29 marzo 2016

LA RAGAZZA N° 9 di Tami Hoag recensito da Miriam Ballerini

LA RAGAZZA N° 9                                                   di Tami Hoag
© 2014 Newton Compton Editori – Gli insuperabili
ISBN 978-88-541-6797-I
Pag. 409  € 5,90

Un thriller interessante sotto vari punti di vista.
Al di là della trama del giallo che si snoda fra queste pagine dove possiamo dare la caccia a un serial killer, troviamo spunti interessanti per riflettere su alcune questione “moderne”.
Sam Kovac e Nikki Liska si ritrovano per le mani un cadavere di una ragazza che, in seguito a un incidente stradale, salta fuori dal bagagliaio di un’auto.
Dopo alcune ricerche si scopre che la ragazza è una compagna di scuola del figlio di Liska.
Subito il delitto viene addebitato a un serial killer che già ha ucciso otto volto, a quanto pare questa è la sua ragazza n° 9.
Ma l’indagine non è così semplice.
Il serial killer, sentendosi chiamato in causa, cattura una giornalista e la consegna ai detective rivendicandone la paternità. Lei è la sua nona ragazza.
Ma allora chi è che ha ucciso l’altra giovane? E per quale motivo?
Nikki Liska è tutta presa delle indagini, mentre nella sua famiglia sta accadendo qualcosa.
Suo figlio è vittima dei bulli delle scuola e, tutti quanti, sembrano avere un ruolo nell’omicidio della povera fanciulla.
Il finale ci svelerà una verità sorprendente.
Al termine del romanzo troviamo due pagine preziose scritte dalla scrittrice, la prima ci racconta di come il figlio della protagonista del romanzo, Kyle, sia vittima di bullismo e di come riesca a combatterlo, seguendo come modello di comportamento il campione del mondo dei pesi welter Georges St-Pierre, persona veramente esistente che sta davvero facendo di tutto per sensibilizzare il pubblico e trovare una soluzione all’epidemia di bullismo scoppiata nella società moderna.
L’altra lettera è rivolta  alla United States Equestrian  Team Foundation, per la quale la scrittrice ogni quattro anni, offre una speciale opportunità all’asta di beneficenza. Per tale occasione ha inserito nel romanzo delle persone reali, affidando loro un ruolo di finzione.
Un libro ben scritto che ho trovato interessante, come avete potuto leggere, per vari motivi.
Da Booklist: “La prosa di Tami Hoag è rapida e precisa come un colpo di arte marziale, il ritmo è ad alta tensione. Questo romanzo è il suo capolavoro”.


© Miriam Ballerini

Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau Riflessioni sul suicidio A cura e con introduzione di Livio Ghersi


Madame de Sta
ël


Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau
Riflessioni sul suicidio

A cura e con introduzione di Livio Ghersi






Duecentocinquanta anni or sono, il 22 aprile del 1766, nasceva a Parigi Germaine Necker. Nota al mondo come Madame de Staël.
Era l’unica figlia di un personaggio storico, Jacques Necker (1732-1804) e lei stessa fu testimone di vicende storiche di primaria importanza: la Rivoluzione francese, il Terrore, la sconfitta dei giacobini e l’avvento del Direttorio, l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte, l’impero napoleonico, la Restaurazione dei Borbone. Ciò che rende veramente interessante il lascito ideale di Madame de Staël è che in lei si siano felicemente congiunti l’espressione del nascente pensiero liberale e la rivendicazione di una ben più antica tradizione di libertà repubblicana. Il suo liberalismo era tutt’altro che un indirizzo di politica economica, ma aveva molto a che vedere con la rule of law, ossia con la concezione dello Stato di diritto, e con la lotta, tipicamente repubblicana, contro la tirannia ed il dispotismo.
Questa edizione della Casa Editrice Bibliosofica ripropone, con una nuova traduzione in lingua italiana, due dei tre saggi che Madame de Staël pubblicò per i tipi dell’Editore Nicolle nel 1814. Quando poté finalmente tornare a Parigi dopo l’abdicazione di Napoleone.
Il primo saggio, Lettres sur les écrits et le caractère de Jean-Jacques Rousseau, era stato già pubblicato nel dicembre del 1788. Allora Rousseau non era ancora la gloria nazionale, i cui resti mortali furono traslati nel Pantheon di Parigi. Al momento della sua morte, il 2 luglio del 1778, Rousseau era un isolato: avversato e schernito da Voltaire e dagli illuministi in genere; considerato non equilibrato; ritenuto tanto scontento di sé che la tesi che si fosse suicidato non smise mai di circolare, nonostante le smentite ufficiali.
Madame de Staël contribuì a consacrare l’autore dell’Emilio e della Nuova Eloisa come «il più eloquente» tra gli scrittori di lingua francese. Lo stimò meno, invece, come pensatore politico.Il secondo saggio, inedito in Italia, Réflexions sur le suicide, fu scritto dall’Autrice venticinque anni dopo la prima stesura delle Lettere su Rousseau. Risente di quella che ad alcuni biografi sembrò una “crisi mistica”. In realtà, si trattava del riemergere dell’esigenza religiosa. La religiosità di Madame de Staël era di impronta protestante e prescindeva dalla mediazione dei preti. Dio era la meta della sua ricerca, tanto più sincera perché liberamente condotta; lei non cessava di interrogarsi sulle conseguenze concrete che l’esistenza di Dio, concepito secondo le caratteristiche che il Cristianesimo gli attribuisce, comportasse nella vita degli esseri umani. Qui l’Autrice chiarisce bene che il suicida restringe il proprio orizzonte mentale a sé stesso ed alla propria infelicità. È un egoista. Viceversa, il modo di vivere più positivo è caratterizzato dal sentimento di “dedizione” (in francese, dévouement). La dedizione, il “dedicarsi”, rende il senso di una scelta altruistica. Si tratta di operare il bene di altri esseri umani in carne ed ossa, o di servire una causa apparentemente astratta, perché generale, ma comunque preordinata al bene comune.





Il curatore, Livio Ghersi, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana. Appassionato di studi storici e filosofici, ha pubblicato diversi titoli per i tipi di Bibliosofica, tra i quali Croce e Salvemini. Uno storico conflitto ideale ripensato nell’Italia odierna (2007) e la silloge di scritti Liberalismo unitario (2011).

Uscita: marzo 2016Pagine: 168
Formato: cm 15x21Prezzo: 12 euro
ISBN: 978-88-87660-42-5

24 marzo 2016

GIACOMO MAZZA (1830-1901) Breve biografia di un poeta nascosto



GIACOMO MAZZA (1830-1901)
Breve biografia di un poeta nascosto

Giacomo Mazza nasce a Como nel 1830, da Giovanni e Carolina. Figlio unico, soffre molto la mancanza di affetto dei genitori già avanti con gli anni. L'infanzia travagliata sarà una delle cause che lo porteranno all'isolamento dal mondo e ad una costante introspezione. Trascorre l'infanzia a Como, la famiglia si trasferisce poi a Milano dove il padre è maestro alla Scuola Normale. A Milano  compie gli studi superiori, in seguito frequenta il Collegio Ghislieri a Pavia. Sempre a Pavia si laurea in Giurisprudenza, ma non eserciterà mai la professione. In questo periodo scrive poesie di carattere mistico e religioso, e intrattiene corrispondenza con alcuni amici, tra cui il medico milanese Ezio Castoldi e il pittore comasco Antonio Piatti, e suo zio Carlo. In gioventù conosce una fanciulla di cui si innamora e alla quale resterà fedele per sempre. Pur essendo corrisposto vedrà svanire il suo sogno quando lei andrà in sposa ad un altro, questo fatto lo segnerà per il resto della vita: infatti non si sposerà mai. Tornato a Como, si stabilisce in Borgo Sant'Agostino, dove a causa delle sue precarie condizioni di salute chiede l'esonero dal servizio militare e si ritira in un isolamento che dura otto anni. Intorno al 1860 sceglie di trasferirsi a Guanzate, nella sua tenuta di Montavecchia; in questo luogo, sperduto nelle campagne, vive lontano dal frastuono e dalla vivacità della città, che lui mal sopporta e che acuiscono le sue ansie. Passa le sue giornate immerso negli studi e nella lettura di autori classici e contemporanei italiani e stranieri, ne deriva un curato lavoro di traduzione dei versi di Béranger. A questo periodo risale la sua maggiore produzione letteraria. Scrive a proposito degli eventi politici del tempo, seguendo con fervore gli ideali rivoluzionari e schierandosi contro la moderazione. Elogia Garibaldi definendolo un miracolo d'eroe, non risparmia invece aspre critiche a personaggi come Napoleone III. Condanna senza riserve la politica teocratica del cattolicesimo, senza però abbandonare la fede. In alcuni scritti critica gli argomenti trattati da Victor Hugo nel suo romanzo “I Miserabili”, pubblicato in quegli anni; a queste note risponde poi Hugo stesso con una lettera nella quale ricorda che le piaghe sociali di cui parla sono una realtà da cui nessun popolo può dirsi esente. Una delle sue poesie di maggior interesse, “La pila voltiana”, è dedicata al concittadino Alessandro Volta, per cui nutre grande ammirazione. Sempre al Volta dedica un lungo componimento mai completato. La sua produzione poetica è caratterizzata da una straordinaria ecletticità: tratta dei temi più vari, da quelli più astratti della giovinezza a quelli più intensi e appassionati dell'età adulta a quelli quasi crepuscolari della vecchiaia. Ha consapevolezza del valore delle sue opere, ma ritenendo il proprio periodo svalutato da una gran quantità di “scrittorelli” decide di non pubblicare alcunché, lasciando questo compito ai posteri. Vive i suoi ultimi anni ospite dell'asilo infantile di Guanzate che lui stesso aveva finanziato. Giacomo Mazza muore il 6 maggio 1901.


Alessandro Ronchetti

22 marzo 2016

CLESSIDRA SENZA SABBIA una riflessione sul fine pena mai


CLESSIDRA SENZA SABBIA
una riflessione sul fine pena mai, nata nel carcere di Opera dal lavoro di un gruppo di ergastolani ostativi.  Una riflessione e una proposta per uscire dall'inferno del carcere a vita.  Ascoltatela. Ne nascono indicazioni che, se accolte, possono offrire una seria possibilità di recupero dell’uomo. Il testo, pubblicato in formato digitale da Stampa Alternativa, nella collana MILLELIREPERSEMPRE,  è scaricabile gratis dal sito di Strade bianche al seguente indirizzo:

(a cura di Vincenzo Capodiferro) STORIA DI UN “ERETICO” CONTRO UN ERETICO. Giovanni Garmaise e Giovanni Calvino (6 gennaio 1568)


(a cura di Vincenzo Capodiferro)
STORIA DI UN “ERETICO” CONTRO UN ERETICO.
Giovanni Garmaise e Giovanni Calvino (6 gennaio 1568)

La storia della famiglia Garmaise di Vandoeuvres è molto antica. Secondo André Corbaz, che ha scritto Un Coin de Terre Genevoise, Mandement et chastellenie de Jussy-l’Evesque(Ginevra 1916), la famiglia Garmaise si è stabilita a Gy nell’età della Riforma e precisamente nel 1536. I Garmaise furono iscritti nelle liste della Bourgeoisiedi Ginevra nel 1563. Il primo fu Guillaume Garmaise, a seguire Antonio Garmaise, nel 1569. Ci sono testimonianze anche più antiche di un PetrusGarmeyse (1449) e di un certo RichardusGarmesie (1524). Un PierreGarmaise è ancora attestato negli atti del Comune di Gy nel 1689 e si conservano tracce di un Antoine Garmaise, nato prima del 1715.Siamo sicuri che i figli di Antoine sono nati tra il 1735 e il 1747: Rodolphe, Antoine, Pierre, Jacques-Etienne, Marie e Abraham. Da tutti costoro che sono stati menzionati discende la mia famiglia. Ancora oggi a Ginevra c’è lo “Chemin de Garmaise”, a ricordo del noto casato, inoltre su questa via ha sede una cantina che produce un vino bianco, chiamato “RéserveGarmaise”. La storia più interessante e davvero bella è quella di Jean Garmaise: come riportano i Registres de la Compagnie despasteurs de Genève, Tomo III, anni 1565-1574, al fol. 35, a. 1568, Jean aveva messo in dubbio un passo del Vangelo di Luca e la domenica del 6 gennaio del 1568 aveva osato sfidare il grande riformatore Giovanni Calvino, dichiarandolo eretico. Naturalmente per questo atto oltraggioso Jean Garmaise fu egli stesso tacciato di eresia dagli eretici, fu condannato a chiedere perdono davanti a tutta l’assemblea dei fedeli, in ginocchio, per terra, con la corda al collo ed una torcia in mano accesa. Per punizione gli fu traforata la lingua. Fu bandito dalla città. Gli furono confiscati tutti i beni dalla Signoria di Ginevra. Le sentenze per eresia sono molto frequenti in questo periodo, sia dalla parte dei cattolici, che dalla parte dei riformati. C’è un’intolleranza d’ambo le parti, per cui ai roghi di Calvino, come di un Michele Serveto, fanno eco i roghi dei cattolici, come di un Giordano Bruno. Calvino nelle Istitutiones de cristiana religione aveva predicato il verbo della predestinazione assoluta: «Secondo ciò che la Scrittura chiaramente dimostra, noi diciamo che il Signore ha una volta deciso nel suo consiglio eterno ed immutabile, quali uomini voleva ammettere alla salvezza e quali lasciare in rovina. Quelli che egli chiama alla salvezza, noi diciamo che egli li riceve per la sua misericordia gratuita, senza alcun riguardo alla propria dignità.  Al contrario l’ingresso alla vita è precluso a tutti quelli che vuole abbandonare alla condanna: e ciò accade per un suo giudizio occulto e incomprensibile, per quanto giusto ed equo» (Inst.,7,III,62-63). Le opere, per il Riformatore ginevrino, sono segno di predestinazione. Questa affermazione, convalidata con esempi del Vecchio Testamento e immessa nel nuovo ambiente capitalistico, che non aspettava altro che la benedizione divina per i suoi traffici, divenne potente molla di sviluppo del capitalismo medesimo. Riprendendo M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, la morale calvinista è un’etica del successo e giustifica l’imperativo appunto dell’etica capitalistica: arricchitevi! A questa tesi, sostenuta, tra gli altri da Sombart e Troeltsch, è stato obiettato che il capitalismo si formò in paesi nei quali il calvinismo non era ancora conosciuto, come in Inghilterra. Sarebbe contraddittorio pensare che la scrupolosa etica calvinista sia alla base di un fenomeno che è la negazione di ogni scrupolo morale. Anche Giovanni Garmaise è un predestinato: predestinato a sfidare il predestinato per eccellenza, cioè Giovanni Calvino. Jean è un “eretico” che si scaglia contro un altro eretico, un difensore della fede, che si erge contro un altro difensore della fede. L’araldo della famiglia Garmaise è singolare: stemma azzurro con braccio vestito d’argento che tiene una chiave accompagnata da una conchiglia d’oro e una spiga di grano. La chiave simbolizza non solo la fede cristiana, ma anche la città di Ginevra e della famiglia di cui l’esistenza è quivi attestata già prima della Riforma e ricorda la condanna di Jean Garmaise. Pure la conchiglia è un richiamo allo stemma del comune di Vandoeuvres, riferito a San Giacomo, patrono della città. Il covone di grano, invece,si riferisce allo stemma del comune di Gy, ed in particolare al procuratore generale Pierre d’Airebaudouze, che fece costruire a Gy il primo tempio protestante in terra ginevrina. Prima di questo fatto la famiglia Garmaise era cattolica, in seguito tutti i Garmaise sono stati di religione protestante calvinista, fino a mio padre. Mio fratello ed io, infatti, siamo i primi Garmaise cattolici dopo cinquecento anni.
Alessandro Garmaise

IL FUTURO DELL’ EUROZONA L’intervento del Presidente della Bce Mario Draghi al Consiglio europeo. di Antonio Laurenzano

                                   
   IL  FUTURO  DELL’ EUROZONA

            L’intervento del Presidente della Bce Mario Draghi al Consiglio europeo.
                                     di Antonio Laurenzano

“Fare chiarezza sul futuro dell’Eurozona”. E’ forte il richiamo alle responsabilità della politica lanciato dal Presidente della Bce Mario Draghi a margine dell’ultima sessione economica del vertice Ue di Bruxelles. L’economia non cresce e permangono i timori legati a una deflazione che rischia di allontanare ogni ripresa. E in questa fase di persistente crisi economica particolarmente efficace è il ruolo che sta svolgendo l’autorità monetaria di Francoforte con misure di grande respiro. Significativo il “pacchetto” varato la scorsa settimana: taglio dei tassi d’interesse, acquisti mensili di titoli, anche aziendali (“corporate bond”), finanziamenti alle banche a tasso zero, con un premio in caso di aumento del credito all’economia reale.  
Ma la politica monetaria a sostegno dell’economia ha i suoi limiti, non può affrontare le debolezze sistemiche dell’economia europea. E Draghi lo dice chiaramente: servono riforme strutturali, investimenti pubblici e riduzione delle tasse per far ripartire la domanda. Spetta cioè alla politica recuperare la sua centralità per reagire alla crisi, spetta ai Paesi dell’Eurozona rafforzare la governance dell’euro, superando ogni divisione,  e rispondere all’austerità tedesca. 
Come ha ribadito di recente Giorgio La Malfa sul Corriere, l’unificazione monetaria sta pagando la mancanza di una unione politica, e quindi di un’unione fiscale dei Paesi firmatari del Trattato istitutivo dell’UEM. Si sperava che le regole fissate a Maastricht e le loro successive modificazioni avrebbero consentito ai Paesi dell’Eurozona una crescita forte ed equilibrata. Speranza spazzata via dalla crisi economica e finanziaria del 2007! Senza una vera unione fiscale e una banca centrale prestatore di ultima istanza ogni Paese risponde da solo dei debiti emessi dal suo governo con la conseguenza che eventuali dubbi circa la sua solvibilità provoca un aumento dei tassi d’interesse, una rarefazione del credito, l’arresto della crescita. Ai singoli Paesi sono stati tolti gli strumenti monetari con i quali, prima dell’Unione, affrontavano le crisi macroeconomiche, in primis la svalutazione della moneta nazionale, senza trovarne altri per affrontarle all’interno delle regole che l’Unione si è data. E questo vuoto regolamentare, aggravato dai vincoli imposti alle finanze pubbliche dal Fiscal compact del 2012, ha finora avvantaggiato quei Paesi che sono entrati nell’Unione in una situazione di maggiore stabilità: debito pubblico sotto controllo, flessibilità del costo del lavoro, organizzazione industriale e amministrazione pubblica più efficiente.  
Il richiamo di Draghi va proprio in direzione del superamento degli attuali squilibri economici presenti all’interno dell’Unione: promuovere una revisione profonda dei trattati istitutivi dell’Unione europea con la realizzazione di una unione fiscale di supporto a quella monetaria, con un forte consenso politico dei Paesi che vi aderiscono. Nell’Eurozona l’infinita disputa politica sui vincoli di bilancio ha fatto perdere di vista il nodo centrale della questione: la ripresa economica in un contesto di economia globalizzata dove la forza del mercato in continua evoluzione spiazza non solo le sovranità monetarie ma anche quelle politico-statuali.
Nel quadro europeo sono profonde le divergenze di strutture e di interessi politici ed economici per poter elaborare una comune strategia finalizzata a rafforzare la governance dell’euro. La sfiducia che serpeggia nell’opinione pubblica nei confronti dell’Europa e delle sue istituzioni nasce proprio dalle faide di palazzo e dai tanti egoismi che ritardano ogni progetto di maggiore  integrazione. L’Unione avrà un futuro se dimostra di saper costruire crescita e benessere e non un’asfittica gabbia di procedure!     

(www.antoniolaurenzano.it)

07 marzo 2016

LA RICERCA DELLA FELICITÀ Un romanzo attraente e nobile di Silvia Spaventa Filippi recensione di Vincenzo Capodiferro

LA RICERCA DELLA FELICITÀ
Un romanzo attraente e nobile di Silvia Spaventa Filippi

“La ricerca della felicità” è un romanzo di Silvia Spaventa Filippi, edito da Pietro Macchione, a Varese, nel 2014. Silvia nasce a Varese, ma fin dall’infanzia «si nutre di letteratura ed arte grazie alla fertile educazione familiare». Il nonno Silvio Spaventa Filippi, infatti, era un grande intellettuale lucano ed aveva curato, tra l’altro, il “Corriere dei Piccoli”, fondato e diretto da lui fino al 1931. Sulla storia del “Corriere dei Piccoli” Silvia ha già pubblicato due saggi pedagogici. L’autrice scrive poesie, fiabe. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo “Sogno e realtà”, a cura del Circolo Culturale Silvio Spaventa Filippi, stampato a Potenza nel 2008. La “ricerca della felicità” è un rapporto felice di fanciulli, da Aurora a Serena, è un intreccio di storie, che si stagliano a puntate, quasi come un piccolo “Decamerone”, e di poesie, che occupano l’ultima parte del romanzo. Già i nomi rimandano simbolicamente al cielo terso e beato dell’infanzia e della giovinezza. La felicità si trova in cose semplici. E come non ricordare il fanciullino di Pascoli? «Egli è quello che ha paura del buio, perché al buio vede, o crede di vedere, quello che alla luce sogna, o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle, che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di Dèi … egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente» (G. Pascoli, “Miei pensieri di varia umanità”, 1903). Non a caso il più delle volte questa condizione di naturale beatitudine viene arginata ai tempi adamitici. Il peccato originale è la perdita di questo piacere divino. Anche Rousseau pensava che l’uomo era felice in quel fantasmagorico stato di natura. E tutti i poeti e gli scrittori ricordano i “Saturnia regna”! La belluinità che Hobbes falsamente riponeva nello stato naturale è, invece, propria proprio del cattivo stato sociale. Come potevano gli uomini primitivi farsi la guerra, laddove mancavano perfino di un’organizzazione atta alla guerra e non conoscevano ancora l’invidia, l’odio, la rapacità - homo homini lupus -, che nascono solamente nei rapporti sociali? Questo mondo favoloso dell’infanzia dell’umanità si proietta nell’infanzia di ogni piccolo-grande uomo: la filogenesi rimanda all’ontogenesi. Oppure questo mondo favoloso viene proiettato in un futuro paradisiaco, di eterna beatitudine. Eppure, senza ricordare Jiddu Krishnamurti - “La Ricerca della felicità” -, la felicità sta proprio in questa eterna ricerca, che si muove imperterrita dal passato remoto al futuro remoto, come mirabilmente Silvia redarguisce: «Durante tutte le stagioni della mia vita nella realtà e nel sogno, nella gioia e nel dolore, ho sempre cercato di capire cosa fosse la felicità e, ancor più, cosa si potesse fare per mantenerla a lungo o addirittura conservarla in uno stato di equilibrio permanente. Ancora, se la felicità esistesse veramente o fosse patrimonio di brevi istanti, legata più a un evento contingente o a un intrinseco bisogno di armonia. Non ho avuto e non ho ancora trovato una risposta che potesse e possa darmi un appagamento interiore o una stabile certezza. E non so neppure se la felicità sia una condizione umana. Ma non per questo sono stanca di ricercarla» (pp. 9-10).

Vincenzo Capodiferro

OMICIDIO STRADALE : E’ LEGGE Approvato dal Parlamento il nuovo reato penale di Antonio Laurenzano

                             
OMICIDIO  STRADALE :  E’ LEGGE Approvato dal Parlamento il nuovo reato penale
                                        di  Antonio Laurenzano


L’omicidio stradale è legge. Dopo quattro anni dalla prima raccolta di firme da parte delle Associazioni “vittime della strada”, si è finalmente concluso un lungo iter che ha visto il disegno di legge arrivare a Palazzo Madama in quinta lettura, non senza imboscate parlamentari, superate alla fine con il voto di fiducia posto dal Governo. Un atto di giustizia nei confronti di chi è rimasto ucciso sulle strade da pirati su quattro ruote!
Si parla spesso di curve assassine, di alberi killer, di strade dissestate per giustificare le corse in auto che finiscono in tragedia. Una guerra invisibile che quotidianamente si combatte sulle strade. Ma il 90%  degli incidenti stradali è imputabile  a chi  sta al  volante e alle sue condizioni psico-fisiche …. E l’alcol è il killer in ombra, il pericoloso compagno di viaggio.
Secondo i dati ISTAT 2013, in Italia ci sono oltre 180 mila incidenti stradali l’anno con lesioni a persone, 3385 morti, quasi 10 al giorno, 260 mila feriti. Una cronaca senza fine, un vero bollettino di guerra! Nel 30% dei casi, secondo i dati forniti dall’osservatorio Asaps (Associazione sostenitori amici polizia stradale), l’investitore è risultato sotto l’effetto di alcol e droga. E a subirne  le conseguenze tante vite innocenti, fra cui tanti bambini: nel 2014 ben 63! Vite spezzate, sogni e speranze derubati!
  Siamo in assoluto il Paese d’Europa con il maggior numero di vittime sulle strade. Anche il numero dei morti per milione di abitanti, media Ue 51,4, ci vede ancora al 14° posto con 56,2 vittime. E i casi di recidiva sono altissimi. Il reato di omicidio stradale aiuterà a combattere questo triste primato. Una efficace misura di prevenzione.
La nuova legge introduce  nel codice penale il reato di omicidio stradale per effetto del quale è punito a titolo di colpa con la reclusione, di diversa entità a seconda del grado di colpevolezza, il conducente la cui condotta imprudente costituisca causa dell’evento mortale. Resta la pena già prevista oggi, da 2 a 7 anni, nell’ipotesi base, quando cioè la morte sia stata causata violando il codice della strada. La sanzione penale però sale sensibilmente negli altri casi. In particolare, chi uccide una persona guidando in stato di ebbrezza grave, con un tasso alcolemico oltre 1,5 grammi per litro, o sotto effetto di stupefacenti, rischia ora da 8 a 12 anni di carcere. La pena può aumentare fino a 18 anni di carcere se a morire è più di una persona. E’ prevista una specifica circostanza aggravante nel caso in cui il conducente, responsabile di un omicidio stradale colposo, si sia data alla fuga, omettendo ogni soccorso. In tale ipotesi, la pena è aumentata da 1/3 a 2/3 e non può, comunque, essere inferiore a 5 anni.
Grande soddisfazione è stata espressa da chi per anni ha atteso un intervento del Legislatore per una risposta a un inquietante problema sociale, espressione in molti casi  di una vita spericolata, vissuta senza inibizione alcuna. E per i più giovani al volante, oltre alle misure di legge, è fondamentale insegnare la “cultura della sicurezza”, educarli alla legalità ridestando  in loro i grandi ideali, la passione civile  per renderli protagonisti consapevoli del loro ruolo sociale, del loro futuro. Coniugare cioè la libertà con il senso del dovere per poterla vivere non come trasgressione ma come valore di grande significato.
Si volta pagina, dunque. “La patente non è licenza di uccidere”! Guidare nel rispetto del codice della strada per evitare lutti e dolori e porre fine alle strazianti cronache di assurdi incidenti stradali. Guidare con il volante e non con …. Il bicchiere perché la vita va vissuta, non va bevuta! 

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...