31 gennaio 2013

MAS: l'arte di Papalini, Giuseppone e Pucciarelli a Milano

 
 
 
 
Cliccare sulla locandina per ingrandirla
 
 
 
Musica, Arte e Scrittura si fondono in un unico progetto creativo: MAS. E’ un titolo che in spagnolo allude a un quid in più ed è l’acronimo delle tre iniziali dei suoi protagonisti: MICAELA GIUSEPPONE, ANNAMARIA PAPALINI e SERGIO PUCCIARELLI.
Tre percorsi diversi dallo spirito affine sono uniti da un connubio di emozioni indissolubili, strette nell’abbraccio dell’esistenza. Legati da una condivisione d’idee consapevole, tre intelligenze si esprimono con assoluta libertà attraverso immagini, parole e suoni che provengono dalla terra dell’anima.
 Un’espressione libera e armoniosa affiora dai dipinti di Micaela Giuseppone, autorevole nome dell’arte contemporanea che ha conquistato l’Oriente e affascinato l’Europa in qualità di artista protagonista del Carrousel du Louvre a Parigi. Nelle sue tele la visione ottimistica del cosmo si espande nella gioia brillante dei colori e nelle volteggianti onde infinite, dove festanti omini dell’universo sembrano danzare al ritmo della vita. Un cielo di note è scandito da una musica interiore, che accoglie il sublime senso di infinito.
Un desiderio di assoluto avvolge la ricerca pittorica di Annamaria Papalini, anticonvenzionale nel suo stile minimale che sorvola il superfluo per arrivare al cuore della comunicazione artistica. Etereo appare il gioco delicato di trasparenze tonali, dal sapore trascendentale. Vibrante è il grafismo deciso e rassicurante, che avvolge la superficie dipinta con morbida solennità. La ventennale esperienza artistica dell’artista si evince nella sapienza esecutiva.
  L’ascesa dei ritmi, sempre più incalzanti ed avvolgenti, si fa strada nella creazione letteraria di Sergio Pucciarelli, autore del romanzo “Il Nero e la Rossa. Una storia d’amore negli anni di Piombo” (ed. Gremese). Nel libro dramma e sentimento si alternano in una poetica di contrasti e opposizioni.
Storie di amore per la vita, ma soprattutto storie di pace gremiscono le opere pittoriche e letterarie di queste giovani promesse: tre intellettuali, superstiti in un popolo che vive d’incertezze, di decadenze e di assenze, rappresentano tre personalità che si sono salvate dalla tempesta di brutture del nostro secolo, una tempesta che non demorde né decresce. 
 
Inaugurazione :
oggi 1 febbraio alle ore 18 alla Galleria Spazio Museale Sabrina Falzone – Via Giorgio Pallavicino, 29 - Milano.

Orari: da martedì a venerdì h. 16.00/19.00, sabato h. 10.00/12.00, chiuso lunedì e festivi
Fino al 15 febbraio 2013.
 
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Fonte: Ufficio Stampa Sabrina Falzone

30 gennaio 2013

Arte: a Varese le "Box Sex and Boxes" di Silvio Monti




Un progetto nato negli anni Ottanta, quello delle Box Sex and Boxes di Silvio Monti. Un discorso artistico intrapreso al tempo del mito, dell’opulenza, del benessere, della fiducia nel prossimo e nel futuro.

Un futuro che si è fatto presente e che vede questo geniale artista riportare alla luce le intuizioni di quegli anni per riproporle e presentarle nuovamente al pubblico presso lo Spazio Lavit di Varese dal 2 di Febbraio. Le opere, che risalgono alla fine degli anni ’70 e agli inizi degli anni ’80, sono rappresentate da scatoloni e imballaggi riciclati provenienti da supermarket e centri commerciali, che il pittore utilizzava come base del suo dipingere e del suo ragionare. Un Monti irresistibilmente attratto dalla metamorfosi da lui stesso compiuta utilizzando corpi di donna dipinti su cartone con disincantata e ironica saggezza volta a rappresentare ai nostri occhi un “simbolo di desiderio e anelito di vita” come mera icona pubblicitaria.

L’ccasione per tornare a parlare di queste “Dinamiche Emozioni”, come sono state da Monti stesso definite, nasce anche dalla produzione di un video d’arte all’interno del quale la critica al consumismo attuata dall’artista in quegli anni, viene attualizzata e “messa in scena” in un supermarket contemporaneo.

Trent’anni dopo provocazione, intuizione, performance e installazione si uniscono quindi in un coinvolgente visual interpretato da due narratori d’eccezione: “L’artista” Silvio Monti e “L’attore” Giancarlo Ratti che guidati dalla regia di Gigi Soldano (Milagro), dai testi di Lorenzo Mortara (Proartile), dal coordinamento fotografico di Alberto Lavit e con la collaborazione effettiva di Dino Di Canio, tornano a raccontarci la figura della donna di cui Monti denunciava lo sfruttamento in termini soprattutto di immagine ad uso e consumo dei mezzi di comunicazione e della pubblicità, tema assai discusso e problematica molto sentita anche ai giorni nostri.

“…In questo riassaporare concetti e idee lontane nel tempo, ma ancora attualissime, Silvio Monti, riscopre il piacere di evocare i suoi ricordi e ci stupisce ancora con questi suoi scatoloni, sogni, imballaggi, ricchi di colori, visioni, erezioni ed eresie. Qui in questo Temporary Store, Supermarket, Drugstore Artistico, Monti riprende il filo dell’opera che risale a quasi trent’anni fa, al 1983, in gestazione già l’anno prima, dal titolo: “Box sex and Boxes”, ovvero: “Dinamiche emozioni”. Gli imballaggi di Monti erano la base per rappresentare il mondo dei nostri anni Settanta, inizi anni Ottanta, al tempo del mito, dell’opulenza, del benessere, della fiducia nel prossimo e nel futuro e oggi l’artista li ripropone per effettuare confronti e analogie col nostro tempo presente forse?, o forse per comprendere meglio il nostro senso di giudizio, di ricerca di piacere e di appagamento o di frustrazione nel nostro incerto presente con quelli di allora?, o forse per interrogarsi sui cicli storici che sembrano ritornare con l’illusione che nulla, nulla sia cambiato nel frattempo?...”


Lorenzo Mortara – Proartile

Fonte: Spazio Lavit - Via Uberti 42 - Varese

29 gennaio 2013

Roberto Lucato: testimone dei nostri tempi

 
 
Seguendo il fragile filo della scandalosa e drammatica situazione politica dell’Italia, non poteva mancare nell’arte una riflessione sul discorso politico.
L’arte di Roberto Lucato, sempre attenta e sensibile ai problemi dell’attualità, è investita di messaggi sociali che esulano dalle futili disquisizioni estetiche che tanto hanno gremito la pittura moderna.
Obliando qualunque dettaglio decorativo o di natura frivola, Lucato adotta un linguaggio dedicato alla ricerca dell’essenza, una sorta di idioma minimalista nel quale pochi elementi riconducono ai significati salienti, come si evince dall’ultima fatica dell’artista “Anche Cristo si vergogna”.
E’ un dipinto ad olio su tela che allude sarcasticamente all’inutilità del sacrificio del Figlio di Dio e all’inefficacia del messaggio cristiano sui posteri.
In esso la raffigurazione della croce lignea emerge da uno sfondo bruno che determina una dimensione bidimensionale: esso rievoca lo stile del “Cristo Crocifisso” di Velazquez, oggi conservato al Museo del Prado.
Il quadro affronta il tradizionale tema della Crocifissione e dell’estremo sacrificio di Gesù, secondo Cicerone “il supplizio più crudele e più tetro”, che costituisce l’avvenimento culminante della storia umana e della salvezza. Eppure la canonica iconografia della Crocifissione viene stravolta dalla posizione inedita di Gesù, rappresentato di spalle, voltato verso la croce. Nella concezione di Lucato anche Cristo si vergogna del baratro in cui è caduto l’uomo, spingendosi al di là di ogni etica e sprofondando nella melma, segno che il Male ha vinto sull’essere umano e il suo insegnamento è ormai solo un ricordo sbiadito. Quest’opera può, dunque, essere considerata il manifesto dei nostri tempi.
Fonte iconografica: www.robertolucato.it
Fonte del testo: Ufficio stampa Sabrina Falzone

"L'uomo in fuga" di Stephen King

© 1997 Sperling e Kupfer Editori S.p.A.

ISBN 88-8274-449-3  86-I-03

Pag. 240  € 8,00

 

Questo libro è uno dei cinque romanzi usciti con lo pseudonimo di Richard Bachman.
Un esperimento di King per provare a scrivere senza il peso della notorietà. La parte divertente è che questi libri non ebbero un successo editoriale, se non quando si venne a sapere chi si celasse dietro i panni di Bachman!
Ambientato in un futuro squallido, dove i ricchi sopravvivono e i poveri fanno la fame (forse non tanto diverso dal nostro odierno!); in un mondo inquinato, svalorato e portato alla disperazione.
Il protagonista, Ben Richards, vive ai margini della società, ghettizzato come tutti coloro che hanno perso il lavoro.
Ha una moglie e una figlia, nata incredibilmente, nonostante lui fosse ormai quasi sterile dopo l’impiego presso la General Atomics.
La figlioletta si è ammala di bronchite, malattia per la quale a Co-Op City si muore. La moglie è costretta a prostituirsi.
La gente vive chiusa in casa a vedersi la Tri-vu una moderna televisione che fa da appanna cervelli, facendo in modo che la gente si allontani dai più semplici valori umani.
Una tv che manda in onda giochi violenti.
Per guadagnare i soldi necessari per curare la figlioletta, Ben decide di iscriversi al gioco “L’uomo in fuga”.
Un gioco che di ludico ha davvero poco: è uno show dove chi vi partecipa deve intraprendere una fuga per la vita, braccato dai “cacciatori” e dalla gente comune che, qualora lo avvistasse e denunciasse alla Rete, in pratica il regime di questo pazzo mondo, guadagna dei soldi.
Ben passa la selezioni e comincia una fuga rocambolesca, fra persone che lo aiuteranno, altre che lo osteggeranno.
Da sempre appassionata dalla scrittura di King, non posso asserire che questo sia uno dei suoi libri meglio riusciti.
Ha un che di selvaggio, di disumano. Il tutto portato all’eccesso.
Ha dalla sua la scrittura abile, che cattura, della penna di King; ma anche alcuni passaggi troppo rapidi.
Il finale, poi, un poco delude: dopo avere sofferto col protagonista, ci si aspetta almeno una sorta di rivalsa, una qualsivoglia vittoria. Invece, Ben ha sì la sua vendetta, ma è una soddisfazione magra che lascia l’amaro in bocca.
 
© Miriam Ballerini 

 

28 gennaio 2013

2013, anno europeo dei cittadini: il futuro dell'Unione

 
 
A vent’anni dall’istituzione, con il Trattato di Maastricht, della “cittadinanza europea dell’Unione” il 2013 è stato ufficialmente proclamato “Anno europeo dei cittadini”, al fine di consolidarne la conoscenza dei relativi diritti e responsabilità. Piu’ in particolare, l’ “Anno europeo dei cittadini” è finalizzato a:
-rafforzare la consapevolezza dei cittadini dell’Unione in merito al loro diritto di circolare e di soggiornare liberamente all’interno dell’ Unione europea e più in generale ai loro diritti garantiti quando si trovano in un altro Stato membro, compreso il diritto di partecipare alla vita democratica;
-stimolare un dibattito sulle modalità con le quali i cittadini possono beneficiare dei diritti e delle politiche dell’Unione allorchè risiedono in un altro Stato membro in termini di coesione sociale e reciproca comprensione.
La cittadinanza europea, che integra e non sostituisce quella nazionale, conferisce a tutti i cittadini dei 27 Stati membri dell’Unione una serie di diritti supplementari. Ogni cittadino europeo ha il diritto di votare e candidarsi alle elezioni amministrative ed europee nello Stato membro in cui risiede, gode della tutela consolare delle autorità di un qualsiasi Stato membro, può presentare una petizione al Parlamento europeo, partecipare a un’iniziativa dei cittadini europei.
Si stima che nel 2010 erano oltre 12 milioni i cittadini dell’Unione residenti in uno Stato membro diverso dal proprio e che un numero ancora maggiore potrebbe avvalersi di tale diritto in un prossimo futuro. I cittadini che intendono studiare, lavorare, trascorrere il pensionamento o risiedere in un altro Stato membro hanno bisogno di essere adeguatamente informati sui vari diritti che possono far valere e di poter effettivamente avvalersi di tali diritti nella pratica. Una consapevolezza che però non è ancora ben radicata nell’Unione come rivela una indagine di Eurobarometro del 2010.
L’obiettivo di fondo delle istituzioni europee è di ovviare a questa diffusa scarsa conoscenza da parte dei cittadini dell’Unione del loro status giuridico attraverso una serie di manifestazioni ed iniziative, tali da permettere ai singoli, alle imprese e alla società in generale di cogliere tutte le opportunità offerte dal mercato unico. In Italia sono previsti quattro importanti appuntamenti, di cui il primo si è già tenuto a Napoli alla presenza del Commissario Lazslo Andor, responsabile per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione. Il prossimo 7 maggio, in occasione della Festa dell’Europa, si svolgerà a Trieste un grande evento finale con la partecipazione di numerose autorità comunitarie.
L’Anno europeo è stato inaugurato il 10 gennaio scorso a Dublino in concomitanza con l’inizio della presidenza irlandese del Consiglio europeo. Con un pubblico dibattito sono state tracciate le linee programmatiche dell’Unione del futuro per migliorare la vita quotidiana di quanti risiedono nell’Unione. “Per costruire un’Europa più forte e a maggiore valenza politica è necessario coinvolgere direttamente i cittadini”, ha dichiarato la Vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding. “La cittadinanza dell’Unione, ha aggiunto, è più di un concetto teorico: è una realtà pratica che porta benefici tangibili a ognuno.” Il processo di integrazione europea ha permesso ai cittadini dei vari Paesi membri di potersi muovere e lavorare liberamente in Europa, di usufruire dei vantaggi del mercato comune, di avere regole comuni in settori importanti come l’agricoltura, l’ambiente, lo sviluppo regionale e la tutela dei consumatori. Ma certamente il processo non è ancora completo e può essere migliorato.
Il 2013 sarà dunque finalizzato a garantire il pieno esercizio del diritto di cittadinanza a tutti i cittadini europei, in primis il rafforzamento degli istituti di partecipazione alla promozione della cittadinanza attiva nelle nuove generazioni. E’ ancora profondo il gap tra dichiarazioni d’intenti e possibilità concrete di realizzazione. La crisi delle classi dirigenti tradizionali che riguarda sempre più istituzioni europee e governi nazionali rende ancora più importante la crescita della cittadinanza attiva come occasione di concreto sviluppo democratico. Un’occasione da non perdere!
 
Antonio Laurenzano

27 gennaio 2013

La letteratura religiosa del Duecento

 
Piccolo viaggio nella letteratura italiana
 
Secondo Giorgio Petrocchi, che fu uno dei più autorevoli studiosi dell'argomento, la letteratura religiosa è quella che maggiormente caratterizza il XIII secolo; io sono d'accordo anche se la eccessiva componente devozionale di questi scritti spesso ne annacqua il non indifferente valore artistico.
Per dare risalto al tema occorre considerare, sul piano storico, da una parte il grande slancio mistico di quella età e dall'altra le forti tensioni che nell'Italia di allora videro contrapporsi il potere temporale dei pontefici a quello imperiale, tensioni che all'inizio del secolo successivo porteranno alla “cattività avignonese”, cioè a quel discusso periodo che vide lo spostamento del soglio pontificio da Roma ad Avignone.
Sul piano più squisitamente letterario si può invece osservare, a mio personale giudizio, che la letteratura religiosa fu la prima a scendere per così dire 'dall'alto', operando il passaggio, sia per l'esigenza di farsi comprendere dai più, sia per una più sottile ricerca di intimità, dal latino alla lingua parlata, la quale venne fissata su carta anche per soddisfare un bisogno liturgico e recitativo. A differenza di molti scrittori cortesi, i religiosi del tempo avevano infatti meno incertezze sul piano culturale, non dovevano emanciparsi né emancipare alcuno, quindi usarono il volgare eminentemente per ragioni espressive, tanto è vero che nel curricolo dei maggiori di essi non mancarono pregevoli e talora fondamentali scritti in latino.
Nel 1198 era salito al trono pontificio Giovanni Lotario, papa Innocenzo III, il quale era anche uno scrittore impegnato ed autore del trattato morale “De contemptu mundi”, il disprezzo del mondo. Questi si distinse immediatamente come riformatore oltre che come teorico della superiorità del potere spirituale su quello temporale, innescando così per primo le tensioni di cui si è detto.
Nel 1202 era poi morto un personaggio davvero singolare, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore, che si era messo in luce per alcuni scritti nei quali profetizzava la venuta della cosiddetta “Era dello Spirito Santo”, annunciata per il 1260. Ognuno può farsi un'opinione sul valore di queste idee, confutate anche nella “Summa Theologiae” di Tommaso d'Aquino, ma ciò che conta è che esse ebbero un’eco straordinaria per tutto il secolo, al punto che ancora agli inizi del Trecento Dante dedicò due versi al “calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato” (Paradiso, XII, vv. 140-141). Tensione mistica, dunque, contrapposta alla simonia ed allo svilimento delle istituzioni ecclesiastiche impegnate nello scontro con l’impero: ecco il XIII secolo.
È da questa tensione che nasceranno i movimenti ereticali ai quali la Chiesa cercherà di porre freno con l'istituzione degli ordini mendicanti, quello francescano e quello domenicano.
Al poverello di Assisi la nostra letteratura deve alcuni scritti devozionali ed il primo grande testo in volgare, il “Cantico di frate Sole”; ma i testi francescani successivi non gli sono da meno, sia che si considerino tre belle biografie sullo stesso Francesco (la prima e la seconda dovute a Tommaso da Celano, la terza, invece, la cosiddetta “Legenda maior”, redatta da San Bonaventura), sia che si valuti la produzione volgare che del santo maggiormente vorrà farsi erede: quella in particolare del francescano spirituale Iacopone da Todi, un notaio convertito, nonché poeta originale ed intenso, ma angosciato e quasi delirante. Quest'ultimo sarà però capace di lasciare il segno, attraverso novantatrè componimenti, su un intero genere letterario destinato a lunga vita, quello della 'lauda' (celeberrima sarà quella intitolata alla “Donna de Paradiso”). A Iacopone è anche attribuita la struggente e celebre preghiera “Stabat mater dolorosa”.
Per quel che riguarda i domenicani, ebbero anch'essi una loro letteratura ma, forse per il più marcato ruolo di custodi della dottrina di Cristo, ruolo che venne ad essi attribuito e raccomandato in chiave razionalista, e che si può essere tentati di contrapporre allo slancio mistico francescano, nel XIII secolo la loro produzione fu di minor pregio. Non mancarono però le vette: Iacopo da Varazze sarà infatti autore della “Legenda aurea”, considerata la più bella raccolta di vite dei santi di tutto il Medio Evo.
 
Antonio di Biase
 
Bibliografia:
  • Il sentimento religioso”, da pag. 102 a 130 de “La letteratura”, Vol 1, Baldi Giusso Razetti Zaccaria , Paravia, 2006 .
  • Storia della letteratura italiana” di E. Cecchi e N. Sapegno, Garzanti, 2001 (vol I dell'edizione per Corsera).
  • Francesco da Assisi, gli scritti e la leggenda – a cura di G. Petrocchi – Rusconi 1983 – collocazione B.III.6627 biblioteca di Varese.
© Pubblicazione riservata a insubriacritica.blogspot.com

26 gennaio 2013

Officine Saffi: corso a Milano sui gioielli in ceramica

 
"Non è tutto oro quel che luccica" è il workshop che la ceramista Maria Agozzino presenta a Milano presso Officine Saffi, dal 31 gennaio al 3 febbraio, sulla manifattura di gioielli in grès. Si tratta di un'iniziativa particolare perché il grès è un tipico materiale del Nordeuropa, mentre l'artista è siciliana e traferisce quindi nelle sue creazioni i colori e la ricchezza della sua terra.
Quattro giorni di corso, per un totale di 21 ore: nozioni di base, lavorazione del grès per spille, ciondoli, orecchini, anelli e collane; decorazioni con terre colorate, le tecniche di cottura, decorazioni con lustri in oro, argento e platino; montaggio gioielli.
 
Per info e iscrizioni:
Officine Saffi , via Saffi 7, Milano
Tel: 02 36685696 - corsi@officinesaffi.com
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Adb

23 gennaio 2013

Ivan il Grande: fondatore della moderna Russia


 

 
La Russia, per molto tempo invasa dai Tartari, si riprese dalla seconda metà del XV secolo. L’orda dei barbari fu indebolita da lotte intestine ed i Granduchi di Mosca, che erano loro tributari, si erano molto ingranditi. La loro espansione si era rivolta soprattutto verso il settentrione. Ivan III Wasiliewitcht (1440-1505) successe a Basilio II. Prese il potere a 23 anni e dimostrò subito grandiose doti di potere ed una forte tendenza autoritaria. Il suo regno fu longevo e durò dal 1462 al 1509. Nel 1471 conquistò la potente repubblica marinara di Novgorod e la Permia che era un governatorato sotto Novgord. Poi fu la volta di Pleskov, altra repubblica commerciale. Dopo molto tempo la grande Orda dei Tartari, chiamata anche Orda d’Oro, pretese di nuovo il tributo annuale dal Granducato di Mosca. Ivan III inviò da Achmat un ambasciatore e gli fece comunicare di non voler più pagare il tributo previsto. Allora Achmat mosse contro Mosca, ma l’esercito russo, senza sferrare alcun attacco diretto, riuscì a sconfiggere e disperdere la grande Orda, finché il Khan dei tartari si ritirò nella steppa. Il generale inverno cominciò ad aiutare la santa madre Russia, come farà sempre, con Carlo XII di Svezia, con Napoleone e con Hitler. Smembrata definitivamente l’Orda in tanti principati non fu difficile ai Russi prenderli ad uno ad uno. Nel 1478 Ivan attaccò al terra dei Casari. Nel 1486 attaccò la città di Vjatka, che riuscì a conquistare definitivamente nel 1489. Poi fu la volta del paese di Arsth e così una città dopo l’altra riuscì ad unificare sotto un unico dominio le terre russe. Nel 1492 Ivan III il Grande aveva preso il titolo di zar di tutte le Russie ed improntò il suo governo alla più efficiente autocrazia che si avvalse di un moderno apparato burocratico e di un potente esercito, dominato per lo più dalla casta dei boiari. Fece costruire molte fortezze e intrallazzò rapporti con gli stati europei. Fece di Mosca un’importante centro politico e culturale.  A lui si deve la costruzione del famoso Cremlino. La riforma istituzionale più importante fatta da Ivan il Grande la si può constatare nel celebre “Codice Russo” del 1497, un importante documento politico che ci permette di capire la strutturazione statuale nell’età moderna. Ivan III il Grande può essere considerato il fondatore della Russia moderna e grazie a lui questa nuovo stato entra nel novero delle potenze euroasiatiche. Egli incarnò perfettamente quegli ideali del “Principe” machiavellico, che a partire dal ‘500 diverrà  una figura dominante dell’ideale politico moderno. Questo principe riuscì grazie alla sua abilità a diventare un potente re ed a governare un grandioso ed esteso stato.
Vincenzo Capodiferro

21 gennaio 2013

Danza contemporanea: "Alma" di Giorgio Rossi al PIM di Milano

 
Il 27 ed il 28 gennaio alle ora 20,45, Giorgio Rossi, cofondatore nel 1984 della compagnia di danza contemporanea "Sosta Palmizi", si esibisce al PIM di Milano nella performance "ALMA", parola che in lingua castigliana indica l'anima. L'assolo è ispirato ad una poesia di Pablo Neruda.
Le musiche sono di Fabrizio de Andrè‚ Death in Vegas‚ John Oswald‚ King Krimson.
I testi di Cesare Pavese‚ Pablo Neruda‚ Alda Merini e Giorgio Rossi.
 
"Quando mi chiedono che genere di danza faccio - ricorda Rossi - la risposta è sempre lunga e termina comunque con l’invito a venire a vedere, sentire, percepire l’evento nel suo compiersi perché è più vicino all’esperienza di una passeggiata nella natura".
 
La produzione dello spettacolo è sostenuta dal Ministero dei beni culturali e dalla Regione Toscana.

Importante convegno sulle stragi del sabato sera





I GIOVANI E LA SICUREZZA STRADALE


 

DA VARESE UN MESSAGGIO : “LA VITA VA VISSUTA E NON VA…BEVUTA!”


Importante Convegno sulle “stragi del sabato sera”: analizzati i vari aspetti del problema.
 

“La vita come valore: conoscerla, amarla, e apprezzarla sempre! Questa consapevolezza è la vera marcia in più di chi vuole salvare la propria vita ed evitare lutti e dolori alla propria famiglia”. In questa dichiarazione, resa fra la commozione generale da Alessio Tavecchio, paraplegico a seguito di un incidente motociclistico a 23 anni, è racchiuso il film del Convegno “I Giovani e la sicurezza stradale-Le stragi del sabato sera” svoltosi sabato 19 gennaio, presso il Salone Estense del Comune di Varese.
Organizzato dai Lions Club Varese Sette Laghi e Lonate Pozzolo Brughiera, in collaborazione con l’Associazione Nazionale della Polizia di Stato e il SAP di Varese e con il patrocinio del Comune di Varese, il Convegno per la rilevanza sociale del tema in discussione, ha registrato una grande partecipazione di pubblico, anche giovanile. Presenti in sala le rappresentanze scolastiche dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri Maggiolini di Parabiago, del Liceo Scientifico Ferraris e dell’ITIS di Varese, degli Istituti Cavallotti di Cassano Magnago.
Con l’intervento del Governatore Norberto Gualteroni (“Vogliamo oggi testimoniare il nostro spirito di servizio”), dell’IPDG Guerini Rocco, del 1° VDG Ongaro, del PDG Fogliatto e di numerosi altri officer distrettuali, al Convegno hanno portato il loro saluto il Questore di Varese Danilo Gagliardi, il Comandante Provinciale dei Carabinieri Alessandro De Angelis, il Direttore Generale dell’ASL di Varese Giovanni Daverio, il Comandante della Polizia locale Antonio Lotito e il Referente distrettuale del service nazionale Claudio Marcassoli. Per il Comune di Varese è intervenuto l’Assessore alla Polizia locale e sicurezza Carlo Piatti.
Nel corso del Convegno, introdotto dall’Addetto stampa distrettuale Antonio Laurenzano e moderato dal Direttore della emittente televisiva varesina Rete 55, Matteo Inzaghi, sono state analizzate -attraverso le otto relazioni in programma- gli aspetti più significativi legati alla “stragi del sabato sera”, dal sociale al medico-scientifico, dal giuridico al sociologico, allo statistico-numerico. 

“Una cronaca senza fine, ha commentato Laurenzano. un bollettino continuo di morti e feriti sulle strade. Tanti ragazzi e ragazze che, nel cuore della notte, andando incontro a un assurdo destino, spezzano tragicamente la loro vita lasciando nella disperazione i propri genitori, derubati di sogni e speranze. E una vita troncata in giovane età è un problema sul quale interrogarsi.”

Nell’aridità dei numeri presentati dalla Commissione europea alla Quarta Giornata della sicurezza stradale, lo scorso luglio a Cipro, emerge una realtà impressionante, fatta di lutti e dolori. Nel 2011, ci sono state in Italia 3860 vittime, 972 delle quali, pari al 25%, con età inferiore ai 30 anni. “In Provincia di Varese, in particolare, pur non registrandosi vittime del sabato sera, nel 2012 sono state ritirate ben 186 patenti per stato di ebbrezza e per guida sotto l’influenza di droga”, ha dichiarato Alfredo Magliozzi, Comandante della Polstrada varesina.
Gli incidenti stradali causati da consumo di alcol e di sostanze stupefacenti sono infatti la prima causa della mortalità giovanile. Lo hanno ricordato nei rispettivi interventi Ines Caneponi, Primo Dirigente Medico della Polizia di Stato della Questura di Milano, parlando dell’alcol, “il killer del sabato sera”, e Vincenzo Marino, Direttore del Dipartimento delle Dipendenze ASL di Varese, parlando di “consumo, abuso e dipendenza sostanze stupefacenti”.
Strettamente legate alla sicurezza stradale sono le conseguenze civilistiche e penali dell’incidente stradale con riflessi importanti sul piano assicurativo. Ne ha parlato Fabio Vedani, avvocato del Foro di Varese. I sinistri stradali costano 53 miliardi di euro all’Europa. E nello specifico, il danno causato dall’alcol, oltre che al bevitore, si estende alle famiglie e, più in generale, alla collettività, gravando in ultima istanza sull’intera società: 9% della spesa sanitaria. Un costo sociale che l’ACAT, Associazione Club Alcolisti in Trattamento, come ha osservato Oreste Gnocchi, tende a ridurre attraverso una faticosa azione di recupero degli alcolisti liberandoli dalla dipendenza(è successo con il 67% delle persone), nonché attraverso un’ informazione nelle scuole.
Perché il problema di fondo, la sua chiave di lettura, è la prevenzione. E’ su questo terreno che occorre intervenire. Da angolature diverse lo hanno affermato Paolo Soru, Psicologo-Psicoterapeuta, e Don Giorgio Spada, Cappellano della Polizia di Stato. I giovani rappresentano oggi l’anello debole di un sistema segnato da una preoccupante deriva morale. Sono figli di una società priva di freni inibitori in cui l’autorevolezza, intesa come credibilità valoriale, è stata soppiantata dalla trasgressione per rincorrere una vita spericolata, una vita da vivere senza inibizione alcuna. E’ fondamentale ridestare nei giovani i grandi ideali, la passione civile per renderli protagonisti consapevoli del loro ruolo sociale. Coniugare la libertà con il senso del dovere per poterla vivere non come trasgressione ma come valore di grande significato.
E in questo percorso, la famiglia e la scuola, assumono un ruolo centrale: dovranno “insegnare ai giovani l’arte del vivere”, nel segno di una rinnovata “alleanza educativa”. E’ nella famiglia, in sinergia con la scuola, che occorre infatti recuperare la smarrita identità dei giovani, la loro soggettività sociale, la capacità di percepire il loro futuro. Prevenzione, dunque, per una vera “cultura della sicurezza”, perchè non bastano le croci lungo le strade per fermare in tempo il tragico salto nel buio di tanti ragazzi! Bisogna far capire ai giovani che “la vita va vissuta e non…va bevuta!” e che alla guida di un’auto, si deve dare “la precedenza alla vita e non alla morte”!
ANTONIO LAURENZANO

20 gennaio 2013

Lettera a VareseNews: la Ricerca è un'esperienza

Cara VareseNews,
periodicamente viene fuori il lamento, pienamente giustificato in termini impiegatizi, dei ricercatori italiani.
Hanno ragione, perchè purtroppo in Italia la ricerca in ambito accademico, cioè quella che serve massimamente all'industria, è troppo poco legata al business, come avviene ad esempio negli USA, e questo porta a stipendi da fame per chi ricerca di mestiere.

C'è pero' un'altra ricerca che noi europei ed in particolare italiani sperimentiamo più spesso: è quella che porta alla soddisfazione gratuita, all'appagamento che prescinde ed anzi spesso cozza coi bisogni materiali.
La ricerca in sè non è infatti un finanziamento, non è una laurea o un dottorato: è in fondo semplicemente un'esperienza, una fiamma che si accende e che dà calore, pienezza all'esistenza, speranza ai propri orizzonti.
Noi italiani in questo siamo maestri, perchè un'immagine, un alfabeto nuovo, dei versi antichi, piuttosto che quel parametro mai considerato della tale equazione ci emozionano, ci rendono più ricchi e più vivi anche se siamo morti di fame.

Si cambi dunque, se serve all'impiego, ma non troppo, siamo italiani.

Antonio di Biase

17 gennaio 2013

Racconto di un clown


Cinzia Lauria, in arte “Matita” fa parte di una associazione di Clown che va dove c’è bisogno di un sorriso. Una cosa che ci costa davvero poco, ma che sempre più di rado sfiora i nostri visi.  Cinzia è a conoscenza del mio lavoro e del mio impegno continuo col pianeta carcere. Ha voluto farmi avere la relazione di una sua giornata speciale. Miriam Ballerini



 
Eccola:
 In prigione ci vanno i cattivi...???
Sabato scorso Matita è andata nel carcere di Bergamo con i clown della Croce Rossa di Bergamo e con altri gruppi clown di Brugherio e Verona, oltre ai Vip di Bergamo, siamo in 26, ne conosco pochissimi, ci presentiamo con i nomi clown... dopo due secondi al mio solito faccio una gran confusione... no, i nomi non sono proprio il mio forte.
Passiamo il cancello lasciando la carta d'identità, poi passiamo un controllo dei bagagli, no: le chiavi, i cellulari, le carte di credito vanno lasciate in macchina, controllano tutto, aprono i caledari, frugano tra i pupazzi... la cosa ha un che di buffo... e allo stesso tempo ci fa capire che quello è un posto speciale...
In prigione ci vanno i cattivi.... questo ci è stato insegnato...
La prima sensazione che ho avuto all'ingresso nel salone è stata di smarrimento... sotto sotto mi chiedevo: "ma chi sono i cattivi?"
Mi guardavo intorno e mi sentivo smarrita, forse avevo anche paura e l'essere circondata da amici (per lo più sconosciuti) clown come me e da guardie carcerarie mitigava solo in parte lo smarrimento...
Ma non c'era tempo per pensare e ci siamo cambiati stando in bilico senza una panchina o una sedia a cui appoggiarci, senza un gancio per i vestiti, senza privacy, tutti insieme in mutande in uno stanzino in quella simpatica e colorata confusione che solo i clown conoscono, con trucchi, pupazzi, giochini e cose strane e bizzarre.. ci si passa gli specchi per truccarsi...
Finalmente pronti... io faccio confusione, non capisco cosa si farà e non so che prendere, apro e chiudo la valigia più volte... sono nervosa...
Ci hanno divisi in squadre, al momento non capisco il perchè, ma seguo i miei compagni e scopro che la cosa semplifica il tutto, serve x farci coraggio e soprattutto x avere un punto di riferimento nella grande confusione...
Una posa per il fotografo, e subito notiamo una bimba che ci guarda timida. Rubinetto prende in mano la situazione e ci dice: “lei ci guarda, noi giochiamo con lei!” e da lì tutto è stato più facile...
In pochi minuti siamo circondati dai bambini, mi guardo intorno e vedo clown che corrono e che vengono assaltati dai bambini più scatenati.... girotondi, balletti... e poi inizia la musica... un'incredibile banda scatenata suona in un angolo del salone e allora viene spontaneo ballare ad ogni passo... una bimba mi vuole portare da mamma e papà e perdo il mio gruppo, lei è orgogliosa di presentarmi i suoi e mi porta da loro come se fossi un trofeo, poi cerco di recuperare il mio gruppo, ma mi fermo con un'altra famiglia... e poi c'è un bimbo piccolissimo che balla e ride, lo prendo in braccio e arriva subito il suo papà, un bel ragazzo giovane, tutto orgoglioso insieme alla bellissima mamma, sono così giovani, le chiedo quanti anni ha, mi dice 21... scherzando le dico che così giovani possono averne ancora tanti di figli, e lei guarda lui e gli dice che ne vuole 5... e lui la stringe a sé.
Un papà gira con un bimbo di 8/9 mesi in spalla e una piccolina di forse 2 anni attaccata al collo, un'altro invece non può neanche grattarsi il naso, le sue 2 bimbe bellissime gli sono attaccate alle braccia e lo seguono ovunque, non si staccano neanche per prendere un palloncino...
Intanto distribuisco i pensierini un po' a tutti... “Uno solo mi raccomando, il secondo non vale” un signore ne pesca due e tutti e due parlano di sorrisi... gli dico che si vede che lui è l'uomo dei sorrisi e lui mi risponde che per forza si sorride quando ci sono i bambini...
Un'altro ne pesca uno che parla di amicizia e lui mi dice che non esistono gli amici, solo l'interesse... “no, non è vero, vede qui quanta gente è venuta solo per amicizia, nessuno ci paga...” la moglie gli fa notare che è vero e lui abbassa gli occhi... forse non dovevo dirlo...
Li offro anche alle guardie, uno pesca quello che dice “quando ti senti uno straccio, offri e chiedi dolcezza con un abbraccio”... e mi dice: “ma l'abbraccio chi me lo dà?”... e mi abbraccia...
Poi poi poi... ecco che si apre il buffet.... ma io punto alla nutella... una piccola fettina di pane con sopra uno strato di un cm di nutella... (e si, il pane c'ha i carboidrati e ingrassa....)
e poi un giro veloce per assaggiare due chiacchere e un panino... che grande lavoro hanno fatto i volontari... chissà cosa fanno qui quando non c'è la festa......
Ritrovo i miei compagni, tutti insieme facciamo un girotondo che si apre continuamente per inglobare bimbi e mamme e papà e clown... diventa grandissimo e si balla, l'orchestra è instancabile e scatenata... poi ci stacchiamo senza fiato, prendo un bimbo e lo metto in groppa al bisonte Tatanka e poi ci ballo io e poi lo passo a un'altra... finalmente lo abbiamo stancato e crolla ridendo come un pazzo!!!!!
Poi distribuiamo i pacchi per i bambini... l'efficentissima organizzazione ha preparato dei sacchi con nome, età e sesso per ogni bimbo presente... anche per quelli un po' cresciutelli, certi hanno la barba e ci guardano dall'alto in basso.... ma sono felici lo stesso, come quelli piccolini, ho visto un bimbo che mostrava una felpa a mamma e papà e diceva che era bellissima... i nomi scorrono ed è bellissimo vedere quanto sono contenti e in ansia nell'attesa di sentire il loro nome....
La festa è agli sgoccioli e cominciamo a fare i palloncini, mi dicono che c'è da distribuire i nasi... “fate voi io sono presa con la pompetta”... sono così presa dai palloncini che non guardo intorno e non mi rendo conto di quello che succede... le famiglie si salutano e si dividono... ad un certo punto voglio finire i pensierini... e mi aggiro tra i gruppi sparsi... all'improvviso madri e figli sono vicino all'uscita con una guardia davanti alla porta e i papà sono dall'altra parte, scambio battute e sorrisi distribuendo i pensierini e non mi rendo conto che tutto sommato sto involontariamente spezzando un momento di tensione... ed ecco che di colpo il tempo si ferma e tutti alzano il braccio in un saluto verso il lato opposto della sala, guardo anche io e vedo gli uomini, i papà dietro la rete che salutano e anche io saluto e caccio indietro le lacrime, chissà cosa provano loro...
No, non li ho visti proprio i cattivi, ho visto famiglie unite, bimbi letteralmente incollati ai loro papà, coppie che si tengono per mano, che si scambiano carezze e sguardi e allora comincio a capire... capisco che se anche sono stati cattivi ed è giusto che stiano in prigione, non vengono puniti solo loro.. ai bimbi è stato tolto il padre, il nonno, il fratello, non per sempre, torneranno a casa, ma se tornano da scuola con un bel voto, non potranno mostrarlo con orgoglio a papà, e papà non sarà presente quando il piccolo fa i primi passi o dice le prime parole... dovranno aspettare il primo giorno di visita x raccontarglielo, non possono scrivergli una mail o fargli una telefonata.
Non voglio chiedermi se sia giusto o sbagliato, non mi compete, non sono in grado di trovare una soluzione, ma sono felice di aver contribuito a donargli un giorno diverso, spero di aver lasciato qualcosa e so che tutti noi clown abbiamo condiviso un'esperienza speciale che ci ha lasciato qualcosa di grande dentro e che d'ora in avanti quando penserò al carcere, penserò anche alle famiglie dei carcerati e a quanto sia difficile crescere per questi bambini lontani dai loro papà, per queste donne quanto coraggio ci vuole a mandare avanti da sole la famiglia...
Grazie, mi sono divertita tanto. Grazie, sono cresciuta. Grazie.
Matita

 

15 gennaio 2013

Museo Gianetti: concorso Coffeebreak museum 2^ Edizione

Il museo della ceramica Giuseppe Gianetti propone il concorso
COFFEEBREAK MUSEUM 2^ EDIZIONE





Per info e richiesta bando:
Museo G. Gianetti - Saronno: tel: 02.9602383
Mara De Fanti 335 5863537
Elisa Rossini 348 3124555

Libri: Sherlock Holmes e il fuoco della pernacchia di Paolo Carretta

Nel 1915 l’Abruzzo è colpito da uno dei più disastrosi terremoti della storia d’Italia, quello di Avezzano con oltre trentamila morti. Purtroppo incombe la prospettiva, sempre più concreta, di un coinvolgimento in quella catastrofe di livello planetario che è la Grande Guerra.
Nuove terribili armi si apprestano a fare il loro debutto tra i monti fioriti dell’Appennino.
Molti soffrono e soffriranno, pochi sguazzano e lucrano per le possibilità offerte dalla ricostruzione e dalla mobilitazione. Un Maresciallo dei CCRR combatte la sua “buona battaglia” ma pare sul punto di essere soverchiato da avversari (esterni) e da nemici (interni). L’odioso omicidio commesso ai danni di una nobildonna inglese, opera di menti raffinate, richiama tuttavia a Sulmona e sulla scena del crimine, un illustre pensionato Sherlock Holmes e il suo fedele compagno dr. John Watson. Fortunatamente c’è anche Gabriele d’Annunzio con le sue donne, la cui presenza vale da sola a scongiurare il rischio di un giallo senza...
 

Paolo Carretta, nato a Sulmona nel 1960, è un militare di carriera. Ha conseguito i seguenti titoli accademici: Laurea in Giurisprudenza (v.o.), Laurea in Economia e Commercio, Laurea (specialistica) in Economia e Management, Laurea (specialistica) in Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria.
Ricopre un incarico di docenza universitaria, come titolare d’insegnamento, presso il “Corso di Scienze dell’Investigazione” della Facoltà di Scienze della Formazione - Università di L’Aquila. Analoghi incarichi di docenza ha ricoperto (dal 2001) presso il Corso di Laurea “Operatore della Sicurezza e del Controllo Sociale” e al Master “Tecniche Investigative Avanzate” della Facoltà di Scienze Politiche - Università di Bologna. Ha tenuto una lezione magistrale (24 e 25 aprile 2009) presso l’Università L.U.de.S. di Lugano (CH), ph.D. Criminologia; Executive Master in Criminologia, Sicurezza e Investigazione comparata.
Questo è il suo primo romanzo, ma è stato coautore di sei pubblicazioni in materia d’indagini e di un testo storico su un episodio criminale riferibile alla “Banda Giuliano”.



Paolo Carretta
SHERLOCK HOLMES
E IL FUOCO DELLA PERNACCHIA
Edizioni Solfanelli
Copertina di Vincenzo Bosica
[ISBN-978-88-7497-780-2]
Pagg. 248 - € 16,00

13 gennaio 2013

Nel Medio Evo nasce la lingua volgare

- Piccolo viaggio nella letteratura italiana -



   In quello che è forse il più bel film di Jean-Jacques Annaud colpisce l'affermazione, probabilmente tratta dall'omonimo romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco e messa in bocca ad un vecchio padre bibliotecario medievale, secondo la quale quella che andrebbe perseguita nello studio è solo «la preservazione e non la ricerca del sapere. Poiché non c'è progresso nella conoscenza, bensì una mera, costante e sublime ricapitolazione».

Si tratta di una tesi che oggi farebbe sorridere, soprattutto se pronunciata da un monaco cieco e teatralizzata nell’ambiente umido e buio di un'abbazia, proprio come avviene nel film. Si tratta però al tempo stesso di un'affermazione sulla quale è bene riflettere, poiché essa non è priva di un significato autonomo e di una sua universalità. Non si può infatti negare al Medio Evo il merito di aver chiuso con la classicità: con esso certo non muore, ma si chiude la cultura classica, il primo cerchio della storia scritta e della letteratura. E' forse proprio per questo che ancora oggi si studiano ed immaginano i secoli attorno al Mille come se fossero un antro oscuro nel quale è difficile orientarsi, come cioè se fossero solo una conclusione e non anche l'inizio di qualcosa di nuovo.

Ma che cosa dunque si stava muovendo nei meandri di una cultura così chiusa e ripiegata su se stessa, come quella che il bibliotecario ci rappresenta col suo pensiero? Saranno gli uomini di quelle generazioni, animati dai loro slanci e dalle loro aspirazioni, a farsi carico di una prima produzione letteraria in lingua volgare, lingua che non aveva e per molto tempo non avrebbe avuto una grammatica, ma che era più immediata e comprensibile a molti; tuttavia il processo non fu semplice perché, anche se la disgregazione dell'Impero Romano agevolava la rivoluzione linguistica, le classi sociali culturalmente più elevate continuavano ad usare il latino e conservavano un marcato distacco, anche economico, nei confronti della popolazione comune.

In un assetto sociale che era dunque privo di una permeabilità culturale verticale, perché mancava ancora di una classe intermedia in grado di fare da cuscinetto tra alta e bassa cultura, e nel quale cominciava però a rendersi utile la traduzione in volgare quanto meno degli editti e dei trattati di pace, condizione necessaria per farsi comprendere da tutti, l'elemento di rottura si ebbe proprio con l'emersione di nuove classi sociali.

Prima di queste fu la cavalleria, una nobiltà minore che si era emancipata con la guerra e che prometteva di portare in dote alla nuova società i valori della cortesia, della prodezza e del vassallaggio, sia nei confronti del signore feudatario, sia ove occorresse nei confronti della donna amata.

La cavalleria era probabilmente del tutto inconsapevole di dare il la, divenendo soggetto di una buona produzione letteraria, alla formazione di una nuova pregevole lingua scritta, la quale nelle varie terre europee si sarebbe poi evoluta, levigata e chiamata diversamente.

L'avanguardia di un volgare che andava a sostituire il latino venne in Italia principalmente dalla Francia, come risulta non solo dall'iniziale produzione anonima delle cosiddette 'canzoni di gesta', nella quale spicca la celeberrima “Chanson de Roland”, del XII secolo, ma anche dalla contemporanea e più fine prosa in lingua d'oil. All'interno di quest'ultima spicca la letteratura del cosiddetto 'ciclo bretone', il cui principale autore fu Chrétien de Troyes, il padre del romanzo cavalleresco e delle storie magiche dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Altro importante riferimento per i letterati del tempo fu Arnaut Daniel, il trovatore provenzale i cui testi in lingua d'oc dovevano certamente essere giunti nella penisola italiana alla fine del XIII secolo, se Dante lo lesse per poi citarlo nel XXVI canto del Purgatorio.

Per una produzione italiana in un volgare che si rispetti ci vorrà più tempo e, sebbene nessuno possa dubitare che ne sia valsa la pena, è opportuno ricordare che le condizioni che portarono alla formazione della prima scuola poetica italiana (poiché per prima venne la poesia, poi la prosa) furono non poco singolari: in un contesto culturale tra i più contaminati fecero la loro parte un sovrano tedesco, la Sicilia, un papa intransigente e la più efficiente rete culturale del tempo, quella dei notai operanti nelle diverse città della nostra penisola.


Antonio di Biase

Bibliografia:

“La Letteratura” - Vol I – Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria – Paravia - 2006
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Pubblicazione riservata a Insubria Critica. 

11 gennaio 2013

La poetica di Carlo Antonio Gianinazzi


LA POETICA DI CARLO ANTONIO GIANINAZZI


Carlo Antonio Gianinazzi è nato a Lugano nel 1936. Nel settembre del 1976 diede alle stampe il suo primo libro di componimenti poetici “Fiori di ghiaccio”, che ottenne un buon risultato da parte della critica ed un sentito plauso del pubblico. In un concorso di poesia a Roma nel 1971 si distinse tra i primi sette finalisti. Di lui scrisse Francesco Chiesa nel 1972: «Le sue poesie rivelano un animo gentile ed aperto alle belle armonie». Ed è vero, basti leggere “Nell’ora dei ritorni”, edito da “La voce di Castagnola” a Busto Arsizio nel 1978, un secondo taccuino di appunti preziosi che andava dal 1976 al 1978. Sono anni particolari, animati da speranze ed attese e da turbini e incresciosi mutamenti storici, sociali e politici. E, come scrisse Giuliano Albani del nostro, il suo giorno dopo giorni diventa il nostro, perché lo specchio che Gianinazzi ci offre è terso, privo di incrinature. Neppure quel velo di malinconia che avvolge tutta la sua opera riesce ad avere il sopravvento sulla freschezza delle singole azioni, che, con crudezza lapidaria, Gianinazzi ha fermato prima che si concludessero. Esistono e continueranno ad esistere soprattutto in quell’ora dei ritorni tra quella brulicante folla che mai riesce ad essere protagonista. Melanconia, amore, felicità, disperazione sono i petali che cadono dal fiore della poesia del nostro, una poesia fatta di frammenti che sono laconici ed ermetici flash che ti lasciano abbacinati. Basta riportarne alcuni, per comprendere appieno la portata di questi “lampi”, come li definisce sempre l’Albani, i quali poi si attenuano, e le sfaccettature si uniscono fino a formare un diamante purissimo in cui possiamo specchiare noi stessi. Lo stile del nostro è scarno, crepuscolare, ridotto all’osso, ed in questo si avvicina alla tradizione ermetica italiana, è uno stile quasi ungarettiano. C’è allora «il dolce canto di un violino» che «ti suona dentro». C’è «il sorriso di bimbo che ha ragione della gente senza volto che pure aspetta un nuovo Cristo che cosparga di rose le pietre nei petti». Non mancano tematiche di forte e pesante attualità come la cementificazione selvaggia: «Cemento … stagliata nel cielo una gru… rimasto per sbaglio laggiù un albero verde che stona». Pensate “Ai bimbi morti in guerra”: «Cosparsi di neve / i petali sparsi». Si tratta di una poesia sparata fatta di assonanze che ricorda i “Soldati” di Ungaretti. I petali, come le foglie, sono caduchi, e così pure Omero: «Come la stirpe delle foglie, tale è quella degli uomini». E concludiamo con un classico autoritratto, su sintonie leopardiane, od alfieriane «Sono triste / d’esser triste / questa è una parte / del mio tormento». Le poesie di Gianinazzi sono stati folgori che hanno guizzato albori di sentimenti e di pensieri trai laghi ed hanno animato il canto della terra insubrica, che non ha mancato di dare i suoi frutti.

Vincenzo Capodiferro

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...