Recensione de L'infinito è mio" a cura di Vincenzo Capodiferro
L’INFINITO
È MIO!
I
“Discorsi teologico-politici” di P. Bonaventura Trapolino,
contemporaneo di Don Sturzo ed attivista cattolico degli inizi del
‘900
A
cura di V. Capodiferro
«Padre
Bonaventura, al secolo Antonino Trapolino, nasce a Bisacquino, nel
palermitano, il 7 gennaio del 1863 e muore a Palermo nel Convento
delle SS. Stimmate il 24 aprile del 1947. La sua vita è dunque
racchiusa nell'intenso periodo di rinnovamento spirituale e politico
che va dall'Unità d'Italia al secondo dopoguerra ed egli fu infatti
molto attivo politicamente, come si evince dai discorsi che teneva in
conferenze in giro per la Sicilia. I discorsi di padre Bonaventura
hanno però anche un elevato contenuto e valore spirituale, intriso
del grande spirito dell'umanesimo cristiano, lo stesso di Paolo VI,
secondo il quale non può esserci vero umanesimo senza cristianesimo.
E proprio questo è il messaggio profondo dei discorsi di padre
Bonaventura». Abbiamo pubblicato i suoi discorsi in “L’infinito
è mio! Discorsi teologici e politici”, edizioni Segno, dicembre
2018. Ciò che accadde nella Sicilia degli inizi di quello che fu
l’arroventato e terribile Novecento fu una vera e propria
rivoluzione sociale, che vide come protagoniste le classi più infime
della popolazione: contadini, operai delle zolfatare, etc. Questo
movimento faceva capo ai Fasci Siciliani, antesignani ideologici del
Fascismo contemporaneo. Non dimentichiamo che Benito era figlio di un
fabbro ed aveva militato nel socialismo e nel sindacalismo
rivoluzionario, che faceva riferimento al Sorel. La rivoluzione
socialista della Sicilia protonovecentesca vide la partecipazione
diretta della Chiesa. Tanto è vero che si legge in Luigi
Sturzo ella storia d’Italia,
Roma 1973: «Di questo movimento di preti e di agitatori sociali non
si conosce ancora bene la consistenza e l’estensione. Comunque
Luigi Sturzo fu l’espressione massima di un fenomeno molto ampio e
generalizzato, che toccò quasi tutte le province siciliane, dove
ogni diocesi, ogni paese aveva il suo «Luigi Sturzo», cioè il suo
ecclesiastico animatore dell’azione e dell’impegno sociale
cattolico, in senso dichiaratamente, anche se non sempre lucidamente
democratico cristiano, solo per citare alcuni nomi, in provincia di
Palermo si distinsero, fra gli altri, insieme ai ricordati
Torregrossa, Lo Cascio e Marino, Giovanni Papas Alessi (Palazzo
Adriano), Nicolò Genovese (Contessa Entellina) Bonaventura Trapolino
(Bisacquino), Andrea Macaluso (Alia) …». Il nome più noto fu
Sturzo della rivoluzione sociale-cristiana siciliana, ma vi furono
tanti protagonisti, trai quali il frate Bonaventura da Bisacquino.
Come somiglia non solo per assonanza don Luigi Sturzo a don Luigi
Pittella del nostro paesello! Scusate questo inserto, nel ricordo di
questa umile figura. Don Luigi Pittella non era un prete, ma un uomo
semplice, con la terza elementare, eppure era il difensore dei
deboli. Il “don” nei paesini come il nostro si dava solo ai preti
e ai galantuomini, o ai nobili. Era il soccorritore degli ultimi e
spesso diceva: conosco
più io sentieri del bosco che il lupo.
Don Luigi riuscì a spodestare i potenti, scrisse perfino alla Corte
dei Conti, ove aveva un parente, per denunciare i baronetti del
posto. Padre Bonaventura fu il “fra Cristoforo” dei vinti
siciliani, quei vinti che Verga aveva condannato alla dannazione
eterna, allo zolfo cocente delle zolfatare. Eppure avvenne in questa
isola meravigliosa, la regina del Mediterraneo, la sorella della
perduta Atlantide, l’isola inghiottita dal mare, una rivoluzione
socialista-cristiana. La figura del prete rivoluzionario, del frate
rivoluzionario, è veramente bellissima, ed è, paradossalmente,
l’antagonista del rivoluzionario marxista di professione, che si
svilupperà soprattutto dopo l’età leniniana, la Terza
Internazionale. Non a caso il prof. Oldrini si definiva un marxiano
(non un marziano), ma non un marxista. L’intellettuale, anche
ecclesiastico, e la Chiesa è stata per secoli e secoli la
depositaria della cultura, si rende sensibile delle esigenze
derivanti dalla questione sociale, si mette in gioco, scende nelle
piazze. Questo “fra Cristoforo” di Sicilia annunzia la speranza
della Provvidenza. I vinti verghiani si trasfigurano in vinti
manzoniani. Il comunismo vero, d'altronde, utopizzato nella
Respublica
platonica,
e successive utopizzazioni, si è concretizzato nella Respublica
Christiana,
nei conventi e nei monasteri, nelle primitive comunità, dove
mettevano in comune i loro beni. Questo comunismo era stato bagnato
dalla sangue della rivoluzione dei martiri della fede. Si era attuato
nell’opera dei riformatori, di Huss e di Muntzer. Lutero e Calvino
avevano abbandonato i contadini, avevano difeso la ricca borghesia e
sostenuto lo strapotere dei Principi machiavellici, perciò non
furono messi al rogo. Si erano venduti al potere. La loro fu una
rivoluzione religiosa borghese-capitalistica. Non è un caso che
Weber facesse risalire la nascita del capitalismo alla rivoluzione
religiosa del ‘500. Il socialismo moderno viene condannato perché
è senza Dio. Padre Bonaventura con lucida cognizione di causa aveva
intravisto i mali de socialismo ateizzante: da cattedratico sarebbe
divenuto burocratico, noi diremmo tecnocratico. Basti ricordare il
Politburo e l’Orgburo. Ma il socialismo non ha risolto affatto
storicamente la questione sociale del tutto, sebbene abbia
contribuito alla legittima difesa dei diritti dei lavoratori. Il
Nostro invece si rifaceva al socialismo cristiano della Rerum
Novarum
di Leone XIII. Come risolvere la questione sociale? Con l’accordo
tra capitale e lavoro. In particolare sottolineiamo tre aspetti, su
cui insiste il Padre Bonaventura: a) la legittimità della proprietà
privata. Tanto è vero che egli asserisce che l’uomo è in primo
luogo proprietario di sé stesso, del proprio io; b) la necessità
che esistano le differenze sociali tra ricchi e poveri affinché si
operi il progetto della Provvidenza della Charitas
cristiana. Del resto la proprietà privata è temporanea non è
assoluta. I ricchi sono solo gli amministratori dei beni concessi da
Dio, ed i poveri ne sono i destinatari, secondo il buonsenso
evangelico, come nella parabola dei talenti; c) l’ereditarietà
della proprietà privata. D'altronde a volte il Nostro interpreta il
socialismo proprio come una punizione divina contro l’avarizia,
come nel Discorso
XIII: «Il socialismo è un castigo meritato: sono i flagelli
d’Egitto. Molti se la pigliano contro la tristezza dei tempi. No!
Prendetevela contro di voi stessi». Il principio cardine su cui
fondare dunque la giustizia sociale è quello evangelico: quod
superest date pauperibus. Il
socialismo diviene così la punizione divina dello strapotere dei
ricchi, contro i quali spesso si scaglia l’imperterrita vox
clamantis in daeserto
di padre Bonaventura: «Conosco
certi signori proprietari, che dopo una lunga giornata invernale di
lavoro, soddisfano il povero operaio colla vile mercede di 10
centesimi. Conosco altri, che abusando della scarsezza, obbligano a
lavorare per un sol pane al giorno, che il povero operaio era
obbligato a dividersi colla sua magra famigliola. E questa è
giustizia? No! È tirannia! All’abuso del salario aggiungete la
carità civile di questi ingiusti padroni del modo di osservare
l’operaio. Alla domenica, parlo a voi, ma non di voi, nemmeno vi
conosco, ma parlo di fatti veri e di persone che conosco, come don
Rodrigo. E potessi dire: basta!». I
ricchi sono insensibili alle esigenze, spesso indigenze, delle
persone bisognose. E spesso accade, come dicevano gli antichi
contadini nelle proverbiali asserzioni, che il sazio non crede a
colui che è digiuno. La questione sociale oggi più che mai si
ripropone in maniera rinnovellata e pungente, laddove anche le forze
socialiste sono in crisi. La voce meditabonda di P. Bonaventura ci
offre notevoli spunti di riflessione, spaziando da ogni lato, dalla
questione operaia al darvinismo, sino ai pericoli insiti nella
civiltà moderna, prolungata a quella odierna, che noi chiamiamo
post-moderna. Padre Bonaventura fu il profeta della D. C. dell’Italia
post-bellica: «Sarà
quello il giorno della Democrazia Cristiana che sotto la bianca
bandiera accoglierà l’affranta opera, dicendogli: vieni e
trionfa!». Il
lettore possa trarre beneficio dalla lettura di questi inediti
discorsi di Padre Bonaventura Trapolino, che sono stati riproposti
all’uomo d’oggi in una bella veste editoriale della casa editrice
Segno. Il titolo riprende proprio una frase che il Nostro ripeteva
sovente: «L’infinito è mio!», come dire «Dio è mio!». E
questa espressione riprende a grandi linee quella di un grande
rivoluzionario del Medioevo, quell’età che grazie agli Illuministi
(o oscurantisti?) ancora oggi è considerata l’età della
superstizione e della barbarie, San Francesco d’Assisi, più
rivoluzionario di Lutero e di Calvino, perché non stette dalla parte
dei ricchi, ma li abbandonò, a partire dal padre, per farsi povero,
divenendo così ricco dei beni eterni: «Mio Dio, mio tutto!».
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