30 dicembre 2018

Quello che rimarrà a cura di Angelo Ivan Leone

QUELLO CHE RIMARRÀ  

Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Due guerre perse. Una ventina d’anni buttati ad inseguire un nemico immaginario e sopravvalutato con cui si era in ottimi rapporti prima della caduta del muro e della fine del famigerato “impero del male” di reganiana memoria. Una crisi economica epocale che ha visto lo stato americano prestare 800 miliardi di dollari a quelle banche che quella crisi avevano provocato con un segretario al tesoro che era un ex proprio di una di quelle banche.
Una reazione al primo afro alla casa bianca che ha portato il prodotto più degenere dei wasp proprio in quella stanza dei bottoni dove, uno come lui, in tempi normali, non sarebbe mai nemmeno stato pensabile, tanto è vero che era stato profetizzato solo da un cartone animato. Il vero nemico (CINA) che diventa sempre più forte ed egemonizza gli altri stati e continenti. I BRICS che vedono di nuovo la Russia tornare forte con a capo il satrapo Putin. 1) Sconfitti in guerra. 2) Sorpassati nella visione politica. 3) Salassati in economia. 4) Nanismo e provincialismo imperante. 5) Soppiantati da vari centri di potere e nazioni alternative con potenze regionali che non guardano più a loro. Quando i posteri faranno e, soprattutto, scriveranno la storia di questo periodo, sarà questo e solo questo, quello che rimarrà.

recensione di THE OUTSIDER di Stephen King a cura di Miriam Ballerini


THE OUTSIDER di Stephen King
© 2018 Mondadori libri Spa Milano
ISBN 978-88-200-6623-9
Pag. 531 € 21,90

Dopo due libri scritti a quattro mani, uno col figlio, uno con un altro scrittore, finalmente King torna a narrare in solitaria; cosa che gli riesce decisamente meglio!
The outsider è un buon libro. Di quelli che apri, inizi e vuoi continuare per vedere come andrà a finire.
Tutto ha inizio con la morte di un ragazzo di quattordici anni, ucciso in un modo orribile. Il delitto avviene in una piccola cittadina dove si conoscono tutti. E molti sono i testimoni che hanno riconosciuto l'assassino, anche perché, pare, lui non ha fatto nulla per celarsi: l'omicida è un professore senza macchia, che allena anche i ragazzi sul campo di baseball.
Il detective decide di arrestarlo davanti a tutti, durante una partita: un uomo del genere non merita altro che la gogna, la pubblica vergogna.
Il caso sembra assolutamente agevole: le impronte e il dna corrispondono al coach Terry, i testimoni sono numerosi.
Eppure... il coach non si trovava nemmeno in città durante l'omicidio. Testimoni, video e impronte lo collocano esattamente da un'altra parte. Il suo è un alibi di ferro.
Come è possibile?
A questo punto il detective Ralph e la sua squadra, si uniscono alla vedova del coach ( nel frattempo è stato ucciso mentre veniva portato in tribunale), e ai suoi difensori.
Entra in scena una nostra vecchia conoscenza: Holly Gibney, colei che aiutò il detective Bill Hodges nella trilogia “Mr. Mercedes – Chi perde paga – Fine turno” . Veniamo informati della morte di Bill e di come Holly abbia continuato in una attività analoga a quella da detective.
La squadra è ora al completo e può ripercorrere tutte le tappe dell'omicidio del quattordicenne, oltre ad altri casi simili.
Forse, per risolvere questi crimini, è davvero necessario lasciare perdere le indagini classiche, aprire un poco la mente perché, se la spiegazione non può essere razionale, allora dovranno lasciare spazio all'irrazionale.
King prende spunto da una leggenda, scritta sotto forma di favola per bambini e, come sempre, sa trarne un libro che vale la pena di leggere.
Fra thriller e horror, il nuovo romanzo di King ci offre dei personaggi ben definiti, accompagnandoli con altri che già conosciamo e al quale abbiamo avuto già modo si affezionarci.

© Miriam Ballerini

Il Differimento della (Rieducazione?) Pena per Motivi di Salute


Il Differimento della (Rieducazione?) Pena per Motivi di Salute

Nella condizione in cui devo vivere, i capricci nascono da soli: è incredibile come gli uomini costretti da forze esterne a vivere in modi eccezionali e artificiali sviluppino con particolare alacrità tutti i lati negativi del loro carattere
-GRAMSCI A., Lettere dal Carcere-


Didier Fassin ha recentemente pubblicato un saggio intitolato “Punire. Una passione contemporanea”, nel quale si offre un’interessantissima riflessione: “Nell’ultimo decennio il mondo è entrato in un’era del castigo. […] In linea di principio, di fronte ai disordini vissuti da una società, alla violazione delle sue norme e all’infrazione delle sue leggi, i suoi membri si affidano a una risposta fatta di sanzioni che alla maggior parte degli individui appaiono utili e necessarie. Il crimine è il problema, e il castigo è la sua soluzione. Con il momento punitivo, è il castigo a diventare il problema. lo diventa a causa del numero di persone rinchiuse o poste sotto sorveglianza, dello scotto pagato dalle loro famiglie e comunità, del costo economico e umano che ciò determina per la collettività, della produzione e riproduzione di disuguaglianze che favorisce, della crescita della criminalità e dell’insicurezza che genera e, infine, della perdita di legittimità derivante dalla sua applicazione discriminatoria e arbitraria. Ritenuto ciò che dovrebbe proteggere la società dal crimine, il castigo appare sempre di più ciò che invece la minaccia. Il momento punitivo incarna questo paradosso1 ”. La bontà di tale argomentazione, molto probabilmente, può essere apprezzata - anche ed a fortiori -allorquando ci si interroghi sulla compatibilità della detenzione con lo stato di salute precario di alcuni detenuti: il momento punitivo, infatti, in tali circostanze appare del tutto paradossale.
            È recentissima, d’altronde, la triste notizia di Ezio Prinno, un detenuto del carcere di Opera costretto ad indossare ventiquattro ore su ventiquattro un casco per evitare di procurarsi lesioni derivanti dai suoi frequenti attacchi di epilessia. La madre, intervistata da “Il Dubbio”, ha riferito parole che gettano in non poco imbarazzo gli operatori del diritto: “non mi interessano gli sconti di pena, chiedo solo che mio figlio abbia una carcerazione dignitosa2 ”. Lo studio dell’applicazione del diritto alla salute all’interno delle carceri, infatti, spesse volte pare condurre al disvelamento di una tristissima realtà: si potrebbe dire provocatoriamente (ma non troppo) che si assiste più ad un differimento della rieducazione che della pena. Gli artt. 146 e 147 c.p., d’altronde, sembrano essere lenti dislessiche nel momento in cui consentono di osservare il detenuto perseguendo ratio tanto distinte quanto distanti: l’obbligo dell’ordinamento di eseguire le pene da un lato ed il diritto alla salute del detenuto dall’altro. Tale circostanza induce una riflessione di non poco momento: è il diritto alla salute del detenuto a dover cedere il passo a vantaggio dell’obbligo, posto in capo allo Stato, di eseguire le pene o è il contrario? L’art. 27 della Costituzione è chiaro nel rispondere a tale quesito: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato3 ”. Se è vero, come è vero, che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, allora, non si comprende come si possa sostenere che il detenuto debba “adattarsi” al carcere piuttosto che il carcere al detenuto. La stessa espressione “incompatibilità con il regime carcerario” tradisce, a ben vedere, una visione di tale complesso fenomeno scaturente da una prospettiva del tutto erronea: non spetta, infatti, al detenuto essere “compatibile” con il carcere ma, casomai, è il carcere a dover essere compatibile con il detenuto. In numerose ipotesi, infatti, è il regime carcerario a palesarsi come incompatibile con il detenuto.
Osservare la problematica del diritto alla salute nelle carceri attraverso una prospettiva secondo la quale è il detenuto a doversi adattare al regime carcerario conduce a conclusioni che, alla fin fine, ri(con)ducono la questione alla pericolosità sociale e “secondo [le quali] per il differimento della pena detentiva è necessario che la patologia da cui è affetto il condannato sia tale da porlo in pericolo la vita o da provocare conseguenze dannose rilevanti, esigendo un trattamento terapeutico che - anche tenuto conto della pericolosità sociale del detenuto valutata comparativamente - non si possa attuare nello stato di detenzione4. La pericolosità sociale diviene, fuori dai denti, il discrimine in grado di determinare la compatibilità o meno del detenuto con il regime carcerario: troppa, infatti, la discrezionalità che un concetto sì vago getta nelle mani del magistrato di sorveglianza di turno. Al di fuori dei confini nazionali, d’altronde, le prospettive di osservazione non sembrano mutare. Si pensi, ad esempio, ad una recente pronuncia della Corte Europea secondo la quale “Il regime speciale del 41-bis, previsto dall'ordinamento italiano per fini preventivi e di sicurezza, non è contrario alla Convenzione europea. Tuttavia, le autorità nazionali devono prevedere un continuo monitoraggio e fornire un'adeguata motivazione nel caso in cui il detenuto per il quale è stato disposto tale regime si trovi in gravi condizioni di salute e abbia subito una perdita cognitiva grave5 ”. La presenza della pericolosità sociale, in sintesi, garantisce sempre e comunque la compatibilità del detenuto con il regime carcerario ma, a contrario, non garantisce quasi mai la compatibilità del regime carcerario con le condizioni psico-fisiche del carcerato. È per tale motivo che si potrebbe dire che all’interno delle carceri italiane si assiste assai più facilmente ad un differimento della rieducazione piuttosto che della pena.
         La rieducazione, ai sensi della l. 354 del 19756 , dovrebbe attuarsi secondo un trattamento che “tende, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale e [dovrebbe essere] attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni degli interessati”. Tale affermazione, ictu oculi, sembra ipotizzare una pena del tutto dissimile dal carcere e, purtuttavia, è noto che “l’interesse per i contenuti della rieducazione storicamente si accompagna, almeno nell’epoca moderna, al progressivo affermarsi della pena detentiva come modello dominante di sanzione penale7 ”. La riprova del fatto che sia questo “lo stato dell’arte” si ha nella lettura di un’opera di autorevolissima dottrina che, nel momento in cui predica che la pena detentiva debba “proporsi la finalità di ricostruire, attraverso tutti i tentativi utili di rieducazione8 ” e che sia necessario “superare sia la concezione pan-carceraria sia quella carcerocentrica9 ” conclude chiosando: “il carcere rappresenta l’anello di chiusura necessario a reggere la catena sanzionatoria, ma altre sanzioni vanno previste sin dalla fase della sentenza10 ” tradendo, in buona sostanza, un formale sacrificio all’altare della pena carceraria. È come leggere, a modestissimo parere di chi scrive, le celeberrime parole di Foucault: “conosciamo tutti gli inconvenienti della prigione, e come sia pericolosa, quando non è inutile. E tuttavia non vediamo con quale altra cosa sostituirla. Essa è la detestabile soluzione di cui non si saprebbe fare a meno11 ”.
            Tale weltanschauung del diritto penale, al di là delle apparenze, influenza anche la problematica del differimento dell’esecuzione della pena per motivi di salute. Se il carcere, infatti, viene visto come lo strumento principe per contenere la pericolosità sociale e quest’ultima determina, sempre e comunque, una “compatibilità de facto con il regime penitenziario”, allora, risulterà, sempre e comunque, assai arduo ottenere il differimento della pena perché il carcere non diviene solo un’extrema ratio ma, casomai, esso stesso si palesa come una ratio.
            L’(ab)uso del concetto “pericolosità sociale” è, in sintesi, figlio d’una più estesa visione del diritto penale connotata da un radicato carcerocentrismo ed esasperata, oggi più che mai, da una politica che vede nel diritto unicamente uno strumento per attirare consensi. Fino a che continuerà ad esistere il “credo del carcere”, “un’istituzione al tempo stesso illiberale, disuguale, atipica, almeno in parte extra-legale ed extra-giudiziale, lesiva della dignità della persona, penosamente e inutilmente afflittiva12 ”, molto probabilmente, continueranno a fare “notizia” detenuti privati della loro dignità, anche nel momento in cui, a causa di una malattia, sono più fragili. Si potrebbe dire, con le parole del Ferrajoli, che “di questa istituzione sempre più povera di senso, di questa macchina disumanizzante, che produce un costo di sofferenze non compensato da apprezzabili vantaggi per nessuno, risulta per ciò giustificato, in una prospettiva di lungo termine, il superamento13 ”, precisando, che ciò “non vuol dire […] superamento della pena, che equivarrebbe di fatto, al di là delle illusioni dei suoi fautori, a un sistema di diritto penale massimo, selvaggio e/o disciplinare14 ” ma, casomai, significa introdurre un “diritto penale minimo15 ”, inteso come “tecnica di minimizzazione della violenza nella società: della violenza dei delitti ma anche di quella delle reazioni ai delitti16 ”. Una buona parte della dottrina, non a caso, sostiene la necessità di procedere ad una “forte” depenalizzazione al fine di raggiungere tale obiettivo e, purtuttavia, prima di ogni altra cosa, sarebbe opportuno “spodestare la reclusione carceraria dal suo ruolo di pena principale e paradigmatica e, se non abolirla, quanto meno ridurne drasticamente la durata e trasformarla in sanzione eccezionale, limitata alle offese più gravi a diritti fondamentali […], i quali solo giustificano la privazione della libertà personale che è pur essa un diritto fondamentale costituzionalmente garantito17 ”.
            Il diritto penale, in caso contrario, un bel giorno potrebbe destarsi dai sogni e reincarnare il Gregor Samsa di Kafka: potrebbe, cioè, trovarsi “tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne st[sarebbe] disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che [provasse] ad alzare la testa [potrebbe] vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si [reggerebbe] a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi [annasperebbero] impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale18 ” e non gli resterebbe più alcunché da fare se non chiedersi “che cosa mi è accaduto?19 ” e sperare di riaddormentarsi.

Daniel Monni

24 dicembre 2018

AUGURI

Auguri di buone feste a tutti voi: lettori, passanti, collaboratori.
A rileggerci al prossimo anno.




"Il piu' autentico significato del Natale e'che tutti noi non siamo mai soli".
Taylor Caldwell

23 dicembre 2018

Fumetti

(c) Gordiano Lupi

Il compagno radicale a cura di Angelo Ivan Leone

Il compagno radicale
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Il partito radicale ebbe i meriti storici di non lasciare le battaglie civili del post ’68 in mano ai cattocomunisti, altrimenti oggi saremmo ancora un Paese senza l’aborto, senza il divorzio e con una condizione civile infinitamente peggiore, voi direte si può? Certo che si può, specie se entriamo in quello che Hegel avrebbe certamente definito: lo spirito del tempo. I radicali portarono questa lotta di civiltà in Parlamento che era il luogo deputato, mai parola fu più azzeccata, ad affrontare tali questioni e con i referendum interrogarono il popolo italiano e vinsero.
Che grande vittoria fu quella. Una vittoria di civiltà che è poi, o meglio dovrebbe essere, la massima aspirazione per una qualsiasi forza politica e non il potere. Al potere i compagni radicali non mirarono mai, anche quando entrarono nella stanza dei bottoni, apparvero sempre spaesati perchè al potere, con tutte le brutture che esso comporta, furono sempre inconciliabili. Furono dei Don Chisciotte e come non si fa ad amare Don Chisciotte? Perciò io, se fossi in chi adesso è in parlamento, vedrei questo in Emma Bonino e ne avrei rispetto e, soprattutto, me ne starei, per via di quel rispetto, in piedi. In piedi.

18 dicembre 2018

Sogni e altiforni di Gordiano Lupi e Cristina de Vita a cura di Stefano Tamburini



LA PREFAZIONE 
Stefano Tamburini (Per gentile concessione de il Tirreno)

Sfogliando questo libro sembra quasi di sentirlo il profumo del tempo passato, l’odore della nostalgia, di quella sana, dolce nostalgia che fa bene al cuore. Quella che libera le menti verso i tempi andati e costruisce un gigantesco dribbling fra tanti amori perduti che in fondo non lo sono mai del tutto. Sono l’amore per una donna e quello per il calcio. 

Il protagonista è lo stesso di un altro fortunato libro di Gordiano LupiCalcio e acciaio, che aveva, continua ad avere un sottotitolo volutamente forviante: Dimenticare Piombino. Perché in realtà non viene affatto dimenticata Piombino, una cittadina della costa toscana davanti all’Isola d’Elba alle prese come tante altre con la decadenza di un’epoca industriale andata smarrita, affievolita quasi come gli amori del protagonista. Anzi, è lo sfondo, parte dello sfondo di una grande storia che si chiama vita, di un passato che ritorna senza in realtà mai essersene andato.

C’era tanto amore in quel primo romanzo e ce n’è tanto anche in questo che Gordiano Lupi ha scritto a quattro mani con Cristina de Vita, regalandoci anche l’altra faccia di una medaglia ricca di passione e di nostalgia, l’altra faccia dell’amore. È una storia a tratti anche molto amara, con passaggi fatti di delusioni, di tristezze e di abulie che rendono ancora più vero tutto il vissuto che si respira pagina dopo pagina. 

È comunque una bella storia, per niente scontata, che ha due punti di vista, che in qualche modo combaciano, rendono giustizia a un amore perduto che perduto non lo è mai stato fino in fondo. Il protagonista è un ex grande calciatore, partito da una piccola cittadina di provincia per poi rientrarci a giocare, ad allenare e soprattutto a vivere con il suo carico di noia e di rimpianti. Rimpianti mai del tutto confessati, neanche a se stesso, completamente incapace come è di amare come vorrebbe. Ma è anche un personaggio stupendo negli slanci di generosità sempre mascherati, travestiti con qualche altra motivazione. Un personaggio capace di cambiare squadra del cuore per l’attaccamento a un giovane calciatore fatto crescere e accompagnato nel cammino del successo fino a fargli vestire la maglia di una grande della Serie A nel primo romanzo e rimasto sullo sfondo in questo secondo libro dal titolo Sogni e altiforni. 

E sullo sfondo restano anche le contraddizioni di un’epoca difficile, quella dei nostri giorni, in tante realtà come Piombino. È la storia di tante comunità che hanno sempre potuto contare su una grande industria, su un lavoro sicuro e che adesso pagano un tributo pesante a errori di programmazione e di visioni. Comunità che vivono anche tensioni politiche che sono sempre pronte a riemergere in ogni paragrafo. Sogni e altiforni, dunque, che nel romanzo restano sullo sfondo ma fanno sentire la loro presenza. E c’è anche uno stadio, anzi sono due, a fare da scenario per molti passaggi di questo libro. Prima di tutto quello glorioso degli esordi del protagonista, diventato decadente nell’epoca moderna, al passo con il declino di una città e di un modo di vivere che si rispecchia nell’acciaio perduto e nella contrapposizione fra chi non lo vuole più e chi invece pensa che non se ne possa fare a meno. 

Ci sono tutte queste tensioni che si intrecciano una dopo l’altra e spesso anche tutte insieme in pagine che fanno sentire l’odore dei ricordi e anche il sapore della nostalgia, senza mai restarne ingabbiati. E dunque è una storia d’amore non nel senso classico del termine, così come la prima, quella di Calcio e acciaio.

È una bella lettura perché racconta emozioni senza invaderle e le fa vivere da dentro anche a chi si affaccia a questa storia, pagina dopo pagina. Gli autori restano sempre un passo indietro, con quel pizzico di pudore che finisce con il dare a ogni lettore lo spazio per una personale visione. A un certo punto della narrazione troverete una frase stupenda: Non potete togliermi il profumo del tempo passato. A me ha colpito perché è quel profumo che molti della mia generazione continuano a sentire pur sapendo che ormai quell’odore è andato perduto ma sono felici di trovare il modo di rinfrescarlo, perché aiuta a capire meglio anche gli odori nuovi, quelli che ammantano il non sapere come sarà il domani. Di ognuno nel particolare e nel complesso di tante comunità come quella rappresentata da Piombino e anche da Trani, dove ci sono l’altro stadio e l’altro scenario d’amore che si intreccia nella doppia narrazione di questo romanzo. A un certo punto Gordiano Lupi lo scrive chiaramente: Basterebbe poco, forse. Ma quel poco è troppo, per chi rimpiange un passato d’acciaio, per chi s’illude d’un presente di perduto acciaio, per chi ricerca un futuro che riporti in vita l’acciaio. Sostituite la parola acciaio con quel che nei tempi andati ha offerto lo slancio alla vita e alla crescita, economica e civile, di molte comunità e troverete

lo sfondo su cui far rivivere anche tante altre storie mai scritte. 

La bellezza del romanzo va oltre la storia che racconta: è la nostalgia che fa battere forte il cuore senza mai restare prigionieri del passato. Ed è l’atto d’amore più grande di questo romanzo. —



Recensione de L'infinito è mio" a cura di Vincenzo Capodiferro


L’INFINITO È MIO!
I “Discorsi teologico-politici” di P. Bonaventura Trapolino, contemporaneo di Don Sturzo ed attivista cattolico degli inizi del ‘900
A cura di V. Capodiferro

«Padre Bonaventura, al secolo Antonino Trapolino, nasce a Bisacquino, nel palermitano, il 7 gennaio del 1863 e muore a Palermo nel Convento delle SS. Stimmate il 24 aprile del 1947. La sua vita è dunque racchiusa nell'intenso periodo di rinnovamento spirituale e politico che va dall'Unità d'Italia al secondo dopoguerra ed egli fu infatti molto attivo politicamente, come si evince dai discorsi che teneva in conferenze in giro per la Sicilia. I discorsi di padre Bonaventura hanno però anche un elevato contenuto e valore spirituale, intriso del grande spirito dell'umanesimo cristiano, lo stesso di Paolo VI, secondo il quale non può esserci vero umanesimo senza cristianesimo. E proprio questo è il messaggio profondo dei discorsi di padre Bonaventura». Abbiamo pubblicato i suoi discorsi in “L’infinito è mio! Discorsi teologici e politici”, edizioni Segno, dicembre 2018. Ciò che accadde nella Sicilia degli inizi di quello che fu l’arroventato e terribile Novecento fu una vera e propria rivoluzione sociale, che vide come protagoniste le classi più infime della popolazione: contadini, operai delle zolfatare, etc. Questo movimento faceva capo ai Fasci Siciliani, antesignani ideologici del Fascismo contemporaneo. Non dimentichiamo che Benito era figlio di un fabbro ed aveva militato nel socialismo e nel sindacalismo rivoluzionario, che faceva riferimento al Sorel. La rivoluzione socialista della Sicilia protonovecentesca vide la partecipazione diretta della Chiesa. Tanto è vero che si legge in Luigi Sturzo ella storia d’Italia, Roma 1973: «Di questo movimento di preti e di agitatori sociali non si conosce ancora bene la consistenza e l’estensione. Comunque Luigi Sturzo fu l’espressione massima di un fenomeno molto ampio e generalizzato, che toccò quasi tutte le province siciliane, dove ogni diocesi, ogni paese aveva il suo «Luigi Sturzo», cioè il suo ecclesiastico animatore dell’azione e dell’impegno sociale cattolico, in senso dichiaratamente, anche se non sempre lucidamente democratico cristiano, solo per citare alcuni nomi, in provincia di Palermo si distinsero, fra gli altri, insieme ai ricordati Torregrossa, Lo Cascio e Marino, Giovanni Papas Alessi (Palazzo Adriano), Nicolò Genovese (Contessa Entellina) Bonaventura Trapolino (Bisacquino), Andrea Macaluso (Alia) …». Il nome più noto fu Sturzo della rivoluzione sociale-cristiana siciliana, ma vi furono tanti protagonisti, trai quali il frate Bonaventura da Bisacquino. Come somiglia non solo per assonanza don Luigi Sturzo a don Luigi Pittella del nostro paesello! Scusate questo inserto, nel ricordo di questa umile figura. Don Luigi Pittella non era un prete, ma un uomo semplice, con la terza elementare, eppure era il difensore dei deboli. Il “don” nei paesini come il nostro si dava solo ai preti e ai galantuomini, o ai nobili. Era il soccorritore degli ultimi e spesso diceva: conosco più io sentieri del bosco che il lupo. Don Luigi riuscì a spodestare i potenti, scrisse perfino alla Corte dei Conti, ove aveva un parente, per denunciare i baronetti del posto. Padre Bonaventura fu il “fra Cristoforo” dei vinti siciliani, quei vinti che Verga aveva condannato alla dannazione eterna, allo zolfo cocente delle zolfatare. Eppure avvenne in questa isola meravigliosa, la regina del Mediterraneo, la sorella della perduta Atlantide, l’isola inghiottita dal mare, una rivoluzione socialista-cristiana. La figura del prete rivoluzionario, del frate rivoluzionario, è veramente bellissima, ed è, paradossalmente, l’antagonista del rivoluzionario marxista di professione, che si svilupperà soprattutto dopo l’età leniniana, la Terza Internazionale. Non a caso il prof. Oldrini si definiva un marxiano (non un marziano), ma non un marxista. L’intellettuale, anche ecclesiastico, e la Chiesa è stata per secoli e secoli la depositaria della cultura, si rende sensibile delle esigenze derivanti dalla questione sociale, si mette in gioco, scende nelle piazze. Questo “fra Cristoforo” di Sicilia annunzia la speranza della Provvidenza. I vinti verghiani si trasfigurano in vinti manzoniani. Il comunismo vero, d'altronde, utopizzato nella Respublica platonica, e successive utopizzazioni, si è concretizzato nella Respublica Christiana, nei conventi e nei monasteri, nelle primitive comunità, dove mettevano in comune i loro beni. Questo comunismo era stato bagnato dalla sangue della rivoluzione dei martiri della fede. Si era attuato nell’opera dei riformatori, di Huss e di Muntzer. Lutero e Calvino avevano abbandonato i contadini, avevano difeso la ricca borghesia e sostenuto lo strapotere dei Principi machiavellici, perciò non furono messi al rogo. Si erano venduti al potere. La loro fu una rivoluzione religiosa borghese-capitalistica. Non è un caso che Weber facesse risalire la nascita del capitalismo alla rivoluzione religiosa del ‘500. Il socialismo moderno viene condannato perché è senza Dio. Padre Bonaventura con lucida cognizione di causa aveva intravisto i mali de socialismo ateizzante: da cattedratico sarebbe divenuto burocratico, noi diremmo tecnocratico. Basti ricordare il Politburo e l’Orgburo. Ma il socialismo non ha risolto affatto storicamente la questione sociale del tutto, sebbene abbia contribuito alla legittima difesa dei diritti dei lavoratori. Il Nostro invece si rifaceva al socialismo cristiano della Rerum Novarum di Leone XIII. Come risolvere la questione sociale? Con l’accordo tra capitale e lavoro. In particolare sottolineiamo tre aspetti, su cui insiste il Padre Bonaventura: a) la legittimità della proprietà privata. Tanto è vero che egli asserisce che l’uomo è in primo luogo proprietario di sé stesso, del proprio io; b) la necessità che esistano le differenze sociali tra ricchi e poveri affinché si operi il progetto della Provvidenza della Charitas cristiana. Del resto la proprietà privata è temporanea non è assoluta. I ricchi sono solo gli amministratori dei beni concessi da Dio, ed i poveri ne sono i destinatari, secondo il buonsenso evangelico, come nella parabola dei talenti; c) l’ereditarietà della proprietà privata. D'altronde a volte il Nostro interpreta il socialismo proprio come una punizione divina contro l’avarizia, come nel Discorso XIII: «Il socialismo è un castigo meritato: sono i flagelli d’Egitto. Molti se la pigliano contro la tristezza dei tempi. No! Prendetevela contro di voi stessi». Il principio cardine su cui fondare dunque la giustizia sociale è quello evangelico: quod superest date pauperibus. Il socialismo diviene così la punizione divina dello strapotere dei ricchi, contro i quali spesso si scaglia l’imperterrita vox clamantis in daeserto di padre Bonaventura: «Conosco certi signori proprietari, che dopo una lunga giornata invernale di lavoro, soddisfano il povero operaio colla vile mercede di 10 centesimi. Conosco altri, che abusando della scarsezza, obbligano a lavorare per un sol pane al giorno, che il povero operaio era obbligato a dividersi colla sua magra famigliola. E questa è giustizia? No! È tirannia! All’abuso del salario aggiungete la carità civile di questi ingiusti padroni del modo di osservare l’operaio. Alla domenica, parlo a voi, ma non di voi, nemmeno vi conosco, ma parlo di fatti veri e di persone che conosco, come don Rodrigo. E potessi dire: basta!». I ricchi sono insensibili alle esigenze, spesso indigenze, delle persone bisognose. E spesso accade, come dicevano gli antichi contadini nelle proverbiali asserzioni, che il sazio non crede a colui che è digiuno. La questione sociale oggi più che mai si ripropone in maniera rinnovellata e pungente, laddove anche le forze socialiste sono in crisi. La voce meditabonda di P. Bonaventura ci offre notevoli spunti di riflessione, spaziando da ogni lato, dalla questione operaia al darvinismo, sino ai pericoli insiti nella civiltà moderna, prolungata a quella odierna, che noi chiamiamo post-moderna. Padre Bonaventura fu il profeta della D. C. dell’Italia post-bellica: «Sarà quello il giorno della Democrazia Cristiana che sotto la bianca bandiera accoglierà l’affranta opera, dicendogli: vieni e trionfa!». Il lettore possa trarre beneficio dalla lettura di questi inediti discorsi di Padre Bonaventura Trapolino, che sono stati riproposti all’uomo d’oggi in una bella veste editoriale della casa editrice Segno. Il titolo riprende proprio una frase che il Nostro ripeteva sovente: «L’infinito è mio!», come dire «Dio è mio!». E questa espressione riprende a grandi linee quella di un grande rivoluzionario del Medioevo, quell’età che grazie agli Illuministi (o oscurantisti?) ancora oggi è considerata l’età della superstizione e della barbarie, San Francesco d’Assisi, più rivoluzionario di Lutero e di Calvino, perché non stette dalla parte dei ricchi, ma li abbandonò, a partire dal padre, per farsi povero, divenendo così ricco dei beni eterni: «Mio Dio, mio tutto!».


17 dicembre 2018

BENITO E ITALIA: UNA STORIA D’AMORE Angelo Ivan Leone


BENITO E ITALIA: UNA STORIA D’AMORE

   La cosa incredibile di questa ultima Italia è che se esistesse ancora un minimo di credibilità in chi si dice fascista, poniamo ad esempio il caso di un tipo che si dichiara fascista francamente, senza dire io sono un po' di destra, un po' di casa pound, un po' di forza nuova, un po' di lega e un po' ero anche berlusconiano e ora sono anche un po' grillino. E', quindi, quest'uomo, cui ci stiamo riferendo, tutto tranne che un qualunquista, che è la fase primitiva del Fascismo. Quest'uomo che si dichiara fascista, senza tutto questo spettacolo di vigliaccheria intellettuale italiota, e te lo dice chiaramente appena ti si presenta, quando magari gli stringi la mano, anche se la mano Starace l'abolì per in favore del saluto romano. Bene, dicevo, se esistesse ancora un minimo di credibilità in chi si dice fascista, costui uno che adesso acclamano come Duce, ossia Salvini, lo dovrebbe chiamare con un solo nome, in base della sua stessa idea fascista e lo dovrebbe definire con un epiteto chiaro, sicuro e monolitico: rinnegato.
 Ma non lo farà, visto che la destra italiana è riuscita a chiamare e ad inneggiare al Duce! Duce! persino davanti ad uno come Berlusconi. Roba che se Mussolini vedesse a che cosa si sono ridotti ora si rivolterebbe a vita nella tomba. P.S. L'unica cosa grande della destra italiana è stata e sarà, quasi certamente per sempre, Mussolini. E Mussolini è stato un regalo che la sinistra, per la sua immane presunzione, ha fatto alla destra italiana. "Voi mi odiate, perché mi amate ancora" disse con la voce rotta dal pianto, il futuro Duce, davanti ai compagni che lo sommergevano di fischi, insulti, sputi, bassezze e frutta marcia. E fu prima della Marcia su Roma.
Poi ci fu la marcia su Roma che fu niente rispetto al Ventennio nero. Tutto questo lo fece perché lo si odiò, voi immaginatevi cosa avrebbe fatto se la sinistra non fosse stata così presuntuosa, così saccente e così idiota da regalarlo alla destra e lo avesse continuato ad amare. Roba che a Roma oggi sventolerebbe ancora la falce e il martello. “I socialisti e compagni italiani hanno perso l’unico uomo che era in grado di fare la rivoluzione nel loro Paese: Benito Mussolini”. Lo disse un certo Vladimir Il'ič Ul'janov, al secolo Lenin. Uno che di rivoluzioni s’intendeva, insomma.

(c) Angelo Ivan Leone

15 dicembre 2018

FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA di Antonio Laurenzano

     
FATTURAZIONE ELETTRONICA, ADDIO CARTA    
di Antonio Laurenzano

Conto alla rovescia per il popolo delle partite iva: il 1 gennaio 2019 entrerà in vigore la nuova procedura obbligatoria di fatturazione elettronica, nell’ambito di una normativa comunitaria che entro il 2021 si armonizzerà tra tutti gli Stati membri. Un cambiamento radicale, con rilevanti implicazioni tecniche, gestionali e organizzative per imprese e professionisti. Per il legislatore un passo in avanti sulla strada dell’efficienza amministrativa, intrapresa nel 2014 con la “e-fattura” con la PA. Si volta pagina: per le cessioni di beni e le prestazioni di servizio effettuate tra soggetti residenti (anche consumatori finali) saranno emesse solo fatture elettroniche utilizzando il Sistema di interscambio (SdI) dell’Agenzia delle Entrate. E’ questo lo snodo dell’operazione, svolgerà il ruolo di “postino” (e archivio), con il compito di verificare il formato (XML) del documento ricevuto e la completezza dei dati inseriti, prima di “recapitarlo” al soggetto cui è indirizzato.  
Ma, cos’è la fatturazione elettronica? E’ un sistema digitale di emissione, trasmissione e conservazione delle fatture che permette di abbandonare per sempre il supporto cartaceo e tutti i  relativi costi di stampa, spedizione e conservazione. Comporta la riduzione (o eliminazione, in certi casi)  di alcuni adempimenti fiscali, consentendo all’Agenzia delle Entrate tempi e modalità più rapidi per eventuali controlli. Addio alla carta! Addio alla fattura tradizionale compilata per anni con penna, macchine da scrivere o fogli di calcolo con l’uso di software. Addio al … piccione viaggiatore: servizi postali e telematici. Addio alla conservazione del documento in formato cartaceo. Il tutto viene ora demandato allo SdI, salva conservazione sostitutiva a cura del singolo operatore Iva. Insomma, sarà un diverso modo di lavorare.
Una operazione complessa sulla quale, a pochi giorni dall’avvio, regna però tanta confusione per le incognite e le incertezze operative che l’accompagnano. La vigilia del D-Day è infatti caratterizzata da proteste politiche e prese di posizione delle associazioni di categoria per la “fastidiosa complicazione”. Dal Consiglio nazionale dei commercialisti è stato lanciato un nuovo allarme: “Rischio caos, il  sistema non è pronto!” “Molti passaggi della “e-fattura” sembrano decisi a tavolino seguendo le formule astratte della burocrazia, e non assecondando l’operatività quotidiana delle imprese.” Le problematiche, in particolare, sono riconducibili a significativi aspetti della procedura: la privacy, l’assenza di copertura internet in vaste aree del Paese, il disagio crescente delle piccole e micro imprese. Si chiede una modulazione graduale dell’adempimento, ma la risposta del Governo è quella dell’impossibilità di una proroga per evidenti esigenze di cassa, visto che dalla fatturazione elettronica si attende, quale risultato della lotta all’evasione, un maggior gettito tributario di circa due miliardi di euro.
Sulla epocale rivoluzione fiscale grava comunque lo stop del Garante della privacy che lo scorso novembre, con un inusuale provvedimento indirizzato all’Agenzia delle Entrate, ha rilevato forti criticità per la protezione dei dati personali. I rilievi riguardano la trasmissione e memorizzazione di una sproporzionata mole di informazioni non direttamente utili ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, sia personale che aziendale. Un perentorio invito a cambiare la procedura, adeguando tutto il sistema di trasmissione, conservazione e gestione della fatturazione elettronica al quadro normativo italiano ed europeo riguardo il trattamento dei dati. Ma al Mfe di Via XX Settembre, a Roma, tutto tace: non un buon segnale per assicurare all’operazione chiarezza e trasparenza, nel rispetto dei diritti del contribuente. Il solito zibaldone all’italiana!  

14 dicembre 2018

Dare pace alla terra a cura di Angelo Ivan Leone

DARE PACE ALLA TERRA
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Per rischiarare quella che Sir Basil Henry Liddell Hart nel suo capolavoro “storia di una sconfitta” chiama giustamente la “nebbia della guerra” cerchiamo di diramare alcune questioni che costuiscono, per l’appunto, la “nebbia della guerra” che ha sconvolto il nostro mondo dal 2001, in poi. – il problema mediorientale viene da lontano, ossia dalla divisione del ex impero ottomano da parte delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale e sto parlando sostanzialmente di Regno Unito e della Francia che hanno agito secondo la famosa e sempiterna tattica del divide et impera. Basterebbe, per avere una riprova di questa tesi, guardare a quanti microstati sono stati creati appositamente per scongiurare l’emergere di una potenza leader nell’area in questione.
Mi riferisco, in particolar modo, al Libano fatto apposta per indebolire la Siria e negarli un più vasto accesso sul mare, al Kuwait che è la negazione palese dell’accesso sul mare all’Iraq, ai tanti microstati del EAU per mettere la zeppuccia all’alleato di sempre degli USA, alleati si ma con “juicio”, avrebbe detto il Ferrer di Manzoni, ossia all’Arabia Saudita. – Questa politica del divide et impera, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, è diventata politica della pura ingerenza e della pura invasione europea di quel mondo con la creazione, per volere britannico e statunitense, dello Stato di Israele. Naturalmente nessuno, e io meno che mai, vuole negare agli ebrei il diritto ad avere un loro Paese, ma è pur vero che gli arabi hanno sempre sostenuto, con tutte le ragioni del mondo, che nessun arabo aveva mai gasato un ebreo. Se la storia rispondesse ad una giustizia ideale Israele, infatti, doveva essere creato in Germania, e lo sanno solo gli dei quanto questo mi avrebbe reso contento, ma la storia, purtroppo o per fortuna, risponde agli uomini e gli uomini ebrei volevano tornare nella Terra Promessa dei padri: la Palestina.
L’aiuto americano in tutta la nascita, la creazione e la difesa di Israele ha fatto si che la visione di un Occidente invasore avesse una costante riprova che è difficilmente smontabile, storicamente parlando, e che da modo al terrorismo islamico di avere sempre una sua giustificazione o, meglio ancora, una sua ragione ideale, almeno fino a quando non sarà riconosciuto lo stato di Palestina. Che poi questo stato non lo vogliano, o non si siano dati la pena di crearlo, gli stessi stati arabi come la Giordania che, detto tra parentesi, ha gli stessi colori della bandiera della Palestina ed è la Palestina storica o l’Egitto quando avevano rispettivamente: la Cisgiordania e la striscia di Gaza e che, anzi, questi stati abbiano sterminato anche loro, e mi riferisco specificatamente alla Giordania, i palestinesi, si ricordi il famoso massacro del Settembre Nero, non giustifica l’Occidente nel suo colpevole ritardo verso la creazione dello Stato di Palestina.
La creazione dell’entità statuale in Palestina sarebbe stata, aldilà di un opera di giustizia resa alla storia, anche la migliore arma per sconfiggere il terrorismo e il fondamentalismo islamico nelle sue ragioni storiche e ideali e questo lo avrebbe reso molto più debole rispetto a tutti i bombardamenti aerei e le invasioni terrestri del passato, presente e futuro. – Infine questi macroscopici errori sono divenuti cronici e hanno lacerato completamente il legame che c’è tra mondo islamico e mondo occidentale e nello specifico al mondo europeo e, ancor più in particolar modo, mediteranneo (e basterebbe guardare alla Spagna del sud e alla nostra stessa bellissima e sublime Sicilia per vederlo tutto questo legame) dal 2001 in poi. Dal 11 settembre, infatti, l’Occidente, accuratamente rimbambito dalla propaganda guerrafondaia americana, ha scelto deliberatamente di invadere l’Afghanistan prima e l’Iraq poi per creare degli stati fantoccio completamente corrotti che hanno, se fosse stato possibile, addirittura abbassato, le nostre già bassissime quotazioni in seno all’opinione pubblica araba.
Questo perché siamo stati visti innanzitutto come degli invasori, come era naturale che fosse, ma, inoltre, anche come chi andava a portare il caos, la corruzione e l’inefficienza, nonché il disordine e la precarietà in realtà che prima erano stabili. A tutto questo si è cercato di rispondere dicendo propagandisticamente che gli occidentali avevano combattuto per la democrazia e per la fine delle dittature. Questo argomento è uno dei più logori e stantii della nostra propaganda e di quella americana in primis. Ora, aldilà che una nazione che ha aiutato, ed è storicamente provato, un boia sanguinario come Pinochet a prendere il potere in barba ad un governo legittimo e democratico come quello di Salvador Allende, dovrebbe almeno avere la decenza di tacere quando si parla di aiutare gli altri ad uscire dalle dittature, non si può sapere perché se volevamo aiutare gli arabi a farla finita con le dittature non siamo andati a fermare la dittatura di Erdogan, prima di quando siamo andati in Iraq o Afghanistan? o degli stessi invasati figli di Khomenini o, meglio ancora, proprio dei teocratici Sauditi che sono l’espressione più retriva dello stesso Islam? Naturalmente questa propaganda che noi smontiamo con semplici ragionamenti gli arabi l’hanno vista come un pugno allo stomaco.
Pugno nello stomaco anche per quegli arabi che credevano nei valori della democrazia per come l’abbiamo sviluppata in Occidente. A quegli arabi e di quegli arabi i nostri governi se ne impipano. Non capendo che, se quando vince la democrazia come è avvenuto in Egitto e vincono i fratelli musulmani, dopo la primavera araba, e noi aiutiamo l’esercito a fare un colpo di stato perché i fratelli musulmani non piacevano a noi, e men che mai, naturalmente, ad Israele, noi rendiamo a loro il peggiore servigio possibile. Questo perché la stessa democrazia, che già di per se stessa, viene vista come un prodotto di colonizzazione culturale occidentale diviene una vera burletta farsesca, se quando vince qualcuno che non ci sta bene noi facciamo rovesciare la stessa democrazia aiutando un golpe. La libertà è la nostra stella guida, dicono in molti, qui in Occidente. Ebbene, con questo ultimo madornale errore geopolitico, noi siamo andati a sfregiare proprio quella libertà che ci dovrebbe essere da faro e di cui l’America si fa vanto di esserne addirittura il Paese, facendo capire a tutti chiaramente che la libertà vale solo per noi.
Un po’ come l’Atene di Socrate e Pericle che, non a caso, perse contro la retriva Sparta, dipinta dalla storiografia marxista, spesso e volentieri, come l’anticamera del nazismo, senza chiedersi come mai questo mostro di retrogradi vinse contro la patria della democrazia. Per far si che ci si possa fidare della nostra libertà, forse, dovremmo andare a rileggerci quel celebre passo di Rosa Luxemborg in cui si dice che la libertà è essenzialmente quella degli altri. Ecco, a mio parere, se riusciremo a capire le ragioni degli altri, partendo da questi dati di fatto, forse avremo vinto il terrorismo islamico senza che si faccia nessuna stupidissima e fottutissima guerra dove a morire, da una parte e dall’altra, saranno, come sempre, i poveri e i figli dei poveri.

11 dicembre 2018

RACCONTI DI PROVINCIA DI VINCENZO D’ALESSIO a cura di Vincenzo Capodiferro


RACCONTI DI PROVINCIA DI VINCENZO D’ALESSIO
Vicende antiche e recenti che narrano la straordinaria quotidianità di personaggi tipici e senza tempo”

Racconti di provincia”, è una raccolta narrativa di Vincenzo D’Alessio, edita da Fara, Rende 2018. Conosciamo bene Vincenzo D’Alessio, più volte recensito in questo sito, di Solofra, fondatore, tra l’altro, del Premio Città di Solofra, nonché del gruppo culturale e casa editrice “Francesco Guarini”. Vincenzo è un intellettuale non solo meridionale e meridionalista, ma universale, in quanto ha toccato diversi e profondi temi culturali, ed è stato sempre impegnato su vari fronti nella guerra della cultura, dall’archeologia alla storia, dalla poesia alla narrativa. Tra le ultime sue raccolte poetiche, recensite anche in questo sito, ricordiamo. “Immagine convessa” (Fara 2017) e “Dopo l’inverno” (Fara 2017). Anche quest’ultima opera - Racconti di provincia - esce votata al concorso Narrapoetando. Vincenzo soprattutto per noi è un padre ed un amico sincero, una guida che ci ha scortato nel comune sentiero dei paesi del sud, del cuore del sud: l’Irpino-Lucania. Scrive il giurato Angelo Leva: «I racconti sono storie brevi, gustose che danno il piacere della lettura per la storia stessa e anche per quella certa impressione di essere davanti a fatti veri, tanto sono credibili le sequenze, tanto è appropriato il linguaggio». Sono “fatti” che si dimenano tra cronaca e storia, tanto più che c’è un incipit, che richiama un esperimento letterario echiano da pseudobiblio, perché questi fatti risultano tratti da un ancestrale fascicolo di Amalfi, ove venivano raccolti in carte, le storie avvenute nel XVIII secolo a Solofra, «trasmesse in dialetto locale». Le “storie provinciali” di D’Alessio sono un unicum che si dimena tra realtà e leggenda, tra storia e fantastoria, tra passato prossimo e passato remoto. Così si alternano lupi mannari e sirene, curati e fidanzati … Mettiamo in evidenza solo alcuni aspetti della già nota poetica dalessiana: innanzitutto il sentito e forte meridionalismo, che si perde in un profondo senso di nostalgia per la civiltà contadina. Di quella ancestrale civiltà scomparente tutti si sono innamorati, basti citare al proposito il Levi, col suo “Cristo si è fermato ad Eboli” e siamo già nella Campania inoltrata, nella terra di Vincenzo e Levi è una voce del nord che è giunta al sud, al contrario di Vincenzo: una voce del sud che sussulta a nord. Eboli rappresenta una linea longitudinaria invalicabile: ci ricorda l’”Oltre Eboli” del compianto Antonio Motta. «Chi nasce al Sud di questa stretta penisola, tuffata nel cobalto Mare Mediterraneo, non sempre riesce a fuggire alla fatale attrazione delle sirene che da quasi duemilacinquecento anni infestano le sue acque». Oggi la Questione meridionale non riguarda solo il Mezzogiorno d’Italia, ma ingloba in sé tutto il Mediterraneo e l’Africa, con parte dell’Asia. Qui si gioca tutto il nuovo “triangolo commerciale” neo-schiavista dei migranti, gestito dalle novelle “Compagnie”. Vincenzo sa benissimo che la Questione Meridionale va riscritta in questo senso, perciò mette in evidenza il profondo contrasto tra mare e monti: chi abita al mare e chi abita sui monti. Ma questo contrasto è antichissimo. Vincenzo sa perfettamente coniugare il fatto storico con il fatto narrativo. La storia in fin dei conti, nella sua intima origine è “racconto”, come la definiva Jacques Le Goff. Così il ricordo del terremoto del 1980 viene coniugato al fatto del parroco che viveva sotto il tiglio: «Il terribile sisma del 23 novembre 1980 alle ore 19.35 segna, nella mappa delle tragedie sismiche che hanno colpito l’Irpinia nel corso dei secoli, l’evento più doloroso per la quantità di vite umane distrutte … Sono trascorsi trentasei anni da allora … Nel villaggio prossimo del centro urbano viveva nell’antica canonica …». E così continua con la vita di questo parroco. I terremoti hanno sempre segnato dolorosamente la storia «di chi nasce sulla dorsale degli Appennini meridionali, dove il terremoto stermina quando vuole vite e sogni …». Ancora si ricorda negli annali e nei luoghi reconditi dell’inconscio collettivo junghiano il “tremuoto del 1857”, alla vigilia dell’unità d’Italia. Ma l’Unità non ha cancellato queste profonde ferite. Il terremoto del 1980 viene paragonato ai bombardamenti aerei del 1943. Alla guerra della natura si aggiunge quella degli uomini e si delinea l’impotenza totale dei verghiani vinti del sud contro queste potenze, nonostante la “fiumana del progresso”, che ha devastato tutto come le recenti alluvioni. Non basta neppure la leopardiana “social catena” della “Ginestra” contro questo demone antichissimo “sterminator Vesevo” del “tremuoto”. Il socialismo leopardiano contro la Natura non vi è stato. ma pure il socialismo contro lo strapotere dei forti, il socialismo agrario del sud è fallito. Tutto è fallito. La gente ha risposto con la fuga dell’emigrazione. Anche i migranti fuggono dai luoghi della fuga. Questo è il profondo dramma storico che viene raccontato nella nostalgia del passato. Di solito l’uomo in crisi si rivolge o al futuro con l’utopia, o al passato, con la baumaniana “retrotopia”, cioè utopia al passato. Ma passato e futuro coincidono, convergono sempre in quella “immagine convessa” che ricorda sempre il D’Alessio: l’eterno si è fermato lì, su quella invalicabile linea Gustav di Eboli. Concludiamo con una bella immagine del Natale di Vincenzo: «Il Natale è la festività più calda dell’anno: fuori c’è freddo e nelle case un tepore di festa che illumina le famiglie e i luoghi dove vivono gli esseri umani … La furia degli uomini si ferma dinanzi a questo evento, facendo memoria della Nascita di un Bambino e il ricordo della loro stessa nascita da una madre. Quanto accadde nel Natale del 1943 è ancora memoria viva …». E qui comincia la storia di Don Raimondo, il giovane prete .... Ciò valga anche come augurio: la furia degli uomini si fermi dinanzi al Natale …

Vincenzo Capodiferro

10 dicembre 2018

I detenuti che muiono


I DETENUTI CHE MUOIONO

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.
Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.
L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.
Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.
La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.
Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.
Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.
Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.
Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.
Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.
L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza.
A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato?
Di seguito potrete leggere una lista parziale dei detenuti deceduti a poco tempo di distanza dalla scarcerazione o sospensione della pena:
  • Giuseppe Caso, ergastolano, 24 anni di carcere. Ultimo carcere Catanzaro. Pena sospesa e morto in ospedale dopo pochi giorni;
  • Franco Morabito, ergastolano, morto di tumore a 48 anni, con tutti gli organi in metastasi, nell’ospedale di Voghera a distanza di un mese dalla sospensione della pena. In carcere veniva curato per coliche renali;
  • Luigi Venosa, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa il giorno prima del decesso;
  • Giuseppe Vetro, ergastolano ricorrente, detenuto in regime di 41 bis. In carcere dal 2000, deceduto nel 2008 presso la sezione clinica/detentiva di Milano Opera a causa di un carcinoma in fase terminale (speranze di vita prossime all’1%). il tumore gli venne diagnosticato trenta giorni prima di morire, non gli venne concessa la sospensione della pena ne di essere assistito o nemmeno salutato dai propri familiari. Questi ultimi vennero informati dell’avvenuto decesso due giorni dopo;
  • Antonio Verde, era detenuto nel carcere di Catanzaro, tumore al pancreas trascurato e diagnosticato tardivamente. Morì dopo quattro mesi dalla sospensione della pena.
  • Giovanni Pollari, morte istantanea dopo circa 20 anni di carcere;
  • Michele Rotella, detenuto nel carcere di Catanzaro e morto in ospedale, da detenuto, per Clostidrium difficilis. Aveva perso oltre 20 kg al momento del ricovero in ospedale. Morì dopo poche ore dal ricovero. I familiari seppero della morte recandosi a colloquio.
  • Sebastiano Sciuto, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa 9 giorni prima del decesso;
  • Sebastiano Rampulla, morto dopo pochi giorni dalla sospensione della pena;
  • Gaspare Raia, ottantenne ergastolano, morto nel 2017 dopo più di 25 anni di carcere. Tumore in fase avanzata, arresti domiciliari concessi pochi giorni prima della morte;
  • Cosimo Caglioti, di anni 30, un’incompatibilità carceraria diagnosticata e sottovalutata, le cure approssimative, i soccorsi che non arrivano, il defribillatore chiuso a chiave. Muore a soli 30 anni nel carcere di Secondigliano.
  • Salvatore Veneziano, arrestato nel 1993, morto nel novembre del 1997 per AIDS (contagiato in carcere). Ad agosto era uscito dal carcere di Spoleto dove era stato sottoposto al regime di 41 bis. Scontava una pena di 8 anni;
  • Salvatore Bottaro, ergastolano detenuto dal 1990, affetto da cancro al pancreas, pena sospesa nel 2004. Apprese dai medici che gli rimanevano 6 mesi di vita, si suicidò;
  • Salvatore Profeta, morto in ospedale ai primi di settembre dopo 10 giorni di ricovero. Detenuto ingiustamente per 18 anni in 41bis con l’accusa, da parte di un falso pentito, di essere tra gli esecutori della strage di via D’Amelio, venne scagionato, rilasciato nel 2015 e arrestato nuovamente nel 2016, sempre sulla base di dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia. Al momento della morte era detenuto presso il carcere di Tolmezzo con una condanna non definitiva ad 8 anni. Il questore di Palermo ha vietato il funerale pubblico. Un dispositivo questo di negare il funerale in chiesa ormai consolidato negli anni.
L’elenco sarebbe ancora lunghissimo e, pertanto, ci siamo limitati a riportare solo alcuni fra i tanti di morte per pena in carcere. La maggior parte della popolazione condannata alla pena dell’ergastolo ostativo o ad una pena trentennale ha una età che supera i 70/80 anni, gran parte è sottoposta al regime di 41bis con tutte le restrizioni che vanno ad impedire una precoce diagnosi e, quando questa avviene, ormai le possibilità di intervento sono ridotte al minimo. Chiudiamo ribadendo quanto detto all’inizio: il diritto alla salute dovrebbe essere garantito a tutte le persone per Costituzione e le recenti sentenze della Corte europea sono state chiarissime anche per quanto riguarda i detenuti in 41 bis, ma in Italia si preferisce pagare le penali piuttosto che attuare lo stato di diritto. Il prossimo 10 dicembre, 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti Umani, digiuneremo per l’abolizione dell’ergastolo e per il rispetto di tutti i Diritti Umani violati.

I membri dell’associazione Yairaiha del circuito AS1 di Voghera

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...