31 gennaio 2018

I “DIALOGHI PENITENZIALI. DEL PADRE LEONARDO SPADA FRANCESCANO” a cura di Vincenzo Capodiferro

I “DIALOGHI PENITENZIALI. DEL PADRE LEONARDO SPADA FRANCESCANO”
Un’opera di alto valore spirituale e morale che si esplica attraverso un dialogo immaginario tra il confessore ed un personaggio simbolico


È uscita da poco alle stampe (gennaio 2018), per l’editore Il Segno di Tavagnacco (UD), l’opera “I dialoghi penitenziali. Del Padre Leonardo Spada Francescano. A cura di Vincenzo Capodiferro”: «Veramente intensi e di sentito fervore sono questi dialoghi redatti dal padre francescano Leonardo Spada agli inizi del ‘900. Il tema centrale trattato è quello della penitenza. Vi è il primo libro completamente legato al sacramento della confessione. Poi gli altri libri sono dedicati al decalogo. La parte finale del quarto libro è dedicato ai comandamenti della Chiesa e riprende anche l’ultima parte del primo libro. È un’opera organica in cui il tema centrale è la remissione dei peccati ed il fine della salvezza». I “Dialoghi” sono un’opera di nutrito fervore e di contenuto spirituale veramente autentico. Furono scritti agli inizi del 1900 e sono incentrati sul tema della penitenza, del perdono e dell’analisi morale del Decalogo, la Legge di Dio, nonché sui precetti della Chiesa. I protagonisti di questo dialogo, che memore della tradizione platonica ed agostiniana francescana può essere considerato come un grandioso esperimento di maieutica spirituale, sono sempre due: il padre Leonardo Spada, nelle vesti di confessore ed un personaggio simbolico, identificato con “Barba Galantuomo”. La scena è ambientata nel contesto di un paese immaginario – probabilmente del profondo Nord – ed in occasione della Missione popolare che si svolgeva quivi d’estate. È possibile che si tratti di un resoconto di quelle che erano esperienze bellissime delle Missioni popolari, che i frati facevano girando per i paesi. A proposito, ricordiamo - anche se non c’entra - come in queste Missioni, anche Padre Pio ha visitato i nostri piccoli paesi. E quando venero i Passionisti fecero erigere una Croce di ferro, ove ancora oggi si dà l’ultimo addio ai defunti. È un dialogo perfetto, a due, secondo la classica canonica socratica. Ed in questo esperimento bellissimo e serrato, non mancano momenti di profonda ironia, che ci ricorda lo spirito erasmiano della follia crucis. Questa socratica ironia che usa spesso il padre Leonardo è assai più lieve dello scherno e della satira, perché manca della violenza da cui queste sono fatte vibranti ed offensive. Questa è la vera satira cristiana. Chi veramente ironizza compatisce senza accanimento, motteggia solo per educare, esclude l’imposizione estrinseca della propria superiorità individuale, limitandosi a rendere trasparente soltanto il ridicolo morale di una situazione che risulta oggettivamente condannabile. In questa ironia si respira la pace armoniosa della spiritualità. Essa è uno dei pochi atteggiamenti capaci di recisa condanna senza inibire la funzione educatrice. «Il Padre Leonardo Spada Lorenzo, figlio di Alessio e di Teresa Piccaluga è nato a Casal Monferrato il 2 ottobre del 1876. Emette la professione temporanea il 5 dicembre del 1892 presso i frati francescani e quella perpetua il 17 ottobre 1896, prende il nome di Lorenzo. È ordinato sacerdote il 7 aprile 1899 e viene ascritto alla provincia francescana pedemontana di San Tommaso». Il Padre Leonardo poi morirà a Vercelli per arresto cardiaco il 25 maggio del 1947, presso il convento di Santa Maria di Betlemme. Era già maestro, poi diventa lettore, guardiano e definitore. V.C. 

30 gennaio 2018

STORIA PROIBITA DI UNA GEISHA – una storia vera di Mineko Iwasaki recensito da Miriam Ballerini

 STORIA PROIBITA DI UNA GEISHA – una storia vera
di Mineko Iwasaki con Rande Brown

©2018 Newton compton editori  € 5,90  Pag. 316
ISBN 978-88-227-0077-3

Questo romanzo è la storia della vera geisha che ha ispirato “Memorie di una geisha”.
Con l’aiuto della scrittrice americana Rande Brown, Mineko ha potuto scrivere quanto le è accaduto.
Come sempre, gli occidentali, fanno confusione su cosa siano davvero le geisha. Quasi tutti pensano siano donne succubi che accettano di intrattenere i propri clienti soddisfacendo ogni desiderio.
In realtà sono donne che, fin da piccole, vengono istruite per apprendere antichi passi di danza, per imparare a suonare gli strumenti della tradizione e saper proporre quel cerimoniale rigido e severo che le rende maestre di etichetta, eleganza e cultura.
La nostra protagonista è di Kioto e nasce nel 1949 in una famiglia dove già sono nati quattro fratelli e tre sorelle. Sorelle delle quali non sa nemmeno l’esistenza. I suoi genitori la chiamano Masako.
All’età di cinque anni viene allontanata dalla famiglia e, dopo poco tempo, adottata dalla direttrice dell’okiya (casa di geisha), per farne la sua erede. Qui ritroverà una delle sue sorelle sconosciute.
Le viene cambiato il nome, diventando Mineko e, di cognome, Iwasaki, il nome della famiglia proprietaria della okiya.
Da quel momento la sua vita è solo duro impegno e lavoro, per imparare tutte quelle arti che faranno di lei la geisha più corteggiata e famosa del Giappone.
Attraverso le sue pagine, nelle quali sono riportati anche i vari termini che indicano i gradi ottenuti da queste ragazze, oltre che i quartieri di Kioto e le usanze; scopriamo un mondo che è assolutamente diverso dal nostro. Dove sapori, odori, suoni, ci trasportano come su di un altro pianeta.
Mineko ottiene tantissimi successi, ma sovente ha dovuto subire delusioni, invidie, cattiverie.
Quando muore la madre adottiva, la direttrice, lei diventa l’erede dell’okiya.
Per un po’ ne porta avanti il lavoro, poi tenta altre strade per fare fruttare il commercio. Crescere, educare e vestire una geisha ha prezzi esorbitanti. Ogni kimono, trucco, ventaglio, hanno veramente costi molto alti, certo, ripagati dalle tante serate che vedono impegnate le geisha, che guadagnano anche duemila, tremila dollari per incontro.
Ci parla del suo primo amore e, quindi, della decisione, a ventinove anni, di sposarsi e lasciare quel mondo per il quale ha lavorato tantissimo, dando tutto di sé.

© Miriam Ballerini

29 gennaio 2018

ELEZIONI E TIMORI EUROPEI di Antonio Laurenzano

ELEZIONI E TIMORI EUROPEI
di Antonio Laurenzano

Fra promesse e invettive, si avvicina in un clima di incertezza il voto del 4 marzo. E sulla movimentata vigilia elettorale è suonato l’allarme dell’Europa per le incognite legate alle prospettive economiche e politiche . Il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici, che distribuisce le “pagelle di stabilità” ai Paesi dell’Unione, ha parlato di “rischio politico in Italia per l’Ue” per la spregiudicatezza dei partiti nel promettere tagli e sconti fiscali non compatibili con il precario quadro di finanza pubblica del Paese. Gli hanno fatto eco Christine Lagarde, Presidente del Fondo monetario internazionale, che ha sottolineato “i rischi associati all’incertezza politica” per il nostro debito pubblico in continua crescita, e in settimana, al World Economic Forum di Davos, il segretario generale dell’Ocse Angel Gurrìa: “scegliere fra chi propone di andare avanti sulle riforme e chi dice no a tutto senza fare proposte vere”.
L’Europa, in particolare, ci guarda con attenzione. Nessuna indebita intrusione di Bruxelles nella campagna elettorale, ma “legittima preoccupazione di salvaguardare la stabilità della comune casa europea”, già minacciata dal difficile negoziato Brexit, oltre che dalla fuga in avanti del nuovo governo austriaco in rotta di avvicinamento con la “banda dei quattro” di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) che frenano il processo di integrazione europea. A livello comunitario si teme che dalle urne, alle prossime elezioni, difficilmente usciranno condizioni di governabilità in linea con gli impegni presi dall’Italia con i Trattati europei, dai criteri di Maastricht, al patto di stabilità, al fiscal compact. E sui parametri Ue è scontro fra le forze politiche per alcune delle quali “i vincoli europei sono una gabbia” che sarà necessario aprire per mantenere le tante promesse fatte in campagna elettorale, in primis la flat tax, alla ricerca di copertura. A meno che non intervenga la … “fatina blu” ad assicurare le adeguate risorse finanziarie.
Ma sforare deficit, debito e spesa pubblica, se può essere funzionale a catturare voti, comporta molteplici rischi. Non solo quelli legati alla instabilità economica e finanziaria e alle speculazioni dei mercati con ripercussioni sullo spread e conseguenti ricadute sul debito, ma anche rischi di natura politica. L’Italia, terza economia della zona euro, si avvierebbe verso una pericolosa deriva isolazionistica, allontanandosi dall’originario progetto politico europeo che aveva contribuito a disegnare. Le divergenze economiche, in una unione monetaria, difficilmente possono coniugarsi con la coesione politica.
In tale contesto di precarietà si inseriscono i timori di Bruxelles nella consapevolezza che per l’Italia, appena uscita dalla grave crisi finanziaria e recessiva dell’ultimo decennio, abbandonare una politica fiscale prudente, con una spesa pubblica in deficit, vorrebbe dire vanificare gli sforzi fatti da famiglie e imprese per superare la crisi. E se, in un Paese super indebitato come il nostro, mancano certezze di copertura, il buco di bilancio potrebbe causare nuove rovinose cadute con danni per quegli stessi cittadini ai quali, con ricette miracolistiche, si chiede ora il voto. Un voto che non potrà essere considerato una licenza per scommettere con inquietante leggerezza sul futuro del Paese! Accantonare dunque ogni facile populismo e guardare con realismo i conti pubblici e il quadro economico generale per realizzare programmi seri e concreti proiettati verso una dimensione europea che implicano azioni di governo coraggiose e credibili. E la priorità non potrà che essere l’abbattimento del debito e una robusta spending review!


L’Europa si appresta a rimettersi in moto e la svolta politica tedesca prepara il rilancio dell’Unione in sintonia con la Francia. Un input per la riforma dell’Eurozona, punto di partenza per una maggiore integrazione europea per alcuni partner accanto alle “velocità diverse” per altri. Lasciare le sorti dell’Ue nelle mani frano-tedesche sarebbe un atto autolesionistico, una scelta fortemente miope sul piano politico. L’Italia deve ritrovare in fretta la sua dignità europea di Paese fondatore, di Paese che tanto ha fatto per i flussi migratori. E’ tempo di una proposta forte sull’Europa, anche in termini di cambiamento, e non dei soliti riti accusatori e delle solite sterili lamentele farcite di demagogia e prive di memoria storica. Sull’asse Berlino-Parigi corre il futuro dell’Unione, compresa la difesa comune e la questione dei migranti. Idee ambiziose per uno scenario di grandi prospettive. E l’Italia non potrà rimanere dietro le quinte a causa di un anacronistico provincialismo sul quale i nostri ondivaghi leader dovrebbero riflettere molto più seriamente, superando interessi di bottega e uno strumentale antieuropeismo.

16 gennaio 2018

LE PROMESSE ELETTORALI di Antonio Laurenzano

 
LE PROMESSE ELETTORALI
di Antonio Laurenzano

Dall’ Istat arrivano segnali positivi per la nostra economia: sono in crescita gli indicatori di produzione e occupazione dopo la devastante crisi degli ultimi anni, la più grave della storia economica dell’Italia in tempo di pace. Risultati confortanti sui quali però si proietta minacciosa l’ombra del debito pubblico salito a quasi 2300 miliardi di euro, pari al 132% del Pil! Per l’anno appena iniziato una pesante eredità che da decenni condiziona la nostra economia, esponendoci ai contestati diktat europei e agli umori dei mercati finanziari. La “prova debito” resta il vero esame dell’Italia in ripresa: una fragilità strutturale con la quale deve fari i conti la campagna elettorale che, in vista del voto del 4 marzo, ha finora registrato promesse e proclami non compatibili con il precario quadro di finanza pubblica.
Annunci di tutti i leader su improbabili tagli e costosissimi impegni. Dalla cancellazione del Jobs Act alla legge Fornero, dal bollo auto alle tasse universitarie, al canore Rai, dal salario minimo al reddito di cittadinanza, all’aumento delle pensioni minime, dalla flat tax agli studi settore: una fantasiosa e pirotecnica sagra della “bugia istituzionale” che, nel delegittimare ogni serio e credibile progetto politico, offende l’intelligenza dell’elettore, allontanandolo sempre più dal voto. Un proliferare quotidiano di proposte che richiederebbero attenzione e rigore. Una fuga da ogni responsabile programma di governo per catturare consensi con promesse prive di adeguata copertura finanziaria. Un “rischiatutto” dai risvolti inquietanti sul piano della sostenibilità economica e della credibilità internazionale sui mercati finanziari. E, in presenza di una crisi di fiducia degli investitori, lo spread non perdona!
Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Mattarella, commentando la fine della legislatura, è stato molto chiaro: “servono proposte realistiche e concrete, necessarie per la dimensione dei problemi del Paese”. Un appello di buon senso rivolto alla politica caduto miseramente nel vuoto. Impietoso il check dei costi delle proposte dei partiti fatto da Il Sole 24 Ore: 200 mld di promesse e bugie elettorali, pari al 12% del Pil. Una cifra enorme, lontana dalla realtà e dai cronici problemi di bilancio. Un libro dei sogni da … leggere dopo il responso elettorale delle urne per “apprezzarne” la leggerezza e il contenuto surreale (o ingannevole?) di chi lo ha scritto. Il capitolo sulla legge Fornero è certamente quello più “fiabesco” nella consapevolezza che cancellare la riforma Fornero, uno dei pilastri del sistema pensionistico italiano e della sostenibilità (e sovranità) finanziaria del Paese, significa ipotecare un crack catastrofico con ricadute sul patrimonio di famiglie e imprese compromettendo il destino delle future generazioni.
Pur tra mille sfumature dialettiche, un tema accomuna gli schieramenti politici in campo: la guerra dichiarata al fiscal compact, ovvero al trattato europeo del 2012 con i vincoli sui conti pubblici, in particolare il pareggio strutturale di bilancio con l’impegno di ridurre di un ventesimo l’anno la parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil. Tutti concordi nell’ignorare il debito e costruire la crescita sul deficit, dimenticando che senza l’intesa sulle regole del fiscal compact, sottoscritto dall’Italia, la Banca centrale europea non avrebbe mai avallato l’acquisto massiccio dei nostri titoli pubblici (“quantitative easing”) che ha consentito una forte contrazione dei tassi d’interesse sul nostro debito e quindi considerevoli risparmi pubblici, non utilizzati però per la riduzione dell’elevato indebitamento dei conti.

Più che lanciarsi in facili promesse, che non potranno mai essere mantenute in assenza di un taglio della spesa pubblica improduttiva e di una robusta crescita economica, sarebbe forse più corretto politicamente onorare nei programmi di governo un “vincolo di responsabilità”, impegnarsi cioè per interventi concreti a favore dei grandi temi da cui dipende il futuro del Paese (infrastrutture, riforme, investimenti, spending review, giustizia, pubblica amministrazione, ecc.). Nessun gioco di prestigio programmatico, ma una realistica assunzione di responsabilità, superando egoismi partitici per il superiore interesse della comunità nazionale. Favorire, con la futura azione di governo, l’incremento del Pil è la precondizione per garantire la discesa del rapporto debito/pil, nella prospettiva anche della riduzione degli acquisti dei nostri Titoli di Stato da parte della Bce. Non si può abbassare la guardia sui conti pubblici, né la campagna elettorale, con tanti dilettanti allo sbaraglio, può generare incertezze sul futuro del Paese. Riduzione del debito e crescita economica, in un quadro di affidabilità politica condivisa a livello europeo, devono rappresentare per le forze politiche l’obiettivo di un serio progetto governativo, al di là di ogni populistica suggestione anti-euro. Una clausola di garanzia a tutela della sostenibilità della finanza pubblica. Missione impossibile?

La bidimensionalità come peculiarità della ragione di Formigari Raffaella

La bidimensionalità come peculiarità della ragione

Com'è possibile che un qualcosa di così piccolo come la retina del nostro occhio che, assieme alle altri parti, ci consente di vedere, ci permetta, però, di guardare tutto ciò che ci circonda in maniera tridimensionale? Uno spazio così piccolo dentro al quale riesce a prendere vita un mondo decisamente più grande di esso e in tre dimensioni. Guardando gli animali si può intuire che la tridimensionalità è innata nelle creature; ad esempio quando un qualsiasi animale, anche quello domestico, guarda un oggetto come uno specchio o una televisione, non capisce che sta avendo una visione bidimensionale della realtà, bensì prova ad attraversare l'oggetto o cerca ciò che sta dietro ad esso. Inoltre in natura non c'è nulla di bidimensionale, tutto ciò che lo è, è stato creato dall'uomo.
La nostra visione tridimensionale non è data solo dall'istinto, ma anche dalla combinazione dei vari sensi che ci fanno percepire volumi e distanze di tutto ciò che vediamo; questo rende anche la prospettiva un fattore innato. Pur vedendo una cosa lontana, come può essere un paesaggio montagnoso che potrebbe sembrare piatto, il nostro cervello sa che quello che sta vedendo è in realtà tridimensionale, in modo analogo, se in una stanza vuota e bianca fosse posto un tavolo, noi sapremmo già la sua grandezza e la sua distanza da noi perché scorgiamo i suoi contorni in prospettiva e percepiamo tutto il necessario. La sincronizzazione dei sensi crea in noi un'esperienza innata; è come se vedessimo tutto in maniera piatta e poi dessimo inconsciamente dei volumi a ciò che ci circonda.
Tutto questo indica perciò che la nostra vista tridimensionale non è data dal paragonare due o più oggetti fra di loro per capire la profondità di uno di essi, bensì da una serie di fattori che ci danno la capacità di analizzare anche un singolo elemento in maniera corretta senza doverlo mettere in correlazione con altro. La visione è legata anche alla mente perché possiamo avere una percezione dei volumi anche quando immaginiamo soltanto le cose; dentro di essa abbiamo completa libertà e possiamo immaginare sia in tre dimensioni che in due, ma proprio perché la nostra mente è superiore rispetto a quella delle altre creature la bidimensionalità è testimone dell'intelligenza umana; ad esempio l'arte e la scrittura sono date dalla capacità di “bidimensionalizzare” la realtà.


FORMIGARI RAFFAELLA

15 gennaio 2018

PREDATORE di Gary Jennings recensito da Miriam Ballerini

 PREDATORE                                                         di  Gary Jennings
© 1997 rcs libri – superbur
ISBN 88-17-11474-X   Pag. 823  € 10,50


Ho trovato questo romanzo in mezzo a diversi libri usati che mi sono stati donati. Non è il mio genere il romanzo storico, ma sono felice di aver letto questo libro. Jennings è uno scrittore americano corrispondente di guerra e giornalista.
In “Predatore” troviamo narrate le vicende di Thorn, un giovane ermafrodito. La storia è ambientata nell’Europa tra il V e il VI secolo d.c.
Attraverso la sua vicenda, da quando è un ragazzino e scopre di non essere come tutti gli altri, ma che in lui ci sono sia gli organi femminili che maschili; ci viene raccontata e riprodotta tutta la storia dei Goti, attraverso l’Europa.
Thorn combatterà al fianco di Re Teodorico, conquistando l’Italia. Viaggerà ripercorrendo le strade dei Goti, alla ricerca storica delle proprie radici e quelle del suo popolo.
Scene di autentico erotismo si mescolano a vicende di potere, intrighi, guerre.
È assolutamente scritto in modo efficace, nonostante ci parli di storia, non è noioso. Perché tutte le date, le lingue usate allora che, pagina dopo pagina capiremo sempre meglio, le vicissitudini, le usanze dell’epoca, sono talmente bene amalgamate nella vicenda narrata che non fanno altro che riempire la storia. Non appesantendola con inutili nozioni.
La particolarità è che Thorn si presenterà con questo nome quando combatterà al fianco del re, o si presenterà ad altri popoli come suo maresciallo e ambasciatore.
Altre volte vestirà i panni di Veleda, una donna senza scrupoli e assolutamente vorace dal punto di vista sessuale.
Fin da giovane vorrà provare diverse esperienze, alternando i suoi sessi, entrambi sterili, per capire esattamente cosa lui sia. Solo in una occasione incontrerà Thor, un altro ermafrodito, col quale scambiarsi esperienze incredibili e solo a loro possibili.
E travestirsi da donna sarà utile anche in diverse occasioni durante le varie battaglie, aiutando così il proprio re con un’arma davvero non convenzionale; anche se Teodorico mai saprà la vera natura di Thorn.
Diciamo che è un romanzo per chi ama la storia, perché vi troverà informazioni accurate. Ma anche per chi ama le storie d’avventura e, perché no, anche per chi è appassionato del genere erotico che non sia solo fine a se stesso.
Il New York Times ha definito Gary Jennings: il più grande autore americano di romanzi storici.

© Miriam Ballerini

12 gennaio 2018

“I FIUR DUl MAL” E “I SUNET” DI SHAKESPEARE di Giorgio Sassi, recensito da Vincenzo Capodiferro

I FIUR DUl MAL” E “I SUNET” DI SHAKESPEARE
Una forte sperimentazione in vernacolo dei classici della letteratura, a cura di Giorgio Sassi

Giorgio Sassi è nato in Val Bossa, ad Azzate, nei pressi del lago di Varese, nel 1947. Faceva di mestiere il tipografo ed il correttore di bozze. Ha pubblicato su giornali locali poesie, novelle ed ha curato una raccolta di proverbi della sua terra. Nel dicembre del 2012 ha pubblicato “I balòss”, ristampata nel febbraio 2013, e poi “Ul Mago”. Nel 2014 ha pubblicato “I sunet” di Shakespeare, in dialetto varesino, ed infine nel 2016 “I fiur dul mal” di Baudelaire. Ha tradotto in dialetto varesino due capolavori della letteratura mondiale: i “Sonetti” di Shakespeare, “Scèspìr”, come lo chiamo lui, e “I fiori del male” di Baudelaire. Come scrive Andrea Fazioli nella prefazione a “I sunet”, «Chi può essere mai tanto folle da voler insegnare a William Shakespeare il dialetto di Varese? Bè, carissimi lettori, la risposta è semplice: Giorgio Sassi. Grazie alla sia sapiente follia, i versi di Shakespeare risuonano ora anche con gli accenti e la cadenza della nostra lingua. E continueranno a risuonare, almeno fin che òman fiadarann e occ vedran …». E riprendiamo anche la premessa a “I fiur dul mal” di Gianmarco Gaspari: «”I fiur du mal” di Giorgio Sassi hanno a fianco l’originale, ma quello, si consiglia, non andrà letto in parallelo, per esercizio di confronto. Il piacere del lettore sarà piuttosto nell’avvicinamento senza diaframmi al testo dialettale, e nel cogliere lo scarto, la minima (e voluta) smagliatura, la cifra, in più di un caso sorprendente, della personalità e della lingua che traduce». Veramente notevoli sono queste due sperimentazioni linguistiche e lessicali di Giorgio Sassi, il primate di Bodio, primo perché denotano una grande passione per il dialetto, soprattutto nei nostri borghi, ove il dialetto si perde, o diventa museale, vuoi perché c’è stata una forte frattura generazionale, vuoi perché con la globalizzazione si tende a diluire tutto nella baumaniana “società liquida”. Eppure dietro le forme dialettali c’è tutta una cultura, una mentalità, un patrimonio, anche orale, a rischio di estinzione. Secondo perché scorgiamo in queste opere un altissimo valore letterario di traduzione. Traducere significa riportare, ma anche tradire. C’è una forte ambiguazione in questa attività. La traduzione è una vera e propria opera letteraria. Già in italiano è difficile rendere il vero senso delle opere, immaginiamoci in vernacolo! È forte la differenza tra senso e significato, significato e significante. Questo ce lo insegna la linguistica del De Saussure, come è forte la differenza tra lingua e parola. Il traduttore deve cogliere il senso dell’opera e riportarlo. È un lavoro difficile, peggio che di creare dal nulla l’opera. È un’opera ardua ed ammirevole, ma almeno per “I fiur dul mal” tra lingua varesina e francese ci sono molte assonanze. I francesismi, memorie delle nostre dominazioni, non mancano. Ed anche Shakespeare molto ha a che fare con l’Italia. Cos’è che accomuna Baudelaire e Varese? Certamente quell’alone simpatetico di melanconia, quel romanticismo eterno, fatto di titanismi e di sehnsucht, che vibra nei nostri cuori e nelle nostre menti. Il tema centrale che accomuna questi autori ce lo dà proprio il nostro grande poeta Ungaretti, che aveva tradotto in italiano i sonetti shakespeariani, come sottolinea Franco Di Carlo, in “Ungaretti e Leopardi”, Milano 1979: «Ungaretti fa notare come in Baudelaire (e poi in Mallarmé e Rimbaud, ma prima di loro in Petrarca e Shakespeare), il «sentimento dell’assente» come erosione della realtà, come «viaggio» nella «realtà metafisica e simbolica» della poesia sia alla base della sua lirica». Ciò che accomuna tutti questi autori così lontani (Ungaretti, Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud Shakespeare) è proprio questo forte sentimento dell’assenza: una realtà invernale, spoglia, che invita alla riflessione. Leggiamo ad esempio il sonetto LIX shakespeariano: «Oh pudess la memòria turnand indree da ann,/ anca da cinchcént gur du Sul/ mustramm la vostra imàgin in quai libar da cent’ann,/ vun di primm dua ul penseer la sia staa scrivuu». In particolare in questi autori prevale l’alone mistico del romanticismo, di quel romanticismo che Stendhal, in “Racine et Shakespeare” (1823), aveva preso a difendere contro il classicismo: «Il romantico,» sottolinea Sandra Teroni, in “Da una modernità all’altra. Tra Baudelaire e Sartre”, Venezia 2017, «è identificato con la fedeltà del mondo attuale,» mentre il classicismo si rivolge al passato. «Baudelaire sosteneva la storicità del bello, la modernità del dandismo, le ricchezze della cronaca di costume, la necessità di riattivare le capacità di vedere, al fine di cogliere il «meraviglioso» quotidiano e cittadino». Leggiamo ad esempio il paesaggio parigino nella traduzione del LXXXVI carme: «Par cumpònn i mè bucòlich in manera inucènt,/ vori stravacamm visin al cièl, ‘me i vegènt,/ e, visin ai campanìn, scultà sugnand/ i lur inn sulènn traspurtaa dal vent». E poi il dialetto di Varese è bellissimo, musicale e fine, come scriveva il prof. Luigi Brambilla, in “Varese ed il suo circondario” Varese 1874, a pag. 328: «Il dialetto varesino è poi di una pronuncia piana ed armoniosa da avvicinarlo in questo un poco al romano, in particolar modo col mutamento della lettera l in r, così i Romani dicono er Papa, i Varesini dicono ra Madonna dur Mont». L’opera poetica del Sassi è veramente ammirevole perché riporta l’attualità e la naturalezza della lingua locale, coniugandola con un esperimento letterario di alto spessore.


Vincenzo Capodiferro

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...