31 ottobre 2018

ILMERCANTE DI SETA di Liz Trenow a cura di Miriam Ballerini


ILMERCANTE DI SETA di Liz Trenow
© 2017 Newton Compton Editori – Gli insuperabili Gold
ISBN 978-88-227-1984-3 Pag. 379 € 10,00

Leggo sulla copertina: “Ispirato a un'incredibile storia vera”.
Questo romanzo nasce dalle ricerche dell'autrice sulla storia del commercio di seta della sua famiglia. Ci troviamo nell'Inghilterra del settecento, e, molte delle nozioni contenute nel libro, anche la casa che l'autrice nomina, sono davvero esisitite.
È un romanzo dai toni delicati, scritto molto bene, tanto che si è spinti e invogliati a proseguire e vedere cosa accadrà.
Dalle sue ricerche nasce “Il mercante di seta”, dove l'autrice ha inserito i suoi personaggi d'invenzione, prendendo spunto dalla realtà.
Anna, la protagonista, dalla campagna dove viveva coi genitori e la sorella, dopo la morte della madre, viene mandata a vivere in città nella famiglia della zia, sorella del padre. L'uomo spera così di darle quelle opportunità che dove vive non avrebbe.
Anna comincia a muoversi in mondo che è differente dal suo. Tra i moti che in quegli anni scossero l'Inghilterra. I francesi protestanti, segnati da persecuzioni religiose, emigravano in cerca di lavoro, portando con sé la loro perizia nel lavoro della seta. Nacquero rivolte sociali e tensioni razziali, allora, come ancora oggi. Niente di nuovo sotto questo sole...
Anna è destinata a venire educata come una signora, a trovare marito fra gli inglesi per bene e vivere una vita agiata. Ma la ragazza ama disegnare, vorrebbe vivere del suo lavoro e sposare qualcuno che ama.
S'innamora di un francese, lavoratore della seta e, per lui, disegna quella che sarà la sua tela maestra. Henri l'userà per riscattarsi e diventare un lavoratore indipendente.
Per varie vicissitudini verrà arrestato e saranno proprio Anna e suo padre a liberarlo.
La figura di Anna l'autrice l'ha colta proprio dalle sue ricerche, da Anna Maria Garthwaite, una famosa disegnatrice di seta.
È, questo, un romanzo da cui s'impara molto, sia per quanto riguarda il periodo storico, che per ciò che da sempre muove l'uomo, i suoi sentimenti più bassi, di pancia. Inoltre è affascinante scoprire moltissime cose sulla lavorazione della seta.
Dice Gill Paul, autrice di “La moglie segreta”: “Ho adorato i dettagli sulla tessitura della seta... Liz Trenow evoca un'atmosfera straordinaria. Mi sono sentita arricchita quando ho raggiunto l'ultima pagina di questa assoluta gemma...”.
Ecco: ci si sente arricchiti!

© Miriam Ballerini

Non distruggete le attività di Ristretti Orizzonti a cura di Carmelo Musumeci


Non distruggete le attività di Ristretti Orizzonti

Siamo un Paese che spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione della pena, più di tutti gli altri in Europa, ma siamo il Paese con più alto tasso di recidiva di tutta Europa. Credo che un carcere che accoglie chi infrange la legge e restituisce delinquenti non garantisca sicurezza. Per questo ho sempre affermato che il carcere è il luogo più illegale di qualsiasi altro posto, che nelle nostre “Patrie Galere” due più due fa cinque, che nella stragrande maggioranza dei casi quando si finisce di scontare una pena si esce dalla prigione peggiori di quando si è entrati e che il miglior carcere è quello che non costruiranno mai. Quando però qualcuno mi domanda qual è stata la galera più vivibile dove sono stato nei miei 35 anni di carcere (di cui 27 anni ininterrottamente), non posso non rispondere che è quello di Padova, grazie soprattutto alla mia partecipazione alla redazione di “Ristretti Orizzonti”. Posso affermare che se io ora sono una persona diversa è grazie anche alle attività che ho svolto in quella redazione coordinata dalla giornalista Ornella Favero, una delle poche che ha tentato di informare l’opinione pubblica che una pena che fa male fa più danni alla società che a chi la sconta.
Sono ormai due anni che manco dal carcere di Padova e da Ristretti Orizzonti e ho saputo che molte delle attività che svolgeva la redazione sono state ridotte ai minimi termini e ridimensionate, soprattutto quelle di portare dei ragazzi in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Mi ricordo che venivano intere classi di scuola superiore (migliaia di studenti l’anno) e ascoltavano tre testimonianze fatte da detenuti, con dentro la situazione familiare, sociale e ambientale di dove erano nati e dove erano maturate le loro scelte devianti e criminali, senza però per questo trovare nessuna giustificazione o attenuante. Poi tutto il gruppo dei detenuti della redazione di “Ristretti Orizzonti”, guidato e coordinato dai volontari, rispondeva alle domande dei ragazzi studenti. Non era facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita, ma penso che era un modo per prendere le distanze dal proprio passato e tentare di riconciliarsi con sé stessi. Mi ricordo che guardare gli sguardi innocenti dei ragazzi aiutava molto ciascuno di noi a capire quali erano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza delle nostre scelte devianti e criminali, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla guardando le pareti di una cella. Per questo adesso non capisco perché questo importantissimo progetto rieducativo e socializzante è stato ridimensionato a due soli incontri mensili. O, meglio, capisco: il progetto “Scuola-Carcere” funziona e ho visto in questi anni che in carcere quello che funziona davvero spesso va distrutto, forse perché la prigione deve creare recidiva e delinquenti per fare vincere le elezioni a quei partiti che cavalcano l’emergenza criminalità.
Una volta un mio compagno di cella mi ha raccontato che la più grande sofferenza per lui non erano stati gli anni di carcere da scontare, ma rispondere alle domande degli studenti che venivano alla redazione di “Ristretti Orizzonte” perché lo facevano sentire colpevole.
Lancio un appello a tutti quelli che nell’arco di vent’anni hanno frequentato e conosciuto la redazione di “Ristretti Orizzonti” a difendere questa attività nel carcere di Padova, una delle poche realtà che funzionano nell’inferno delle nostre “Patrie Galere” e che fanno abbassare la recidiva, a favore della collettività.
Carmelo Musumeci
Ottobre 2018

30 ottobre 2018

Mal di rating per il Paese a cura di Antonio Laurenzano


               Mal di rating per il Paese 

                      a cura di Antonio Laurenzano

Nubi minacciose si addensano sul futuro della nostra economia. Anche Standard&Poor’s, in linea con le valutazioni di Moody’s, conferma la forte criticità del rating dell’Italia che resta poco al di sopra del temuto livello “junk” (“spazzatura”). Sotto esame da parte delle agenzie statunitensi la solidità e la solvibilità del debito pubblico. Una valutazione (rating) che apre scenari economici inquietanti sui mercati finanziari (spread) e sul sistema bancario (liquidità), perché legata a un outlook negativo, e cioè a stime di crescita al ribasso. “Il piano economico del governo, sostiene l’agenzia, rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia, rappresenta una inversione   rispetto   al consolidamento di bilancio,  un passo indietro sulla precedente riforma delle pensioni”. Manca un’agenda di riforme coerenti per allineare la crescita italiana a quella degli altri Paesi in modo sostenibile.
Un campanello d’allarme che mette a nudo la fragilità di una manovra di bilancio costruita in deficit su previsioni ottimistiche e condizionata da promesse elettorali non conciliabili con il precario quadro di finanza pubblica del Paese. Per l’agenzia di rating i numeri non tornano: la crescita viene rivista al ribasso all’1,1% rispetto all’1,6 % del documento del governo e il deficit al rialzo, non 2,4% ma 2,7% del Pil, suscettibile di ulteriore variazione negativa. La politica economica del governo peserà sulla crescita del Paese, minacciando la sostenibilità finanziaria di lungo termine dei conti pubblici con il trend del debito in aumento per i maggiori interessi e per la debolezza delle prospettive economiche. Una condizione che rende il sistema Italia più vulnerabile rispetto a schock esterni, dal caro petrolio alla guerra dei dazi.
Il rischio immediato è l’aumento dello spread già registrato in queste settimane, schizzato a quota 340, record da aprile 2013. Si erode la fiducia degli investitori con inevitabile fuga di capitali verso mercati esteri più sicuri. Una fuga certificata dal Bollettino economico della Banca d’Italia diffuso nei giorni scorsi  che parla di “vendite di titoli di portafoglio italiani” per 17,8 miliardi di euro negli ultimi mesi. E le vendite sui titoli di Stato trascina a ruota quelle sui titoli bancari con ricadute negative sull’accesso delle banche al finanziamento del mercato dei capitali (imprese e famiglie) e sul loro “coefficiente patrimoniale”. Per il sistema bancario italiano, che incorpora nei suoi asset titoli di Stato per circa 370 miliardi, un ulteriore innalzamento dello spread a quota 400 comporterebbe un pericoloso grado di rischio, rispecchiato dai rendimenti. Lo ha ricordato il Presidente della Bce Mario Draghi a … un distratto (?) vice premier.
Situazione di grande volatilità resa ancor più intricata dalle tensioni che si sono scatenate tra il Governo e la Commissione Ue a Bruxelles che ha respinto la bozza del Documento programmatico di bilancio per una “deviazione senza precedenti nella storia del Patto di stabilità e crescita” dagli obiettivi sul deficit strutturale che lo stesso governo a giugno si era impegnato a ridurre.
Una bocciatura clamorosa, perché non era mai successo che il Dpb venisse respinto senza trattative a conferma che, al di là dei decimali in contestazione, nelle pieghe della prossima legge di bilancio c’è molto assistenzialismo e nessuna traccia di un serio piano di investimenti pubblici, unico volano di una efficace e duratura crescita economica. La “manovra del popolo” ignora le riforme strutturali che incidono sul reale tasso di crescita dell’ economia: la burocrazia, la macchina della giustizia, la concorrenza, il fisco e la  lotta all’evasione, il mercato del lavoro.
Temo che ci sarà molto lavoro per il premier Conte che all’atto del suo insediamento a Palazzo Chigi assunse, da avvocato,  l’impegno di “difendere l’interesse dell’intero popolo italiano”.

26 ottobre 2018

Il linguaggio di Tex a cura di Angelo Ivan Leone


                     Il linguaggio di Tex 

  Il linguaggio di Tex risente indubbiamente della collocazione geografica in cui viene ambientato il fumetto. Ricordiamoci che Tex si chiama così perché è originario del Texas, anche se le sue vicende si svolgeranno per lo più nel Far West al confine col Messico. Quindi abbiamo un plurilinguismo quasi obbligato dei vari personaggi; innanzitutto, troviamo termini anglo-americani, come “mister, miss, ranger, saloon, ranch, colt, winchester, whisky” e altri.
 In virtù del fatto che siamo vicini al Messico, troviamo dei termini spagnoli, come “señor, amigo, gringo, hombre, muchacha, peone, desperado, guerrillero” e altri; delle esclamazioni e imprecazioni tipicamente messicane e spagnoleggianti, tra cui “Caramba!”, “Diablo!”, “Madre de Dios!”, “Muy bien!”, “Bueno!”, “Maldito!”, “Cabron!”; e addirittura delle formule di saluto made in Messico, come “Adios y suerte!”, “Hasta luego!”, “Suerte!”, “Vaja con Dios” .
Abbiamo inoltre, per la convivenza strettissima di Tex con gli indiani e per il suo essere addirittura un capo-tribù, dei termini tipici delle tribù dei nativi d’America: esclamazioni come “Woha!” per quanto riguarda i Navajos e altre tribà confinanti, o “Whae!” per altre tribù indiane dislocate più a nord; “Ugh” e “Augh”, rispettivamente “sì” per i Navajos e per gli Apache. Troviamo inoltre termini tecnici del mondo proprio degli indigeni indiani, come “sakem” che è una sorta di stregone e capo-tribù; il caratteristico “calumet” della pace, una pipa che Tex fuma insieme ai suoi pards o da solo per acclimatarsi e stabilire il miglior clima possibile insieme a uno dei tanti capi indiani. Infine, abbiamo la cintura del sacro “wampum”, che è una cintura utilizzata, per lo più in fronte, dalle tribù di nativi americani dell'America Nord-orientale, alla quale appartengono i Navajos di Tex, come oggetto rituale e religioso, spesso scambiato come testimonianza e vincolo durante la stipula di trattati o per ricordare avvenimenti storici. Tale cintura è molto utile a Tex perché dimostra la sua appartenenza da fratello di sangue ai grandi capi indiani e la sua fratellanza con tutti i popoli rossi.
 Ci sono, poi, molte indicazioni sulle varie tribù, realmente esistenti, che fanno parte del mondo texiano. Infatti, nelle storie di Tex non si parla mai generalmente di indiani, ma sempre nello specifico, di volta in volta, di Hopi, Cheyenne, Apache, Nez Percé, Irochesi, Seminole, Cherokee, dei terribili Sioux e, naturalmente, degli immortali Navajo. Per quanto riguarda, invece, le trasferte di Tex, ci sono delle imprecazioni dei suoi compagni, che sono tipicamente, in Canada, francesi o francesizzanti. Ad esempio, il nerboruto meticcio trapper Gros-Jean esclamerà “Mille tonnerres!” o “Sacre diable!” o, meglio ancora, “Per la grande Francia!”. A queste interiezioni, Tex farà da contraltare, magari esclamando il suo immortale e intramontabile “Peste!”. Questa esclamazione di Tex ci fa andare direttamente a quelle che sono delle imprecazioni o dei tic linguistici ricorrenti, se non addirittura degli allocutivi caratterizzanti dei vari personaggi. Tex, infatti, sarà chiamato sempre o quasi sempre da Carson con gli epiteti di “satanasso” o “tizzone d’inferno”. Mentre Tex, a sua volta, definirà il più anziano pard come “vecchio gufo” o “vecchio cammello”.
Tuttavia, per terminare questa carrellata del linguaggio della striscia bonelliana, non possiamo esimerci dal notare anche termini abbastanza complicati e ricercati, propri della cultura del Far West. Ad esempio, in Tex, se qualcuno sta per morire o rischia la vita, si dirà che vuole raggiungere “boot-hill”, alla lettera “collina degli stivali”, come venivano chiamati i cimiteri nel selvaggio West. Oppure, troviamo l’espressione “corral”, per indicare il recinto nel quale sono rinchiusi i cavalli di un ranch. Mentre, i mandriani o cow-boy dormono e lavorano al chiuso della “workhouse”, alla lettera casa di lavoro. I cavalli di Tex, specie se montati da indiani all’indiana, cioè senza sella, sono definiti “mustang”.
Per quanto riguarda poi la cifra stilistica che distingue la scrittura di Gianluigi Bonelli da quella di suo figlio Sergio, si può vedere come si utilizzino allocutivi e vocativi con funzione affettiva, volti cioè ad esprimere un contenuto emotivo. Generalmente, questa funzione la svolgono degli assiomi, ovvero dei nomi aggettivi o sintagmi nominali complessi, con valore spesso spregiativo o scherzoso; valga per tutti quest’esempio esplicativo che si può trovare nei dialoghi tra Tex e Carson: “Fatevi vedere, mammalucchi!” o “Dopo di te, vecchio gufo!” o, ancora, “Cosa strilli, vecchio cammello?” oppure “Dannato zuccone!” . Ci sono poi delle esclamazioni o dei modi di dire che non caratterizzano solo ed esclusivamente Tex, come invece succede per “Peste!”, ma anche Carson, come ad esempio il biblico “Per la barba di Giosafatte!” o lo scherzosissimo ma altrettanto religioso “Matusalemme ballerino!”. Per Tex, possiamo guardare all’esclamazione “Gran Manitù!”, che ci riporta alla cultura indiana di cui è pregno l’intero fumetto.


(c) Angelo Ivan Leone
 

23 ottobre 2018

Tanta Puglia nel ventennale del THUN Club alla Reggia di Caserta a cura di Antonio V. Gelormini


Tanta Puglia nel ventennale del
THUN Club alla Reggia di Caserta




di Antonio V. Gelormini


Tanta Puglia nei 20 anni del THUN Club che, per festeggiare il giro di boa, ha scelto la suggestiva cornice della Reggia di Caserta, canto impareggiabile alla bellezza, alla passione e all’amore sottaciuto: espressi dall’estro vanvitelliano con la vitalità dell’acqua, che modella ed esalta ogni forma di creatività artistica.

Dai più di 12.000 soci sui 110.000 del Club (l’11%, di cui circa 700 sono arrivati a Caserta), ai 70 punti vendita e agli 11 punti diretti aperti in Puglia negli ultimi tre anni. Dalla firma salentina dell’autore del video-mapping della nuovo Spazio sulla controfacciata della Reggia, Hermes ‘HEM’ Mangialardo, da Copertino (Lecce) ai tantissimi volontari della Fondazione Lene Thun, che nei reparti di onco-ematologia pediatrica, anche degli Ospedali Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e Vito Fazzi di Lecce, con le attività di ceramico-terapia, contribuiscono ad animare le attività partecipative e motivazionali dei piccoli pazienti colpiti dalla malattia.


Nella Reggia di Caserta, emblema del patrimonio storico e artistico del nostro Paese e di quello dell’intera Umanità - tutelato dall’Unesco - THUN ha presentato in esclusiva a oltre 5.000 appassionati, accorsi da tutta Italia, la nuova Collezione di Natale rimasta volutamente top secret fino all’evento e alle celebrazioni aziendali.

“Ho pensato di condividere con tutti gli Amici del mondo THUN l’atmosfera e l’arte di un luogo che mi ha affascinato e che da sempre mi è rimasto nel cuore per la sua straordinaria bellezza”, ha affermato Peter Thun, Presidente di THUN Spa. Così la Reggia di Caserta, grazie alla generosa collaborazione del suo Direttore, Mauro Felicori, ha aperto le sue porte ai tanti ospiti e amanti “del Bello e del Buono” delle creazioni THUN, per una intera giornata dedicata a una grande anteprima, ma anche all’arte e alla cultura, grazie alle numerose iniziative programmate. “Con questa giornata ho voluto regalare, ai tanti Amici convenuti - ha sottolineato Peter Thun - l’emozione di quello che per me è il sinonimo dello stare insieme, il Natale”.


La proposta “see now, buy now”, assolutamente nuova per il settore dell’home decor e per il cliente THUN, ha generato in pochi giorni il sold out dell’evento. Migliaia i fan, ma anche tantissimi gli imprenditori e rivenditori che hanno voluto partecipare all’appuntamento di Caserta, per scoprire da vicino le novità del brand, rimaste segrete anche per gli “addetti ai lavori”.

“Affluenza e partecipazione elevatissime sono l’importante riconoscimento a un impegno plurale - ha commentato Paolo Denti, Amministratore Delegato di THUN Spa - per oltre 9 mesi l’azienda ha dedicato la massima attenzione alla progettazione e alla cura di ogni singolo dettaglio. Abbiamo fatto il possibile per cercare di regalare a tutti gli appassionati un Natale ricco di emozioni, di sentimenti veri e di idee che sono “più di un regalo”, sono un dono pensato con il cuore”.

La giornata di Sabato 20 ottobre ha avuto inizio con un simbolico dono di THUN alla Reggia: il restauro di 5 figure del Presepe dei Borbone e un caloroso saluto alla città di Caserta e al suo Sindaco, Carlo Marino, nonché un grande ringraziamento al Direttore Generale della Reggia, Mauro Felicori, che ha aperto le porte del suo scrigno ai soci e amici di THUN arrivati da tutta Italia. Insieme ai tanti rivenditori e ai dipendenti e collaboratori, giunti fino a Caserta dalle sedi di Bolzano, Milano e Mantova, per condividere e animare una vera e propria giornata di festa aziendale. Presenti anche oltre 300 volontari della Fondazione Lene Thun Onlus, riuniti l’indomani a Napoli, per la prima Convention Nazionale Volontari e Ceramisti.


Per tutti gli ospiti visite guidate a Palazzo, a partire dal Cannocchiale, trasformato in un white carpet illuminato e decorato per l’occasione con le più belle icone THUN del Natale, per proseguire verso i magnifici giardini e le splendide fontane, come quella di Diana e Atteone, fino alle stanze e ai saloni della Reggia, con approdo finale alla Sala del Trono, prima di tornare sulla sontuosa scalinata vanvitelliana dedicata a Carlo III.
A dare il via alle celebrazioni serali Paolo Denti, Amministratore Delegato di THUN Spa, accompagnato dal giornalista e narratore Fabio Tavelli, storyteller d’eccezione che ha ripercorso in un’emozionante sequenza di parole, suoni e immagini oltre 60 anni di storia del noto marchio altoatesino.

Rievocando la nascita dei famosi ‘angeli laudanti’ in ceramica di Lene Thun, artista e motore del successo di una passione, condivisa col marito Otmar Thun, e ripercorrendo le fasi salienti della storia aziendale, prima di invitare sul palco Peter Thun, Presidente di THUN Spa e Fondatore della Onlus (nata in memoria di sua madre Lene), per sancire il passaggio generazionale alla guida dell’azienda col figlio Simon Thun, attualmente Business Development Director di THUN Spa.

A chiudere lo spettacolo, un gigantesco video-mapping, a cura della Nuovo Spazio e realizzato dal cartoonist, videomaker, visual performer, 3D mapper, Hermes Mangialardo, che dal 2003 si occupa di tutto ciò che ruota intorno all’animazione digitale.

Il video mapping suggestivo e ricco di colori - ad oggi il più grande mai presentato - ha illuminato la contro-facciata della Reggia di Caserta con un’imponente scenografia, trasformandola prima in un enorme calendario dell’avvento, poi in un’allegra giostra con tutti gli amici del Natale di THUN - con protagonista assoluto l’amorevole Orsacchiotto Polare, e infine in una regale torta digitale - grande quanto l’intera Reggia – con le 20 candeline per celebrare l’anniversario di un Club - ricco di 115.000 soci/collezionisti e oltre 650.000 lovers - di un’azienda con forti radici nella tradizione, che negli anni ha saputo rinnovarsi senza tradire sentimenti e valori.

***

La Fondazione Lene Thun,
il bello e il buono dei valori



di Antonio V. Gelormini

Per ringraziare la città di Caserta e la sua Reggia, che hanno accolto con entusiasmo l’evento del ventennale del Club di soci/collezionisti, THUN ha voluto lasciare un piccolo, ma significativo dono, come già accaduto in passato a Roma e a Venezia, impegnandosi nel restauro di alcune parti del magnifico Presepe, che è esposto e custodito nella Sala Ellittica degli Appartamenti Reali.

Cinque figure in restauro, presentate nella cornice unica e straordinaria del Real Teatro di Corte, che andranno ad integrare la collezione esistente: tre figure saranno esposte nella teca principale, mentre la Natività sarà esposta in una teca laterale. Di fatto l’intero Presepe, andato in restauro a fine settembre, sarà poi inaugurato la prima settimana di dicembre.

La scelta di restaurare il presepe, si inserisce nella filosofia dell’azienda che condivide l’amore per il “bello” e per il “buono”, come ribadito da Peter Thun, Presidente di Thun Spa: “Un piccolo dono, simbolo dell’amicizia che mi lega con la città di Caserta e la sua meravigliosa Reggia. Il presepe oltre ad essere sintesi di valori ed emblema del Natale, rappresenta la tradizione e la gioia di stare insieme, un desiderio che vorrei non mancasse mai, anche e soprattutto fuori dal contesto natalizio”.

Una passione vera, quella di Peter Thun, che risale ai suoi trascorsi giovanili a Gubbio - vicino a Greccio ed Assisi, in Umbria - dove affondano le radici del legame stretto della sua azienda artigianale, e delle collezioni storiche del marchio altoatesino, con le rappresentazioni e le raffigurazioni del presepe classico decorate a mano.

Nata a Bolzano nel 1950 come laboratorio di ceramica, THUN è oggi una realtà internazionale con un fatturato annuo di 98 milioni di euro, ed è leader italiano dei prodotti ceramici e del regalo di qualità. Ogni pezzo è ideato e disegnato in Italia, con passione artigianale. Negli anni l’assortimento si è allargato dalla ceramica ai servizi tavola, dall’arredo casa agli accessori donna e bimbo. Gli articoli THUN attualmente sono presenti in circa 1250 negozi, di cui 350 monomarca

All’’evento di Caserta è seguita un’appendice nella Stazione Marittima del Porto di Napoli - tra l’imponenza del Maschio Angioino e lo sfondo da presepe del Vomero, con la Certosa di San Martino e Castel Sant’Elmo - per celebrare la Fondazione Lene Thun, l’attività dei numerosissimi volontari e i loro straordinari traguardi nel supporto, attraverso i laboratori di ceramico-terapia, ai piccoli malati dei reparti onco-ematologici dei più importanti ospedali d’Italia, donando loro un percorso di terapia ricreativa attraverso la manipolazione dell’argilla.

Grazie all’aiuto di molti, oggi sono 38 i laboratori attivi offerti gratuitamente agli ospedali italiani dalla Fondazione Lene Thun, durante i quali più di 450 volontari della Onlus bolzanina si impegnano ad alleviare la degenza di circa 12.000 piccoli malati, fornendo un valido ed efficace supporto alla terapia farmacologica e consentendo ai bambini di esprimere la propria emotività.


Dal 2006 la Fondazione Lene Thun, certificata ONLUS, promuove la modellazione dell’argilla come terapia ricreativa, offrendo laboratori gratuiti in contesti di malattia e di disagio, principalmente sul territorio italiano. La Onlus altoatesina è stata fondata da Peter Thun, per ricordare la gioia e i benefici provati da sua madre, la Contessa Lene, mentre plasmava l’argilla dando forma alle celebri figure Thun.


La manipolazione dell’argilla agisce su due piani: regala un’immediata sensazione di benessere, di piacevolezza e divertimento, e dall’altro lato permette, attraverso la creazione di forme tridimensionali, di dare voce alla propria sfera emotiva, attenuando le paure e la sofferenza interiore, creando i presupposti per ricevere aiuto e sviluppare l’autostima e la socializzazione
Il progetto “Fondazione Lene Thun negli Ospedali” nasce nel 2014, con la consapevolezza e il riconoscimento dell’efficacia della terapia ricreativa come sostegno ai protocolli medico farmacologici. Un’attività che lo scorso anno ha portato la comunità THUN ad avere l’onore e il piacere di decorare, con le opere d’arte realizzate dai bimbi, il grande Albero di Natale di Piazza San Pietro e di festeggiare con i piccoli artisti, assieme a Papa Francesco, il Santo Natale.

(gelormini@affaritaliani.it)

22 ottobre 2018

Neilyoung Suothernman a cura di Angelo Ivan Leone



                           Neilyoung Suothernman
                                                  a cura di Angelo Ivan Leone

La musica della storia La storia di questa canzone è una di quelle che merita di essere raccontata. Si narra, infatti, che l'autore di tale opera, Neil Young, mentre beveva al bar di uno sperduto paesino del Sud degli States venne trascinato fuori dal bar medesimo per essere "battuto con i fiocchi" come avrebbe certamente detto il nostro Tex. Il tutto perchè reo, si fa per dire, ovviamente, di avere "i capelli lunghi". Young, canadese, replicò alla vile aggressione con questa canzone che è rimasta negli annali delle canzoni contro il razzismo e di impegno civile. A questa lirica il gruppo sudista Lynyrd Skynyrd rispose con la celeberimma "Sweet home Alabama". Ecco come la storia degli uomini passa e si può insegnare anche con delle canzoni, magari anche in maniera didatticamente più interessante e stimolante. Non dobbiamo mai dimenticarci che, come cantava, diceva e scriveva, un altro grandissimo cantante: "La storia siamo noi" Francesco De Gregori.


Storia vera e nera a cura di Angelo Ivan Leone

STORIA VERA E NERA

Ricordo un aneddoto di Grandi, Dino Grandi, che preoccupato telefonò a Ciano, Galeazzo Ciano il generissimo, che voleva fare disperatamente marcia indietro e che gli implorava al telefono, poco prima della nostra entrata disastrosa in guerra, il famoso colpo alla schiena alla Francia, con una nazione sconfitta e piegata che non riuscimmo nemmeno a battere… Ciano: Dino, Mussolini non sa che cosa è l’America Grandi: Fategli vedere un elenco telefonico di New York ! Mussolini, invece di guardare quell’infinito elenco telefonico, entrò in guerra con un esercito che aveva l’armamento della prima guerra mondiale e che si sarebbe dovuto battere contro la più numerosa e armata coalizione che mai storia rammenti. Questo Mussolini era anche l’uomo che disse che il numero era potenza.
Purtroppo, però, era rimasto un uomo dell’800, innamorato della Francia, pur quando la detestava, e vederla soccombere di fronte al baffino hitleriano fece perdere la bussola di quelli che erano i suoi calcoli politici. Ma possiamo essere tranquilli sul sostenere che: se non fosse entrato in guerra, Mussolini sarebbe morto nel suo letto, come Franco in Spagna e Salazar in Portogallo, perché agli italiani piace la frusta come scrisse Marco Travaglio, di destra, da sempre, pure lui.
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

20 ottobre 2018

IL BALLETTO DELL’ IVA di Antonio Laurenzano

                         
IL  BALLETTO  DELL’ IVA
                                                     
di  Antonio Laurenzano
Scongiurato l’aumento dell’Iva per il 2019. Ma il Def, nel suo tribolato iter governativo, non ha sterilizzato le clausole di salvaguardia previste per il 2020 e il 2021. Sulla finanza pubblica aleggia minaccioso un pacchetto fiscale da incubo: a regime, l’aliquota ridotta del 10% passerà al 13%, quella ordinaria del 22% passerà al 25% (la più elevata in Europa). Per la ripresa dei consumi, ancorata a una debole crescita, potrebbe essere un brutto colpo, con effetto domino sulla produzione e sui livelli occupazionali.
Le variazioni dell’Iva peserebbero in media 317 euro sulla spesa delle famiglie italiane (in Lombardia oltre 410 euro), che diventerebbero 439 per i nuclei familiari con due figli. A risentirne in misura maggiore sarebbe la spesa alimentare che nel 2017 ha invertito il trend dopo cinque anni di valori negativi con un balzo del 3,2%. Dopo le spese per l’abitazione, quelle destinate all’alimentazione con i beni di prima necessità rappresentano la principale voce del budget delle famiglie che, in caso di aumenti dell’Iva, rischierebbero uno stop. E problemi potrebbero esserci anche per artigiani e commercianti, visto che la stragrande maggioranza dei rispettivi fatturati è attribuibile alla domanda interna.
Nel rispetto della …  “politica degli annunci e delle promesse”, il Governo si impegna a presentare nella Legge di Bilancio 2019 un piano d’intervento per la cancellazione parziale delle clausole di salvaguardia residue attraverso la spending review, il potenziamento dell’attività di riscossione delle imposte e la razionalizzazione delle tax expenditures (deduzioni e detrazioni fiscali). Bisogna reperire circa venti miliardi di euro. Il solito problema delle coperture finanziarie con il balletto delle cifre con i conti che non tornano. Promettere non costa nulla, sperando che non venga imboccata la strada del “disinnesco in deficit” che rischierebbe di compromettere la prospettiva di stabilizzazione e riduzione del debito pubblico e, di conseguenza, di minare la fiducia degli investitori. Fiducia fondamentale per  l’Italia che deve ogni anno trovare acquirenti dei titoli di stato per circa 400 miliardi di euro.  
E’ dal 2011, dopo la crisi dei conti pubblici che precedette la caduta del governo Berlusconi, che si parla delle “clausole di salvaguardia”: sono le misure prese per salvaguardare i vincoli di bilancio Ue sulle spese dello Stato. L’aumento dell’Iva serve a coprire spese pubbliche già impegnate. Sterilizzate da Mario Monti, rinnovate dall’esecutivo Letta prima e Renzi e Gentiloni dopo, le clausole sono state ereditate dal governo gialloverde che intende disfarsi del pesante fardello che grava sulla finanza pubblica. Ma cancellare le clausole di salvaguardia sostituendole con coperture alternative non sarà facile. Lo ha certificato l’Ufficio parlamentare di bilancio che ha negato la “validazione” delle nota di aggiornamento al Def. E da Bruxelles arrivano già i primi segnali negativi. Il Documento programmatico di bilancio inviato alla Commissione Ue sta sollevando riserve e critiche per la “deviazione inaccettabile dei  conti pubblici italiani rispetto agli impegni e ai vincoli Ue”. Mercati finanziari e spread in agguato … Dopo le mirabolanti promesse elettorali è giunta l’ora della realpolitik.

18 ottobre 2018

LA CANZONE DI SUSANNAH di Stephen King a cura di Miriam Ballerini


LA CANZONE DI SUSANNAH di Stephen King

© 2004 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Pag. 496 € 14,00 ISBN 88-200-3677-0

Prosegue la saga in questo sesto libro della famosa serie della Torre Nera.
Susannah, posseduta da Mia, incinta del Tizio, fugge attraverso la porta introvata per andare a partorire.
In questo volume vediamo i personaggi a noi ormai noti, spostarsi dal mondo dove si sono trovati e uniti, alla ricerca della torre nera, per tornare nel mondo conosciuto, in diversi quando.
Jake, padre Callahan e Oy inseguono Susannah – Mia.
Roland e Eddie vanno a trovare Calvin Torre, il proprietario del terreno con la rosa, per concludere il loro contratto e proteggere così quel fiore assai prezioso per l’incolumità dei mondi.
Questo sesto libro scorre veloce, pagina dopo pagina. Ed è quello che, finora, raccoglie in sé, custodisce, i trucchi migliori del vasto repertorio di King.
Oltre che a ripresentarci brani e personaggi pescati da altri suoi libri famosi, il lettore si trova a tu per tu con lo stesso King. Roland e Eddie, infatti, lo vanno a cercare, dopo aver compreso di essere dei personaggi scaturiti dalla sua fantasia.
Ho trovato questo passaggio davvero geniale!
Il libro si conclude col parto imminente di Susannah – Mia e con delle pagine prese da un diario tenuto da King, il quale racconta come stia procedendo il suo lavoro.
E, altro colpo di scena, lo scrittore sfrutta l’incidente che ha avuto nel 1999, quando fu investito da un minivan; ma, sorprese delle sorprese, ne resta ucciso.
Chi sarà, allora, a scrivere il settimo e ultimo libro della serie della Torre Nera?

© Miriam Ballerini

15 ottobre 2018

INCONTRO A MONTESOLARO a cura di Miriam Ballerini


INCONTRO A MONTESOLARO a cura di Miriam Ballerini

Venerdì 12 ottobre nella parrocchia della Beata Vergine Assunta di Montesolaro (CO), è avvenuto un incontro dibattito.
Davanti alle panche della chiesa al completo c'erano: Carmelo Musumeci, ergastolano. Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro. Sr. M. Grazia Colombo Op, monaca domenicana. Nadia Bizzotto, responsabile della struttura di accoglienza “Il sogno di Maria” della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. L'incontro è stato moderato da Fabio Arnaboldi.
Da anni conosco e collaboro con Carmelo, ergastolano ostativo, impegnata al suo fianco nella battaglia contro questo modello di segregazione, sconosciuto ai più.
Carmelo, alla fine, è riuscito a ottenere prima dei permessi premio, quindi due anni di semilibertà, ed ora ha davanti ancora cinque anni di libertà condizionale. Tutto questo è avvenuto dopo circa venticinque anni di carcere.
Prima del dibattito vero e proprio il coro Wojtyla ha cantato “Vita” di Dalla e Morandi. Una canzone che ha molte frasi che fanno davvero al caso di quanto sentito quella sera.
Arnaboldi ha esordito con: “Cosa sentiremo questa sera, o meglio: cosa ascolteremo. Per uscire da qui non dico migliori, ma diversi, migliorati”.
Ritengo che il buon esempio sia sempre l'arma più efficace per dimostrare alle persone quanto si va dicendo e poter penetrare il loro muro di paure e pregiudizi.
Ed ecco perché, quattro persone con percorsi di vita differenti, sono lì, davanti a noi, pronte a mettersi a nudo per mostrarci come le loro esistenze si siano intrecciate.



Carmelo inizia con: “Un sorriso a tutti”. E questo mi ricorda quando, alla fine delle lettere che mi scriveva dal carcere, non mancava mai il suo: “Un sorriso dalle sbarre”.
Non deve essere facile per lui parlare della sua vita, di quanto ha commesso, degli anni di prigione. Ma lo fa, lo fa con convinzione e con uno sguardo schietto che mai, nemmeno per un minuto, tentenna nascondendosi. Si sente in colpa, Carmelo, perché lui ce l'ha fatta, ma tanti suoi compagni sono ancora in carcere e potranno uscire da lì solo da morti.
Persone che, come lui, non sono più le stesse di quando sono entrate. Persone che hanno fatto un cammino, che hanno capito, che si sono migliorate. Lui stesso, entrato con la quinta elementare, ha adesso tre lauree. Si è impegnato nello studio per potere scrivere e fare conoscere attraverso i suoi libri, cosa accade nelle carceri italiane.
Nel momento in cui ringrazia me e un altro signore presente, perché siamo stati, assieme a tanti altri, la sua forza per proseguire nella sua battaglia, confesso che mi è salito un nodo in groppo. Io credo che certe azioni si facciano non per ricevere applausi o riconoscimenti, ma solo perché si sa di essere nel giusto. Non ho potuto rispondere la sera stessa, ma da qui posso dire che se qualcuno va ringraziato è proprio Carmelo stesso, per non essersi mai arreso, non aver mai ceduto al nero che a volte lo circondava. L'aver dato modo al suo sorriso di splendere, adesso, libero.
Mi ha colpito sentire Carmelo dire che, in quei venticinque anni in cui è rimasto detenuto, le cose fuori sono cambiate; la gente è diventata cattiva. Ci ha raccontato di un episodio su un treno, di un ragazzo straniero preso a calci perché non aveva il biglietto e della gente che inneggiava chi stava colpendo un poveraccio. In carcere, ci dice, c'è più solidarietà, se manca del caffè o qualcosa a un altro lo si aiuta. Già...


Nadia Bizzotto, ho avuto l'occasione di conoscerla su facebook, finalmente le posso stringere la mano. È davvero come me la immaginavo, ma forse anche un poco più determinata di come l'abbia pensata.
A ventuno anni un brutto incidente stradale le “regala”, come lei stessa dice, la carrozzina. Nadia non si arrende, lavora duro, tanto che diventa amministratrice delegata nell'azienda nella quale lavora. Ma, a un certo punto, si accorge di sentire una profonda mancanza di valori nella sua vita.
Ecco che tramite varie occasioni incontra Don Benzi, la sua comunità. Si trasferisce e le viene offerta la possibilità di entrare in carcere. Mentre l'ascolto, quando parla delle celle, di come si entra in carcere, delle sensazioni che si provano, di ciò che si porta fuori con noi; mi riconosco e tutto mi ricorda l'esperienza personale che io ho avuto nel 2006 in una casa circondariale e poi ancora, un poco dopo, quando sono potuta entrare anche in un carcere di massima sicurezza.
Credo che non si possa venire a contatto con queste realtà e rimanere indifferenti, non comprendere. Infatti, dalle sue parole, anche a lei è apparsa la pura realtà: “Non c'era nessun mostro, solo persone”.
Ecco che in carcere ha potuto conoscere Carmelo e, da allora, lui la chiama il suo angelo.


Agnese Moro mi ha colpita tantissimo e sono rimasta ad ascoltarla, pensando un “Finalmente”, scritto a lettere cubitali nella mia testa. Già, anche se non è l'unica e ci sono state diverse realtà di persone che, come lei, nonostante abbiano subito una perdita così importante e assoluta, non hanno chinato il capo di fronte all'odio, ma hanno saputo alzare la testa, cercare di capire e perdonare. Tutti conoscono la storia del rapimento di suo padre, Aldo Moro, e di come sia stato ucciso. La Moro spiega: “La parola ergastolo mi offende. Perché credo nella costituzione nella quale c'è il principio di persona, al di là di ogni concetto di fede, provenienza, razza, ecc. Non cura il mio dolore sapere che l'altro verrà punito e soffrirà per sempre”.
Ha voluto incontrare le brigate rosse e le persone implicate nell'uccisione di suo padre. Ha avuto così modo di scoprire che, oltre al suo dolore, c'è anche il dolore dei colpevoli e delle loro famiglie.
Una donna esemplare, coraggiosa, che non posso altro che ammirare. Anche lei s'è poi trovata a lottare contro l'ergastolo ostativo, a fianco di Carmelo.
Termina con una frase stupenda: “La giustizia non è fare del male agli altri, ma scoprire che il male non vincerà mai”.


Suor Maria Grazia si pone con una dolcezza infinita. L'ascolto parlare e mi strappa più volte un sorriso, suscita solo pensieri buoni! Molto semplicemente ci spiega della sua “chiamata”, preceduta da un fatto particolare: andava ancora a scuola e, il professore, un giorno in classe parla loro del rapimento di Aldo Moro, appena avvenuto. Lei ci parla di un cuore diviso a metà; posso comprenderla bene, più volte è accaduto anche a me: da una parte la sofferenza per la vittima, la sua famiglia. Dall'altra, il dolore per chi sta causando questo male.
Una volta divenuta suora ha dedicato alla sua vita ai detenuti. A persone che hanno commesso crimini terribili; ricordando bene che l'essere umano non è il proprio errore.
Le sue difficoltà, all'inizio, quando non trovava le parole adatte da dire di fronte a chi aveva ucciso, magari più volte, come ad esempio la prima persona che aveva incontrato e che aveva assassinato due donne. Per scoprire che a volte non servono parole, ma basta uno sguardo, perché gli occhi non mentono, esprimono quanto abbiamo dentro di noi.
Anche lei ha incrociato la sua strada con quella di Carmelo, tanto che ha pregato che per il suo venticinquesimo di monacato lui fosse libero. Questa volta la preghiera è stata ascoltata.

Tutte le persone presenti alla serata, nonostante sia durata due ore e più, non si sentivano nemmeno respirare! Tutti attenti ad ascoltare, spero, anziché solo sentire.
Per me è stato davvero un dono vedere intorno a me tanta gente che fosse venuta, forse anche solo per curiosità, ma che poi abbia saputo cogliere e fare tesoro di quanto esposto. Non è stata una serata fine a se stessa, si è parlato di vita, vita vera, sofferta. Sul piatto ognuno di loro ha messo quanto di più caro e onesto e sentito.
Vorrei chiudere con una frase rubata dalla canzone “Vita”: Anche gli angeli, capita a volte sai si sporcano, ma la sofferenza tocca il limite e così cancella tutto, e rinasce un fiore sopra un fatto brutto”.

© Miriam Ballerini

12 ottobre 2018

I luoghi e il tempo di Tex a cura di Angelo Ivan Leone

  • I luoghi e il tempo di Tex a cura di Angelo Ivan Leone


  • I luoghi che fanno da sfondo alle vicende di Tex sono, come abbiamo visto, quelli per lo più del mitico Far West, nonché dell’estrema frontiera americana . La stessa riserva Navajo, è realmente esistente ed è la più grande riserva indiana degli Stati Uniti d’America e si trova collocata tra Utah, Colorado, New Mexico e nord-est dell’Arizona. Proprio in quest’ultimo Stato, la riserva viene a trovarsi per la stragrande maggioranza del suo territorio. Molte delle storie di Tex sono, quindi, ambientate in Arizona o nei territori circostanti la stessa riserva. Questo però non significa che altri luoghi degli Stati Uniti d’America o altre nazioni al di fuori degli States non sono presi ad oggetto degli scenari in cui si svolgono le avventure di Tex.
     Per movimentare e delocalizzare i luoghi narrativi del nostro, sovente gli autori ricorrono all’escamotage narrativo di un personaggio minore, quasi sempre un amico del protagonista, che chiama Tex in suo soccorso per risolvergli il “guaio” di turno. Ad esempio, abbiamo un Jim Colter, graduato delle giubbe canadesi, che spinge Tex e i suoi pards ad uscite extra-territoriali in Canada. Per quanto riguarda il Canada, non c’è solo Jim Colter ad esercitare tale funzione, ma anche Gros-Jean, un nerboruto trapper meticcio che chiama Tex per le sue disavventure in Canada, se non addirittura in Alaska.
    Altri amici minori di Tex sono invece più ondivaghi ed errabondi. È il caso questo dell’irlandese trapiantato in America Pat Mac Ryan, che, con la sua vita da vagabondo, costringe Tex ad errare con lui quando si trova ad incrociare il destino del nostro eroe. Tuttavia, questo compito di variare e delocalizzare le vicende texiane non lo assolvono soltanto gli amici storici di Tex, ma anche quelli che sono dall’altra parte della barricata, ovvero i nemici, altrettanto storici, del ranger. Primo tra tutti, il terribile Mefisto che comparirà sin dall’inizio degli albi a sfidare l’eroismo di Tex. Mefisto, dopo essere apparso in parecchi numeri -nel corso dei decenni- come uno degli antagonisti seriali di Tex, passerà il testimone, dopo la sua morte, a suo figlio Yama e addirittura influenzerà le vicende del nostro ranger, tornando, dopo che anche il figlio sarà sconfitto definitivamente da Tex, dal mondo dei morti, in un’improbabile ma fumettisticamente plausibile “resurrezione”.
    Se guardiamo a Sud del Rio Bravo, storica frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico, invece, scopriamo Tex impegnato molte volte in soccorso e aiuto del suo amico Montales, messicano e inizialmente desperado, cioè guerrigliero in lotta contro i soprusi del regime del suo Paese, destinato con il tempo ad una brillante carriera politica che lo vedrà divenire governatore dello stato messicano della Sonora, al confine con l’Arizona che abbiamo visto essere lo scenario principale delle vicende del fumetto.
       Il periodo storico in cui si muovono le vicende di Tex e dei suoi tre pards, che nella composizione del quartetto ricordano il Dumas dei “tre moschettieri” con il sempiterno D’Artagnan, è quello ambientato, quasi sempre nell’America post-guerra di secessione, quindi la seconda metà inoltrata del XIX secolo, più precisamente gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento. La collocazione temporale del personaggio bonelliano non potrebbe essere più precisa per un evidente disegno dei creatori di Tex, i quali, dopo aver dato la possibilità a Tex di maturare, a Kit di crescere, a Carson di invecchiare e a Tiger Jack di conquistare le simpatie dei lettori del fumetto, fermano la narrazione cronologica in un tempo imprecisato tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, poiché naturalmente non potrebbero far morire di vecchiaia né Tex, né il suo più celebre deuteragonista, Kit Carson.
    La situazione cronologica si stabilizzerà, infine, con un Tex sulla quarantina-cinquantina d’anni, un Carson sulla sessantina, un Tiger Jack pressappoco coetaneo di Tex, se non di poco più giovane e un Kit Willer ventenne-trentenne. C’è da aggiungere che la figura di Tex è stata affidata a svariati disegnatori, dal mitico e primigenio Galep che ha accompagnato Tex non continuativamente ma costantemente fino al numero 400 all’odierno e bravissimo Villa. Questo comporta ovviamente una diversificazione nella figura del ranger, che apparirà più o meno rigido, robusto o plastico, a seconda della mano che lo avrà disegnato.
    Ci sono però dei flash back, nella narrazione di Aquila della notte, che lo riportano ai tempi della guerra di secessione, in cui il nostro militava, pur non schierandosi apertamente, assieme a Carson e a tutto il corpo dei ranger, dalla parte dei nordisti (i vincenti). Infatti, schierarsi con i sudisti confederati non sarebbe stato nella logica del vincente Tex, non solo perché i sudisti vennero alla fine sconfitti, ma soprattutto perché, essendo schiavisti e dichiaratamente razzisti, non si sarebbero mai potuti conciliare con la filosofia di vita del personaggio di Tex, sempre per la tolleranza a favore delle minoranze e in special modo degli indiani. Malgrado il puntiglioso e addirittura, talvolta, ossessivo lavoro di realismo storico che caratterizza l’opera di maggior prestigio della “scuderia” Bonelli, con riferimenti a paesi, città e tribù indiane realmente esistiti o esistenti, purtroppo, a volte, la narrazione non è esente da inesattezze o anacronismi, come delle improbabili macchine che si vanno a schiantare contro un muro –ricordiamoci di essere solo nell’Ottocento inoltrato.
      Oltre a questo cambiamento di disegnatori, Tex ha visto anche un alternarsi di narratori. I due preminenti narratori texiani sono il Bonelli padre, Gianluigi, e il Bonelli figlio, Sergio, i quali mostrano delle differenze nel modo di narrare l’atteggiamento di Tex, soprattutto per quanto riguarda l’approcciarsi con Kit Carson, Se nella penna di Gianluigi, questo approccio è più serioso, la narrazione di Sergio è più incline alla battuta, allo scherzo e alla complicità tra Aquila della Notte e Capelli d’Argento, ovvero il nome indiano che i Navajos metteranno a quel “vecchio gufo” di Kit.
    Proprio quest’ultimo appellativo è uno dei più comuni che Tex usa quando deve chiamare il suo vecchio pard e ci porta direttamente in quella che è un’altra grande costante del successo e della caratterizzazione del fumetto bonelliano, cioè quella del linguaggio che i personaggi e il protagonista in special modo usano per approcciarsi alle varie tematiche affrontate nel fumetto.

08 ottobre 2018

Mario Lattes pittore a cura di Marco Salvario


Mario Lattes pittore
Marco Salvario




Mario Lattes, nato nel 1923 in una Torino da lui forse più odiata che amata e morto nel 2001, è stato un personaggio importante del mondo culturale torinese ed europeo. Protagonista e ispiratore di coraggiose iniziative, mi era noto soprattutto nel ruolo di editore e scrittore; ha infatti diretto la Lattes Editori fondata dal nonno Simone Lattes nel 1893, ha collaborato a riviste importanti come la “Gazzetta del Popolo”, ha fatto nascere la rivista “Questioni” cui hanno collaborato nomi del calibro di Abbagnano, Sanguinetti, Adorno e Arpino, e ha scritto romanzi e racconti tra i quali ricordo “Le notti nere”, “Il borghese di ventura”, “L’incendio del Regio”, “L’amore è niente” e, uscito postumo, “Il castello d’acqua”. Pur essendosi sempre definito laico, Mario Lattes nei suoi scritti, sempre connotati da temi autobiografici e contraddistinti da pessimismo e ironia, palesa le profonde radici della propria cultura ebraica.



La Fondazione Bottari Lattes lavora da alcuni anni alla realizzazione del catalogo generale delle opere artistiche di Mario Lattes anche nei campi della pittura e dell’incisione e ha allestito due mostre in contemporanea. A Torino le opere esposte possono essere ammirate fino al 27 ottobre 2018 presso lo Spazio Don Chisciotte in via Della Rocca 37B; a Monforte d’Alba fino all’1 dicembre 2018 presso la Fondazione Bottai Lattes in via Marconi 16.



Mario Lattes è stato un artista estremamente versatile nella ricerca dei temi, degli stili, delle tecniche espressive. Spesso il tuo tratto abbozza, suggerisce, mostra non l’immagine ma la sua tensione interna: non di una rappresentazione reale si tratta quindi ma di sogno, ricordo, intuizione, ricerca. La sua opera è sempre pervasa da un'unica visione, amara e disillusa, che esprime la sofferenza e la crudeltà del vivere. L’uomo non è in armonia né con la natura, né con se stesso; non si conosce e non ha risposte ai grandi misteri con cui si deve cimentare, primo di tutti quello della morte, a volte irrisa e disprezzata (lo si coglie anche nei titoli di molte opere: “Scheletro con tunica rossa”, “Cimitero”, “Paesaggio con teschio e condor”, “Natura morta con vaso di fiori e teschio”), però sempre temuta come salto verso il nulla e l’ignoto, nel non-io, nel non essere più. L’uomo è solo e l’artista si cimenta nello sforzo disperato e inadeguato di creare un ponte, una comunicazione con il prossimo o almeno, sarebbe già un successo, di arrivare a comprendere almeno in parte se stesso.


Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica