22 dicembre 2015

Buone feste

CARI LETTORI, INSUBRIA SI FERMA PER LE FESTE NATALIZIE.
AUGURI A TUTTI VOI E AI COLLABORATORI CHE, ANCHE QUEST'ANNO, MI HANNO DATO UN'IMPORTANTE MANO.

Miriam Ballerini



UTOPIA

Di nuovo il calendario
si è sfogliato, instancabile
stacanovista di giorni.
Intorno la gente non cambia,
sempre ha quel dito indice puntato
in una pantomima di risibile distanza.
Vorrei un Natale dove
il Dio di tutti lo si riconosca di tutti Dio.
Perché può parlarci da vari pseudonimi,
ma gli occhi coi quali ci guarda
appartengono allo stesso sguardo.
Allora eccolo appeso ad una croce,
a piedi nudi in una moschea.
Ebreo o indù,
buddista in tonaca arancione.
Tanti volti, tanti nomi,
ma un solo cuore che spera
nella fratellanza dei suoi
figli diversi.


© Miriam Ballerini

10 dicembre 2015

L’INCUBO DELLE TASSE : IN ARRIVO IL TAX-DAY Il difficile rapporto fisco-contribuente di Antonio Laurenzano

                     
   L’INCUBO DELLE TASSE  :  IN ARRIVO IL TAX-DAY
   Il difficile rapporto fisco-contribuente
   di  Antonio  Laurenzano

In arrivo il tax-day di fine anno. Una nuova incursione del Fisco nei bilanci di imprese e famiglie per ripianare conti pubblici sempre più in rosso. Per il contribuente si profila un tour de force di adempimenti e  pagamenti: acconti di imposte(IRPEF, IRES, IRAP, IVA,ecc.) e tributi locali (IMU e TASI), a conferma di un Fisco… “pigliatutto”, il socio di maggioranza occulto!
In un decennio in Italia la pressione fiscale, rapporto fra gettito fiscale e PIL, è salita di quattro punti e mezzo, dal 39 al 43,5% lo scorso anno. Un aumento che tuttavia non è riuscito a fermare la crescita del debito, perché nello stesso periodo la spesa pubblica, al netto degli interessi (!), è aumentata altrettanto. Perentorio il monito della Corte dei Conti: ”Difficilmente  il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale.” Nell’eurozona la pressione si attesta al 40% rispetto alla quale l’Italia si colloca al quarto posto, dopo Francia (47,6%), Belgio (47,2%) e Finlandia (44%). La Germania (39,4%), Paesi Bassi (37,2%) e Spagna (33,7%) sono al di sotto della media europea. Ancora più basso il prelievo in Slovacchia e Irlanda (30,2%). 
Su questo scenario continuano le acrobazie finanziarie di imprese e famiglie alle prese con bilanci difficili da chiudere. E al di là dell’ottimismo di Palazzo Chigi, la ripresa economica sarà lenta con previsioni di crescita che se dovessero rivelarsi errate causerebbero l’intervento della Commissione europea che ha messo “sotto osservazione” fino ad aprile l’Italia e la sua Legge di stabilità 2016, costruita largamente in deficit (2,3% del PIL). Una  ripresa economica peraltro resa ancor più difficile da un sistema fiscale poco orientato alla crescita, che non premia chi investe e chi scommette sull’innovazione e sulla ricerca.
Da anni si opera in presenza di una frantumazione della legislazione tributaria, di un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio di ogni principio di diritto. Ciò di cui abbiamo bisogno è un fisco semplificato che, oltre a ridurne il più possibile il peso, sostenga la crescita, un fisco equo che renda il più difficile possibile l’evasione e l’elusione. Si richiede una radicale trasformazione del rapporto fra fisco e contribuente per stabilire un clima di reciproca fiducia. Ezio Vanoni, storico Ministro delle Finanze degli Anni Cinquanta, insisteva su tale aspetto etico sottolineando come ogni riforma legislativa e amministrativa rischia di avere scarso effetto qualora i cittadini non siano convinti della necessità e dell’equità dell’imposizione.
Conciliare dunque gettito tributario e capacità contributiva del contribuente sarebbe una scelta di civiltà giuridica.  Emblematico il  dibattito politico sullo spinoso tema legato alla tassazione degli immobili, abitativi e strumentali, “un cantiere senza progetto”.  La tassazione sul mattone appassiona e divide politici e tecnici, coinvolgendo milioni di contribuenti. Tanti i problemi sul tappeto: cosa tassare, aliquote, deduzioni  e detrazioni,  modalità di pagamento, fiscalità locale, riforma catastale, contenzioso tributario. Secondo Confedilizia l’Italia è il Paese con la maggiore tassazione sugli immobili, con un prelievo fiscale pari al 2,2% del PIL, rispetto a una media OCSE dell’1,27%. Di tutta evidenza la necessità di rimettere ordine nel caos normativo creato in questi anni caratterizzati da innumerevoli interventi e modifiche legislative. Il vasto comparto dell’edilizia, con il relativo mercato immobiliare, paga le conseguenze di scelte non fatte, o fatte inseguendo facili logiche di cassa, prive di ogni utilità socio-economica per la collettività. Non è questa la strada per l’affermazione dei principi di civiltà giuridica con cui uno Stato moderno deve relazionarsi con i propri cittadini.
Significativa a riguardo una dichiarazione di Enrico De Mita, ordinario di Diritto Tributario alla Cattolica di Milano: ”Una vera democrazia si regge su un fisco equo: fiscalismo ed evasione sono due vizi che si sorreggono a vicenda nell’ambito di un problema di cultura che tocca il rapporto difficile fra cittadini e Autorità di Governo”. Un invito implicito alla chiarezza amministrativa e alla trasparenza politica. 

(www.antoniolaurenzano.it)

05 dicembre 2015

Paratissima di Marco Salvario - terza e ultima parte

 PARATISSIMA - TERZA E ULTIMA PARTE

Meng Yangyang

La Cina ottiene una sua area espositiva a Paratissima e la gestisce e occupa con l’autorevolezza e la forza commerciale che mostra in ogni settore. Non so a voi, ma a me questa nazione con quasi un miliardo e mezzo di abitanti, affascina e spaventa. Sono così tanti che conviene andarci d’accordo.
Mi soffermo su Meng Yangyang, nata nel 1983. Il suo pennello sa suggerire e precisare dettagli con un’abilità quasi diabolica. Nuovo impressionismo? Sembra di non vedere, ma di vivere un ricordo, un sogno, un’idea.
Corpi adagiati sulla sabbia. Un’idea di mare, serenità, quiete, sereno abbandono. Stanchezza dopo una gita, forse una festa, oppure riposo dopo una lunga settimana di studio o di lavoro. Figli di una borghesia omologata eppure capace di ritrovarsi insieme, di condividere emozioni, serenità, speranze. Quasi il contraltare a tanti giovani occidentali, soli anche quando sono in compagnia, schiavi dell’ultimo modello di iphone, incapaci di comunicare usando frasi e parole. L’oriente è massa e l’occidente è individualità: alcuni anni fa avrei detto che ero felice di essere nato in questa parte del mondo, adesso, guardando i giovani randagi che vagano per le nostre strade, non ne sono più tanto sicuro.


Riccardo Erata

Cosa rimane nei nostri occhi delle città in cui viviamo, confuse in motivi ripetuti e grigi, appannati dall’abitudine, deformati dal nostro passo veloce, dal nostro correre distratto?
Poco, pochissimo. Macchie, righe, vaghe impronte in movimento.
Quel minimo essenziale, Riccardo Erata, ventitreenne artista lombardo, lo sa cogliere con occhio attento nelle sue fotografie e ce lo presenta con fredda crudeltà.
Davvero così poco ho percepito della mia Torino mentre ne ho attraversato le strade e dal lavoro tornavo a casa con il pensiero a metà tra i problemi lasciati in ufficio e quelli che mi aspettavano in famiglia? Così poco, sì, così poco.


Roland Perathoner

Raffinate, semplici di quella semplicità che solo una grande abilità artistica sa plasmare, e dense di sentimenti e messaggi, sono le opere di Roland Perathoner. Un artista ricco di quella capacità di sentire e interpretare che hanno spesso coloro che vivono vicino a una frontiera, nutriti di idiomi e tradizioni diverse, che nella propria arte realizza un linguaggio nuovo e universale, un esperanto in immagini che è ponte tra le genti. Testimone di quel passato antico e nobile, in armonia con la natura, con valori veri che non sono ancora stati travolto dai ritmi caotici della modernità alienante ed esasperata.
Volete una terapia contro lo stress? Comprate un’opera di questa artista e, due volte al giorno, contemplatela per almeno dieci minuti!


Corrado Riccomini

Le nature morte rinascono a nuova vita grazie alle fotografie di Corrado Riccomini, che riesce a donare a un tema che sembrava campo esclusivo della pittura grazie ai chiaroscuri e alla scelta dei colori, un’interpretazione moderna ed efficace.
Straordinariamente azzeccato il titolo di una sua mostra parmigiana: "Frutti e Verdure - Dipinti senza pennello". Però, oltre a frutti e verdure c’è di più, e non mi riferisco a piatti e vasi. C’è un’anima che pulsa e traghetta il passato nel presente.
Riccomini s’ispira ai grandi artisti del genere di tutti i tempi, ma la sua opera non è copia o imitazione, bensì rinascita e riproposizione gradevole e meticolosa.


Serena Debianchi

Ventiquattro anni e tanta originale creatività, tra l’ingenuo e il malizioso, tra la favola e l’esibizionismo. Il risultato è ottimo, simpatico, buono per ogni pubblico. Certo, c’è una punta di ruffianeria che traspare, ma non guasta: Serena Debianchi sa valorizzare la bellezza della propria età e la dosa con sapienza, trasformandosi da donna a bambina, da fata a vivace animaletto. Che importa che a coprirle il nudo decolté non sia un mazzo di rose ma di carciofi, che il frutto addentato con voluttà peccaminosa non sia una fragola ma un ravanello? Il risultato è notevole e l’abilità di coordinare il doppio ruolo contemporaneo di fotografa e modella, quasi diabolica.
Meno abile di Serena come fotografo, chiedo scusa al lettore e all’artista se nelle mie immagini si vedono disturbanti riflessi di luci che nulla hanno a che vedere con le opere che volevo mostrarvi.


Citazioni veloci:

Annalisa Pisoni Cimelli. Notevole la composizione a quattro foto di “Genova a fior di pelle-on my head”.

Matteo Suffriti. Sguardi di occhi che indagano, cercano, scorrono distratti, sfidano, fuggono e spiano. “Social Network”.

Valentina Baggi. Degno di un grande artista classico e al tempo stesso innovativo il suo studio “A piedi nudi nell’arte”, di 2 metri per 2 metri, anche se mi ha procurato un involontario prurito al calcagno.

Fabio Ballario. Interessanti le sue immagini di pittura digitale su stampa fotografica con temi portacenere e con titolo: “Vizi”.

Paolo G.Tartarini. L’installazione “People” è una delle più riuscite di questa edizione di Paratissima. Meritava qualche parola di più, sarà per la prossima volta!

Maria Ritorto “marimma”. Le sue agili sculture in legno di radice d’erica sono sempre un miracolo d’equilibrio, al confine tra realtà fisica e anima.

Katja Fischer. “Di passaggio”, olio su tela dove gli spazi interni ed esterni di un aeroporto sono resi con modernità ed efficacia.

Albino Caramazza. I suoi collage realizzati con bustine di zucchero risultano sempre creazioni sorprendenti.

Valerio Vada. Corpi femminili di grande sensualità, disegnati a matita sul legno.

Carla Secco Art. Creature tra fate e colorate figure extraterrestri, disegnate con simpatia ed efficacia.

Simona Petronzi “Simmy”. Un’artista giovane che presenta i suoi dipinti su legno, in uno stile e gestione dello spazio che ricorda la pittura Shanghai, rivisitata però rompendone le rigide linearità. Una strada originale e persuasiva.


Arrivederci a Paratissima 12. Forse!



ARMANDO GILL di marcello de santis

ARMANDO GILL di Marcello de Santis

Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace. Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni; e il primo, da bravo attore e cantante qual'era, a presentare i suoi brani al pubblico ottenendo un immediato e imperituro successo.


ecco il cantautore napoletano
in uno dei suoi abiti di scena

Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill ; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. 
Filippo II era il re di Spagna figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.
La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da sé medesimo.

Da allora questo divenne il suo slogan; ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di armando, musica di gill, cantati da sé medesimo.

Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che in anni più vicini a noi ha portato al successo Achille Togliani accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini. Ricordate?

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...

ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton!

Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.
..

Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ...come pioveva!

In occasione del lancio di questa canzone Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'invento quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. 

Solo un ombrello, senza nessuna scritta. 
Che sia una pubblicità? 
Per una nuova marca di ombrelli? 
Nessuno lo sa.
Passa una settimana, e ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva.
Dopo qualche giorno, viene aggiunto sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill.

Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, i manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan

signori, come pioveva, 
versi di armando,
musica di gill,
cantati da sé medesimo
.

Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, forse dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè 
in frac e papillon bianco, il monocolo, che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.


ritratto di Armando Gill

Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto; e che grazie anche a una musica che come nessun'altra è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari; con sestine quartine; e anche con rime baciate e alternate. E sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera che creano le parole e la musica ci riportano indietro nel tempo alle ballatette medievali.

E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.
Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...
Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama suonare, specchi tappeti lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa.
Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo.
Quando tornò il giorno appresso, come era consuetudine, per ricevere il compenso, il giovane credeva di trovare ad aspettarlo la signora, che erroneamente aveva pensato ricambiasse il suo sentimento; fu pagato; e si sentì dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.

Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è mmaretata"
 

Deve tornare a casa dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.

ullero ullero
.........

Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'nnammurato! 
***
Eccolo Armando Gill in una sua foto giovanile e nella caricatura della stessa foto che mette in evidenza il suo maestoso ciuffo di capelli neri.



Studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi; ma anche di avere una facilità di improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo; al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui proprio all'Eden andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill; e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano.


Angelo Musco
Catania, 18 ottobre 1871 – Milano, 6 ottobre 1937
attore di cinema e teatro.

A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica:
«Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté,
che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».

Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.

E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone 'E quatte 'e maggio', in cui con una musica tra dolce e triste narra di avere prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella con una piccola (un morso di) loggetta, e infine una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose; la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto;

Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e 'un ne parlammo cchiú
!"

la seconda, per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, che vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto;

Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e 'un ne parlammo cchiú
..."

e la terza, la sua ragazza che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione, e che a un certo punto ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;

Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca manco niente so'...

In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna

E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!

E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!

E i' lasso pur'a essa e bonasera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera
.

Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque; perché tutt' e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.

Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori e in particolare gli appassionati di cose napoletane a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio.
Io qui mi limito a dire le cose essenziali.
Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono, e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio.

Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.

Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.
***
Aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me; anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza; anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)

Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lui e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill in quanto figlia di suo fratello Gustavo.

Per esempio: - della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì.
Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli.
Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e improvvisando parole in versi li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo; e applaudirono gli stessi coniugi.

Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo di volta in volta ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore; nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato; non si faceva mai pregare; presentava un suo pezzo comico musicale, e poi il consueto botta e risposta con i presenti; ai quali le cantava e le suonava, sem-pre improvvisando, come se la sentiva.
***
Ha un contratto col Salone Margherita, e comincia a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo scrive le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affida a musicisti di professione; solo più tardi prende a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affida i suoi motivi all'amico di sempre, il musicista Alfredo Mazzucchi  che provvede da quel momento a trascriverle per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vengono affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.
Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.
Fioccano i necrologi in ricordo di un artista che era entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi che non ha mai lasciato, e dopo qualche tempo eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista dal titolo ch'è tutto un programma: Gill l'affondato.

Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.

Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.

Qui  i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni). In un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata; si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, che te possino!!!"


Il Ristorante Alfredo alla Scrofa a Roma
in una fotografia dell'anno 1907,
anno in cui risale l'apertura dello stesso.
Il ristorante prendeva il nome dalla via dove era il locale,
in via della Scrofa 107, nel centro di Roma.
Alfredo aveva due grandi amori,
la cucina dal gusto semplice allo stesso tempo speciale e il teatro.
Divennero celebri non solo a Roma e in Italia, le sue "fettuccine alfredo"
che varcarono i confini nazionali per esplodere in tutta Europa
E li unì, i suoi due amori, nel modo di portare le pietanze a tavola:
in testa ai camerieri, con i suoi baffoni che lo resero celebre,
entrava in sala in modo spettacolare
da meritare applausi dagli avventori presenti.

Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta; era l'anno 1924; e che negli anni più vicini a noi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: ... e allora?
.
(Vi invito a cliccare sul link qui sotto,
ascolterete la canzone mentre leggerete il testo.
Grazie.)
http://www.youtube.com/watch?v=7ab5Ja9ZSVA
.
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2 che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e scendendo per Santal Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia; giunta a Mergellina ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti... 
... colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti).
... vorrei vedere Frisio...non visto mai finora...

Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope, sagliette na signora
!

E allora?...

E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumudaje 'a signora!

E allora?...

E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p''e ccosce d''a signora
!

E allora?...

E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E s'ammuccaje 'a signora!


E allora?...

...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e con questo salgono per Posillipo; sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma,
... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa...
e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...

E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, io sulo, cu 'a signora!
E allora?...

E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accompagna...e allora
..."

E allora?...

E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, scennette cu 'a signora.
..

E allora?...

... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla; quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene a presentare il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.

Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s'assettaje 'a signora!

E allora?...

E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu 'o cunto d''a signora!.
..

E allora?...

E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor...signora!..."


E allora?...

E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, carissima signora
!

E allora?...

E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspettava ancora
...

E allora?...

E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje cagná!
Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto il papillon, e il monocolo. E con il suo fare aggraziato e accattivante presentare questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiedere con un gesto della mano, e aspettare che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:
... e allora?

facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.
***
Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi era entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non era neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne andava così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra voluta dal fascismo che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri.  Era l'anno 1944.

L'ultimo dell'anno, A notte fonda.
Era quasi il 1945.

marcello de santis

03 dicembre 2015

Paratissima di Marco Salvario - seconda parte



Margherita Garetti “Maretti”

“Gocce di memoria” di Margherita Garetti è una delle mie opere preferite in questa edizione di Paratissima. Un’opera di composta malinconia, di fragilità e solitudine. Delicatissimo il leggero accenno rosso delle labbra.
L’autrice sa portare il meglio delle sue esperienze d’illustratrice e fumettista nel mondo della pittura, realizzando un gioco riuscitissimo di livelli e riflessi, di luci e appannamenti.
Valide e segno di una creatività davvero interessante e ancora in evoluzione, anche le altre opere presentate.

Alessandro Berra

Ecco tre ritratti essenziali e vivaci che sanno scendere oltre l’aspetto fisico dei tratti per presentarci tre differenti caratteri e modi di essere. Gli occhi sono lo specchio dell’anima? Non solo gli occhi! Alessandro Berra riesce ad arrivare all’essenza di queste tre giovani donne da tanti minimi particolari: dai capelli, dalla bocca e dalle labbra, dalla carnagione, addirittura dai riflessi di luce. Dietro il pennello dell’artista c’è uno psicologo attento e che non fa sconti, pronto allo scherzo, ma inflessibile nella sua analisi. Possono turbare più un volto o uno sguardo che un corpo nudo.

Guido Roggeri “GuRo”

Guido Roggeri, scultore e ceramista, l’ho già citato nella precedente edizione di Paratissima e conferma la mia considerazione.
Eleganti le sue porcellane a cui le mie foto non riescono a dare il dovuto risalto: Il custode del bosco, dal volto quasi mutato in corteccia; Il traghettatore dell’oltre, un Caronte da brividi; L’elsa del Ronin.
Ronin è il nome che, nel Giappone del XVIII secolo, veniva dato ai Samurai rimasti senza signore e quindi disonorati. Banditi e briganti che, a volte, diventavano famosi.


Francesco Marinaro

Francesco Marinaro: ventotto anni e tanta voglia di mettersi in gioco e di sfidare le regole.
Le sue opere in argilla fanno il verso a opere d’arte famose, donando loro una reale tridimensionalità. Un remake del Pianeta delle scimmie in chiave scultorea e così, ecco le creazioni di Munch, Donatello e Leonardo trasformate, mai dissacrate, in una rivisitazione dove la satira è creatività, ricerca, riproposizione. Quanto spesso l’arte di oggi è solo uno scimmiottare le opere del passato? Marinaro ammette la colpa senza nascondere la mano e crea la propria diversità.


Flavio Ullucci

Ve lo ricordate il giovane uomo nudo, prigioniero in fondo a scatole di cartone da imballo, che sembrava chiedere il nostro aiuto? Se l’avete già incontrato nelle passate edizioni di Paratissima o in altre occasioni, sicuramente non l’avete dimenticato.
Vi posso annunciare una buona notizia: Flavio Ullucci è uscito dalla scatola. Purtroppo nessuno gli ha dato da rivestirsi e ora è la scatola, un cubo dove il corpo nudo e raccolto è inquadrato da ogni angolazione. Però, se il nostro artista è diventato la scatola, dentro la scatola, adesso, cosa c’è? Aspettiamo le mostre future di questo artista carmagnolese, quasi quarantenne, che sa fare ottimo uso di una capacità tecnica raffinata e di un’originalità coerente che è dote rara di questi tempi.


Simone Benedetto

Bravo, sempre bravo, sempre più bravo. Decimo artista e dieci è il voto che merita, con la lode! Creativo, intelligente, artigiano eccellente, comunicatore efficace.
Angoscianti le sue creazioni che lottano per uscire dai monitor dei cellulari in cui sono sprofondate per colpa di un mondo tecnologico che ci sta snaturando, comprimendo, inglobando e nega la nostra umanità.
Addolorante il bambino soldato dal volto smarrito e ipnotizzato, col fucile in una mano, un animaletto di stoppa nell’altro e un cranio davanti ai piedi.
Simone Benedetto ha uno stile forte, riconoscibilissimo. Con i suoi trent’anni è tra gli artisti giovani e, posso scommetterci, saprà stupirci ed emozionarci ancora tante e tante volte.
Osservatelo bene: ha il talento e la forza di un nuovo Michelangelo!
A lui, il mio appaluso più sincero e convinto.
P.S. L’ho già detto che è bravo?


Massimo Bertoli

Sono sicuro che le sue tematiche sociali piaceranno alla mia amica Miriam Ballerini, ma se Massimo Bertoli compare in questo elenco, è solamente perché piace a me. Ho trovato poche informazioni su questo artista, e questo è un peccato perché, al giorno d’oggi, non avere evidenza in internet è come esistere solo a metà.
Eppure in lui ci sono la qualità scenica del vero artista e capacità grafiche sicure.
Il barbone che tende il cappello per chiedere un’elemosina e riceve una carezza, è una scena semplice, toccante: un esempio di come l’immagine sappia esprimere sensazioni. Lo stesso per l’uomo senza età, forse un giovane, che ha cancellato se stesso davanti a una bottiglia. Un quadro alla Degas che vorrei fosse esposto in bella evidenza nei locali delle varie movide, anche se gli avventori dai cervelli devastati di alcool e frastuono, difficilmente riuscirebbero a coglierne il significato e il monito.


Daria Piccotti

Daria Piccotti, in collaborazione con Giusi Venuti, ha ideato il progetto InFineArt.
Gli InfiNuts accompagnano come una famiglia, in genere una coppia, di coraggiose e innocenti mascotte, le immagini di Torino e del mondo. Ma i protagonisti sono solo loro, le due noccioline che sembrano tenersi per mano, trascinarsi alla scoperta – alla riscoperta – di mondi nuovi, grandi o piccoli. Alle loro spalle, l’immagine si sfuoca e si confonde rendendo l’atmosfera favolosa e irreale. Poetica pura e coinvolgente!

Creazioni in cui l’abilità tecnica estrema crea l’illusione della semplicità e della naturalezza, al punto che, allontanandosi e proseguendo la visita a Paratissima, succede di avere l’allucinazione di vedere le due noccioline comparire all’improvviso da dietro un’installazione e attraversare gli ambienti con una corsa saltellante.

...continua

02 dicembre 2015

Recensione di un ergastolano al libro “A modo mio” di Francesco Coccia

Recensione di un ergastolano
al libro “A modo mio”  di Francesco Coccia


Ho pensato alla visita che ci ha fatto ieri l’onorevole Laura Coccia del partito democratico. Sono rimasto colpito dalla sua giovane età e dai suoi problemi di disabilità. E soprattutto della sua sensibilità. Mi ha ascoltato con grande attenzione e a tratti il suo silenzio mi ha trasmesso tanto amore sociale. Ed era da tanto tempo che non sentivo più questa energia affettiva che mi ha riscaldato il cuore e la cella per tutto il giorno. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Vivere in pochi metri quadri con delle sbarre dietro e un cancello davanti non è facile. Per fortuna leggo molto. E leggere per me è come vivere perché dentro i libri trovo ancora tutto quello che mi serve per continuare a esistere. Alcuni miei compagni mi prendono anche in giro perché ho sempre un libro in mano anche durante l’ora d’aria.
In questi giorni ho appena finito di leggere un bellissimo libro dal titolo: “A modo mio”. Sottotitolo: “Laura non cammina, corre” (Editore Sempre). L’autore è Francesco Coccia e scrive di sua figlia affetta da tetraparesi spastica per una infezione contratta dopo la nascita. È un libro da divorare con gli occhi e mangiare con il cuore. Nella copertina c’è una bellissima foto di Laura con un’espressione determinata sul viso che emana un’ energia che ti penetra dentro. Dietro la copertina del libro ci sono scritte queste parole:

Te lo aveva detto una volta mamma Luci, mentre aspettavamo che cominciasse lo spettacolo del circo. Vedendo gli altri bambini che correvano lungo le corsie tra le panche, avevi chiesto: “Mamma, correrò pure io come loro?” Recuperando il cuore dall’abisso in cui era sprofondato, mamma Luci ti aveva risposto: “Certo! A modo tuo”.

E Laura ha corso. Ha corso così veloce e tanto che è arrivata più lontano di quello che in pochi avrebbero immaginato “Alle elementari le mie maestre erano spaventate dal mio essere così diversa dagli altri. Il mio equilibrio precario era un pericolo: avrei potuto farmi male quindi dovevo state ferma, immobile, ad osservare la vita dei miei compagni di classe che correva via su un binario parallelo alla mia. Sognavo di correre, di volare per guardare il mondo dall’alto, per cambiare prospettiva e uscire dalla prigione. Non avevo amici perché ero quella diversa e quindi da evitare”.
Laura, alle elezioni politiche del 2013, viene eletta deputata della Camera dei Deputati. L’ho conosciuta, durante una sua visita da parlamentare, dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Padova. Consiglio a tutti di leggere questo bellissimo libro (soprattutto gli avanzi di galera e della società come me) perché è pieno di sentimenti e ti lascia un’ impronta nel cuore che ti farà amare di più l’umanità.

Carmelo Musumeci

01 dicembre 2015

Paratissima 11 – di Marco Salvario prima parte

Paratissima 11 – di Marco Salvario

Si è svolta a Torino, dal 4 all’8 novembre 2015, l’undicesima edizione di Paratissima, manifestazione d'arte contemporanea cresciuta e maturata anno dopo anno, resistendo alle crisi, a mille inciampi e alla concorrenza d’iniziative molto più potenti economicamente e meglio sponsorizzate.
Non è stata un’edizione trionfale, anche se di tutto rispetto: gli artisti iscritti sono stati 472 e quasi cinquantamila i visitatori.
Secondo anno con sede nel Palazzo di Torino Esposizioni al Valentino. Deve essere frustrante per i volontari che, con una dedizione superiore a ogni elogio, rimettono a nuovo le strutture concesse con sdegnosa riluttanza dal Comune di Torino, ritrovarsele l’anno dopo vandalizzate e devastate. Ho letto, e mi auguro non sia vero, che il Comune avrà lo sciagurato coraggio di chiedere un rimborso: sarebbe esecrabile, tuttavia con Fassino e la sua giunta i torinesi devono aspettarsi sempre il peggio.
Prima volta con ingresso a pagamento, sia per evitare le code infinite del 2014, sia per potere contare su una cassa sicura. Accettiamo a capo chino il piccolo obolo del biglietto: un altro peccato capitale che allontana Paratissima dal suo spirito ribelle e creatore.

Ordine e caos: in Italia tutto deve avere un tema, un titolo che copra il vuoto dei contenuti. Paratissima, sempre più collaudata e inquadrata negli schemi, si adegua e, in questa ottica, dà la sua risposta palese, opposta a quella di quasi tutti gli artisti e visitatori intervistati: ordine, l’ordine prima di tutto. Basta passeggiare per le stanze: poche le provocazioni e le unghie che cercano di graffiare sono spuntate; tanta l’omologazione, molte le riproposte, a volte identiche, ereditate dagli anni passati. Si ammira molto, ci si diverte poco, non ci s’indigna mai. Ordine!
Non voglio infierire.
Gli artisti di Paratissima sono innegabilmente bravi, padroni dei loro spazi e le loro opere sempre meno sperimentali; spesso hanno studiato e si sono già confrontati in molte altre arene. Hanno progetti, iniziative, un futuro in parte tracciato. La maggioranza degli espositori ha dieci o venti anni di attività alle spalle e riesce a vivere della propria arte: naturale che non vogliano rischiare e preferiscano puntare sul sicuro.
Però la Paratissima degli esordienti, dei giovani (giovani di cuore) sgomitanti, alla ricerca di se stessi prima ancora che del proprio pubblico, la Paratissima degli scultori pronti a frantumare le proprie opere se non apprezzate, dei ragazzi sognanti a inseguire, vigili permettendo, i movimenti di un pesciolino rosso nella sua bolla trasparente, la Paratissima che si esprime con materiali non convenzionali di tutti i tipi, in dissonanza con i toni classici, è morta? Io, in questa edizione, non l’ho più incontrata.
Lo so, questo è il mondo.
Il problema per chi ama i piccoli, è che i piccoli diventano adulti e seguono la loro strada.

Prima di iniziare la mia personale analisi dell’evento, lasciatemi puntualizzare:
1)     Le segnalazioni e i giudizi che leggerete in quest’articolo sono pareri personali e riguardano le opere di artisti che mi hanno colpito favorevolmente. Se uno degli espositori si troverà citato, è perché la sua opera mi è piaciuta. Se non si parla di lui, o non mi ha interessato, o il caso ha voluto che le sue opere mi sfuggissero.
2)     Mi sono soffermato esclusivamente su opere di pittura, scultura, grafica e fotografia, mentre non parlerò di multimedialità, moda, design, musica ecc.
3)     L’elenco che segue non è una classifica: è nato dalla sistemazione casuale (in questo caso davvero il caos ha trionfato, ma nel mio disordine non c’è genialità) delle fotografie che ho scattato.


Umberto Zullo

Si parlava di giovani di cuore: quasi ottantenne è Umberto Zullo. I suoi oli su tela hanno poesia e tecnica. I panni stesi, che ci mostra in due sue tele, sono un momento di tranquillità, di comunione con il sole e la natura. La serenità di un’umanità che vive il rapporto con l’ambiente con armonia e rispetto, senza forzatura, senza alterazione, senza voracità.
Morbidezza di tratto e di creazione.
Nella contemplazione delle opere si respira un’atmosfera di trasparenza, pacifica ironia, affetto, calore: non è estasi, ma pacata meditazione. E di meditazione, a telefonini spenti, abbiamo tanto bisogno.


Carlo Cammarota

Un altro giovane di cuore, anche se l’anagrafe parla diversamente. Stile personale e riconoscibilissimo, melange di dolce e amaro, d’infantile e di maturo. Fuori dagli schemi, almeno da quelli italiani, come lui dichiara: a me, d’istinto, verrebbe da accostargli Botero.
In “Resoconto”, ai bambini ritratti in quella che sembra l’allegra caricatura di una vecchia foto di classe delle elementari, è associato un foglio che riassume la loro vita successiva: dalla ragazza diventata monaca di clausura, a colui che ha fatto dodici anni per rapina a mano armata. C’è anche un bimbo con la scritta “io” e un punto di domanda, come se chi guarda il quadro dovesse d’improvviso valutare se stesso e inserire la propria scheda con lucida e feroce onestà.
Io? Come descrivo la mia vita in poche parole? Che cosa sono diventato, cosa è stato di quanto quel bambino paffuto sognava?
Il sorriso distaccato con cui si contempla l’opera, può allora mutarsi in una smorfia di fastidio.


Debora Scuteri

Volti di bambini alla scoperta del mondo, espressioni sorprese, dubbiose, felici, irritate. Una panoramica di futuri piccoli uomini e piccole donne che già dimostrano il loro carattere e che rivendicano i loro spazi e diritti. Tenerezza e, anche qui, un disagio che scorre sotto pelle.
Debora Scuteri sa affrontare la tela senza curarsi degli spazi lasciati vuoti, eliminando ogni dettaglio esterno e ogni sfondo: trasforma lo sguardo dello spettatore in quello di un genitore che, davanti alla propria creatura, null’altro vede e vuole vedere.


Alessandra Lo Duca

Molta aggressività e personalità nelle opere presentate da questa pittrice, figlia d’arte.
Mi soffermo su “Lo spazio dell'anima tra fede e realtà”: due opere gemelle eppure opposte.
Tratto marcato e spesso, uso violento del colore, contrasto tra il viola delle ombre e il giallo pastoso che avvolge le figure e le possiede come una luce divina di vita o distruzione, creando tensione e attesa, opposizione di freddo e caldo.
Una figura è chiusa nelle proprie riflessioni, piegata a cercare la verità dentro se stessa, mentre la seconda è attratta verso la rivelazione divina.
Contrapposizione oppure evoluzione di due momenti successivi: dal dubbio alla certezza.

... continua

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica