24 gennaio 2014

Partono 'e bastimenti - prima parte di Marcello de Santis



PARTONO 'E BASTIMENTI Parte prima di marcello de santis
partono 'e bastimenti
per terre assai luntane,
cantano a buordo
so' napulitane
.

Siamo ai primi anni del 1900, e l'emigrazione degli italiani per le americhe era in pieno svolgimento; si andava a cercare fortuna. Erano giorni in cui la città di Napoli pulsava fin nel profondo delle vene, il porto pullulava di bagagli, pacchi e pacchetti, valigie e valigioni tenuti insieme da corde incrociate, sacchi e quant'altro, e donne con bambini in braccio, e uomini e anziani; con addosso i consunti vestiti di tutti i giorni; si preparano a lasciare il loro paese per un'ignota avventura.
Il fenomeno dell'emigrazione, fino allora sconosciuto ai più, adesso anno 1919 è in pieno svolgimento; i bastimenti partono uno alla volta, più di uno ogni giorno; e allontanandosi dal porto le persone a bordo - gli occhi umidi per le lacrime - salutano con un fazzoletto in mano quei parenti meno fortunati (o più fortunati, magari), che restano a terra; gli uni e gli altri si sentono straziare il cuore per le ultime struggenti immagini; chi resta, quelle dei suoi cari che se ne vanno, gli emigranti, più tardi, "quelle delle ultime cose" che riuscivano a vedere prima che scompaiano del tutto a un orizzonte che si lasciano alle spalle. Nei versi con i quali ho aperto questo breve saggio, "queste ultime cose" sono le case di Santa Lucia, ultimo segno di una Napoli che si allontana sempre più; e che chissà se avrebbero mai rivisto.  E' l'ultima cartulina 'e Napule che si portano negli occhi e che conserveranno a lungo dentro, bagnata da una inconsolabile malinconia.
santa lucia luntana e te
quanta malincunia...

L'autore della canzone è E. A. Mario.
Santa Lucia luntana risale all'anno 1919, quando più forte era l'esodo dei napoletani per "terre assai luntane"; esodo già iniziato verso gli ultimi due decenni dell'ottocento; a partire dal 1880 circa e per tutto un secolo se ne andarono dall'Italia circa quindici milioni di persone.
Ma fu nei primi anni del novecento che l'emigrazione raggiunse il punto più alto; ogni anno si contavano dalle duecentomila alle trecentomila unità che lasciavano il paese, in gran parte da Napoli, (ma anche da Genova Messina e Palermo, che erano i soli porti autorizzati a ricevere quelli che volevano imbarcarsi),

... cu dint''o còre 'na malincunia...

Se ne andavano richiamati dal miraggio del sogno americano, un paese nuovo che richiedeva braccia per lavorare; e il grido giungeva fino a noi, che di persone senza lavoro, indigenti i più, nella miseria molti, ne avevamo molti, moltissimi.

se gira o munne sano,
se va' a cerca' fortuna,
 

E.A.Mario Napoli 1884 - 1961
è il nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta
autore di molte canzoni celebri sia in lingua che in dialetto napoletano.
Sempre attento ai problemi sociali del suo paese,
dal dramma della guerra a quello dall'emigrazione. 
Era l' autore sia delle parole che della musica delle sue canzoni.
L'ultima cosa che di vedeva dalle navi che si allontanavano definitivamente portandosi a bordo povertà e speranze, erano - come detto - le case del quartiere di Santa Lucia; e davanti a esse, sul mare, il Castel dell'Ovo.
Oggi a ricordo dei drammatici eventi sociali dell'emigrazione, e della partecipazione in qualche modo ad essi del nostro poeta c'è una targa proprio a Borgo Marinari che recita: Partono i bastimenti... pe' terre assai luntane...
La statua della Libertà era un richiamo troppo forte, Nuova York era la città della speranza, gli Stati Uniti la terra del futuro. Ed era proprio la Statua la prima cosa che gli emigranti vedevano da lontano; a ben quaranta chilometri dalla città di New York, la statua che dava il benvenuto ad essi con il sonetto che una poetessa americana Emma Lazarus scrisse, e che fu fatto incidere alla base dal colosso americano che si erge sul mare davanti a New York, su un'isoletta che si chiama appunto Isola della Libertà.
Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.

Questi nuovi lavoratori, che andavano là per far fronte al grande sviluppo industriale di un paese nuovo, erano una risorsa non solo per il paese che li accoglieva, ma anche per il paese che li aveva in qualche modo cacciati via, là producendo e incrementando la ricchezza locale, qua con le rimesse di denaro che facevano alle loro famiglie, che spendendo consentivano all'Italia di importare materie prime per rimettere in funzione la macchina statale del lavoro industriale.
Le parole della canzone strappano ancora commozione e lacrime a chi le sente a distanza di quasi un secolo; specialmente ai figli o a nipoti e pronipoti di chi ebbe sui bastimenti che partivano un parente, un padre, una madre, un nonno e una nonna, o dei bisnonni.
... cantano a buordo
so' napulitane
...

Cantavano a bordo i nostri emigranti struggendosi di nostalgia per il paese che erano costretti a lasciare; e presto questa canzone sarebbe diventata la canzone per eccellenza degli emigranti napoletani.
Santa Lucia luntana...  'o puorto ca scumpare... a luna 'mmiez''o mare... e quel poco 'e napule che si vede ancora...
Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle fa vedé.
..

Sono altamente drammatiche le parole della canzone di E.A.Mario e intrise di una tristezza che rievoca ogni volta che si sente e che si canta.
L'emigrante quasi sempre non dormiva nel posto a lui riservato, i pagliericci infestati di pidocchi, sporchi e puzzolenti, fumo e puzza del vapore della macchine che arrivavano da tutte le parti, insomma difficile era respirare là; se si voleva sopravvivere si doveva salire in coperta; accucciato a lungo sui talloni; o seduto a terra o su un groviglio di gomene a guardare l'immensità dell'oceano che pareva non volesse mai finire; e le notti insonni a rimirare la luna, quella stessa luna che adesso stava illuminando quell'ultima cartolina che avevano impressa negli occhi, santa lucia luntana... ma se pioveva o faceva tempesta erano costretti a tornare sotto coperta, dove l'aria mancava e quella poca che c'era era piena di cattivi odori.
santa lucia luntana e te
quanta malinconia...
se gira o munne sano,
se va' a cercar fortuna,
ma quanne spunta a luna
luntana e napule
nun se po' sta
.



emigranti a bordo di uno dei bastimenti che facevano i viaggi atlantici,
e che il più delle volte erano vere e proprie carcasse
Ma il viaggio era una rischiosa avventura, e non sempre ci si aveva il tempo di soffrire di nostalgia e di cantare 'e canzone 'e napule, ché i passeggeri soffrivano mal di mare, malattie varie, e talvolta e spesso, anche, abusi da parte dell'equipaggio. Per cui la nostalgia e il canto anche se sommesso passava in secondo piano davanti a queste cose e alla paura insita dentro di loro. A bordo la miseria si faceva sentire più che non a terra prima di partire; la gente, stipata all'inverosimile in terza classe, aveva il terrore negli occhi, non sapendo la sua sorte, e intorno c'era chi vomitava, la puzza e la sporcizia era indescrivibile; così come la probabilità di prendersi qualche malattia. I poveri con tutta la loro miseria addosso erano costretti, come ho già detto,  in terza classe, quasi come reclusi; per tutto il tempo della traversata nelle stive adibite a trasporto merci, ed erano malvisti e mal sopportati e dai membri dell'equipaggio e dai signori, cui arrivava il cattivo odore che emanava quel tratto di nave, quasi sempre a poppa; questa terza classe era allocata quasi sempre nelle parti più basse della nave, nei locali dove si stipavano e trasportavano le merci, bastava qualche divisorio con tramezzi di legno e il gioco era fatto. Per il ritorno si smontavano questi tramezzi e si caricavano merci. In prima classe c'era la gente bene, i ricchi, i signori, mentre la seconda era riservata a quelli che potevano definirsi agiata borghesia. Gli emigranti erano stipati e ammassati un spazi insufficienti a contenerli tutti, in barba alla legge che stabiliva tanti passeggeri per un tot di spazio. I pasti venivano consumati là, sdraiati per terra, a gruppi, uno per ogni gruppo era addetto al ritiro del rancio e a portarlo agli altri. Il viaggio si trasformava dunque in tre quattro settimane di inferno, nel vero senso della parola; neppure fratelli e sorelle potevano stare insieme; infatti i passeggeri venivano divisi: i maschi da una parte e le femmine da un'altra; in un'altra sezione, diciamo così, potevano stare insieme quelli sposati; i locali senza circolazi-one di aria sufficiente a una vita decente, e di conseguenza le malattie virali, specialmente per i bambini: il morbillo in testa, e la malaria; senza contare - per i grandi - polmoniti e gastroenteriti o simili. E si verificavano anche nascite nelle condizioni più abiette; e decessi; in questo caso si avvolgevano in un telo i cadaveri e si gettavano in mare; lo strazio era grande ma ancora più grande se a morire era un bambino.
Quanto doloroso doveva essere questo distacco dalla città natale, quanto triste l'addio a Napoli

http://www.youtube.com/watch?v=VD0PRS5UKZg
fine prima parte

marcello de santis

15 gennaio 2014

Paratissima 9- 2013 terza e ultima parte di Marco Salvario


Paratissima 9 – 2013
Terza parte - SASUDEQU

La denominazione SASUDEQU è formata dalle prime due lettere dei cognomi dei quattro artisti che si sono associati per presentare questo particolare progetto: Marcella Savino, Matteo Suffritti, Lele De Bonis e Gianluca Quaglia. Di due di essi ho già parlato in passato: di Lele De Bonis sia nel 2012 sia nel 2011, di Marcella Savino l’anno scorso. Si tratti di personaggi che hanno in comune l’ottimo marchio di fabbrica del gruppo creativo r-EVOLution, ovvero dell’associazione culturale “anonimartisti.it”.
Se l’anno scorso lo spazio concesso a Paratissima agli artisti di questo gruppo era stato stranamente avaro e penalizzate, questa volta è stata fatta ammenda con un locale ampio che i SASUDEQU si sono divisi ipotizzando quattro locali distinti da muri ideali suggeriti da semplici linee tracciate a terra. L’impostazione ricorda gli ambienti astratti del film Dogville di Lars Von Trier: un’idea valida ed efficace, anche se gli ambienti proposti alla fine sono risultati abbastanza disomogenei e ogni artista ha portato avanti, giustamente ma un po’ cacofonicamente, la propria poetica e il proprio percorso indipendentemente dagli altri. Più che armonizzazione, il risultato fa pensare a una simpatica sfida, allegra e scanzonata, ma che sempre sfida è rimasta.


Marcella Savino
(Bedroom)


Una vista non dovrebbe cominciare dalla stanza da letto, ma lasciatemi seguire l’ordine suggerito dal nome del progetto.
Tennero e malizioso il letto bianco, verginale o da prossima sposa, e il ciuffo nero di capelli che ne macchia il candore, ma la vera suggestione è nelle grandi foto, stampe ai carboni su carta cotone, appese alle pareti. Corpi di donne in movimento e spezzati, corpi che sembrano muoversi sfumati e violenti come pensieri. Paure e sogni in questa stanza da letto innocente e torbida, dominata fin quasi all’ossessione nell’assenza dei colori: solo bianchi e neri mediati da tanti toni di grigio. Non si afferma che si sogna in bianco e nero?
Marcella Savino è una fotografa piena di risorse, che porta la sua ricerca avanti con coraggio e originalità, raggiungendo ottimi risultati.


Matteo Suffritti
(Bathroom)


Ogni tanto, vilmente, davanti alle opere di un artista sospendo il mio giudizio in attesa di capire meglio la sua personalità e chiarire con me stesso le impressioni che mi trasmette. Forse in questi casi dovrei allargare le braccia e riconoscere: “Io non lo so!”.
Matteo Suffritti, ottimo illustratore e molto più che illustratore, è uno di quei personaggi che mi stuzzicano senza convincermi appieno. Le sue opere hanno sostanza, sono tasselli staccati di un percorso complesso che, però, si disegna omogeneo. Ricevo il messaggio, però la mia comprensione deve migliorarsi.
Se avrò occasione di incrociare l’artista di nuovo in futuro saprò dare un giudizio più preciso, altrimenti, cari lettori, cercate di trovare voi l’occasione per vedere le sue opere di persona: ritengo che non ne rimarrete delusi. E fatemi conoscere il vostro pensiero!


Lele De Bonis
(Kitchen)


Anno dopo anno i lavori di Lele De Bonis aumentano in consapevolezza e la sua ricerca sta dando ottimi risultati. Amo in particolare le sue opere dove il metallo lavorato è in grado con riflessi e con luci interne di rendere la materia plastica e sfuggevole. Assemblaggi come “The pilot of the psiche” o i tre blocchi “METAMORFOSI 1-2-3”, volutamente incompleti come i Prigioni di Michelangelo, hanno forza espressiva e perfezione classica. Sono meno convinto quando l’autore fa esplodere di colore i suoi lavori plasmando lattine, bottiglie e ogni genere di avanzi plastici e metalli: è anche questo un esperimento stimolante e offre risultanti non banali, pur se di livello inferiore.


Gianluca Quaglia
(Living Room)


Chiudiamo la visita a SASUDEQU da dove avremmo dovuto cominciarla: il salotto è in un alloggio la stanza più condivisa, quella dove s’incontrano gli ospiti e dove si è un po’ meno padroni a casa propria.
Il salotto di Gianluca Quaglia è ricoperto di uno spesso tappeto di coriandoli (foglie, petali?) rossi, in un’immagine che di primo acchito mi ha fatto pensare a un’accoglienza sensuale e maliziosa, conturbante come l’ambientazione di una famosa scena di American Beauty, ma su tale mia interpretazione in parte ho dovuto ricredermi quando ho visto in quel morbido cumulo rosso giocare divertiti alcuni bambinelli. Questa è l’arte e questo è un soggiorno: sa offrire al pubblico/visitatore, chiunque egli sia, qualcosa che lo interessa e lo sorprende!

Paratissima 9 – 2013
Quarta parte, una piccola appendice.
Chi si rivede! - Artisti già segnalati in edizione passate di Paratissima.


Maria Ritorto


Di questa brava e raffinata scultrice ho già scritto la scorsa edizione di Paratissima e ne riparlo per segnalarla ancora e con piacere in questa occasione, confermando il giudizio favorevole.
Le sue figure estratte dalle radici d’erica - e mi è difficile pensare a un elemento più ostile e masochistico da plasmare -  essenziali eppure capaci di suggerire energia, movimento e slancio, sono la prova di come la vera arte riesca a dare sempre e comunque un’anima alla materia.
Le opere di Maria Ritorto sono creazioni originali, sempre nuove e sorprendenti, da cui è difficile non farsi affascinare.


Paola Cabuti


Anche con questa artista un ritrovarsi a un anno di distanza, però con molte sorprese. Non si respira più l’atmosfera condannata e sofferente del 2012 e scivoliamo in un mondo più tra l’onirico e il fiabesco. In “Terra di frontiera” e in “Opulenza indolenza”, un sorriso divertito si disegna sul volto del visitatore davanti alla povera gallina che sembra non trovare più il proprio corpo riflesso o al colombo che è ingrassato a dismisura. Un sorriso che può smorzarsi quando ci si comincia a chiedere di chi siano simbolo i due animali: di noi stessi? Della nostra illusione di sapere dove stiamo dirigendoci e nell’impossibilità di frenare i nostri vizi?
Riaffiora la saggezza morale delle favole di una volta, adatta e pensata per i grandi che devono imparare a guardare con occhi attenti sia il mondo sia se stessi.
Su tutto, l’ammirazione per la maestria sempre più sicura con cui Paola Cabuti plasma e prepara le proprie terrecotte.


Debora Quinto


La memoria per i nomi non è mai stata il mio forte e soltanto mentre cercavo di documentarmi sull’autrice del bell’olio su tela “La ragazza afgana”, sciaguratamente esposto in un corridoio di passaggio troppo stretto e poco adatto a una comoda analisi, ho scoperto di avere già lodato due anni fa, a Paratissima 2011, un altro suo lavoro: “Monaco tibetano in preghiera”.
La produzione di Debora Quinto sembra sia molto limitata come quantità, probabilmente è scarso il tempo che riesce a dedicare alla pittura, eppure sa raggiungere risultati eccezionali, di grande impatto e comunicativa.


E ora...
Arrivederci a Paratissima 10!

Insubria Critica ringrazia Marco Salvario per il suo reportage su Paratissima.

13 gennaio 2014

Paratissima 9 - 2013 seconda parte di Marco Salvario

Paratissima 9 – 2013
Seconda parte - Presentazione di altri artisti.


Bruno Roberto


Devo premettere con imbarazzo, che le opere di questo sorprendente creatore appartengono a una tipologia che non mi ha mai convinto e su cui normalmente non mi soffermo mai per una mia convinta diffidenza sui materiali che utilizza e sui risultati disomogenei che questi possono offrire e che solitamente offrono. Tuttavia ho ritenuto di dovere fare un’eccezione in questo caso perché davanti alle opere di Bruno Roberto (o Roberto Bruno?) mi sono proprio dovuto fermare per un’analisi.
Il nostro artista ha molti messaggi da lanciare e agisce con chiarezza e pulizia, utilizzando strumenti che della chiarezza e della pulizia non sono amici, e colpisce il pubblico dritto in mezzo agli occhi. Sa essere testimone del nostro tempo e, forse, del tempo che deve ancora venire. Se arriverà!
Per il momento vinciamo le diffidenze e guardiamo intorno a noi con lo sguardo profetico di questa “Avanguardia post-industriale”: ci mostrerà l’incubo di un mondo compromesso che, rinvio dopo rinvio, crisi dopo crisi, non è una visione pessimista e disfattista, ma la realtà in cui stiamo vivendo e sprofondiamo con colpevole indifferenza.


Mercedes Egle


La mano di questa pittrice è abilissima nel ricreare con la propria matita i lineamenti e la forza degli sguardi catturando sentimenti, emozioni e intelligenza. Veli di malinconia sotto di cui pulsa una voglia di gioventù trattenuta, repressa, forse prigioniera. Volti di donne che sembrano vibrare in sospeso tra un passato che le vuole sottomesse e una nuova energia interna, calda e palpitante, pronta alla ribellione e alla lotta.
Confesso di non conoscere e di non avere scoperto quasi nulla di Mercedes Egle, se non la dichiarazione d’amore per l’arte che lei stessa esprime presentando queste opere a Paratissima. Questo amore appassionato è un punto di partenza importante che le auguro di continuare e sviluppare in futuro.


Fiorella Gelain


Artista versatile, dotata di una grande tecnica e attenzione nel catturare squarci d’immagini e nel restituirceli, con raffinata poesia, nelle sue opere.  Fiorella Gelain sembra trasmutare ogni propria creazione in una sfida con se stessa, cambiando soggetti, tecnica e materiali, in una ricerca di equilibrio e risultato che viene rimessa in discussione continuamente. Visto quanto riesce a offrirci non posso che congratularmi e, al tempo stesso, aspettarmi per il futuro che questa capacità poliedrica venga a convergere in una sintesi che concentri il buono e il meglio di tanta diversità. Una sintesi di strumento che non limiti la sua capacità realizzativa.


Silvia Cammarota


Quante storie, quante emozioni, quanta tristezza e quanta vita possono essere catturate e rinchiuse in un quadretto di pochi centimetri (10x10? Sembrano persino meno!) di tela? Tasselli parlanti di un semplice mosaico di una trentina di pezzi, una matrioska artistica sorprendente.
Silvia Cammarata ce ne racconta tante di storie, con ingenuità semplice e con la sua consapevolezza piena di donna che non chiude gli occhi e, se abbassa certi momenti le palpebre, è solo per indagare meglio dentro se stessa.  Una capacità espressiva non urlata, ma intima e interessante da condividere.


Giancarlo Teker


Le mobili creazioni luminose di Giancarlo Teker sono opere di una perfezione e di un fascino unico e originale.  Ruotano, mutano di dimensione e luminosità avvolgendosi lentamente su se stesse, eppure sempre incantano con la loro armonia ed esattezza.  Credo di avere in precedenza evitato di parlare di questo autore, anagraficamente maturo ma giovane dentro, perché mi chiedevo se lodarne la capacità tecnica e costruttiva non fosse in qualche modo ridurre l’arte alla meccanica, ma alla fine mi sono convinto che, se l’arte può essere definita il culto del bello, in questa categoria l’equilibro perfetto e mobile delle forme luminose rientra a pieno titolo, anche se strizzando l’occhio alla multimedialità.
E c’è un secondo motivo puramente pratico e un po’ mortificante che spiega il motivo per il quale in passato non ho presentato questi interessanti lavori: malgrado più tentativi, le mie fotografie non erano riuscite a rendere neppure in parte la loro qualità. Fotografare delle luci nel buio è difficile!


Marco Sciarpa



Sfogliando il catalogo di Paratissima 9 (Edizioni PRINP, http://www.prinp.com), ho scoperto con rammarico che, anche se non avevo incrociato la sua zona espositiva, tra le opere in mostra c’erano anche quelle di Marco Sciarpa. Ho rimediato andando a fare visita all’artista nel suo studio/galleria “Elettroshock”, in via principe Tommaso 18, che proprio in quel periodo festeggiava un anno di vita: un anno ricco di attività e iniziative per un personaggio che non si rassegna alla crisi economica e creativa di questo brutto periodo. Auguri sinceri!

Dalla provocazione estrema dei quadri Shangai dalle forme lunghe e strette (più o meno un metro per sette centimetri), a pannelli di dimensioni più classiche, l’autore riesce ad affrontare e vincere sempre la sfida con lo spazio e, anzi, proprio dove la sfida sembra più improba arriva a dare il meglio di sé: nessuno dei suoi Shangai sembra soffrire di limitazioni e compressioni, tutt’altro! E il tutto in una magica essenzialità di colori: in genere il nero e il bianco dipinto dello sfondo, cui si possono aggiungere pochi tocchi di rosso, giallo, verde. Tinte che si possono definire colori da pastelli evidenziatori e che sono dosate e utilizzate con grande maestria e consapevolezza per mostrarci immagini di città senza più respiro, dalle quali magicamente riescono a scaturire volti e segni di una natura umana sempre desiderosa di vivere e di sentirsi viva, di persone che vogliono essere individui e non perdersi in una massa senza più autonomia.

... continua

10 gennaio 2014

Gli ultimi di Miriam Ballerini

GLI ULTIMI
Scrivo romanzi, rivolgendo un occhio attento alle fasce di persone emarginate. Nonostante appartenga all’animo umano la condivisione, la partecipazione e la solidarietà, spesso mi rendo conto che sono solo parole. Belle parole, che per molti non hanno alcun significato, anzi, sono sillabe unite fra loro addosso alle quali irridere.
Ecco perché continuo a battere gli stessi tasti: perché ci sono persone che ancora hanno bisogno di credere che ci sia qualcuno che porti avanti i loro valori, che li 
condivida e che sappia farsi portavoce di questi.
Con tutta la mia debolezza di essere umano, la mia imperfezione e la sofferenza che certe situazioni mi creano. Eppure la mia voglia di gridare ancora non si esaurisce.
Scrivo e con la fantasia posso arrivare a inventare milioni di storie, eppure è sempre la realtà quella che mi pone davanti alla faccia i scenari più crudeli, utili, perché strumento di analisi interiore e, quindi, fonte per questi articoli.
Frequentando uno studio medico mi è accaduta una delle tante miserevoli scene che mostrano come la cattiveria e l’ignoranza, due delle piaghe incurabili dell’umanità, appartenga a qualsiasi classe sociale. Più dolorosa se si pensa che siano stati due medici a esporre la loro matassa sudicia di un cuore estraneo agli altri cuori.
Homo sum, umani nihil a me alienum puto, diceva Publio Terenzio Afro. Che significa: “sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano”.
Per dirla in parole più semplici, usando un titolo di una nota canzone: “Gli altri siamo noi”. Quello che accade agli altri può toccare noi. Tutti abbiamo dentro le stesse emozioni, le stesse sensazioni, la stessa capacità di fare bene o di fare male.
Si parlava di vivisezione, ultimamente alcuni biologi stanno ammettendo l’inutilità delle torture inferte agli animali, quali soluzioni nei confronti dell’essere umano. Con il continuo progredire della scienza, non sarebbe più necessario infierire su creature innocenti.
Non voglio girare molto intorno alla questione, arrivo subito al parere emerito di questi medici, medici, ci tengo a sottolinearlo, e, per rispetto di chi legge, limerò molto le parole da loro usate, eludendo anche le volgarità espresse:
-         gli animali sono solo animali, anche se muoiono non contano nulla.
-         Si potrebbe fare la sperimentazione sulle tante “scimmie” che ci sono in giro.
-         Io farei la sperimentazione sui barboni, tanto non sono utili alla società.
-         Oppure sui detenuti, tanto hanno il cervello malato e meritano di essere uccisi.
-    Meglio ancora sterminare tutti gli extracomunitari che sbarcano in Italia, che non   sopporto e che farei tutti fuori.

Meditiamo gente, meditiamo sull’ abisso sempre pronto a inghiottirci, perché sembra tanto facile fare del male agli altri. Quanto è facile giudicare le vite degli altri senza conoscere la loro storia; quanto è agevole credere di essere al di sopra dell’umanità altrui, non capendo che tocca tutti noi.

© Miriam Ballerini
(c) foto di Aldo Colnago




07 gennaio 2014

Paratissima 9 - 2013 prima parte - di Marco Salvario

Paratissima 9 – 2013 di Marco Salvario
                         Prima parte

L’edizione del 2013 non è stata una Paratissima da record per numero di artisti e di opere, nondimeno la manifestazione ha dimostrato di avere raggiunto maturità e consapevolezza. Sogna meno ma pensa in grande, non si basa più sull’improvvisazione e offre al visitatore qualità e coerenza, strizzando l’occhio anche fuori dall’orizzonte italiano.
Diventare grandi e invecchiare vuol dire perdere (tradire?) lo spirito ribelle e provocatorio del passato e questo è un peccato, ma nessuno rimane Peter Pan in eterno.
Paratissima ha fissato la sua sede anche per quest’anno al MOI, ex Villaggio Olimpico e ancora più ex Mercato Ortofruttifero di Torino: la ripulitura dei bei locali che hanno ospitato parte della logistica di Torino 2006, insozzati oltre ogni dire da un anno di abbandono e dalla stupidità umana, è stata un’opera epica e coraggiosa per la quale gli organizzatori meritano un applauso grande e convinto.
La locazione di San Salvario è stata definitivamente ripudiata perché le autorità hanno abbandonato il quartiere allo sfogo della movida torinese, dove le notti sono destinate all’intontimento alcolico e al grido animale, alla degradazione di se stessi e al disprezzo del prossimo.
Prima di iniziare la mia personale analisi dell’evento, come sempre premetto alcune puntualizzazioni.
Le segnalazioni e i giudizi che leggerete in questo articolo sono solo pareri personali e riguardano esclusivamente le opere di artisti che mi hanno colpito favorevolmente.  Se non si parla di voi, cari ragazzi di ogni età, rendetevi conto che la scelta era davvero ampia. Ho camminato fino a sentirmi i piedi bollire, ma non ho potuto vedere tutto: sicuramente tra quello che non ho visto ci saranno state opere che avrei potuto apprezzare e lodare, invece il destino ha voluto diversamente.
Mi sono soffermato esclusivamente sulle opere di pittura, scultura, grafica e fotografia, mentre non parlerò di multimedialità, moda, design, musica ecc.
Per smentirmi, una citazione (se la merita!) al cantautore Paolo Cecchin, trentenne dalla voce bella e pulita, che si è esibito giovedì 7 novembre alla stazione Lingotto della metropolitana.


Simone Benedetto


Il gorilla con tentacoli e pinne, il “Piovrilla”, è diventato uno dei simboli forti di questa Paratissima: una creatura di cemento nero e di dimensioni uno-a-uno realizzata per il (bio) parco Zoom. Tale opera può essere considerata simbolo di molta arte moderna: un essere in metamorfosi, forse in evoluzione e forse in disfacimento, che esce trionfante dal sottosuolo o che, al contrario, sprofonda vinto nella terra, cercando la propria salvezza. Un prodigio di equilibrio e ambiguità che si ripete in molte delle opere di Simone Benedetto, artista che della sua produzione fa arma violenta e spietata di critica alla nostra società. Messaggio simile, infatti, lo offre con l”Autoritratto”: una maschera antigas, realizzata in marmo bianco di Carrara, una protezione dietro la quale s’immagina un volto consumato e allungato, una testa da cavalletta. Anche l’uomo è diventato un mutante, destinato a lottare per adattarsi a un ambiente che, per sua grandissima colpa, diventa ogni giorno più ostile.
Due opere complete e impegnate, come le altre realizzate da Simone Benedetto, scultore giovane ma pienamente maturo, padrone e consapevole di se stesso, della propria arte e del mondo in cui opera.

Nota: Simone Benedetto ha vinto in questa edizione di Paratissima il premio Toro 2013 PIX. L’autore fa parte di GenerazionE=mc2


Isotta Cuccodoro


Un corpo nudo e bianco di donna avvolto da un panno rosso. Fotogrammi mossi, quasi indistinguibili. Una sequenza di sette immagini, attimi sfocati e statici, che suggeriscono un movimento veloce, una danza, una corsa. I gesti di una giovane ragazza che si preparava ad asciugare il proprio corpo dopo una doccia, diventano il veloce mulinare della muleta. Allegoria del desiderio maschile che il corpo femminile sempre suscita? La fragilità di un’adolescente che con la sua agilità sfida e, probabilmente, trafiggerà a morte (simbolicamente!) il suo corrispettivo maschile, eccitato e ubriaco di virilità insaziata. Oppure la ragazza è la vittima e il panno rosso è allegoria del suo sangue di vergine.
Isotta Cuccodoro si definisce “Arte Terapeuta”, quindi è attentissima alla comunicazione e al messaggio che le sue opere suggeriscono.
Presentata tra i quindici progetti fotografici selezionati tra i talenti emergenti, sicuramente è un’artista che ha convinto e che merita l’occasione che le è offerta.


Roberta Logiudice


Anche lei selezionata tra i talenti emergenti e anche lei autrice di una presentazione efficace e ben articolata.
Miti e donne del passato, colti nella loro essenza e incorniciati in bianche ed elaborate cornici. Un omaggio e un’analisi da parte di una donna al fascino eterno e ambiguo della femminilità, nei suoi misteri più arcaici e misteriosi. Lo sguardo dell’artista è ironico ma non irridente, attento e preciso nella propria analisi. Alla fine, spontaneità e capacità professionale si fondono in una creazione coerente e apprezzabile.


continua...

Claudio Baglioni: un uomo e un artista

CLAUDIO BAGLIONI: UN UOMO E UN ARTISTA

Quest’anno, per la seconda volta, ho assistito al concerto di Claudio Baglioni al teatro degli Arcimboldi di Milano.
Ho sempre apprezzato la sua musica e, soprattutto, i suoi testi. Parole mature che tanto hanno da insegnare a un orecchio attento.
Negli anni ho assistito alla sua crescita interiore, umana, artistica.
Cosa ci si aspetta da un artista? Che sia bravo? Bello? Simpatico?
Secondo me, una delle cose essenziali che fanno di un cantante qualsiasi un mito è: la coerenza.
Baglioni, ciò che canta lo mette anche in atto.
E, durante i suoi spettacoli, non c’è solo musica e canto; ma ci sono tanti istanti di vita regalati e condivisi.
Parla di episodi della sua infanzia, dei suoi inizi, dei suoi esordi e della sua fortunata carriera.
Lo fa con umanità e semplicità, annullando le distanze che si creano fra il palcoscenico e la gente comune.
Ha sempre avuto un occhio di riguardo per gli ultimi e, ancora, nel suo ultimo album ha inserito un testo per gli emigranti; ricordiamo che tutti gli anni fa uno spettacolo a Lampedusa a favore di tale causa.
Ci ha raccontato che, per questo tour, ha aggiunto due date in Sardegna, non previste, per portare solidarietà alle persone vittime dell’alluvione.
Sono convinta, per quanto opinabile possa essere quanto sto per dire, che un artista, di qualsiasi genere e a qualsiasi arte doni il suo talento, ha la grande opportunità di donare dei messaggi grandi.
Tutti sappiamo cosa è bene e cosa è male; ma spesso non si è portati verso i propri simili. Un artista che noi amiamo e seguiamo, ha la favolosa possibilità di dare segni importanti.
Trovare un cantante che ha seguito questa strada, forse anche inconsapevolmente; magari dice ciò che canta solo perché è ciò che sente e non si è mai posto il problema di comunicare quanto ha dentro, magari non si è mai posto come un esempio da seguire. Ma lo fa, e questo è quanto ci basta.


© Miriam Ballerini

L'esorcista di William Peter Blatty

L’ESORCISTA                                            di William Peter Blatty
© Oscar Mondadori – oscar varia – 1971
ISBN 88-04-50580-X  Pag. 330 € 7,80

Molti di voi conosceranno senz’altro di più la versione cinematografica che non quella scritta, di questo capolavoro della letteratura horror.
Il diavolo, il nostro grande nemico, qui viene rappresentato in un modo spaventoso, soprattutto perché ci appare attraverso una bambina, colei che dovrebbe essere considerata un simbolo di innocenza.
La storia credo sia risaputa ai più: Regan, dodici anni, figlia di un’attrice, comincia a presentare degli strani comportamenti.
La madre, preoccupata, comincia a portarla da vari medici. Si escludono dapprima le cause neurologiche, assunte dapprima quale causa dello sbattimento del letto con sopra la bambina. Poi, quelle psichiatriche, perché sembra che Regan abbia diverse personalità…
Infine, la madre si rivolge a un gesuita… un uomo tormentato, schiacciato dal dubbio nella sua lotta interna fra Dio e la via di una fede poco convinta.
Fra tutto questo: un’indagine di polizia, condotta da un poliziotto amante dei film, quasi un precursore del tenente Colombo, indiscreto, che si nasconde dietro una scaltra goffaggine. Il regista, amico della madre di Regan, viene trovato morto in fondo alla scalinata che inizia fuori dalla camera della ragazzina. Ma come credere che un bambina di dodici anni abbia avuto la forza di scagliare un corpo d’uomo con tanta violenza, tanto da torcergli la testa all’indietro?
Leggere questo libro lascia sorpresi, perché chi, come ha, ha visto prima il film, si rende conto che la pellicola cinematografica ha seguito esattamente quanto riportato nel romanzo; quasi fosse stato un copione.
Un libro per stomaci forti che non hanno paura di guardare in faccia il male.

© Miriam Ballerini

L'europa che non c'è di Antonio Laurenzano

L’EUROPA  CHE  NON  C’E'
Dalla crisi economica a quella sociale 
di Antonio Laurenzano

Consegnato alla storia il 2013: l’anno horribilis del blackout fra debiti sovrani e sistema bancario. L’anno della crisi economica e delle turbolenze finanziarie generate dalla  speculazione dei mercati in quei Paesi dell’Eurozona in forte ritardo sulle riforme strutturali. Una crisi che ha messo a nudo le criticità del sistema monetario europeo privo di una politica economica, fiscale e di bilancio ancora di competenza degli Stati membri che non vogliono cedere a un’autorità sovranazionale la loro sovranità. Alla base, una moneta unica orfana di un’Unione politica con un’azione di governo autonoma rispetto ai singoli Stati. 
E provvidenziale è stato lo scudo anti-spread offerto dalla Banca centrale europea che, forzando un po’ i dogmi dell’ortodossia germanica, ha di fatto allontanato il rischio di un rovinoso default monetario. Ma particolarmente “aggressive”  sono risultate le politiche di austerità seguite dall’Ue durante la crisi: un mix di rigore fiscale e finanziario, ispirato dalla Merkel, che ha causato una recessione economica con caduta della produzione e dei livelli occupazionali. Ferma la crescita, la crisi dell’eurozona ha superato i confini dell’ economia diventando sociale e avviandosi a diventare istituzionale. Sono anni che lo spirito europeo è andato affievolendosi nelle coscienze dei cittadini e nell’azione dei governanti. Una deriva che ora sta facendo un inquietante salto di qualità: da stato d’animo diffuso si sostanzia in “movimenti” anti-europei  e anti-mercato unico.
Cresce l’euroscetticismo e con esso la voglia di fuga da un’Europa che non fa più sognare. La crisi economico-finanziaria che ancora attanaglia i Paesi dell’Eurozona sta colpendo duramente l’immagine e sta indebolendo la fiducia collettiva nelle istituzioni comunitarie. A pochi mesi dal voto di maggio per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, nelle capitali europee è allarme rosso. Molti partiti antieuropeisti, secondo i sondaggi, potrebbero trionfare e fare arrivare in Alsazia  l’onda lunga di una protesta che affonda le sue radici nella irresponsabile politica europeista delle singole istituzioni nazionali che, con le ambiguità di quelle comunitarie, hanno contribuito a vanificare per i popoli del Vecchio Continente il sogno di una comune casa europea costruita sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. Crollati questi pilastri, l’Europa è vista come il feroce guardiano dei conti pubblici nazionali, il fautore di tasse e balzelli. Ed è per questo che il salvataggio dell’euro e dell’intero sistema economico-monetario europeo deve passare attraverso scelte condivise senza egemoniche fughe in avanti da parte di quei Paesi che sull’euro hanno finora lucrato fortune industriali e commerciali, realizzando grossi profitti.    
L’Europa paga il conto per non aver definito in tempo una strategia imperniata sulla convergenza e su una reale integrazione nell’interesse generale. I Padri fondatori, all’indomani dei lutti e delle distruzioni della seconda guerra mondiale, l’avevano pensata come un’entità federale sovrannazionale con un governo unico e non come un organismo intergovernativo, composto da Stati diffidenti e litigiosi. E’ l’Europa che non c’è! 
I Governi nazionali si sono limitati a una governance basata su regole e parametri codificati a Bruxelles, rigidi e insufficienti, senza realizzare quelle riforme strutturali interne che il Trattato di Maastricht imponeva per armonizzare il sistema economico-monetario con una moneta unica. Una latitanza politica che, abbinata alle soluzioni minimaliste adottate dall’Ue sui grandi temi comunitari (migrazione, sviluppo, difesa, politica estera), ha causato diffusi sentimenti antieuropei alimentati da un inquietante populismo. E’ lo scellerato “tanto peggio tanto meglio” con il quale non si costruisce l’Europa del futuro, ma si rischia di evocare i tristi fantasmi del passato!

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica