leopardi questa illusione, già illuministica, una tesi provvidenzialistica per cui Dio, o La Natura, che è la Dea Madre in cui crede Leopardi, pur attraverso l’infelicità dei singoli individui, conseguirebbe la felicità dell’umanità. Questa variante la troviamo nel mito positivo della civiltà moderna, che assicura, se non la felicità degli individui, quella delle masse. Ma è una vana illusione. In Leopardi non c’è la “mano invisibile” di Smith. Anzi questa mano invisibile della natura in Leopardi porta all’infelicità, perché da un lato porta alla conservazione della specie, per cui la Natura sempre tende a questa attraverso l’istinto, per cui il piacere è il mezzo illusorio attraverso cui la Natura propaga la specie, dall’altro lato è stesso la Natura che produce la civiltà, come illusione. Ma la lotta contro la Natura è disperata. Non c’è speranza. L’illusione del piacere come mezzo di propagazione istintiva della specie, cioè come mezzo della Natura, altro non è altro che la condanna mascherata del rapporto sessuale genitoriale. Il figlio condanna l’amore, maledice il rapporto sessuale trai genitori: perché mi avete generato? Perché mi avete condannato all’infelicità? Ma la Natura non se ne frega: il suo scopo è quello di fare i figli. Questi figli sono generati per dovere, non per amore! Questo è il dramma di Leopardi. Anche il mito dell’età dell’oro, cioè della prima infanzia cade: lo vediamo nella filosofia della storia leopardiana, espressa, ad esempio, nella “Storia del genere umano”. Gli uomini prima come fanciulli si pascono di speranze, poi si annoiano per la sazietà della vita e chiedono a Giove la morte. Poi vengono rianimati per volontà di Giove, che li culla con inganni dell’immaginazione. Poi nasce la storia attuale, dominata dal “male di vivere”, dall’incontentabilità, l’infelicità e il fantasma dell’amore. Concludiamo riportando un passo meno noto in cui il poeta paragona gli hegeliani eroi cosmici a pedine della Natura: «Alessandro e cento altri tali sono, secondo la Natura e la fama grandi, secondo la ragione pazzi, e la pazzia, secondo la ragione è sempre piccolezza; che appena può succedere che altri sia grande e faccia cose grandi, s’ei non è signoreggiato dalle illusioni, e che sia stimato grande, se le illusioni non hanno forza in altrui; che quando crescerà l’imperio della ragione, tanto, snervate e diradate le illusioni, mancherà la grandezza degli uomini e dei pensieri e dei fatti» (Dai “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”). All’età degli dei e degli eroi, come crede Vico, succede poi sempre quella degli uomini. Ma poi la storia sempre si ripete. Ma la storia è pura illusione rispetto alla Natura: gli eroi muoiono, ma fanno sempre il gioco della Natura, che è duplice: l’immortalità della specie e l’illusione della civiltà e della ragione, che produce il perenne velo di Maia. La Natura madre e matrigna è la personificazione della madre, Adelaide Antici.


Vincenzo Capodiferro

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...