26 maggio 2015

IL CRISTO VELATO (2) di marcello de santis

IL CRISTO VELATO (2)
di
marcello de santis

IL DISINGANNO


La statua del Disinganno
E' opera dell'artista Francesco Queirolo
Genova 1704 -  Napoli 1762
che lavorò alla Cappella dei Sansevero
dove oltre a eseguire sculture 
provvide anche alla decorazione della stessa 

Ho scelto di pubblicare un particolare di essa, la parte superiore, perché vista così da vicino si può ammirare e comprendere la difficoltà del suo autore nel realizzare la rete (di marmo) che avvolge la persona.. Si trova a destra dell'altare, rappresenta appunto un uomo che tenta invano di sciogliersela di dosso, con l'aiuto di in genietto con le ali; cerca di liberarsi dall'inganno rappresentato dalla rete che lo ha fatto suo prigioniero.
Il Principe di Sansevero ha voluto nella statua vedere suo padre Antonio (1683-1757) chiamato dal desiderio di avventure per perseguire le quali abbandonò in gioventù la famiglia; rinunciò per questo alla successione, mantenendo per sé solo il titolo di duca di Torremaggiore, e che tornò all'ovile solo in tarda età, pentito, al punto che prese i voti e si chiuse in convento.

 LA PUDICIZIA


Anche qui siamo di fronte a una statua coperta da un velo leggero, 
così sottile da sembrare un velo vero
come nel Cristo del Sammartino.

Opera di Antonio Corradini eseguita nell'anno 1752, vuole rappresentare - per volere del Principe Raimondo - la sua adorata madre Cecilia Gaetani dell'Aquila che morendo giovanissima nel dicembre del 1910 lo aveva lasciato piccolissimo, quando aveva appena un anno.
Corradini, celebre artista alla corte dell'imperatore a Vienna, viene chiamato nel 1751 a Napoli per eseguire i lavori della oggi famosa Cappella. Ma il destino aveva deciso per lui; non poté realizzare quanto chiamato a fare, essendo stato colto dalla morte nello stesso anno in cui terminò la Pudicizia, il 1752.

Opera questa di incredibile leggerezza, non ha eguali, anche se esistono invero molte altre statue velate nella storia dell'arte, alcune realizzate dallo stesso Corradini (che - pare - sia stato anch'egli un affiliato della massoneria). Non stiamo qui a ricordare i simboli nascosti che si sono voluti cercare e trovare nella statua velata della Pudicizia, ché lo stesso personaggio del committente, il Principe Raimondo portava necessariamente a fare. Il principe infatti, come detto anche più sopra, era dotato di una cultura eccezionale, e all'epoca era considerato, tra le altre cose, un vero e proprio genio. Matematica, lingue, medicina; e chimica soprattutto. 

Giovanissimo studente era stato un inventore di provata abilità ed efficienza; tra le sue invenzioni si ricorda il fucile a retrocarica; e un cannone di lunga gittata che realizzò per poter colpire le navi della flotta da guerra inglese che ponevano d'assedio Napoli. Ma si dice che fosse il primo da avere scoperto la radioattività, in esperimenti che gli lasciarono il tremore delle mani fino alla sua morte.


Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero
nato a Torremaggiore in provincia di Foggia nel 1710
morto a Napoli nel 1771

L'arte medica era un'altra delle sue infinite doti; la metteva a disposizione anche per i nobili malati che curava sperimentando su di loro, dopo aver studiato i sintomi di loro mali, le sue trovate chimiche; e poi esaminando le reazioni ai suoi medicamenti. Fu così che gli venne in mente, una mente sensazionale sotto tutti gli aspetti, di far costruire, per poter meglio studiare il corpo umano, le famose macchine anatomiche nelle quali fece riprodurre l'apparato circolatorio con tanto di vene arterie e capillari, sia di una persona di sesso maschile che di una di sesso femminile, questa addirittura in stato interessante.
Eccole qui sotto le foto di queste altre due altre meraviglie.


Sono gli scheletri di un uomo e di una donna conservati nei sotterranei della Cappella; 
sono chiudi in due bacheche di vetro per preservarle 
da qualsiasi cosa o persona che potrebbe danneggiarli.

Come si può vedere sono realizzati fin nei minimi particolari vene e venuzze e capillari del sistema circolatorio. Sono opera di un medico di Palermo, tale Giuseppe Salerno, che li realizzò sotto la direzione e il controllo costante del principe in persona, e risalgono agli anni 1763-1764, quando il principe aveva 54 anni; che li ha fatti "costruire" mettendo a disposizione del medico due elementi veri: le ossa e i crani, intorno ai quali ha elaborato e sistemato l'intricato sistema di vene.

Come le altre opere presenti della cappella -  ma questa più delle altre - presenta il più grande mistero di cui è impregnato l'ambiente sacro: quali materiali sono stati utilizzati per la composizione del delicatissimo apparato circolatorio? quali procedure segrete? 
Non è chi non veda - e non c'è bisogno di ricordarlo - che le due composizioni hanno richiesto degli studi approfonditi del corpo umano, sia da parte del medico chiamato a eseguire l'opera; che soprattutto da parte del Principe Raimondo, che sappiamo quanto fosse meticoloso e attento a che tutto fosse perfetto al massimo grado.

Le illazioni riguardo alla elaborazione ed esecuzione delle due figure sono diverse, e tutte misteriose ancora oggi. 

Forse che il principe abbia fatto usare una sostanza sconosciuta, da lui scoperta in laboratorio, che il medico ha infiltrato nel corpo vero di due cadaveri, sostanza che ne avrebbe metallizzato i vasi sanguigni? 
Se così fosse, ci troveremmo allora avanti a due scheletri di cadaveri del settecento. (e una storia, vera o leggenda, narra che il principe avesse fatto uccidere due suoi servi - almeno questo credeva il popolo: erano scomparsi, guarda caso, proprio allora, due servi del principe; del resto era voce corrente tra il popolino che aveva fatto uccidere ben sette cardinali per usarne la pelle a coprire delle sedie - e quindi avesse provveduto con l'aiuto del medico Giuseppe Salerno a imbalsamare i due corpi, usando materiali da lui studiati e realizzati la cui composizione il principe si è portata nella tomba.

Oppure le due opere sono frutto semplicemente di un'arte sopraffina, applicata alla bisogna con materiali comuni all'epoca, la cui combinazione (arcana) sia stata cercata e creata all'uopo del principe in persona? Fatto sta che a ben vedere tutto l'apparato circolatorio dei due rasenta la perfezione assoluta in ogni minima parte, se si tiene conto che trecento anni fa circa le conoscenze del corpo umano non erano certamente quelle di oggi.

Insomma: ai suoi tempi il principe era considerato, fin da quando giovanissimo venne a Napoli dal suo paese, una specie di negromante; la sua persona era circonfusa di qualcosa di arcano; tanto che faceva addirittura paura quando andava a passeggio per una Napoli che egli considerava città arretrata e ignorante, avvolto nella sua cappa di mistero; era additato addirittura come uno stregone; il mistero ancora oggi prende il visitatore nella Cappella, che resta a dir poco allibito da ciò che scorre davanti ai suoi occhi.

Quando ci accingiamo ad uscire, non possiamo non ritornare ancora là dove dorme il cristo. Gettiamo un ultimo sguardo al corpo nella sua interezza,  ci giriamo intorno con lo sguardo, e ci viene voglia di allungare una mano e toccare; anche se sappiamo che è vietato. Restiamo suggestionati ancora una volta - e sì che c'eravamo fermati a lungo ad ammirare l'opera poco prima - restiamo suggestionati dalla realtà del velo così aderente al viso e al corpo, che possiamo vedere attraverso di esso addirittura le ferite infertegli durante la crocifissione. 
Tutto è talmente perfetto che non possiamo non tornare a pensare alla personalità del Principe e alle conoscenze (che a quel tempo dovevano essere necessariamente limitate) di cui abbiamo letto da qualche parte prima di entrare nella Cappella: e ci viene spontaneo pensare che quel marmo sia diventato marmo dopo la creazione della statua, grazie a qualche astruso potere alchemico messo in atto dal di Sangro. 
Ma quali strumenti misteriosi aveva a disposizione? 
Che cosa mai si era inventato in grado di marmorizzare un velo trasparente?


Il viso del Cristo.

Il nostro desiderio è incontrollabile, non tanto per il gesto semplice in sé di renderci conto della "realtà" della scultura, ma con l'inconscio impulso di sollevare il velo e constatare coi nostri occhi se quel signore che sta là sotto stia dormendo; e il nostro sguardo corre al torace, e lo fissiamo, a vedere se per caso si solleva o meno, se respira o meno; e poter gridare: è vivo! è vivo!  Poi  però ci tratteniamo e seguiamo il flusso lento e pensieroso degli altri visitatori che si avvia ad uscire, e noi con loro, portandoci appresso tutti i misteri che nel nostro giro non siamo riusciti a svelare. Neppure in parte.
Voglio chiudere questo breve saggio riportando una domanda che si pone Giuseppe Di Stadio, e che si sono posti tanti studiosi del Signore di Sansevero, purtroppo ancora oggi senza risposta

Giuseppe Di Stadio è un giovane napoletano, egittologo e studioso di storia; in particolare ricercatore delle evoluzioni dei Regni partenopei dal 500 al 1861. Ha al suo attivo anche un romanzo storico. Potete leggere di lui e dei suoi saggi - e vi garantisco che ne vale la pena - sul blog che ha su internet intitolato mry hr - l'amato da horus.

Si chiede dunque  Di Stadio:
Come è possibile che uno studioso del 1700 sia riuscito ad acquisire conoscenze così sviluppate ed approfondite in tutti i campi del sapere umano? Come ha potuto mettere in pratica i suoi studi realizzando le opere che oggi ammiriamo con i nostri occhi incantanti e sbalorditi?

fine
marcello de santis

25 maggio 2015

Il frutto di Licia a cura di Gipsy

Il frutto di Licia
Sbucando da una stradina stretta, oscura, fiancheggiata da edifici sgretolati, ci si ritrova nella piazza, gremita di passanti, sulla quale si affaccia il monastero tinteggiato d’ocra. Nell’aria si disperde il tintinnio di campanelle e scacciapensieri, appesi agli angoli intarsiati, ricciuti, del tetto a pagoda.
Una volta saliti i gradini d’accesso al luogo sacro, un monaco avvolto in una veste porpora, invita i fedeli a deporre fiori e a bruciare un bastoncino d’incenso sull’altare. La divinità realizzata in oro e arricchita di pietre preziose, sorride agli astanti, rapiti dalla eco del radong e dalle vibrazioni dei tamburi.
In fondo al salone, tappezzato da drappi variopinti, una porticina di legno, si apre su un campo di terra scura, ricamato da fila verdeggianti di arbusti di bacche di Goji.
Le bacche rosse, dalla forma allungata, sono i frutti di una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae, che punteggia le vaste distese himalayane, della Mongolia, del Tibet e in qualche zona della Cina.
Conosciute per le loro proprietà antiossidanti, le bacche di Goji, dette anche frutto di Licia, sono in vendita presso il negozio di Chiara Coin, Biocelia di Villa Guardia.
Per saperne di più, è possibile consultare la naturopata Cattaneo Alessandra al sito benesseresecondonatura.com 


Gipsy

18 maggio 2015

Lo zafferano delle Indie

Lo zafferano delle Indie
 
Zigzagando sotto la morsa della canicola nel bazar di Jaipur, tra trabiccoli sgangherati, ceste rase di ceci, sacchi di iuta e bancarelle di stoffe verde smeraldo, indaco, arancione, ci si imbatte in un grande chiosco, sbeccato dalle intemperie, alle cui colonnine di legno, sono appesi mazzi irregolari, scarlatti, di peperoncino.
Sul ripiano del bancone, decine di bacinelle di svariate dimensioni accolgono vette inebrianti di spezie finissime, baccelli e semi. Le delicate polveri cangiano dal paglierino al nero pece; l’aroma pungente del cumino solletica le narici di avventori locali e turisti.
Una donna canuta avvolta in un sari leggero, invita in un inglese stentato i passanti ad acquistare corteccia di cannella e chiodi di garofano.
Tra le tante spezie, impiegate sempre più anche nella cucina occidentale, riveste particolare interesse, date le sue proprietà, la curcuma: una polvere giallo-arancio, chiamata anche zafferano delle Indie.
Appartenente alla famiglia delle Zingiberacee, viene considerata un importante antiinfiammatorio, antiossidante, cicatrizzante. Il sapore amaro e piccante, dora zuppe di legumi o insalate di quinoa.
Se nell’immediato non avete in programma un viaggio in India, potete acquistare la curcuma al negozio di Chiara Biocelia di Villa Guardia, dove la naturopata Cattaneo Alessandra, potrà illustrarvi i benefici della curcuma e di altri alimenti, per raggiungere il benessere secondo natura.
 

Gipsy

SUL MAD: METODO DI APPRENDIMENTO DINAMICO Della Professoressa Rosanna Nolè

SUL MAD: METODO DI APPRENDIMENTO DINAMICO

Della Professoressa Rosanna Nolè


Nella nostra ventennale esperienza di insegnamento ci siamo imbattuti, quasi per caso, in uno di quei prati fioriti della pedagogia, che è difficile trovare, soprattutto in questi tempi, in cui una mole di fogli si accumula sulle scrivanie di docenti frenetici e disattenti e una mole di fogli virtuali si affastella sui registri elettronici. Eppure non mancano spazi di sperimentazione diretta: subito ci siamo innamorati del metodo della Professoressa Rosanna Nolè, ecco perché abbiamo voluto segnalarlo all’attenzione della pedagogista Francesca Zannoni. La professoressa Nolè insegna lingua e letteratura inglese presso il Liceo Artistico di Potenza, ma ha avuto un’esperienza di docenza molto intensa in varie parti d’Italia. Il suo metodo si chiama MAD: Metodo di Apprendimento Dinamico. Come ella stessa sottolinea: «”Mad” in inglese significa pazzo, o folle, ma spesso è proprio il folle che in letteratura ed in poesia riesce a comprendere il reale». Seguiamo un po’ alcuni passaggi del suo metodo: «Il principio teorico su cui si dovrebbe basare l’intero metodo è la necessità di introdurre all’interno della lezione il movimento, per cui la lezione frontale dovrebbe quasi scomparire, fatta eccezione la presentazione dell’argomento e le eventuali istruzioni. L’aula deve essere uno spazio ampio, con pochi ostacoli. Bisogna riprodurre, in un certo senso, il modo in cui la mente pensa, cioè in modo dinamico ed associativo. Il corpo non deve rimanere fermo a lungo, in modo che i sensi debbano costantemente stimolare l’interiorizzazione. I ragazzi non hanno posti fissi, ma si siedono intono a tavoli da 4 posti, a seconda dell’attività laboratoriale: i colori e gli odori devono essere scelti con cura. Sarebbe opportuno far lavorare i ragazzi anche sulla respirazione: ogni ora e mezza di lezione teorico-laboratoriale si fanno eseguire adeguati esercizi respiratori e motori, ma anche di liberazione della voce, proprio come si fa a teatro. Si può intermezzare con, ad esempio, esercizi di tai-chi, per migliorare la successiva concentrazione». Possiamo trovare i presupposti teorici del Mad in diverse teorie psico-pedagogiche, a ci basti ricordare la scuola di Aristotele, dei passeggiatori: il Peritato. Aristotele fonda il Liceo, la sua scuola, chiamata peripatetica dall’uso che aveva il Maestro di disputare con i discepoli passeggiando per i viali ombrosi, i “peripatoi”. A pensare che oggi i licei sono ridotti come dei grandi casermoni, dove i ragazzi sono costretti a stare chiusi in celle immani per ore e ore, sempre seduti su sedioline che a stento li reggono. I ragazzi di oggi sono molto più sviluppati di quelli di un tempo, sia fisicamente che intellettualmente. Ricevono molti più stimoli dal dinamismo digitale che dalle noiose lezioni ancestrali del mondo dei docenti. Tra docenti e discenti il divario cresce sempre di più: c’è il rischio di perdere per sempre questi nativi digitali, che rispetto alla nostra generazione ormai sono come gli europei rispetto agli indiani d’America ai tempi delle scoperte geografiche. E così aumenta considerevolmente il tasso di dispersione scolastica e di aree a rischio. In questo senso il Mad è un metodo di avanguardia: pone l’allievo a suo agio, lo fa sciogliere dalle inevitabili ansie scolastiche legate ad un arcaico rapporto di guerra frontale, o di guerra fredda. La professoressa Nolè immagina una scuola dinamica, aperta, come quella, ad esempio, sperimentata da Tolstoj. Possiamo intravedervi una sorta di anti-intellettualismo e di spiritualismo dinamico. Qualsiasi metodo educativo non può tarpare le ali della libertà dello spirito, rinchiudendo i giovani come uccelli nelle gabbie. Purtroppo domina imperante oggi una stregua di neocomportamentismo meccanicistico e deterministico. Questo fu anche uno dei sofismi dei sofisti, per cui tutto è educazione. Tale principio è anche vero, ma solo in parte, perché l’uomo non è soltanto un’individualità frammentaria, puramente senziente ed opinante, ma una persona razionale, cioè sede di sicura razionalità, con tutto il rispetto per Watson, il quale nel 1924 annotava: «Datemi una dozzina di neonati sani e ben conformati e il modo specifico da me ideato dove allevarsi ed io garantisco di prenderne uno a caso e addestrarlo a farlo diventare uno specialista in qualsiasi campo: medico, avvocato, artista, commerciante, comandante e, sì, perfino mendicante e ladro, indipendentemente dai suoi talenti, le sue inclinazioni e le sue tendenze, dalle sue vocazioni e dalla razza dei suoi antenati». Che differenza c’è tra questo metodo e quello di un allevamento di maiali? O di polli? Il behaviorismo sarebbe eccellente ed infallibile se l’uomo fosse una macchina. Riuscirebbe utile certamente per controllare ciò che nell’uomo è macchina, forse la sua res extensa, tanto per usare dei termini cartesiani, ma non la sua res cogitans. Il Mad è un metodo naturalistico. A questo proposito non disdice, giusto per completezza, citare, di rimando, Rousseau: «Tutto ciò che esce dalle mani dell’Autore delle cose è bene, tutto degenera nelle mani dell’uomo. Questi costringe una terra a nutrire i prodotti di un’altra, un albero a portare i frutti di un altro; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il suo cane, il suo cavallo, il suo schiavo; tutto stravolge e sfigura; ama la deformità, i mostri; non vuole niente come natura l’ha fatto, nemmeno l’uomo: bisogna ammaestrarlo per lui, come un cavallo da maneggio; bisogna plasmarlo a suo modo, come un albero del suo giardino» (Emilio, I). La professoressa Nolè indica altri riferimenti importanti a sostegno dell’apprendimento dinamico nei metodi che usavano i rabbini ebraici nello studio della Torah: la Chavruta. Gli studenti liberamente apprendono, discutono, dibattono, non necessariamente seguendo la regola del silenzio. Un elemento importante di questo approccio è il dondolio ritmico, che tenendo caldo il corpo, aumenta il flusso sanguigno e l’ossigenazione del cervello. Questa abitudine ebraica ha origine molto umile, perché risale ai tempi in cui c’erano pochi libri e quindi erano costretti ad aiutarsi l’un l’altro per leggere. Il ritmo, la ripetizione a voce alta, l’accompagnamento con la gestualità del corpo, che deve essere considerato un tutt’uno con lo spirito (la mente e il corpo sono all’unisono), favoriscono il ragionamento e l’apprendimento. Basti pensare che la ripetizione di parole e la respirazione sono i fondamenti anche di tutta la cultura dello yoga e di tante altre tecniche. Il tutto deve essere condito con l’allegria, ed anche col canto. Ed ancora una volta la professoressa Nolè ci stupisce, andando a riprendere le danze sacre di Georges Ivanovic Gurdijieff, grande filosofo armeno. I movimenti che Gurdijieff insegnava allenavano le tre forze dell’uomo: l’emozione, l’intelletto ed il corpo, come nella parabola della carrozza, del cocchiere e del padrone. Ci viene in mente l’anima di Platone: il carro alato. Platone distingue tre parti dell’anima e le immagina situate in tre diverse parti del corpo: il capo, il petto ed le viscere. Ciascuna di esse esprime una particolare capacità: «Con una parte l’uomo apprende, con l’altra è preso dall’ira; la terza, a cagione della sua varietà, non sapremmo indicare con un solo nome, ma la denominammo da ciò che essa in sé aveva di più grande e di più forte: concupiscibile»[1]. Queste tre parti, con tutte le dovute differenze storiche, somigliano molto a quelle della seconda topica di Freud: la parte razionale è equiparabile all’Io, la parte irascibile al Superio, la parte concupiscibile all’Es. Come sosteneva Locke: «Immagino che la mente cambi facilmente direzione da questa o da quella parte, come l’acqua stessa». La mente ha natura fluida, come quella società liquida di Baumann. La mente è fluida e si adatta ad ogni situazione. Il Mad parte proprio da questo presupposto e cerca di adattare tutto il processo di apprendimento a questa naturale conformazione della mente umana, che non è qualcosa di statico, di eterno. Provare a racchiudere l’acqua in un pozzo, o in un recipiente chiuso: dopo tre giorni puzza. Così avviene per l’apprendimento. Ecco perché i giovani oggi hanno sempre più difficoltà e per questo consideriamo il Mad un metodo veramente innovativo.

Vincenzo Capodiferro


[1] Platone, Repubblica, VIII, 580 D,E.

L’EUROPA E L’IMMIGRAZIONE di Antonio Laurenzano

                                                 
L’EUROPA  E  L’IMMIGRAZIONE
Il dramma del Mediterraneo : un’emergenza europea – Il piano della Commissione Ue per fronteggiare la tragedia dei migranti – Le incertezze del futuro legate alla fuga biblica dall’Africa.
                                                            di  Antonio  Laurenzano

L’Europa del cinismo! E’ quella che sembra aver smarrito il filo della storia. Dopo essersi proclamata per anni paladina dei diritti umani, si dimostra sempre più latitante nella gestione dell’emergenza dei flussi migratori nel Mediterraneo in fondo al quale lo scorso anno sono finiti 3200 disperati.  Quest’anno, dopo il tragico weekend del 18 aprile in cui hanno perso la vita oltre 900 persone, siamo già a quota 1800, a fronte di 24mila arrivi sulle coste italiane. Da Bruxelles i soliti imbarazzanti balbettii a conferma della mancanza di una leadership e di una governance capace di dare corpo a una istituzione comunitaria fantasma!
Si continua a non voler vedere una tragica realtà in nome di una ipocrisia umanitaria che genera soltanto discorsi di facciata. Egoismi nazionali, inettitudine, miopia politica alla base di scelte non fatte! O ancor peggio, scelte sbagliate! All’intervento militare in Libia del 2011,attuato soprattutto su pressione di Francia e Gran Bretagna con l’appoggio dell’Alleanza NATO e degli Stati Uniti, non è seguita alcuna  alternativa. La mancanza di un piano politico ha consegnato la Libia alla ingovernabilità.  E oggi, secondo l’avvertimento del Segretario dell’ONU , Ban Ki-moon, in terra libica non ci potrà essere una soluzione militare alla tragedia umana che sta avvenendo nel Mediterraneo. Occorre una strategia diversa per nuove soluzioni.
E in Europa, nonostante la “chiusura” della Gran Bretagna,  si comincia finalmente ad affrontare il problema per giungere a un accordo che possa da un lato garantire la sicurezza e la protezione dei diritti umani dei migranti e di coloro che chiedono asilo e dall’altro sconfiggere gli scafisti della morte con il loro vergognoso traffico di vite umane sulle carrette del mare. E, ovviamente, senza ignorare la immigrazione clandestina, il trasporto illegale di armi e stupefacenti. La normalizzazione del Mediterraneo è un interesse primario che l’Europa non può più ignorare.
La Commissione Ue ha adottato una nuova agenda basata su quattro pilastri: ridurre gli incentivi alla migrazione irregolare, gestire e rendere sicure le frontiere esterne dell’Unione, proteggere i richiedenti asilo e creare una nuova politica della migrazione legale. Dopo aver “criminalizzato” l’operazione “Mare nostrum” per attivismo nei salvataggi, equiparati a un invito a delinquere per i trafficanti di esseri umani, ora la Germania e i suoi alleati del Nord e dell’Est fanno marcia indietro, riconoscendo che “Triton”, che da novembre sostituisce “Mare nostrum”, ha reso più incerti i controlli della frontiera mediterranea. Nella consapevolezza che l’Europa resta e resterà una calamita irresistibile per tanti diseredati del Continente nero, si lavora attorno a una più equa distribuzione degli immigrati che richiedono asilo insieme alla creazione di campi profughi in Medio Oriente e Nord Africa per evitare viaggi suicidi.
L’accordo Ue per affrontare l’emergenza immigrazione prevede la ridistribuzione di migranti tra gli Stati membri in base a quote prestabilite, rapportate al numero di abitanti del Paese, Pil, numero di profughi già presenti nel Paese e tasso di disoccupazione.  In Italia arriveranno il 9,94% dei 20mila profughi (meno di 2000) che attualmente risiedono in campi profughi all’estero e che hanno i requisiti per ottenere lo status di rifugiati (“reinsediamenti”), e l’11,84%  dei richiedenti asilo già presenti nelle nostre strutture di accoglienza (“ricollocamento”). Di fatto, quindi, secondo quanto assicurato anche dall’alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue, Federica Mogherini, il nostro Paese sarà esonerata dal dover accogliere quote di nuovi profughi. Dai campi profughi in Libano e Turchia il 15,43% dovrà essere accolto dalla Germania, l’11,87% dalla Francia. Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca lasceranno chiuse le loro frontiere avvalendosi di una specifica clausola comunitaria vigente in materia (“opting out”).

Numeri, quote, percentuali. Che tuttavia lasciano irrisolta la questione centrale: i 20mila profughi che verranno reinseriti in Ue direttamente dai campi profughi rappresentano una frazione esigua delle centinaia di migliaia di persone in fuga dall’Africa. Quale sarà il loro destino se dovessero iniziare, fuori da questo piano, un disperato viaggio della speranza? 

12 maggio 2015

VINCENZO D’ALESSIO: “LA TRISTEZZA DEL TEMPO!” a cura di Vincenzo Capodiferro

VINCENZO D’ALESSIO: “LA TRISTEZZA DEL TEMPO!”

 “Quadretti dipinti finemente, nei quali la dolcezza e il dolore del vivere quotidiano si alternano convivendo”.

Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra nel 1950. Laureato in Lettere all’Università di Salerno è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra, nonché il fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e dell’omonima casa editrice. Ha pubblicato diversi saggi di archeologia, di storia e diverse raccolte poetiche. Della sua immensa produzione noi ricordiamo solo le più recenti: Creare mondi (2011) e La valigia del meridionale ed altri viaggi (2012). Nel 2014 vince con  Il passo verde la pubblicazione in Opere scelte. La tristezza del tempo è inserita in AA. VV., Emozioni in marcia, a cura di Alessandro Ramberti, Opere vincitrici e selezionate dal Concorso Pubblica con noi 2015, Fara editore, Rimini 2015. Nel giudizio del giurato F. Osti vengono definite «Poesie che sembrano restituirci quadretti dipinti finemente, nei quali la dolcezza e il dolore del vivere quotidiano si alternano convivendo». È difficile poter riportare finanche qualche verso e riprodurre l’intensità di questi leopardiani “idilli”. Basta con soffuso barlume disegnare i suoi ritratti del “villaggio”, come “la contadina vestita di nero”, o “la polvere in montagna”, o “la donna esile in cammino”, o “la zattera di Vittorio”. Nel “sabato” del villaggio, in quel sabato che ci ricorda il grande Sabato di Dio, quando si riposa alla fine della prima creazione, nel sabato della vita, questi quadri poetici ci offrono dei meravigliosi paesaggi, che raccolgono i ciottoli della nostra storia perduta, della storia dei vinti, quei vinti che Verga aveva dipinto con prosa magistrale, ma soprattutto quei vinti di Manzoni, che guardano a Dio ed in lui trovano la più grande consolazione, anche nella tragedia della storia umana. Ricordiamo anche Napoleone, che nel famoso “Cinque Maggio” è un vincitore vinto. Questo Cinque Maggio ha significato ben altro che il grande sciopero della scuola italiana contro la Buona Scuola. Questa fede la ritroviamo in D’Alessio, ci basti ricordare una sua profusione, che è un’”Ave Maria” schubertiana: «Ave Maria purissima/ mani pietose di gioia/ porta nascente, ideale/ sorriso eterno del cielo/ misura di tutte le stelle/ calore inestinguibile, ci/ aiuti a superare le tempeste che la sofferenza produce». Parole bellissime e dense! Parole di un padre sofferente che piange i suoi figli, come Priamo piange il suo amato eroe! Ma più come Maria piange il suo Figlio, che è anche suo Padre e Sposo! E la poesia, come più volte abbiamo sostenuto, nasce dall’amore e dal dolore, poiché dove c’è l’amore c’è il dolore. Questo voleva significare Francesco Osti: «La dolcezza e il dolore del vivere quotidiano si alternano convivendo». Ha colto nel segno il significato delle poesie di D’Alessio, ma soprattutto ha colto il significato della vita, poiché la poesia è una forma di vita e solo così la vita stessa diviene, esteticamente, magicamente, una forma di poesia. C’è una transustanziazione intrinseca tra poesia e vita. D’Alessio è una delle voci più forti di questo coro di cantori, che non solo sono meridionali, ma universali. Lo scorrere dei suoi versi ci riporta ad Ungaretti, all’esistenzialismo più autentico e verace, a quel Sentimento del tempo, a quel «Ah! questa è l’ora che annuvola e smemora». Ci riporta - perché no? - a Turoldo, a quelle urla del vate: «Forse la terra più povera è il mio paese,/ questo ricco occidente./ Pure Adamo si è fatto occidentale,/ ha scelto la ragione./ Ora non vi è che nostalgia/ e memoria/ e disperazione/ e morte».

Vincenzo Capodiferro

04 maggio 2015

LA CARTA DI MILANO, UN PATTO CONTRO LA FAME E LA POVERTA’ Le “idee di Expo 2015” – 20 milioni di firme per l’appello all’ONU di Antonio Laurenzano

           
LA  CARTA  DI  MILANO, UN PATTO CONTRO LA FAME E LA POVERTA’ Le “idee di Expo 2015” – 20 milioni di firme per l’appello all’ONU
di  Antonio Laurenzano

Con l’opening di venerdi 1 maggio, l’Expo Milano 2015 ha ufficialmente aperto i battenti al mondo. “E’ iniziato il domani”, ha dichiarato il premier Renzi. E per un domani sostenibile c’è la “Carta di Milano”, presentata alla vigilia di Expo, una sorta di Protocollo di Kyoto dell’alimentazione. Non un accordo intergovernativo ma un documento che comprende una lista di richieste rivolte ai governi per interventi legislativi finalizzati a rendere effettivo il diritto al cibo, come diritto umano fondamentale, e a tutelare le risorse naturali per  assicurare ai popoli della terra un equo sviluppo. Per la prima volta nella sua storia una Esposizione universale promuove un atto di impegno verso i governi sollecitando azioni responsabili.
 Un lungo percorso iniziato con la giornata “L’Expo delle idee” che il 7 febbraio u.s. ha riunito all’ Hangar  Bicocca di Milano oltre 500 esperti di vari settori, suddivisi in 42 tavoli di lavoro, che hanno iniziato a porre le basi per la stesura della Carta. Un vero e proprio laboratorio di pensiero multidisciplinare sviluppatosi su quattro tematiche: sviluppo sostenibile, antropologia, agricoltura e alimentazione, sociologia urbana.
La Carta di Milano è un manifesto collettivo, un atto politico e di sensibilizzazione globale sul ruolo del cibo e della nutrizione per una migliore qualità di vita. S’intende così trasformare i venti milioni di visitatori dell’esposizione universale di Milano in ambasciatori del cibo, il cibo come fonte di nutrizione e identità socio-culturale. Un documento di impegni di cittadinanza globale, perché la sottoscrizione è richiesta a persone di tutto il mondo ed è un’assunzione di responsabilità di fronte alle contraddizioni e ai paradossi del cibo che viene assunta da singoli, dalla società civile e dalle imprese. La Carta è strutturata su quattro target: i cittadini, con le loro azioni quotidiane; le associazioni, che raccolgono e diffondono le esigenze e le necessità della società civile; le imprese, che sono il cuore produttivo della nostra economia; i governi e le istituzioni (anche internazionali) che devono dare gli indirizzi politici.
Il documento, che sarà consegnato al Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon  in ottobre, in occasione della sua venuta a Milano, rappresenta un modello globale per la nutrizione: l’eredità di Expo Milano 2015. In particolare, il “protocollo sul sistema alimentare sostenibile” , ideato dalla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition, si pone tre obiettivi principali:
1)-ridurre al 50% entro il 2020 l’attuale spreco alimentare nel mondo pari a oltre 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile;
2)-limitare le speculazioni finanziarie e la quota dei terreni destinata alla produzione di biocarburanti a livello globale;
3)-compiere sforzi aggiuntivi per eliminare  fame e malnutrizione da un lato e obesità dall’altro.
Negli auspici del Commissario unico di Expo, Giuseppe Sala, “Il successo di Expo non deve essere solo nei numeri ma nel richiamo ad avere un’anima! Vogliamo lasciarci alle spalle un mondo in cui la fame e lo spreco alimentare convivono, in cui l’obesità in un paese contrasta con la denutrizione in un altro”. L’obiettivo di fondo, attraverso la lotta agli sprechi alimentari, è quello di “risolvere le cause strutturali della povertà”, come ha auspicato Papa Francesco, per dire no a un’economia dell’esclusione e della iniquità che uccide e che causa profonde ingiustizie sociali.  “La radice di tutti i mali è l'iniquità, che continua a esistere perché non si perseguono politiche strutturali contro la povertà, ma si adottano rimedi emergenziali, per loro natura transitori. La terra, che è madre per tutti, chiede rispetto e non violenza. Dobbiamo riportarla ai nostri figli migliorata, custodita. Globalizziamo la solidarietà!”
Una grande sfida, una sfida da non perdere per  risolvere contraddizioni e squilibri che tengono insieme ricchezza e povertà, sovrapproduzione e carestia. Da Expo Milano 2015 le risposte per il futuro dell’umanità e del nostro pianeta. 

Entusiasmo per poter operare - Monza

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