29 aprile 2019

L’INCANTO DEL CANTO a cura di Angelo Ivan Leone

L’INCANTO DEL CANTO
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Un crescendo quasi rossiniano. Un lirismo assoluto: come un pezzetto di eterno rubato al cielo, agli dei o a Dio stesso. Dopotutto: “credevo a Maometto come a Babbo Natale, che poi fondamentalmente è uguale”, cantavano non molto tempo fa gli Zen Circus. Prima di andare a San Remo, tanto per intenderci. C’è chi dice che il buco nero sia l’immagine di Dio, chi dice che la Supernova  (Nova in inglese) sia la dichiarazione più assoluta della nostra inanità. C’è bisogno di fede per sostenere entrambe le asserzioni, a chi è laico e non ha, per ovvie ragioni, queste verità assolute, dogmatiche e fideistiche belle e pronte, tutto questo non accade. La nostra misera ragione dinanzi a tanta bellezza muta si arrende, come voleva il Pascoli dinanzi al dolore stesso che “è più dolor se tace”.
https://ondalucana.com/2019/04/27/lincanto-del-canto/
Fissiamo stupefatti il cosmo con i suoi prodigi e ci interroghiamo su come potremo rubare i segreti per passare da un animismo primitivo e primordiale alla scienza che tutto spiega. Realtà e fantasia. Mito leggendario o storia documentata e documentabile? Meglio essere Atena (la figlia prediletta) ed essere nella testa di Giove dove tutto è spiegato, o Venere e lasciarsi incantare e incatenare dall’amore senza una ragione e senza una spiegazione? Con questi interrogativi irrisolti, vi lascio a questa superba canzone, dove davvero sembra che l’uomo vada oltre ogni cosa, innanzitutto: oltre se stesso.
(c) Angelo Ivan Leone

VECCHIO E NUOVO DI ALESSANDRO RAMBERTI a cura di Vincenzo Capodiferro

VECCHIO E NUOVO DI ALESSANDRO RAMBERTI
Suggestioni in versi” laconici, contemplativi e infiniti

Vecchio e Nuovo” è una raccolta di versi di Alessandro Ramberti, edita da Fara, Rimini 2019: «Le poesie di Alessandro Ramberti non sono degli inni liturgici, ma mi pare pongano la questione come dire e come lodare? Come parlare del padre di cui cerchiamo le tracce (IV) – e come parlargli? Non sono degli inni ma sono le parole che si mormorano per intonare l’inno, per trovare la nota, per accordarsi, come fanno i musicisti. Sono dei brani musicali che provano di volta in volta diversi strumenti per trovare - se possibile - l’inno universale. E queste prove sono segnate da una grandissima discrezione, perché bisogna che la solennità dell’inno sia stata a lungo nutrita di discrezione e di silenzio,» scrive il Vermander (S.J., Professore di Filosofia - Università Fudan - Shanghai) nell’Introduzione, tradotta dal francese. Lo stile con cui solitamente Alessandro è presente nei suoi versi è ermetico (in senso mistico). Questo ermetismo si ricollega allo stile orientale: non a caso riporta i versi in cinese, lingua di cui il nostro è innamorato. Il cinese è l’esempio di una lingua antichissima, che si avvicinava all’egizio, coi pittogrammi, ancora vivente. Le parole risuonano nel silenzio: c’è più silenzio che parole! La lingua è pittura, è arte! È una cornice nel vuoto che esprime un sussurro. La reductio stilistica rimanda inevitabilmente alla riduzione fenomenologica. La poesia diviene sussurro dell’anima, come nei mantra orientali, o nelle rune occidentali. La runa in antico significava sussurro. Il linguaggio è runico, simbolico. La poesia così diventa sempre dicotomica, come sottolinea sempre il Vermander: «”Ci troviamo ad un bivio” … di quale incrocio, di quale crocevia si tratta? Il carme lascia aperta la pluralità dei sensi. È lì per quello … Tutto il carme è una sentinella che vigila affinché niente fermi il senso su se stesso. Ma se dovessi dare la mia personale lettura dei testi di Alessandro Ramberti direi che qui si tratta dell’incrocio del linguaggio – e dell’incrocio fra le lingue». L’esistenza è tutto un bivio. Bivio è incrocio. La vita è croce, è scelta. Ed è soprattutto scelta tra orizzontale e verticale.

Vera è l’obbedienza
se sei scultura che si lascia
scavare flauto
di canna vuota

Noi siamo come canne pascaliane vuote, però l’aria (lo spirito, il soffio) che passa in noi risuona nel tempio dell’universo come melodia che si esprime nel linguaggio originario, quello della poesia-/musica/-ritmo. Il linguaggio poetico come sottolineava Heidegger nel suo Hördelin, è sacro. È come diceva Padre Vermander un quasi-inno liturgico all’universo. In ciò si richiede la massima virtù dell’obbedienza all’universo. Le canne pensanti suonano come flauti: il pensiero si esprime soprattutto attraverso la vocalità, il suono, il linguaggio. Logos è pensiero e linguaggio. In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio… Il linguaggio poetico originario era di per sé liturgico, metteva in contatto col divino, con l’Essere. Siamo come statue viventi, non come gli idoli del salmo, che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano … Non siamo la statua di Condillac che viene scolpita dalle sue sensazioni, o la statua di Leibniz che viene tratta dal marmo secondo le sue scanalature innate. Siamo statue viventi dell’Eterno.

Basta quasi un niente
per incrinarti l’universo
cammello e cruna
diaframma e apnea
Iniziamo un discorso

È il Logos originario: il discorso ha a che fare con scorrere, col “Panta rei” del profeta Eraclito. Il linguaggio risponde alla sacra respirazione: ispirazione ed espirazione … Tutta la cultura della meditazione orientale accentua il momento centrale della respirazione. I riferimenti evangelici sono sempre presenti: cammello e cruna. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago… D'altronde Alessandro incipit col passo marciano: Nessuno rattoppa un vestito vecchio con un pezzo di stoffa nuova …

C’è un rumore intorno
non percepisco di esser pronto
il cambiamento fa vacillare

Il cambiamento di per sé è fonte di incertezza. Se da un lato Alessandro si richiama a Gesù che segna lo strappo evidente tra le vecchie vesti farisaiche (Il velo del tempio si squarcia, come dire: il tempo si rompe. Il Cristo segna l’inizio dell’era nuova. Tempio… tempo…). “Vecchio e nuovo” sono le due realtà che consumano l’uomo. Spesso queste due istanze sono in lotta, non c’è sempre continuità. Il vecchio Adamo è perennemente in lotta col nuovo Adamo. La silloge alessandrina apre il sipario proprio con questo dualismo. Il tempo stesso è estasi, uscita-fuori-di-sé, ma proprio per questo l’essenza della temporalità è rottura del presente nel passato-futuro.

Facile è vedere
il poco resto di una vita
il nido fragile
in cui reagisce

L’uomo è fragile, come insiste anche Vittorino Andreoli. C’è un riferimento al nido pascoliano. La fonte della nostra parola, la sede di tutte le emozioni è il petto, il cuore. Questo cuore bolle, freme…
Ecco come Alessandro descrive la sua poesia: «Da anni amo scrivere ricorrendo a forme chiuse. Questa raccolta contiene 51 poesie (più quella di quarta di copertina) di tre quartine così composte: un senario trocaico (con accenti sulle sillabe dispari), un novenario giambico (con accenti sulle sillabe pari) seguito da due quinari pure giambici. Il titolo corrisponde al primo verso che viene tradotto in caratteri cinesi con traslitterazione in pinyin. Ogni poesia è conclusa da un titolo di coda: un settenario anapestico (accentato sulla terza e sulla sesta sillaba). È un piccolo canzoniere dedicato al nostro desiderio di eternità …». La poesia di Alessandro è classica, rispetta le regole, il ritmo. In un certo senso contravviene alle regole della poesia attuale, che si proclama libera … ma è prosaica. La poesia è musica, ritmo e perciò stesso aritmetica, ripetizione, ricorsività. Così ricalca Vincenzo D’Alessio nella sua epilogia: «Ramberti definisce questa raccolta: “un piccolo canzoniere dedicato al nostro desiderio di eternità”, e fa bene poiché la Poesia è l’olio che alimenta da millenni la fiamma del desiderio di superare i confini corporei e giungere al traguardo dell’appartenere alla luce dell’Umanità». L’eternità passa necessariamente attraverso la rottura del vecchio-nuovo. L’Eterno si fa tempo e il tempo, come sosteneva Platone, è l’immagine mobile dell’Eterno. Il momento della rottura è importante, come sottolinea Anna Ruotolo, in una delle epilogie dedicate all’autore, insieme ad altri, che non riportiamo qui: «È dal negativo che ci riviene indietro l’immagine sacra e luminosa della matrice di ogni paura che, in realtà, è il profondo desiderare, di ogni rabbia, che è la speranza ininterrotta, di ogni smarrimento che è la suprema sintonia col mondo». Il linguaggio della poesia è ritmico, rispetta in ciò il linguaggio della Natura, che si esprime come dice Galilei in formule matematiche semplici. Sempre Galilei afferma che Dio ha scritto due libri: la Bibbia e la Natura. I pitagorici riuscivano ad auscultare il moto degli astri. È una meraviglia che l’uomo di oggi, completamente frastornato, non può permettersi più. Possiamo fermarci però ad ascoltare il mistero profondo di queste poesie di Alessandro. Ogni elegia di questa silloge finisce in una chiosa, sintesi eterna di tempo ed atemporalità. Ogni chiosa è proverbio, stupore, meraviglia della vita, un mondo inchiodato. Il fiume scorre sempre nel suo letto. Il letto resta. L’acqua non torna mai. Le elegie di Alessandro somigliano molto ai frammenti dei presocratici: attingono all’esperienza originaria del Logos. Ci rivelano questo mondo ancestrale, sedimentato in ognuno di noi, in quello junghiano inconscio collettivo. Ramberti ci ricorda Turoldo (come sottolinea il D’Alessio):

è cimitero la memoria
e il cercare la lampada rossa
e cieca, cui la sola
grande morte porrà rimedio.

La poesia è il forte richiamo dell’Essere heideggeriano all’autenticità e questa si adempie solo nell’essere-per-la-morte. Questo è in poche battute il profondo messaggio di “Vecchio e nuovo”. Il lettore certamente saprà trarre profonde riflessioni esistenziali dalla poesia mistica di Alessandro Ramberti.

Vincenzo Capodiferro

23 aprile 2019

Mostre a Gaeta


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DIECI GIORNI IN MANICOMIO DI Nellie Bly a cura di Miriam Ballerini

DIECI GIORNI IN MANICOMIO DI Nellie Bly
© 2018 Edizioni Clandestine – Higlander
ISBN 978-88-6596-692-1
Pag. 121 € 7,50

Un libro dal titolo inequivocabile, si comprende subito di cosa si sta parlando. Ciò che non si può sapere è che la persona che ha scritto il libro, non è una vera malata di mente, bensì una giornalista che si è finta tale per provare sulla sua pelle cosa accadesse nel manicomio dove si è fatta ricoverare.
Ciò che mi ha colpito è che ci troviamo nel 1887 e la reporter Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, ha avuto questo enorme coraggio, dobbiamo infatti pensare a una società dove ancora l'uomo la faceva da padrone e lei, in questo contesto, fu la prima giornalista investigativa.
Facendosi passare per una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell'isola Blackwell.
Racconta di come si è preparata per fingersi un'alienata, quindi l'arresto, il viaggio e l'arrivo in questa struttura.
Ci racconta di come i medici facessero solo qualche domanda banale e, in base a queste, giudicassero malate di mente le varie donne.
Nellie ne ha conosciute qualcuna, di certo molte di loro non presentavano nessuna forma di demenza, ma erano lì perché fatte internare dalla famiglia, oppure perché povere.
Parla delle torture a cui erano assogettate, con bagni nell'acqua gelata, vestite di abiti troppo leggeri, così che molte si ammalavano di polmonite.
Se andavano a parlare coi medici, lamentandosi della loro situazione, venivano tenute con la testa sotto l'acqua fino quasi farle affogare.
Venivano nutrite con cibo marcio, nel più completo abbandono delle normali regole di una vita disgnitosa.
Dopo dieci giorni, un avvocato venne a prenderla, non tradendo la sua storia. Nellie si era fatta passare per una smemorata e, l'avvocato, finse di averla riconosciuta.
Lasciò quel girone infernale e scrisse un articolo che uscì sul New York World. Da quel momento ci furono delle indagini e, grazie a lei e al suo coraggio, la vita nel manicomio cambiò.
Prendi una donna perfettamente sana, rinchiudila in una stanza gelida e costringila a sedere dalle 6 del mattino alle 8 di sera, impedendole di muoversi e di parlare, alimentala con pessimo cibo, senza mai darle notizie di ciò che accade nel resto del mondo e vedrai come, ben presto, la condurrai alla follia”.

© Miriam Ballerini

20 aprile 2019

Presentazione del libro Emozioni e Colori a Villadossola

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BYE BYE LONDRA di Antonio Laurenzano

                       
BYE   BYE   LONDRA  di Antonio Laurenzano

Oltre Manica, all’ombra di Buckingham Palace, regna  sovrana … la confusione! Al Regno Unito non sono bastati oltre mille giorni  per dare una risposta istituzionale al referendum del giugno 2016 quando il 51,9% dei sudditi di Sua Maestà votò per il “leave Ue”. Fra convulse votazioni a Westminster per scongiurare il no-deal, minacce di dimissioni della premier Theresa May e petizione popolare per un nuovo referendum continua il lungo day after di Brexit. Per evitare una separazione traumatica dai risvolti economici imprevedibili, anche per la stessa Unione, il Consiglio europeo ha concesso una nuova proroga: il divorzio “consensuale” slitta al 31 ottobre. Sarà così?
Sei mesi di tempo per lasciare l’Europa, mantenendo al Regno Unito la qualifica di membro a pieno titolo dell’Ue, con tutti i diritti e doveri, ivi compresa la partecipazione alle prossime elezioni europee. La farsa continua, una vera desolazione! Si paga con gli interessi l’illusione populista, l’emotività di un voto, il suo uso strumentale voluto dall’ex premier Cameron per rispondere agli attacchi alla sua leadership in forte calo di consensi. Il paradosso è che Brexit, con le sue conseguenze negative sull’economia reale, finirà per impoverire ancora di più quegli stessi soggetti che nel voto contro l’Unione europea hanno riposto le speranze  di un riscatto sociale ed economico. Un voto espressione sì di profondo disagio, ma soprattutto di una carica emotiva alimentata dalla demagogia e dalla miopia storico-politica di governanti allo sbaraglio!
A distanza di oltre settant’anni dal discorso di Winston Churchill all’Università di Zurigo in cui l’ex Primo ministro inglese auspicava la nascita degli “Stati Uniti d’Europa”, i suoi “nipotini” vorrebbero fermare l’orologio della storia del Vecchio Continente, minando la costruzione della comune casa europea ritenuta una gabbia di regole e di tasse. Ma il nodo centrale della Brexit è politico per la dura lotta di potere in atto a Londra fra laburisti e conservatori. E Big Ben ha detto stop!
Si chiude così la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Con un Pil  alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi spesso in crisi: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione  dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorosa la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa.
 Una presenza ingombrante nell’Ue quella del Regno Unito, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico della Germania, uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione. Una partecipazione comunitaria del tutto singolare, una posizione di grande privilegio  consolidatasi nel tempo con negoziati condotti spesso sul filo del compromesso istituzionale. Il Regno di Sua maestà, per sua scelta, è fuori dall’Unione monetaria e dai suoi parametri, è fuori dal sistema Schengen, beneficia di un trattamento di favore sul contributo che ogni Stato membro versa al bilancio Ue rapportato al suo Pil, può non applicare la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, fruisce di significative deroghe in materia comunitaria di giustizia e affari interni. Un mix di benefit che nel tempo hanno alleggerito sempre più i vincoli comunitari del Regno Unito il cui peso decisionale è rimasto però inalterato! La Gran Bretagna ha scelto di liberarsi dei lacci e laccioli comunitari, l’Unione europea  si libera di un Paese che colpevolmente ha dimenticato la lezione della storia. Un divorzio nel segno di un anacronistico nazional-populismo. Ma alla fine della telenovela (e del caos) c’è da chiedersi: per la Gran Bretagna, nel mondo globale, sarà ancora  “splendido isolamento”?      



Carmelo Musumeci da Papa Francesco

Finalmente Carmelo Musumeci ha avuto modo di incontrare Papa Francesco e gli ha domandato se poteva abbracciarlo a nome di tutti gli ergastolani.


ECCO ALCUNI BRANI DI UNA LETTERA CHE AVEVO SCRITTO A PAPA FRANCESCO QUANDO PENSAVO CHE DI ME SAREBBE DAL CARCERE USCITO SOLO IL MIO CADAVERE: 

Papa Francesco, penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia. Le prigioni, così come sono, sono fabbriche di odio ed è difficile migliorare le persone con la violenza e la sofferenza. Il carcere in questo modo ci trasforma in mostri perché qui non esiste l’amore, esistono solo i disvalori. Se siamo uomini non possiamo stare solo anni e anni chiusi in una cella, dovremmo stare insieme ad altri uomini migliori di noi. Sono fortemente convinto che perdonare è più facile di essere perdonato. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare. Il perdono è la migliore vendetta che una società può dare, perché fa incredibilmente tirare fuori il senso di colpa per il male fatto. Molti non sanno amare perché non sono amati, altri hanno l’amore nel cuore e non lo sanno. Una persona che ha infranto la legge di Dio e degli uomini per essere recuperato non dovrebbe avere bisogno di sbarre, ma di essere amato come una persona libera, se non di più. E una persona perbene per smettere di essere disonesta deve imparare ad amare tutto e tutti, perché chi ama fa innanzi tutto bene a se stesso, perché solo l’amore ti fa diventare felice.
Papa Francesco, l’ergastolo è una pena di morte a gocce. È sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perché è molto peggio, dato che la pena di morte si sconta da morto e la pena dell’ergastolo si sconta da vivo. Con la pena di morte finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia un’agonia che durerà per tutta la vita. Gli ergastolani vivono distaccati ed estraniati da tutti gli altri prigionieri, nel nostro mondo di solitudine e ombra. Per noi morire è la cosa più facile, invece vivere è la cosa più difficile. Sogno spesso di avere un fine pena per avere un calendario in cella per segnare i giorni, i mesi e gli anni che passano. Spesso sono stanco di fare battere il mio cuore fra quattro mura… prigioniero in fondo agli abissi, ferito da uomini dal cuore sporco e la fedina penale pulita. Sono stanco di essere chiuso e solo senza speranza… seguendo sogni con occhi aperti e spenti. Sono stanco di essere solo un’ombra che vive al buio e spera nella morte ma continua a cercare la vita e la luce. Sono stanco di esistere… di ascoltare i miei lamenti… che mi penetrano… mi lacerano… mi distruggono.
Papa Francesco, spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi. Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti. Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.
Carmelo Musumeci

1978-1979: il biennio in cui tutto poteva essere e, invece, tutto cambiò (I parte) a cura di Angelo Ivan Leone

1978-1979: il biennio in cui tutto poteva essere e, invece, tutto cambiò (I parte)

La storia di un’agonia ideologica. Nell’anno 1978 il comunismo nelle sue molteplici forme e strutture nazionali e sovranazionali sembrava avere il mondo intero ai suoi piedi. I partiti comunisti, infatti, avevano governato il movimento di contestazione globale studentesco che la storia marchiò come il ’68 in ogni parte del globo dando praticamente una connotazione eminentemente politica a tale movimento che era nato, ricordiamolo bene, nella università di Berkeley nella California democratica, che ancora oggi i repubblicani degli States definiscono essere un Paese comunista.

Anche perché Arnold “Terminator” Schwarzenegger era di lì a venire.

Ma lasciamolo stare Terminator che, come disse l’indimenticabile Micheal Douglas nel film “Wall street, il denaro non dorme mai”: avrebbe fatto meno danni se si fosse messo a recitare Otello nei poemi di Sir William, e torniamo all’impetuosa avanzata comunista che ebbe in quell’anno il suo culmine e il suo momento apicale.
Il ’68, quindi, come movimento e spinta tellurica venne cavalcato cinicamente dai comunisti che ne avevano dapprima preso le distanze non ritenendolo, come in effetti non era, cosa loro. Questo perché sebbene la California venga dipinta come un Paese comunista, come già detto, dai repubblicani esso lo è solo nella testa dei repubblicani medesimi, testa che è abbastanza confusa, per usare un eufemismo, come abbiamo visto essere la testa di Bush figlio quando iniziò a bombardare un po’ ad minchiam tutto il medioriente e ci buttò nelle peste di una guerra disastrosa da cui ancora oggi fatichiamo a venir fuori. Ergo

il ’68 nato in California era semplicemente un movimento giovanile di protesta dei ragazzi che andavano a morire in Vietnam per una guerra di aggressione,

in funzione della famosa e famigerata teoria del contenimento, che essi non sentivano per nulla come una guerra loro. Questo se non lo sentivano gli stessi bianchi, addirittura i Wasp (White Anglo Saxon and Protestant) figuratevi come non lo dovevano sentire tutte le altre minoranze di cui gli States sono pieni e da cui sono stati formati.

“Nessun Vietcong mi ha mai chiamato sporco negro”, Alì dixit.

Tuttavia i partiti comunisti sfruttarono questa iniziale protesta civile-studentesca per renderla parte della loro letteratura antagonistica al sistema capitalistico, senza ricordarsi e ricordare al mondo stesso, che il ’68 c’era stato anche nel blocco comunista e aveva visto la primavera di Praga schiacciata dai cingolati sovietici, ma i partiti comunisti sono sempre stati maestri nell’occultare le cose di cui si sono vergognati e le loro vergogne in genere, si pensi alla vicenda delle foibe, per via di quella egemonia culturale, che memori degli insegnamenti di Marx, hanno sempre esercitato sulla classe intellettuale nazionale e internazionale in genere.
Questa peculiarità ad avere un’egemonia culturale è stata declinata superbamente in Italia da un uomo straordinario come Antonio Gramsci e lasciamo stare cosa sarebbe divenuto il Partito Comunista se fosse stato nelle mani di Gramsci piuttosto che in quelle di Togliatti, perché si potrebbe aprire un’importante correlazione di cosa sarebbe stato lo stesso movimento comunista mondiale se fosse andato a finire nelle mani dell’internazionalista Trozcky piuttosto che in quelle abbastanza deformi, per non dire mostruose, del piccolo padre georgiano, alias Giuseppe Stalin. Anche se

questa tendenza a farsi rappresentare sempre dai peggiori

qualcosa avrebbe pur dovuto dire a quegli intellettuali non schierati su cosa fosse davvero il comunismo come movimento.
(c) Angelo Ivan Leone

18 aprile 2019

Conti pubblici fra sogni e qualche bugia a cura di Antonio Laurenzano

Conti pubblici fra sogni e qualche bugia
(c) Antonio Laurenzano
Conti pubblici, problemi di sempre! Il Documento di economia e finanza (Def) approvato dal Consiglio dei Ministri ha ridisegnato il quadro macroeconomico italiano riproponendo le incertezze e i vincoli di finanza pubblica per la prossima Legge di bilancio. Un documento che nell’aridità di numeri e tabelle certifica che l’Italia, al di là dei roboanti proclami del vice premier Di Maio nella “notte del balcone”, è ferma. Maxi taglio delle stime di crescita fissate per l’anno corrente allo 0,2% rispetto all’1,5% di dicembre, poi corretto all’1% in sede europea. Una previsione che si avvicina a quella dell’Ocse (-0,2%). Un quadro dunque fortemente critico. Lo ha ribadito il Commissario Ue per gli affari economici Moscovici: “L’Italia sta soffrendo una situazione di stagnazione, se non di recessione, fonte di incertezza per tutta l’Eurozona”.
Il deficit dal 2% del Pil sale al 2,4% con ripercussioni sul debito pubblico che invece di ridursi come promesso continua ad aumentare, toccando a febbraio il record di 2.354 mld di euro, pari al 132,8% del Pil. E’ il macigno strutturale che paralizza l’economia italiana sul quale pesa la spesa per interessi che dai 64 mld di euro di quest’anno crescerà ai 73,7 del 2022. In valore assoluto, il conto aggiuntivo accumula 17,4 mld in tre anni. E’ la conseguenza delle incertezze politiche, è scritto con chiarezza nelle pagine del Def: a spingere sullo spread “sono state le forti tensioni sul mercato dei titoli di Stato alimentate dalle vicende politiche che hanno caratterizzato la formazione e l’elaborazione del programma del nuovo governo. Il debito toglie risorse importanti alla finanza pubblica, in quanto allocate al pagamento degli interessi, e rappresenta un fardello per le generazioni future.” Ma sul bilancio pesano anche gli effetti di “quota 100” che solo quest’anno costerà 8,6 mld, per crescere poi di 10 mld l’anno. Con gli effetti del “reddito di cittadinanza” (6 mld quest’anno), i costi delle due riforme arrivano a 38 mld in tre anni.
La strada verso la manovra d’autunno appare tutta in salita. Secondo le stime del Sole 24 Ore, per centrare gli obiettivi programmatici di finanza pubblica occorrono misure extra che “fra quest’anno e il prossimo anno devono portare 46,6 mld alla causa di deficit e debito, senza i quali tutti i parametri punterebbero decisamente in alto aprendo rischi ulteriori per l’accoglienza dei nostri conti pubblici in Europa e soprattutto sui mercati.” Per sterilizzare le clausole di salvaguardia Iva, neutralizzandone l’aumento delle aliquote, il Governo, con non poco ottimismo (e qualche bugia di troppo!), punta a reperire le relative risorse di 23 mld da spending review, tax expenditures e revisione di sconti e bonus fiscali. Le stesse che dovrebbero assicurare la copertura di 12-15 milioni anche per la flat tax al 15% per le famiglie con redditi fino a 50 mila euro. Il libro dei sogni si arricchisce di nuove pagine. La campagna elettorale non è mai finita, caccia al voto!
In attesa del “boom economico” e dell’ “anno bellissimo” disegnato dal premier Conte, il ministr dell’Economia Tria, con maggiore realismo, non nasconde le difficoltà della manovra di bilancio con rischi di ribasso della crescita: “il profilo delineato per l’indebitamento netto richiederà l’individuazione di coperture di notevole entità”. Tradotto dal politichese: manovra correttiva, aumento Iva anticipato a luglio, patrimoniale? Il Governo smentisce, ma la fragilità del Paese rischia di tradursi in instabilità fuori controllo in presenza di una fantasiosa programmazione economica e finanziaria. I mercati finanziari non perdonano.

10 aprile 2019

DICHIARAZIONE DEI REDDITI AL VIA di Antonio Laurenzano

                             
DICHIARAZIONE DEI REDDITI AL  VIA  di  Antonio Laurenzano

Parte la stagione fiscale delle dichiarazioni dei redditi. Sul sito web dell’Agenzia delle Entrate, da lunedi 15 aprile, sarà disponibile il modello 730 online, precompilato dall’’Amministrazione finanziaria incrociando i dati presenti nella banca dati dell’Anagrafe tributaria con quelli ottenuti da banche, assicurazioni e dagli operatori tenuti all’invio attraverso il sistema della tessera sanitaria. Ogni contribuente potrà accedere direttamente alla propria dichiarazione tramite il Sistema pubblico per l’identità digitale (Spid), i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Fisconline), oppure utilizzando il Pin rilasciato dall’INPS o la Carta nazionale dei servizi (Cns). Potranno utilizzare il modello 730 lavoratori dipendenti e pensionati e chi nel 2018 ha percepito redditi di terreni, fabbricati, capitale e lavoro autonomo (senza obbligo di partita iva). Se il 730 precompilato viene accettato senza modifiche non ci saranno controlli sui documenti relativi alle spese inserite. Per l’invio telematico la scadenza è fissata al 23 luglio 2019. Entro i cinque giorni successivi all’invio l’Agenzia rilascerà la ricevuta di presentazione con il riepilogo dei principali dati contabili. Qualora dalla dichiarazione emerga un credito o un debito d’imposta, il relativo rimborso o trattenuta sarà operato dal datore di lavoro o dall’ente pensionistico nella busta paga o nella rata di pensione a partire, rispettivamente, da luglio e agosto/settembre 2019.
Diventa sempre più cospicuo il flusso dei dati a disposizione del Fisco ai fini della precompilata che, dopo un rodaggio iniziale di alcuni anni, sta entrando da protagonista nel non facile rapporto con il contribuente. A testimoniare il successo di questa operazione sono i numeri forniti dall’Agenzia delle Entrate. Nel 2018 sono aumentate le dichiarazioni dei redditi inviate in “modalità fai-da-te” dal sito delle Entrate. Sono stati oltre 2,7 milioni i contribuenti (+18,75%) che lo scorso anno hanno visualizzato, accettato o integrato il modello 730 predisposto dall’Agenzia, chiudendo in poche battute l’appuntamento con il Fisco. La Lombardia è risultata la regione al primo posto per il numero di dichiarazioni spedite (oltre 650 mila).
Debuttano nel 730 online di quest’anno alcuni sconti fiscali: il bonus verde e la detrazione per gli abbonamenti di trasporto. Inserite inoltre le spese per la frequenza degli asili nido e per alcuni sussidi didattici, nonchè le erogazioni liberali a favore degli enti del Terzo settore. Nuovi elementi che vanno  ad aggiungersi a quelli già presenti negli anni scorsi, fra cui premi assicurativi, interessi su mutui, contributi previdenziali e assistenziali, spese sanitarie, scolastiche e funebri, spese per l’acquisto di farmaci e per le prestazioni rese da ottici, psicologi, infermieri, ostetriche, le spese veterinarie e quelle per gli interventi di recupero e di riqualificazione energetica degli edifici.
Sono oltre un milione le informazioni presenti nella precompilata 2019 a conferma della complessità del nostro ordinamento tributario. Un unicum europeo! Un labirinto di leggi, un intrigo di circolari, un ginepraio di norme. Conciliare gettito tributario e capacità contributiva del contribuente sarebbe una scelta di civiltà giuridica per l’affermazione della “cooperative compliance”, il regime di adempimento collaborativo che dovrebbe caratterizzare il rapporto fra Fisco e contribuente, proprio di uno Stato moderno.      

Lavorat(t)iva-Mente. Il nuovo oceano per la vecchia nave a cura di Angelo Ivan Leone


Lavorat(t)iva-Mente. Il nuovo oceano per la vecchia nave



Uno dei problemi per il nostro paese, l’Italia, è quello del lavoro. La nuova rubrica Lavorat(t)iva-mente. Il nuovo oceano per la vecchia nave

Uno dei problemi, non necessariamente il primo, ma certamente quello che la pubblica opinione sente essere il primo dei problemi, nel senso materialistico del termine, per il nostro Paese è quello del lavoro.
L’argomento è di fondamentale importanza, anche perché le varie classi dirigenti e governative, che abbiamo avuto dalla fine della tanto vituperata Prima Repubblica ad oggi, non paiono aver posto nessun freno a quella crisi che data dal 1992 e che, con quest’anno, ha compiuto 27 anni tondi, tondi.
Eravamo, quindi, in crisi da ben prima che la crisi mondiale del 2007-2008 venisse a travolgere il capitalismo finanziario americano e mondiale. Occorre però, a questo punto, mettersi d’accordo sul giusto termine da dare alle cose.
Una crisi, se dura da così tanto tempo, è bene interrogarsi su come definirla esattamente perché, stando alla parola, la crisi è un qualcosa di passeggero, contingente e comunque superabile, ma se una crisi dura da 27 anni e non è legata a un preciso accadimento e se, soprattutto, non se ne vede la fine, non è di una crisi che stiamo parlando, ma di una cosa un tantinello diversa che si chiama in tutt’altro modo:

decadenza.

Descriviamolo allora questo ultimo quarto di secolo di decadenza italiana, in un Paese sempre più diviso, innanzitutto tra nord e sud, e che, pur essendo sempre più diviso, rimane sempre, paradossalmente e nemmeno tanto, uguale a se stesso. Un Paese legato e intrecciato in oscene conventicole dove figurano capi, capetti e lacchè, un Paese con un mondo e, nello specifico, un

mondo del lavoro essenzialmente patriarcale e, forse oggi più di ieri, misogino e maschilista.

Un Paese che è rimasto figlio di se stesso e di quelle grandi entità che già il fascismo individuò in strapaese e stracittà. Il nostro Paese è, infine, inserito in un sistema industriale che non è mai realmente cambiato, dove sopravvivono solo e sempre delle piccole e medie aziende afflitte da quella che, molto pertinentemente, viene chiamata: “sindrome da Peter Pan”. Purtroppo questo sistema che ha dato all’Italia il tanto decantato “miracolo economico”, che fu un miracolo solo per una determinata parte del Paese, non ha retto e non poteva reggere con il suo nanismo nell’epoca attuale, fatta da giganti industriali e di nuovi attori politici come i Brics che sono mastodontici, sin dalle dimensioni delle popolazioni:

1miliardo e 400milioni di abitanti in Cina e 1miliardo e 300milioni l’India.

In questa epoca dove tutti diventano sempre più “troppo grandi per fallire”, noi opponiamo il classico schema italiano a conduzione famigliare e familistico dell’aziendina con non più di 15 dipendenti. E’ un po’ come partecipare alla Seconda guerra mondiale come ci partecipò la Polonia: con i cavalli contro i carri armati o come, meglio ancora, ci partecipò la stessa Italia: senza portaerei, ma tanto
“Noi non abbiamo bisogno di portaerei perché Taranto è già una portaerei naturale” Mussolini dixit.
Tuttavia non si tratta di meri problemi di proporzione, o comunque, non soltanto ed essenzialmente del nanismo del nostro sistema industriale, perché questo nanismo e questo familismo si riflettono in maniera deleteria anche a livello mentale e psicologico.

In Italia, infatti, ci si fida più della famiglia che dello stato,

o peggio ancora, horribile dictu, del mercato, anche e soprattutto in termini lavorativi. La cosa sembrerebbe ridicola in un Paese che si dice capitalista e nel quale, per via di questo fidarsi della famiglia e di questo familismo esasperato ed esasperante, l’economia informale, con i legami atavici che la famiglia sviluppa, sembra trionfare sempre sull’economia formale. Tutto questo, naturalmente, genera l’enorme aspetto del lavoro nero e sommerso che è altra caratteristica precipua e fondamentale del sistema italiano.

Il familismo industriale italiano

ha anche un’altra faccia: quella di rendere il Paese nella conduzione delle sue poche industrie importanti e a dimensione realmente grande come cosa aliena e, soprattutto, “cosa loro” che si spartiscono poche e privilegiate famiglie, senza far entrare nessuno nei loro salotti più sprangati e chiusi di quelli della nobiltà nera romana all’indomani della presa di Roma e della breccia di Porta Pia (1870). Tutta questa chiusura, questo scarso ricambio e insufficienza nell’affrontare nuove sfide industriali in un mondo radicalmente cambiato delineano con chiarezza il profilo di un Paese che reca in sé le stimmate non solo della decadenza, che già di quello è giusto che si parli e non più di crisi, ma di un puro e semplice avvitamento su se stesso che porta al sottosviluppo.

Non c’è infine il capitalismo garibaldino

che ha sempre connaturato in positivo in passato il nostro sistema industriale. Parlo di quel capitalismo dei capitani coraggiosi alla Enrico Mattei che faceva paura ai padroni veri di questo mondo o almeno di quel mondo di stretta osservanza americana. “Ed è pure morto, poveretto…” Giulio Andreotti, quando ti sale quel brivido lungo la schiena e non sai spiegarti il perché. Scomparso quel capitalismo garibaldino,

sono venuti meno, uno alla volta, tutti i vecchi ammiragli della nostra “portaerei naturale” gli Agnelli, i Falck e i Cuccia.

Tanto per citarne alcuni che avevano non tanto “quel supplemento d’anima” di cui parla, a giusta ragione, Bergson, quanto quel tantinello di attributi per avere mano ferma e schiena dritta dinanzi all’attacco alle loro aziende e banche da parte del capitalismo e dei capitalisti stranieri.
Scomparsi i capitani coraggiosi, venuti meno, per ragioni cogenti i vecchi ammiragli, si naviga a vista con tanti, forse troppi, sottoufficiali del mare in un oceano nuovo: quello della globalizzazione e dello scontro tra sistemi industriali titanici e con volume d’affari mastodontici.
Così la nave Italia va, quasi per inerzia, spinta soltanto a forza di nude braccia dai vogatori, dai lavoratori con quella vocazione all’impegno e al sacrificio che hanno reso e rendono grande il nostro popolo.
Il problema è che il governo, che di questa nave dovrebbe essere il capo, su tutto questo di cui ho scritto non s’interroga e non si cura di avere alcuna rotta né tantomeno di tracciarla, troppo impegnato a inseguire un facile successo fine a se stesso. Così la nave Italia va senza rotta e senza timoniere, ammiraglio e capitano, non si sa nemmeno più dove. In Russia risponderebbero: “Cërt snaet” “Il diavolo lo sa!”.

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica