28 maggio 2007

La modernità


La modernità è quel fulgido anello che ci lega alla storia.

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27 maggio 2007

Ungaretti: il deserto, la memoria e la carne

di Augusto da San Buono
Si vanno già preparando, per il prossimo anno, le celebrazioni del centoventesimo anniversario dalla nascita di Giuseppe Ungaretti, in particolare a Lucca che gli conferì la cittadinanza onoraria per i suoi settant’anni e in genere nella lucchesia (“a casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di quei posti”, posti che vedrà per la prima volta a trentun’anni suonati: “In queste mura non ci si sta che di passaggio. Qui la meta è partire”) dove erano nati i suoi genitori emigranti, il padre Antonio, di San Concordio, che morì, a soli ventotto anni per una forma di idropisia contratta zappando il fango del mar Rosso, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”; la madre, Maria Lunardini, di Sant’Alessio, una contadina analfabeta umile coraggiosa e forte, piena di energia e concretezza che seppe far fronte alla drammatica situazione, gestendo da sola il forno che Antonio aveva aperto nel loro quartiere di Alessandria d’Egitto, dove l’8 febbraio 1888, nacque il loro secondogenito, Giuseppe, il poeta (“Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti” … “La casa della mia infanzia dista quattro passi dalla tenda del beduino in una zona in subbuglio, una baracca con la corte e le galline, l'orto e tre piante di fichi fatte venire dalla campagna di Lucca, e con il lutto per mio padre perduto"); ma Ungaretti sarà celebrato anche a Roma, dov’è la sua e quella della moglie Jeanne, presso il cimitero del “Verano”, e dove il poeta visse a lungo, a più riprese, a partire dal 1922, dapprima come impiegato al ministero degli Esteri, in condizioni estremamente difficili (in sei anni di residenza cambiò almeno otto abitazioni, spesso camere d’affitto in cui c’era da combattere contro pulci e pidocchi), e poi dal 1942 in poi, per moltissimi anni, -tranne un periodo in cui fu sottoposto a procedimenti di “epurazione“ e venne sospeso per aver aderito al fascismo, ma poi reintegrato dal ministro Gonella – come professore universitario di letteratura moderna; e infine a Milano, dove Ungaretti visse negli anni che precedettero la prima guerra mondiale (1914-1915) e dove morì nella notte tra il 1° e 2 giugno 1970, a seguito di una broncopolmonite contratta a New York, dove si era recato per ritirare un premio. Ma Ungaretti verrà celebrato sicuramente anche all’estero, nella sua città natìa, Alessandria d’Egitto, dove aveva conosciuto Enrico Pea, Costantino Kavafis e il Porto sepolto dell’antica isola di Faros della sua prima raccolta di versi (“Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde// di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesaruibile segreto”) ; e poi sarà celebrato a Parigi, dove aveva studiato alla Sorbona (“Ah, le lezioni di Bergson tutto di nero vestito che incessantemente, su un colletto duro e alto, moveva il capo come la lancetta dei secondi) e aveva conosciuto il fior fiore di artisti e poeti d’avanguardia, da Apollinaire a Fort, Cendrars, Jacob, Picasso, Léger, De Chirico, Modigliani, Proust, Soffici, Carrà e Palazzeschi; e lì aveva visto morire il suo amico arabo Mohamed Sceab, “discendente di emiri di nomadi, suicida perché non aveva più Patria, “// L’ho accompagnato/ insieme alla padrona dell’albero dove abitavmo, a Parigi, dal numero 5 della rue des Carmes, appassito vicolo in discesa. Riposa nel camposanto d’Ivry, sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera. “Verrà celebrato, forse, anche a San Paolo del Brasile, dove insegnò lingua e letteratura italiana all’Università dal 1937 al 1942, scoprì la cultura popolare negra, i rituali religiosi e la musica, e naturalmente il carnevale di Rio (“per le strade gremite, sui predellini del tramvai, non c’è più nulla che non balli, sia cosa, sia bestia, sia gente, giorno e notte, e notte e giorno, essendo carnevale”), dove visse momenti intensamente vivi e tragici, come la morte del fratello Costantino e quello del figlioletto Antonetto, che aveva solo nove anni (“Alzavi le braccia come ali/ e ridavi nascita al vento/ correndo nel peso d’aria immota// Nessuno mai vide posare /il tuo lieve piede di danza”) e morì per un appendicite mal curata. Forse il vecchio Ungà, come lo chiamavano gli amici, che si era fatto crescere un barbone all’ Hemingway, lo ricorderanno anche i newyorkesi, che gli avevano assegnato un premio prestigioso e lo avevano invitato a tenere un ciclo di lezioni alla Columbia University di New York, nel 1964. Lui aveva sostato sul ponte di Brooklyn e aveva provato l’impressione, all’ingresso a Manhattan, di ritrovare antiche memorie del deserto, di entrare “in un regno da Mille notti e una, con i grattacieli che drizzano rivolti a lontananze, a uno a uno isolandosi nel buio, la loro statura di minareti esagerati”.
Era quello il periodo in cui Giuseppe Ungaretti cominciò ad entrare nelle nostre case grazie al piccolo schermo, quella tv semplice, ruspante e anche provinciale, se vogliamo, degli anni ’60, che però sapeva educare e fare anche cultura di grande spessore, come nel caso de “L’ Odissea” di Franco Rossi, un genio della regìa, un vero artista dello schermo che chissà perché non gli hanno fatto fare praticamente nulla, a parte l’Odissea e “Un bambino di nome Gesù”, due film-tv capolavori, due modelli tuttora insuperati. Lui, il grande vecchio della nostra letteratura pubblica, Giuseppe Ungaretti, aveva curato la traduzioni di alcuni brani dal greco e li recitava lui stesso, con quella voce che sembrava provenire dal passato più remoto, dalle tombe egizie, o dagli harem di cui gli aveva parlato la sua balia delle Bocche di Cattaro, voce piena di anfratti, cavernosità, enfasi e ira. In quella voce allucinata che esasperava le consonanti e variava continuamente il timbro, c’erano Nestore, Calcante e le grida dei troiani massacrati, c’era il naufragio di Ulisse e la cantilena del beduino nel deserto fatta di una sola parola iterata all’infinito (Uahed!), sotto il silenzio della luna altissima, “dopo il crepuscolo ondeggiante come per sempre sulla sabbia”, una malinconia dolcissima, e il tutto ti franava addosso come qualcosa che non t’aspetti da un vecchio curvo e ingiallito, ti correva addosso come se da anni ti stesse cercando. Praticamente non si capiva una parola di quel che diceva, ma esercitava un fascino, una magìa, un viaggio nel mistero, la storia dai suoi albori, la poesia epica, violenta e sensuale, disperata, fatale che ti incastrava nella tua sedia come un prigioniero per quei pochi secondi (non durava più di tre minuti l’intervento del vecchio poeta). E anche noi, allora ragazzini, lo ricordiamo bene quel volto di gran vecchio, antico profeta, (ma a tratti anche con un ghigno mefistofelico), la barba candida, lo sguardo ammiccante, che sperava da un anno all’altro di essere chiamato dall’Accademia svedese (fu inserito per ben tre volte nel novero dei candidati) per il sospirato Nobel, che non ebbe, ma riuscì a conquistarsi (stranamente, direi, trattandosi di un poeta) le simpatie degli italiani, che in realtà non compresero mai veramente, parlo naturalmente delle grandi masse, l’arte della sua poesia ermetica, soprattutto quella del “Sentimento del tempo”, col suo potere di suggestione, la verticalità, “il desiderio aggressivo di conquista del trascendente”, ma provarono rispetto e tenerezza per quel vecchio volto che riassumeva in modo emblematico il senso di tutta la sua esperienza di nomade, di zingaro, girovago, figlio del deserto (in lui c’era il deserto, la vita nel deserto) in cerca d’identità, pellegrino in viaggio perenne verso la “ terra promessa”, verso un paese innocente (“In nessuna parte mi posso accasare”).
Quando una giovane e molto attraente Iva Zanicchi (la riva bianca e la riva nera) gli dedicò una canzone (Caro vecchio mio), anticipando le video-canzoni che oggi imperano dovunque, e s’avvicinava al poeta, lo carezzava, lo blandiva, un po’ come avrebbe fatto con suo nonno, si rivide, nello sguardo del vecchio, l’antico beduino che pratica una religione i cui precetti aderiscono alla sensualità, Allah gode con il musulmano anche nella soddisfazione e nella manifestazione dei sensi; si rivide il vecchio satiro che bramava ancora l’amore fisico, nonostante gli anni fossero molti, ottanta. E ricordò la donna amata ad Alessandria d’Egitto, colei che “approdava come una colomba / agli abbandonati giardini. “Quando mi risveglierò /nel tuo corpo / che si modula come la voce dell’usignuolo “… Un’esperienza di forsennata lussuria a soli sedici anni, che poteva essere anche “colpevole“ (era la moglie di un amico, o forse anche di più, la madre di un amico?). C’era in quell’ amare con furore – dirà lui stesso – il clima di Alessandria, l’erotismo furente che non può travolgere chi ci viva”. E’ come una frustata nel nulla del deserto che dalla pianta dei piedi vi scioglie il sangue in una canzone … entra nel sangue come l’esperienza di questa luce assoluta che si logora sull’aridità. Amore che subito si biforcò ambivalente: sulla strada della tenerezza, del sogno incontaminato … e strada satanica dell’inferno, la strada che vi divora. E queste due nature sono in me, sono contrastanti”.
Questa feroce sensualità, questo erotismo sfrenato, che non riuscirà mai ad appagarsi in lui, Ungaretti se la porterà a Parigi, quando vi arrivò nel 1914 portandosi dietro Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud, Nietzsche, e il più amato di tutti Leopardi, ma soprattutto la sua città, Alessandria, e il deserto che ha la notte, il nulla, i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente. Città friabile, senza monumenti, quasi priva di passato, dove tutto è precario, e il tempo la porta sempre via, in ogni tempo. “Il sole rapisce la città/ non si vede più/ Neanche le tombe resistono molto”. A Parigi, solo, esule, incapace di mai accasarsi, in uno stato inesorabile. irrimediabile di strappo“, il poeta comincia a cantare, la poesia gli fa irruzione, gli esplode dentro, gli fa sentire che solo in quella regione si può cercare e trovare la libertà. Prima d’allora non aveva scritto ancora una poesia vera e propria (qualche tentativo giovanile di cui non v’è traccia), lì, a Parigi, istituisce il miraggio di una nuova innocenza, la terra promessa. Chi vive fin dall’infanzia, come lui, ai margini del deserto, acquista consuetudine con il miraggio, illusione-delusione, lo scherzo sadico della luce, l’abbaglio di un immagine, la scoperta meravigliata del proprio esistere, ma lì avverte anche la sua schiavitù carnale tutta araba . E “sempre – dirà Leone Piccioni - lo scatto dei sensi sarà in lui un segno incancellabile , con una capacità d’impeto di sangue e d’amore, quella capacità propria della gente di colore, di certi negri nord o sudamericani, ad esempio, di sentire in gioia e letizia anche la carne e il sangue e lo spirito religioso. ”Dirà lui stesso di essere stato nutrito con latte negro che mette nel sangue stimolo per certe fantasie, certe magie, certe disperazioni, certe irruenze sensuali, quel latte che regala a chi se ne nutre uno stato di innocenza nei rapporti con gli altri. “Sono un uomo solo, separato, avulso, espulso, vissuto in prossimità del deserto, un nulla sterminato, una monotonia estrema, una schiavitù carnale”, che assurdamente ricorderà quando si trova sul fronte del Carso, nella prima guerra mondiale, e ogni giorno, ogni momento, rischia la morte, e ogni giorno scopre il valore della fraternità degli uomini nella sofferenza, con “l’aria crivellata come una trina dalle schioppettate degli uomini ritratti nelle trincee come le lumache nel loro guscio”. Ricorderà come a Parigi, sulla Senna (“in quel suo torbido/ mi sono rimescolato / e mi sono conosciuto) avesse conosciuto “La ragazza tenue”, amante di Apollinaire, e ci avrebbe quasi subito fatto l’amore, forsennatamente (“Su Parigi s’addensa un oscuro colore di pianto. In un canto di ponte contemplo l’illimitato silenzio di una ragazza tenue. Le nostre malattie si fondono. E come portati via si rimane”). Anche in questo caso si trattava di un amore “colpevole” , perché la ragazza tenute era l’amante di Apollinaire, ch’era divenuto il suo amico più caro durante il soggiorno parigino, ma Guillame non è arabo e si contenterà di buon grado di dividere con lui la sua donna. Ma egli fu schiavo della carne fino a ottantun anni suonati, se è vero come è vero che ebbe dei rapporti sessuali con una giovane croata trentenne, che aveva lo stesso nome della sua balia ad Alessandria d’Egitto, ch’era stata in un harem e gli aveva raccontato storie di meravigliata incredulità, Dunja, che significa universo. Da lei gli erano venuti “delle specie di lampi di tenerezza e d’invenzione fantastica, stupore di sogni, dove appariva un Oriente lontano, una civiltà diversa, piena di colore, piena di spasimi e piena non di magia, ma di fatalità”. Tutto ciò gli aveva invaso il cuore di “un segreto inviolabile, per sempre fonte di grazia e miracoli”. Ed ecco che il miracolo (senza ausilio di Viagra o altri additivi) s’avvera. “Si volge verso l’est l’ultimo amore e m’abbuia da là il sangue / con tenebra degli occhi della cerva// L’ultimo amore più degli altri strazia/ certo lo va nutrendo/ crudele il ricordare// Capricciosa croata notte lucida/ di me vai facendo/ uno schiavo ed un re”.
Questa straordinaria vitalità non deve sorprendere più di tanto in un uomo come Ungà, perché nella sua faccia invecchiata – come disse lui - c’era contenuta la sua faccia da giovane e la sua faccia da bimbo. “Il tempo le ha allontanate dentro le rughe, la stanchezza e la saggezza, le delusioni e i crucci, ma se sapessi guardare dentro di me stesso, le vedrei bene, e in ogni caso le porto con me tutte quelle facce, le porto sino al dissolvimento nella tomba”.
Questa era la fede nella memoria di un poeta costretto da un precoce sentimento del tempo e dalla sua condizione di sradicato alla ricapitolazione e ai consuntivi: “Ho ripassato / le epoche/ della mia vita; E oggi alcune soste ho ricordato/ del mio lungo soggiorno sulla terra”.
Negli ultimi anni della sua vita, dopo la morte della moglie Jeanne, avvenuta il 24 maggio 1959, il vecchio Ungà si era legato a Jone Graziani, una sua ex allieva, giovane letterata e traduttrice. Fu un amore discreto, noto solo agli amici, che gli rinnovò quella carica di vitalità e sensualità di cui aveva esigenza, anche se, a settanta anni passati, “L’amore più non è quella tempesta / che nel notturno abbaglio/ ancora m’avvinceva poco fa/ tra l’insonnia e le smanie”. Questo rapporto lo fece tornare al deserto, al beduino che c’era in lui, al miraggio, allo stato d’aria febbricitante, “in cui s’imbroglia di più ogni nostra idea di distanze”. E al deserto-vita riconduce il sentimento della catastrofe, il sentimento del nulla, e l’orrore del vuoto, l’inutile errare alla ricerca delusa della terra promessa (Ma alla mia vita accadrà di vedere espandersi il deserto sino a farle mancare anche la carità feroce del ricordo?).
Ma l’ultima poesia del “vecchissimo ossesso” , scritta a Roma tra la notte del 31 dicembre 1969 e l’alba del 1° gennaio 1970, parla ancora d’amore e di Dunja “L’impietrito e il velluto” che si chiude con “Il velluto dello sguardo di Dunja / fulmineo torna presente pietà”, che è forse un messaggio di speranza.
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Rev. 01-02-13 AdB

25 maggio 2007

MUSICA ANTICA – servizio di Bruna Alasia

MUSICA FIORITA:
UN CONCERTO AL GONFALONE DI ROMA CHE STING AVREBBE APPREZZATO

Entrando all’Oratorio del Gonfalone, nel cuore di Trastevere, di colpo si torna indietro di cinque secoli: la passione di Cristo, che affresca per intero le pareti, dipinta da Jacopo Bertoja e poi da altri, ci induce a uno stupito silenzio. Qui, dove il tempo si è fermato e si respira un’aria sacra, l’associazione Amici del Gonfalone e il coro Polifonico romano da molti anni organizzano, con i migliori professionisti, concerti all’insegna di un’arte senza frontiere.
Qui l’ ensemble Musica Fiorita diretto da Daniela Dolci - quindici artisti tra i più promettenti della Cantorum Basilensis, scuola svizzera prima al mondo per la musica antica - ha dato vita, grazie al mecenatismo della PRO HELVETIA e dell’Hotel VICTORIA di Roma, a una esecuzione raffinata e rara: “Santa Beatrice d’Este” di Camilla De Rossi, detta la romana, su libretto del cardinale Benedetto Pamphili. “Santa Beatrice d’Este”, oratorio composto dalla De Rossi a Vienna nel 1707, viene letteralmente riscoperto e riproposto da Musica Fiorita, a tre secoli di distanza, in una esecuzione moderna, unica al mondo
Della vita di Camilla De Rossi - una tra le tante musiciste rimaste nell’ombra perché donne - nulla è dato conoscere: non il luogo della nascita, né della morte. Si sa che era a corte dell’imperatore austriaco Giuseppe I e che tra il 1700 e il 1710 ha prodotto quattro oratori e una pastorale. Se dell’autrice niente è pervenuto, tutto invece dei suoi interpreti maschili. Dal momento che nelle composizioni della De Rossi è d’obbligo un’aria per tiorba (lontana parente della chitarra) la si vorrebbe sposa proprio a un virtuoso dello strumento, all’epoca famoso.
“Santa Beatrice d’Este”, alla quale l’ opera si riferisce, è un personaggio scomparso nel 1226, a poco più di vent’anni. Entrata in convento dopo la morte del promesso sposo, la leggenda racconta che dalla tomba avvertisse la famiglia quando era in pericolo, con gemiti simili a squilli. Squilli che l’Ensemble Musica Fiorita, affida a “trombe naturali”, affacciate ai balconi dell’oratorio, in una suggestione delle note sorretta da bellissime voci di soprano, contralto, tenore e basso.
Uno spettacolo raro - eseguito con strumenti del tempo, come il salterio, parente lontano dello xilofono, la cui origine è datata intorno al 300 A. C. - godibilissimo per l’udito e per la vista che di sicuro sarebbe apprezzato da Sting, grande estimatore della musica antica. Indubbio il merito della direttrice dell’ Ensemble Musica Fiorita, la clavicembalista Daniela Dolci, per aver riportato alla luce donne musiciste come Camilla De Rossi, Barbara Strozzi (veneziana del XVII secolo), Elisabeth Claude Jacquet de la Guerre, vissuta al tempo di Luigi XIV.
L’ensemble Musica Fiorita ha inciso decine di dischi, è stata ripresa da molte televisioni nel mondo, ha esportato le sue composizioni nei festival e nelle tournées più importanti: Germania, Olanda, Svizzera, Polonia, Ungheria, Italia, Paesi Baltici, Russia, Giappone e Sudamerica.
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MUSICA ANTICA - Intervista di Bruna Alasia alla direttrice di Musica Fiorita

DANIELA DOLCI: “MI DEDICO ALLA RISCOPERTA DI COMPOSITORI DIMENTICATI
Daniela Dolci, clavicembalista e direttrice dell’ensemble Musica Fiorita, è figlia di Danilo Dolci, sociologo-poeta pluricandidato al Nobel per la pace, ideatore di un metodo pedagogico basato sullo scambio e la crescita reciproca, nel quale la musica ha importanza basilare.

D. Come è nato il suo amore per la musica antica?
R. Nella nostra famiglia suonavamo tutti il flauto dolce – economico, facile d’apprendere, e ideale per la musica da camera. Dopo diversi anni di studio approfondito ne ho sentito i limiti espressivi e, ancora adolescente, ho cominciato a cercare un’alternativa. Durante le vacanze in Svizzera, degli amici mi portarono ad un concerto per flauto dolce e clavicembalo: fu un vero “colpo di fulmine”, capii che il clavicembalo era il mio strumento.

D. La scuola di Basilea, una tra le più importanti, raccoglie artisti di tutto il mondo?
R. La Schola Cantorum Basiliensis è stata fondata a Basilea nel 1933, il 95% degli studenti sono stranieri provenienti da tutte le parti del mondo.

D. Come è nata la vostra orchestra?
R. Alla Schola Cantorum di Basilea ho approfondito lo studio sulla musica antica, con particolare interesse per gli strumenti a tastiera (clavicembalo, organo, clavicordo e fortepiano). Completati gli studi, ho deciso di rimanere in questa citta’. Inizialmente ci raggruppavamo con altri studenti della Schola Cantorum per dare qualche concerto; negli anni ‘90 decisi di fondare MUSICA FIORITA e dedicarmi alla riscoperta di opere, compositori e compositrici del periodo barocco, dimenticati dalla storia.
D. Quale è il vostro repertorio principale?
R. Sicuramente quello italiano – vocale e strumentale; sacro e profano -del ‘600 e ‘700, ma anche il repertorio tedesco e francese del ‘600 curiamo con particolare interesse.

D. Vi capita di inventare o cercate di riprodurre il testo antico?
R. La scelta del nome MUSICA FIORITA non è casuale. Nel periodo barocco si usava abbellire quello che era il testo musicale, facendo appunto delle “fioriture”. Grazie a studi approfonditi siamo riusciti a ricostruire quello che era la prassi dell’epoca. Sia con gli strumenti melodici (violino, flauto, cornetto, ma anche canto etc.) che con gli strumenti del basso continuo (clavicembalo, tiorba, violoncello, salterio, arpa etc.) improvvisare e “fiorire” è parte integrante del far musica.

Per chi volesse saperne di più e fosse interessato ai CD può contattare, sia in inglese che in tedesco, il sito http://www.musicafiorita.ch/
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24 maggio 2007

Engels e Turati

di Antonio di Biase
Vale la pena di leggere la corposa biografia che Renato Monteleone ha dedicato a Filippo Turati anche solo per soffermarsi sulla significativa pagina che illustra il rapporto intercorso fra il leader socialista e Friedrich Engels, il quale tanta parte ebbe in Europa nel sostegno alla dottrina del materialismo storico divulgata da Karl Marx.
Coautore del Manifesto del Partito comunista - ma pare non ne abbia scritto neppure un rigo-, Engels fu invece curatore degli ultimi volumi del Capitale: Marx curò (per circa vent’anni) la stesura del primo volume, ma come noto lasciò incompiuta l’opera, la quale venne invece completata dall’amico e compagno di sempre.
Il rapporto fra Turati ed Engels, morto nel 1895, fu complesso e contraddittorio almeno quanto il rapporto tra Turati ed la filosofia materialista di Marx, del quale il leader socialista si considerò strenuo sostenitore almeno fino ai primi anni del Novecento, quando qualche caro amico cominciò a suggerirgli che le sue idee col marxismo avevano davvero poco a che fare.
Turati non era un grande teorico. Si è più volte sottolineato che nella grande vetrina della “Critica Sociale”, la rivista milanese da lui fondata, il leader socialista spesso intervenne per interposta persona ed è opinione di Monteleone che avesse studiato l’opera di Marx in compendio, oltre che attraverso i testi ed il rapporto personale con Antonio Labriola. Ebbe poi – bisogna ricordarlo – una compagna d’eccezione in Anna Kuliscioff, regina dei suoi affetti assieme alla madre, ma anche supporto teorico e critico di prima grandezza.
L’accanimento di Engels nei confronti di alcuni pensatori del tempo diede poi non pochi grattacapo a Turati, in particolare a seguito della stroncatura della prefazione all’edizione italiana del III volume del Capitale, che aveva messo in difficoltà Prospero Loria, fondatore a Milano della Società Umanitaria e grande mecenate del tempo.
E’ però molto interessante riportare le parole con le quali Turati descrisse il suo incontro con Engels, proprio perchè queste ne tracciano un’immagine lontana dallo stereotipo che ne abbiamo oggi: “Per la prima volta avevamo veduto Engels coi nostri occhi, avevamo stretto quella mano saggia, affettuosa e potente, che aveva dettato tanti capolavori e s’era stesa ad additare ai popoli la meta sicura […]. Era dritto, alto, aitante, un che di marziale teutonico e di correttezza britannica. Ma il midollo era rimasto tedesco. Aveva della forte a sana sua razza l’ilarità cordiale e schioccante”.
In occasione della morte di Engels poi, la “Critica Sociale” dedicò al pensatore tedesco nientemeno che una edizione calligrafica, nella quale Turati pensò bene di scomodare le idee di Cesare Lombroso - noto criminologo dell’Ottocento –, per sbilanciarsi in una analisi grafologica della personalità di Engels; non si sa bene quanto fosse attendibile ma è certo interessante e supportata dalla sua lucida impressione personale: “Le curve dolci che attestano bontà; la sobrietà dei tratti, la regolarità, la mancanza di ghirigori, che attestano serietà e franchezza; le lettere legate fra loro e le righe diritte, i punti a posto sugli i che esprimono ordine, precisione, chiarezza d’idee, equilibrio e perfino certi segni speciali caratteristici che Lombroso, nel suo curiosissimo Manuale, assegna all’altruismo, alla tenerezza e al culto dei ricordi”.
Non può non far riflettere la considerazione che oggi Engels sia pensato più o meno alla stregua di un mangiatore di bambini.
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21 maggio 2007

Film – recensione di Bruna Alasia

L’ULTIMO INQUISITORE
Con Javier Bardem, Natalie Portman, Stellan Sharsgard, Randy Quaid, Michael Londsdale, José Luis Gomez, Mabel Rivera.
Regia di Milos Forman

Affresco tenebroso, drammatico e seducente, l’opera alla quale Milos Forman ha dato vita attraverso la sceneggiatura di Jean Claude Carriere. Non un racconto biografico su Francisco Goya, bensì la rilettura con gli occhi del grande pittore di un periodo che Forman ritiene “dei più importanti per la storia europea a causa della rivoluzione francese e dell’avvento di Napoleone”.
Fratello Lorenzo, enigmatico e astuto esponente dell’inquisizione – magistralmente interpretato da Javier Bardem – è un sacerdote fanatico, che applica con zelo burocratico la tortura per miscredenti ed eretici, ma si fa coinvolgere dalla passione carnale per una vittima, Ines Bilbatua – la brava e bella Natalie Portman – figlia di un ricco mercante, modella di Francisco Goya, accusata di pratiche ebraiche, convocata, interrogata, torturata dal tribunale della chiesa e chiusa in carcere. Finalmente liberata grazie al vento della Francia rivoluzionaria, che vuole “l’uomo artefice del suo destino” su principi di libertà, uguaglianza e fraternità. Filosofia alla quale, nel tentativo di sopravvivere, è approdato anche il camaleontico inquisitore con integralismo identico al passato. Ma, per volere del caso, egli viene a trovarsi di nuovo tra gli sconfitti, quando la rivoluzione cade sotto gli zoccoli della cavalleria inglese.
“L’ultimo inquisitore” o “Il fantasma di Goya”, ambientato nella Spagna tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, narra l’epica storia di un gruppo di persone che hanno conosciuto gli anni dell’inquisizione spagnola, l’invasione delle truppe napoleoniche, l’ insediamento al trono di Spagna del fratello di Bonaparte, la sconfitta francese e la restaurazione della monarchia spagnola ad opera del potente esercito del duca di Wellington. Sorta di io narrante, trait d’union tra i protagonisti, il grande pittore – un convincente Stellan Skarsgard - apolitico testimone del suo tempo, unicamente fedele all’arte, come un odierno reporter di genio. Il film ha i colori, le atmosfere delle tele evocate, ricalca in maniera sensuale e suggestiva il sapore, il dolore del tempo, come un quadro di Francisco Goya sulla scena movimento.

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20 maggio 2007

Umberto Saba e l'ammiraglio borbonico

di Augusto da San Buono
Vedi, caro figliolo, il vecchio Saba non credeva nel futuro, era un solitario e un pessimista incallito come lo erano tutti i vecchi del villaggio triestino che "hanno il tabacco./ Hanno il vino rosso./ A pochi passi il temuto cimitero. Ed io / (non quello temo, ai vinti unico pio) /avrei dovuto guarire /, sottrarmi un farmaco letale; /caricarmi di pesi sempre più gravi/- ed è questa - lo so, la legge della vita; /darmi, promettevano, in cambio, essi, una festa/, essi, i miei buoni amici. Perché/ tutto ti concendono i buoni, e non la morte".


Ma il vecchio Saba era anche una miscela di vibrazioni contrastanti, dicotomiche, in lui c'era bontà e sdegno , infinita capacità di comprensione e un alto tasso di permalosità e rancore, assoluta incapacità nell' accettare critiche, ingenuità e ironia, furia e dolcezza. Era vulnerabile, predisposto alla malinconia e alla sofferenza, ma aveva una forte coscienza morale, orgoglio, fierezza, amor proprio, molta considerazione di sé stesso, oggi si direbbe grande autostima e forse ce ne voleva assai in un tempo in cui la sua poesia rimaneva ai margini e doveva dibattersi tra i vari miti dell'epoca, dannunzianesimo, futurismo, ermetismo e poi ancora i vociani, con Papini e Prezzolini ai quali "io appena o mai piacqui. Ero fra lor di un'altra specie". Anche dopo la seconda guerra mondiale dovette confrontarsi con i movimenti della "Ronda", del novecentismo e dello stesso ermetismo, ai quali rimase estraneo ("E' tardi. Affronto lieto il gelo/ di fuori. Ho in cuore di una vita il canto/ dove il sangue fu sangue, il pianto pianto.")


Lui era per la linea semplice e diretta, la linea del cuore, per una lirica forte come una quercia e pura come acqua di fonte, che s'accostava a Leopardi e e non solo per il pessimismo, "o per lo stile e la 'capa' ", le due linee a cui arrivano molti poeti, - amava dire Salvatore Di Giacomo-, ma perché la sua poesia è soprattutto cuore. .. Per "Bertin", come lo chiamava la santa madre, le ragioni del cuore non dovevano mai venir meno, e ad esse egli non ha mai sacrificato la tecnica e la ricerca formale. Ma tu vuoi sapere della sua vita, vero?

Certo non fu facile, anzi....Fin dal concepimento incappò in un padre , che di cognome faceva Poli e di nome faceva, - come scrisse il mio Trilussa, - " fijo de na mignotta", un padre che non esitò ad abbandonare la moglie, - una ragazza ebrea minuta, graziosa, carina, ricciuta e con un'infinita capacità di sacrificio e sopportazione (come tutti gli ebrei), proprio nel momento più difficile e delicato, quando stava per dargli un figlio, che fu battezzato Umberto Poli, all'anagrafe, ma appena crebbe (male) ed ebbe coscienza di essere figlio di tale padre la prima cosa che fece Bertin fu quella di cambiare il cognome, adottandone uno simbolico, (Saba, in ebraico vale per " pane" ), in omaggio all'eroica piccola madre ebrea. Il piccolo Bertin fece vita inquieta agitata sofferta e assai grama, del resto non poteva essere altrimenti, cresciuto nel ghetto, senza padre, sotto lo sguardo apprensivo e geloso della madre che per mantenerlo fece tutti i mestieri più umili, dalla sguattera alla lavandaia a ore. E tutto ciò si rifletterà inevitabilmente sulla sua poesia (che cos'è la poesia se non il deposito, la stratificazione di materiale il più vario e disparato, idee religiose, sociali, politiche che si va ad adagiare dentro di te chissà dove come in una cisterna, una sentina e poi, attraverso le forme, subiscono una decantazione; alla fine quando vai a pescare, tiri su il tutto filtrato e mica lo sai bene quel che viene fuori. boh!). Quelle miserie, quel freddo, quell'angoscia, quelle privazioni, quelle umiliazioni, quella ghettizazzione, insieme ad altre cose sociali politiche culturali hanno costituito il materiale della poesia di Saba, che intanto dovette subito cominciar a guadagnare per aiutare la baracca e dato che viveva in un grande porto franco, appena potè s'imbarco su un cargo come mozzo; più tardi (siamo nel 1907 e Trieste non è ancora italiana) gli venne l'idea balzana di arruolarsi nell'esercito italiano (dieci anni più tardi, durante la prima guerra mondiale, si rifiuterà di imbracciare il moschetto e rischierà di brutto d'essere fucilato) e cominciò a leggere disordinatamente libri su libri, tutto quel che gli capitava sotto gli occhi, e poi cominciò a studiare letteratura italiana, francese e tedesca, sempre da autodidatta ( Saba aveva fatto studi irregolari, frequentando solo per poco tempo il ginnasio e l'accademia di commercio e nautica; ufficialmente conseguirà solo la licenza elementare). Dopo la guerra mise su quella che diventerà la famosa libreria da antiquario "Saba", con gabbiette di canarini, vaschette e fiori di lillà, e con quel mestiere visse per tutta la vita sua tribolata, sempre discretamente angosciato - per sua natura - "discemm inscì" - ma l'ansia si fece disperata e l' angoscia insostenibile quando furono emanate le leggi razziali contro gli ebrei.
 
Allora dovette scapparsene a Parigi (Paris è sempre Paris, anche nell'aiutare i perseguitati) e pianse e meditò a lungo sulla riva destra della Senna sul tedesco lurco che tutto gli aveva strappato; fece per un periodo anche vita da clochard, preso da una disperata malinconia di tipo astenico, ma poi si scosse e si disse ma tu guarda che mona sei, Bertin! Star qui sotto i ponti di Parigi a fare il barbone, mentre la Linuccia mia e tutta la famiglia se ne sta in Italia con rischi e pericoli terribili (la moglie Linuccia non era ebrea, ma insomma, era sempre moglie di un ebreo e non si sape mai come va a finire con "fasisti e todesch!") e così tornò in Italia e andò sul lungoarno, a Firenze, dov'era Eusebio Montale, a poetare e cantare e se lo portò a casa, si travestì da Scarpia, come aveva sempre desiderato, e gli cantò un'aria della Tosca con la sua bella voce da baritono mancato. Montale aveva un talento tutto speciale nello scovare i letterati triestini (dopo Svevo, anche Saba l'aveva scoperto lui, diceva lui, ma gli interessati negarono, dissero che non era vero, nell'un come nell'altro caso, tant'è che Saba prese sempre le distanze dal poeta ligure e anche dagli altri "ermetici", che si incontravano nei caffè alla moda per rifare il verso ai vari "maudit franciosi"). Dopo la cantata della "Tosca", Montale era al settimo cielo, ma Bertin cominciò a bestemmiare piano piano e fitto fitto, in triestino purissimo, e non la finiva mai. Ce l'aveva giustamente contro il lurco tedesco e il fascista abietto che tutto gli avevano tolto, alla fine pianse come un bambino, povero Saba!. Allora quel mona di Eusebio per consolarlo gli disse: Bertin, tu sei un grande poeta, devi saper reagire, l'Italia ha bisogno di te, belin d'un belin!
 
Ma più che il discorso patriottico poterono gli americani e di lì a poco, con la fine della seconda guerra mondiale, Umberto potè tornare a Trieste... nella sua amatissima libreria, che era il suo mondo e fortunatamente era rimasta in piedi. Seguirono anni sereni. Fumava la pipa, riceveva gli amici (pochi) e gli allievi (molti) con i quali faceva un po' il Socrate, anche per quanto riguarda certe usanze tipicamente greche nel rapporto con i fanciulli, ma capitava che venissero a trovarlo da ogni parte d'Italia e del mondo. Un giorno venne un vecchissimo gentiluomo di stampo borbonico, l'ammiraglio napoletano Salvatore Ruggero De Michelis, e gli disse caro Saba, voi siete un gran poeta e mi piacete assai perchè siete così quieto sereno dimesso umile; sì, è vero , ogni tanto siete 'nu poco malinconico, ma la vostra malinconia è cordiale, aggraziata; forse avete pure 'nu poco di travaglio, è vero? - vedo che dite di sì con la capa, caro Saba - ma il vostro è un travaglio cordiale e anche la vostra sofferenza è accussì cordiale. E poi, vivaddio!, parlate di cose che riguardano tutti noi, del senso della giovinezza che si brucia in un volo, dell'aria, della luce che ci sta intorno e del movimento, e del sole e del vento di Trieste e una donna; e fate tutto con semplicità, senza quella presunzione che mostrano tanti colleghi vostri che si credono più intelligenti di voi perché nun se capisce quel che dicono e dicono sotto sotto - scusate, neh! - che il Saba è 'nu coglione, 'nu mona, come dite voi, a Trieste... e dicono che siete anche 'nu poco pedofilo, 'nzomma che vi piacciono i mamminielli . Ppe mmeve i gusti so' gusti e vanno rispettati, e poi o'ffacevano i greci e i romani. 'Nzomma, don Umbè , 'na cosa è certa. Su di voi si sbagliano, que' criticoni, e di grosso, ve lo dice uno che di uomini s'intende, i coglioni sono loro, voi siete un vero poeta perché esprimete una vera emozione umana... che è anche un'idea di pace, di liberazione dai bisogni, di progresso. Mi compiaccio con voi! Lasciate che vi stringa la mano.
Voi siete il vero poeta italiano, perché come ha detto un critico che ne sape assai assai più di me, voi siete un ritorno dello spirito, o meglio dell'anima, alla sua sacra semplicità ".
 
Saba diventò rosso come un peperone e dalla sua tristezza muta e insuperabile solitudine non seppe dire altro che grazie. Avrebbe voluto dirgli tante cose, che la vera eguaglianza e giustizia umana non è data dal benessere, né dal progresso, ma dalla coscienza di tutto il dolore "necessario", avrebbe voluto dirgli che lui stava sempre in crisi, era sempre travagliato, sull'orlo di una crisi di nervi perenne, era sempre sul filo del rasoio, aveva mille mali dentro e fuori, spesso era preda di una vera e propria disperazione... Ma poi pensò all'onore che gli faceva l'ammiraglio borbonico, pensò che era stato generoso, e gli fece un bel sorriso buono. Posso offrirle una birra, ammiraglio? disse. Il borbonico disse no, grazie, caro Saba, devo andare a trovare un mio collega austriaco, ma voglio dirvi ancora una volta che amo la vostra poesia proprio perchè è buona e generosa come la nostra terra del Sud, sapete io sono di origine pugliese e il canto pugliese è un canto semplice, nudo, sobrio, dedicato alle cose vere, alle cose che contano nella vita, agli affetti familiari, agli amici, al cielo, al mare, alla luna, agli uccelli dell'aria... Vi saluto , caro Saba e vi prego di ossequiarmi la vostra cara Linuccia e "li cardilli".
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18 maggio 2007

Ippolito Nievo racconta Garibaldi

di Antonio di Biase

Secondo l’opinione di Franco Della Peruta – uno dei massimi studiosi del Risorgimento - è molto difficile inquadrare la figura dello scrittore veneto Ippolito Nievo in una categoria politica rigida. Fece senz’altro parte di quella schiera di intellettuali di secondo ordine – se non fosse perché morì a ventinove anni sarebbe giusto ricordarlo in questo modo – che non distinsero in maniera marcata, o forse del tutto, l’impegno politico e l’azione dall’impegno nello studio, nella poesia e nella prosa.

Proprio la bella antologia di Della Peruta intitolata “Uomini e idee dell’Ottocento italiano” (Franco Angeli)– che consiglio nonostante il prezzo di 20 euro per la semplicità e la scorrevolezza con la quale gli argomenti sono trattati-, mette in evidenza che il XIX secolo di belle teste e bei cuori come Nievo ne ebbe molti, a volte tanto acuti e bizzarri quanto poco noti; nel poeta padovano è però molto interessante sottolineare, proprio perché persona asciutta ed istruita, l’autentica venerazione che costui ebbe nei confronti della figura di Giuseppe Garibaldi, col quale salpò da Quarto assieme a Nino Bixio, a bordo del battello “Lombardo”.

La figura di Garibaldi, si è detto proprio di recente, andrebbe depurata da quella sterile mitologia di stampo anticlericale che ancora oggi – a duecento anni esatti dalla nascita -, continua ad accompagnarlo; ma fu indubitabilmente persona di grandissimo fascino. Sciupafemmine di prima classe, con i disertori si dice avesse il plotone d’esecuzione piuttosto facile, ma anche doti umane non comuni ed un inguaribile “pollice verde” – oggi si direbbe così – che lo avrebbe spinto ad affrettarsi dopo l’incontro di Teano, perché gli erano state regalate delle sementi che voleva piantare a tutti i costi. Né si può escludere sia stato un bandito o quantomeno un predone – come qualcuno ha sottolineato – nelle molte campagne militari sostenute al di qua ed al di là delle Colonne d’Ercole.

Quel che conta qui è l’immagine che ci lascia Nievo nella raccolta di versi “Gli amori garibaldini”, componimento che fra l’altro ha contribuito notevolmente alla costruzione del mito dell’Eroe dei due Mondi, di cui si è parlato sopra.

Ha un non so che nell’occhio,
che splende dalla mente
e a mettersi in ginocchio
sembra inchinar la gente;
pur nelle folte piazze
girar cortese, umano
e porgere la mano
lo vedi alle ragazze

[…]

Stanchi, disordinati
lo attorniano talora,
lo stringono i soldati.
D’un motto ei li ristora,
divide i molti guai,
gli scorsi lor riposi,
né si fu accorto mai
che fossero cenciosi

[…]

Conscio forse il cavallo
di chi gli siede in groppa,
per ogni via galoppa
né mette il piede in fallo.

Talor bianco di spume
s’arresta, e ad ambi i lati
fan plauso al loro nume
la folla dei soldati.

Nievo, dopo l’impresa dei Mille e le guerre d’indipendenza, morì giovanissimo nel naufragio del piroscafo Ercole, nel 1861; non prima però di averci lasciato le sue “Confessioni di un italiano”.
«Quanto sei bella, quanto sei grande, o patria mia in ogni tua parte!»
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16 maggio 2007

"La casa maledetta" di John Saul

© 2006 Baldini Castoldi Dalai Editore S.p.A.- Milano
Pag. 393

Angel è una ragazzina adolescente, obesa, impacciata e timida. Da sempre i ragazzi della sua età la deridono, facendole scherzi crudeli.
Figlia di un ubriacone e di una madre un po’ bigotta, crede di vedere uno spiraglio di luce nella sua vita quando, i genitori, per mezzo di una zia, cambiano paese trasferendosi a Rountree. Qui c’è in vendita la casa di Black Creek Crossing, un vero affare.
La zia confida loro che il prezzo è così accessibile perché molti credono che la casa sia maledetta; chiunque c’è vissuto, infatti, è morto in circostanze misteriose.
Ma ad Angel quelle voci non fanno paura, è la sua occasione per ricominciare in una nuova scuola; per fare nuove amicizie. Ma il destino è crudele e anche qui diviene lo zimbello dell’istituto, ma questa volta è in buona compagnia: Seth è un ragazzino da sempre vessato e sbeffeggiato, proprio come lei.
Inevitabilmente i due fanno amicizia e insieme, con l’aiuto di Houdini, un gatto che Angel trova nella nuova casa, cominciano a interessarsi del passato dell’abitazione appena acquistata dalla famiglia di Angel.
Fra strane apparizioni e sogni, scoprono che in passato vi ha abitato una ragazzina, Pazienza, dedita alla stregoneria. Trovano il suo libro e tramite le ricette in esso contenute, cercano di difendersi dalle cattiverie dei loro compagni.
E' un libro che ha dei punti di forza: Seth e Angel sono caratterialmente delineati in modo empatico e questo spinge il lettore a immedesimarsi soffrendo con loro.
E’ un mix di horror, stregoneria, ma tratta anche la sofferenza di due adolescenti con tatto, mostrando fra le righe le problematiche di un’età difficile, qui resa ancora più critica per l’emarginazione e le situazioni familiari dei due protagonisti.
Al di là di qualche episodio già letto in romanzi simili, questo libro è scritto in modo accattivante e semplice. In crescendo fino al finale che non è banale, ma fa riflettere.
Saul prende per mano il lettore e lo conduce pagina dopo pagina nella sua storia, tanto che si arriva a pretendere una sorta di vendetta per questi ragazzi condotti al limite della sofferenza.
© Miriam Ballerini
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14 maggio 2007

I racconti di Versailles – 7 - di Bruna Alasia
UN CAPODANNO DI MARIA ANTONIETTA
Racconto settimo
Il ramo materno della famiglia di Luigi XVI aveva un gene che li rendeva enormi: tranne l’avvenente conte d’Artois, sfuggito per caso a questa maledizione, il delfino e l’altro suo fratello, il conte di Provenza, la sorella più piccola Clotilde, erano sproporzionati . Clotilde poi, che adorava mangiare a quattro palmenti, era soprannominata “Madama grossa”. Malgrado non amasse la propria ciccia, le gote paffute e il doppio mento, era capace di farsi servire montagne di crema chantilly dopo un pasto abbondante. Non erano da meno il Delfino e Provenza che, quando avevano preso lezioni di danza, si erano accasciati col fiatone tenendosi la pancia. Il conte di Provenza, che invidiava Luigi Augusto per il destino da re, gli assomigliava moltissimo in peggio: stessi occhi chiari, stesso viso pieno e largo, stessa figura tarchiata ma quando camminava sembrava proprio un orso e il suo passo, dondolante a causa di una malformazione delle anche, si reggeva su cosce tonde che sfregavano una contro l’altra. Ad aggravare la situazione c’era che, al contrario di Luigi Augusto, non poteva e non voleva andare a cavallo, non era cacciatore e non faceva alcun esercizio fisico.
Comunque il 14 maggio 1771, un anno dopo le nozze del fratello con Maria Antonietta, Luigi Stanislao Saverio conte di Provenza sposò la nipote di Carlo Emanuele III, Giuseppina di Savoia, che aveva diciotto anni, tre più di lui, e in quanto a bruttezza lo eguagliava.
Quando la conobbe Maria Antonietta, sollevata di scoprire come fosse tutt’altro che una temibile rivale, ebbe uno slancio affettuoso:
- Cara cognata… vi insegnerò tutto della nostra vita, sarò una sorella…
- Grazie… - rispose l’altra timidamente.
- Vi divertirete… a Versailles abbiamo un ballo a settimana…
- Grazie… qui è tutto diverso…
Scendevano le gradinate antistanti la reggia in direzione del parco in un pomeriggio di sole: accanto a loro le fontane fiorivano in alti zampilli, lontano scintillava il Gran canale.
- Dio mio che splendore! Mai vista tanta acqua… – disse estasiata la contessa di Provenza in un piemontese francesizzato che l’altra stentò a decifrare – da noi non è così…
- Viviamo nel palazzo più importante al mondo, siamo fortunate! - esclamò pronta Maria Antonietta.
Giuseppina cambiò discorso:
- Usate il belletto?
- Certamente… voi no? - la Delfina la osservò pensando che per quel viso olivastro e coperto di peli, per quell’ orribile naso, ci voleva ben altro.
- Alla corte dei Savoia non si usa… La gran maestra che ho qui voleva spalmarmelo… mi sono tirata indietro… lo trovo ripugnante…
- Ma che dite! La moda francese è questa… – poi sottolineò con severità – questa è una cosa che una signora deve fare per piacere al marito.
- Ha ragione la gran maestra?
- Sicuro.
- Allora me ne farò mettere tanto, ne ordinerò oggi stesso molti barattoli – annuì Giuseppina ansiosa di piacere alla cognata.
“Una provinciale insulsa”, pensò Maria Antonietta, “piccola, racchia… chissà se suo marito ce la fa…” aveva infatti molta paura che mettesse al mondo un erede: in quel caso per lei era la fine. “Le apparenze non fanno ben sperare” si rassicurava, sapeva però che delle apparenze non bisognava fidarsi. Provava nei confronti della savoiarda un sentimento misto di pietà e competizione, non riusciva a scindere le due cose perché, per quanto forti le pressioni dell’ ambiente, sentiva che Giuseppina era come lei una ragazza sola in terra straniera. Scoprendo che Luigi Augusto stava bene in compagnia della nuova arrivata non sapeva se rallegrarsene o essere gelosa.

***
Come sua madre le aveva raccomandato, Maria Antonietta si prese cura della cognata durante il periodo in cui, dopo il matrimonio, la corte si trasferì a Fontainebleau. Quella sera, mentre i loro mariti si facevano servire la cena, le mogli si preparavano al gran ballo in onore degli sposi. In Francia da più di un anno la Delfina si scopriva conoscitrice e padrona, investita di un ruolo e di un potere da esibire all’altra con orgoglio. Entrambi per l’occasione sotto le abili mani delle dame d’onore, la contessa di Noailles e la duchessa di Valentinois, che si odiavano con il sorriso sulle labbra, erano state truccate pesantemente e indossavano abiti dai colori squillanti, scollatissimi e con grandi paniers.
- Non stiamo esagerando? – chiese a Maria Antonietta la schiva Giuseppina quando si trovarono da sole, guardandosi allo specchio il magro decolté – Non siamo a carnevale…
- Carnevale? Non avete idea di come si presenterà stasera madame du Barry…
- Be, ma che c’entra…
- C’entra…
- Quella signora è una favorita – spiegò Giuseppina - non può fare sfigurare il re!
- Anche voi la difendete? Devo già sorbirmi Mercy-Argenteau e mia madre che vogliono che la saluti…
- Non la salutate?
- Mai.
- Mio Dio! E il nonno che dice?
- Non so…
- Strani i francesi, questo è uno strano paese…
- Avete ragione – Maria Antonietta annuì improvvisamente solidarizzando con la cognata nel sentimento di “figlia acquisita” per ragioni politiche - questi scandali a Torino non ci sono vero?
- Per carità… mai!
- Appunto… i francesi invece con tutta la loro grandeur… la grandeur del Re sole… poi si perdono dietro una gonnella… - dimenticando le amanti dell’imperatore suo padre, per le quali la madre aveva sofferto, sentenziò: - anche gli austriaci sono assolutamente morigerati!
- Già… i francesi sono molto libertini…
- Anche vostro marito? – chiese interessata la Delfina.
- In che senso?
- Nel senso che… ci riesce?
Giuseppina arrossì fino alla radice dei capelli.
- Be’…
- Be’… cosa?
- Be’…
***
Quella sera stessa, serviti da molti “ufficiali della bocca” Luigi Augusto e suo fratello, il conte di Provenza, stavano dando sfogo nei piccoli appartamenti al loro insaziabile appetito con molte portate di cacciagione innaffiate da un Borgogna di ottima annata fatto a corte. Il Delfino che non amava a Versailles l’esibizione dei grands couverts, era lieto quando poteva mangiare in pace a Fontainebleau, a Marly e ancora di più a Compiegne, dove i balli venivano dati ancor meno. Fu dunque infastidito quanto sentì in cortile uno scalpiccio di zoccoli, un cigolare di ruote e di carrozze sempre più numerose.
- Gli ospiti sono già qui? – chiese a Provenza
- Così pare…
- Maledizione, non ne ho nessuna voglia stasera…
- Non preoccupatevi, non è per voi che vengono…
Il Delfino lo guardò distaccato.
- Stasera vengono per me e per la mia consorte – continuò sussiegoso Provenza - voi avete già dato…
- Già…
- Anch’io comunque non mi lamento, sto dando e dando molto… - disse allusivo Provenza.
- Che date?
- Ci do sotto… tre o quattro volte per notte…
“Figuriamoci, con quella bruttona…” pensò Luigi Augusto e non fece commenti.
- A proposito come la trovate la mia signora? – chiese ansiosamente Provenza che soffriva di non essere nato primo e padrone, di non essere stato destinato a mesdames importanti ma di secondo ordine quale sua moglie era.
Luigi Augusto lo guardò dritto e senza tradire emozioni.
- Volete che sia franco?
- Certo.
- Ebbene non mi pare un granché… se l’avessi avuta per moglie non mi sarei fatto dei problemi…
- Ah si? – rispose piccato il conte di Provenza – mi fa piacere che siate caduto su una di vostro gusto. Così siamo contenti tutti e due perché la mia mi piace enormemente! Presto avremo un figlio!
Il Delfino ammutolì fissandolo a bocca aperta.
Da quel momento la notizia che la contessa di Provenza fosse incinta corse e non molto tempo dopo colpì al cuore come una freccia avvelenata Maria Antonietta, scavando nel suo animo una tristezza e un’apprensione non fugata dall’idea che, come sostenevano i cortigiani più fidati, fosse pura vanteria. Incontrando casualmente al tavolo da gioco Luigi Stanislao Saverio, fingendo grande superiorità, osò chiedergli:
- C’è qualche fondamento nel fatto che vostra moglie aspetta un bambino?
- Molto Madame, non passa giorno che non possa dimostrarlo.
La Delfina annichilì, prese le carte, non le valutò, sbagliò mossa, perse. Si alzò, uscì dal salone, imboccò il corridoio: quando raggiunse una saletta deserta si chiuse dentro e pianse.
***
Non fu facile l’ estate al castello di Fontainebleau, anche se Maria Antonietta ricevette da Luigi XV molte carezze per la premura con la quale aveva accolto la cognata, le restava un vago timore per il futuro che al momento opportuno poteva esplodere. Quel lunedì mattina il Delfino e la Delfina si trovavano nelle stanze del conte e della contessa di Provenza con i quali Luigi Augusto si vantava delle proprie qualità di cacciatore.
- Saranno un centinaio i cinghiali che ho fatto fuori negli ultimi tempi – diceva con solennità - nemmeno riesco più a contarli…
- Non esagerate… – ribatté Stanislao Saverio - più esagerate e meno sembra vero…
- Volete dire che amo gonfiare le cose come fate voi? Mica vado a caccia da solo… chiedete, chiedete a chi viene con me…
- Già chiedete! – si intromise Maria Antonietta alzando la voce e fissando adirata il consorte negli occhi – Come fosse argomento del quale vale la pena parlare! Ma non capite che questa passione smodata vi distrugge la salute? Credete che la caccia faccia bene?!
Luigi assunse un’aria mortificata e si bloccò.
- Non solo fa male – continuò la Delfina - vi trasforma il corpo in peggio… non vedete come siete ridotto? – gli diede uno sguardo da capo a piedi - Siete rude, trasandato!
Questo era davvero troppo! Il Delfino si sentì umiliato ma, come dettava il suo temperamento, non fece valere le proprie ragioni, se la diede a gambe: chiudendosi la porta alle spalle fuggì verso i suoi appartamenti privati. Maria Antonietta lo inseguì per i corridoi finché non piombò nella sua camera da letto.
- Dove credete di scappare? Dovete darmi ascolto! – gridò - Non sono forse vostra moglie? Oppure alla vostra salute, a quella dei vostri discendenti, non ci tenete proprio?!
Luigi comprese che dietro quelle frasi dure si celava molto più che un semplice alterco, c’era la tensione delle ultime settimane, lei lo stava processando perché era un fallito. Non riuscì a trattenere l’emozione, scoppiò in singhiozzi.
- Basta Monsignore… - disse la giovinetta venendogli più vicino.
E d’improvviso lo abbracciò mischiando le sue lacrime a quelle di lui.
***
Per il suo sedicesimo compleanno Maria Antonietta ricevette dalla madre una missiva che la scosse e la indusse a modificare, come spesso succedeva, una sua ferrea presa di posizione. La lettera veniva da Vienna e datava 31 ottobre 1771.
“ Le belle notizie di vostra sorella regina di Napoli mi riempiono di gioia, come pure quelle di Ferdinando, che è incantato dalla moglie; vi accludo qui la lettera che mi ha scritto sul loro primo incontro, e vi confido in segreto che la prima notte è stata quella in cui lei è diventata sua, tutti e due sono visibilmente innamorati, anche se la visita delle generalessa, arrivata a sproposito il 17, ha provocato molta impazienza”.
Maria Antonietta pensò che “la generalessa”, come sua madre chiamava le mestruazioni, con lei era un cronometro mentre sua sorella Maria Carolina aspettava un figlio e suo fratello, l’ arciduca Ferdinando, presto lo avrebbe fatto. Sospirò.
“Ma queste buone notizie, che dovrebbero colmarmi di contentezza, sono avvelenate dalle preoccupazioni per la tua pericolosa situazione, resa ancor peggiore per il fatto che non comprendi, o non vuoi comprendere, il pericolo. Ti rifiuti semplicemente di usare i mezzi necessari per uscirne”. Maria Antonietta respirò prima di continuare. “Mi dite che avete parlato al re. Questa deve essere la vostra occupazione di tutti i giorni, non solo quando avete domande da fare. Un padre così buono, un principe così buono…”
Già, si disse la Delfina, soprattutto nella sua condizione di sposa illibata era necessario essere conciliante con il sovrano, guadagnarsi la sua benevolenza, se voleva vivere a Versailles: e lei lo voleva. Per entrare nelle grazie di Luigi XV bisognava accettare la sua vita privata… Questo desiderava sua madre, anche per il proprio tornaconto. Capiva che le chiedeva di rinsaldare l’alleanza franco-asburgica messa in pericolo dai recenti fatti di Polonia: tale era il potere della du Barry! Maledizione, pensò, ma sentiva il peso della responsabilità.
La Polonia a quel tempo era travagliata da una guerra civile, cosa che per le grandi potenze quali Russia, Austria, Prussia, rappresentava una ghiotta occasione per arraffarne i territori, a condizione di riuscire a mettersi d’accordo su come spartirsi la torta, senza piombare a loro volta in nuovi conflitti. La Francia, tradizionalmente amica della Polonia, come avrebbe reagito a questo esproprio? Ne avrebbe risentito l’alleanza franco-asburgica? Preoccupazioni senza risposta per l’avida Maria Teresa d’Austria.
Maria Antonietta volle parlarne con l’ambasciatore Merci-Argenteau che convocò nel suo gabinetto:
- La linea che abbiamo adottato nei confronti della Polonia potrebbe suscitare scalpore in Francia – disse Mercy-Argenteau guardandola serio – ma l’alleanza con la Francia deve continuare a essere il pilastro della politica austriaca…
- E’ come trovarsi di fronte a una crisi familiare… - sussurrò allarmata la Delfina.
- Esatto… e chi potrebbe appianarla questa crisi?
Maria Antonietta pendeva dalle sue labbra.
- Soltanto voi altezza… con l’aiuto dei miei consigli…
***
La notte del 31 dicembre 1771 fu memorabile a Versailles. Aveva talmente nevicato che la fontana di Latona era coperta per intero, tuttavia nel piazzale davanti alla reggia le carrozze continuavano ad arrivare incuranti del cattivo tempo. Ne discendevano mesdames e monsieurs che unendosi agli abitanti del palazzo formavano una piccola città: i presenti quella notte furono migliaia. Ci fu chi disse che le portate del sontuoso cenone fossero quarantotto, chi settantasette. Con precisione non lo sappiamo perché i cuochi, sotto il comando del gran cerimoniere, erano decine e non riuscirono a farsi un quadro preciso della situazione. Nel castello, mirabilmente illuminato, lo champagne scorreva a fiumi sin dalle prime ore della sera. La tavola, lunghissima negli enormi saloni, apparecchiata per un grandissimo couvert, aveva una tovaglia di damasco ricamata in oro, ogni posto segnato con precisione per rango. Maria Antonietta, la contessa di Provenza, “Madama grossa”, la principessa di Lamballe, madame du Barry, la stessa madame l’Etiquette si preparavano all’evento: l’entrata in scena tra la noblesse al gran completo, davanti al re. E poi si sarebbe danzato sino a tardi! Per le stanze già echeggiavano le prove dei musicisti e un minuetto alla moda.
- Altezza reale – disse l’ambasciatore Mercy-Argenteau a Maria Antonietta – ho saputo che madame du Barry sta venendo da voi.
Lei lo guardò interrogativa: doveva augurargli buon anno? Cercò con gli occhi la contessa di Noailles, la gran maestra della casa: cosa dettava l’etichetta in quei momenti? All’improvviso Madame du Barry apparve: era insieme al sovrano e a uno stuolo di dignitari, sensuale, come raramente può esserlo una donna, ma casta nel sorriso timido incorniciato dai riccioli chiari. Si inchinò davanti alla Delfina.
- C’è molta gente questa sera a Versailles… - disse Maria Antonietta.
- C’è molta gente… - fece eco Madame du Barry. Sorrise. Accanto a lei sorrise Luigi XV che, prendendola sotto braccio, si allontanò scortato dai cortigiani.
“Può bastare per salvare l’alleanza?” la piccola austriaca, futura regina di Francia, cominciò l’anno con questo quesito. Poi il 21 gennaio 1772 scrisse a sua madre: Non dubito che Mercy vi abbia riferito della mia condotta a capodanno e spero che ne siate contenta. Credetemi, sacrifico tutti i giorni pregiudizi e ripugnanza, purché non mi si proponga nulla contro la mia dignità. Sarebbe stata la disgrazia della mia intera vita un disaccordo tra le nostre famiglie. Il mio cuore è sempre vicino alla mia…
Si sentiva investita di una missione grande, felice di scoprirsi eroica e messaggera di pace tra i due casati e loro popoli ignari e inferiori.
In realtà, se Luigi XV non dichiarò guerra a nessuno, era perché la Polonia non rappresentava un vero problema, altrimenti nulla avrebbero potuto Maria Antonietta e la du Barry. Ma non si può negare che fatti insignificanti e privati come quello qui raccontato, abbiamo un potere enorme: siano inizio della storia, non solo dell’anno in corso, ma di molti altri a venire.

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12 maggio 2007

Il dialetto nel pensiero di Antonio Gramsci


«Franco mi pare molto vispo ed intelligente: penso che parli già correntemente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi l’Italiano che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi, ed un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.»
da A. Gramsci - Lettere dal Carcere - 1927
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11 maggio 2007

Passeggiate insolite: i giardini di Parigi


di Luisa Benemeglio
Per anni, quando ero assistente di volo, ho sognato di viaggiare potendo apprezzare piu' da vicino il modo di vita locale. Per curiosità mi sono sempre spinta un po' fuori dai classici circuiti turistici. Ma il problema principe per chi affronta l'esperienza di un viaggio, anche per chi torna piu' volte in un luogo, resta il tempo e la mancanza di riferimenti sul posto.
Da qualche anno vivo e lavoro a Parigi e considero questa esperienza estremamente arricchente. Parigi è la meta turistica piu' visitata ogni anno nel mondo, ma gli Italiani sono talmente vicini geograficamente, cosi' vicini nell'amore per il buon vivere e la buona tavola e cosi' numerosi ad ogni angolo della strada che vorrei condividere con loro le piccole scoperte fatte in questa meravigliosa città, con una rubrica che vuole essere soprattutto un piccolo tributo d'amore a questa città e alla mia gente.

A Parigi, questo bisogna dirlo, il sole diserta le piazze durante l'inverno. Ma al primo timido calore la gente si riversa nei giardini per rinfrancare il corpo e lo spirito.
I giardini dalle aiole fiorite, vanto di questa città, diventano spiaggia, salotto, luogo di ritrovo.
I quais della Senna, chiusi di domenica alla circolazione dei mezzi motorizzati, diventano pista per i volenterosi che a tutte le tutte le età mettono alla prova il loro talento sportivo su skate boards, roller blades, monopattini e biciclette.
Fra qualche mese anche i turisti, come i parigini, potranno approfittare di un nuovo modo di conoscere la città: infatti, nel prossimo mese di luglio, il comune di Parigi a disposizione una rete capillare di stazioni di biciclette. Sarà cosi possibile affittare un veicolo in un qualsiasi punto della città e renderlo in una qualunque altra stazione di arrivo; una buona occasione per visite poco convenzionali.

Per chi sente il richiamo dell'esotismo, Parigi è un luogo ideale: passare da un arrondissement all'altro significa, spesso, balzare da un punto all'altro del pianeta. E siccome la stagione è propizia, i piu' coraggiosi potranno inforcare la bicicletta e mettersi in moto direzione ovest! ...Per i meno coraggiosi, la metro costituisce un mezzo di trasporto eccellente.
Per una scappata esotica fuori del consueto, Attraversiamo la Porte de Saint-Cloud. Proprio contro Parigi Ovest, lungo le rive della Senna, arriviamo a Boulogne Billancourt. Qui, attorno alla fine del XIX secolo ed inizio XX la ricca borghesia veniva ad installarsi in cerca e di tranquillità e di piu' ampi spazi; l'architetto Mallet-Stevens negli anni '30 edificava ricercati hotels particuliers; e proprio qui, attorno al 1895 il finanziere Albert Kahn aveva fatto edificare la sua residenza.
Su di lui e sulla sua fondazione vi propongo una piccola sintesi storica.
Sono gli anni dell'espansione coloniale europea.
Albert Kahn, banchiere di origine alsaziana, approda a Parigi attorno al 1880 e fa fortuna nel mondo della finanza internazionale grazie alle speculazioni ferroviarie legate all'espansione coloniale dell'Europa occidentale.
Gli affari conducono Kahn nei luoghi piu' disparati. A contatto con le diverse popolazioni, il finanziere elabora il proprio ideale di pace universale. La sua visione filantropica lo porta a considerare la conoscenza profonda dei diversi popoli del mondo come sola la via verso il rispetto e la tolleranza reciproci. Pur non attaccando mai l'istituzione del colonialismo (bisogna considerare Kahn nel suo contesto storico) egli intraprende la realizzazione di una raccolta di documenti provenenti da tutti i paesi del mondo che ha l'occasione di visitare. Per circa vent'anni affianca alle spedizioni d'affari delle équipes di fotografi e studiosi allo scopo di raccogliere la piu' grande quantità di dati sulle popolazioni del mondo.
Quando, in seguito al crollo della Borsa del 1929, il finanziere cade in disgrazia, il département des Hauts-de-Seine compra la sua proprietà, costituisce la "Fondazione Albert Kahn" ed apre al pubblico la visita al museo ed ai suoi archivi del pianeta (archivio fotografico fra i piu' ricchi al mondo) e al parco di cui andiamo a parlare.
Nel parco di quattro ettari che circonda la sua casa (l'attuale museo) Kahn fa realizzare fra il 1895 e il 1929 un collage di tutti i giardini e parchi del mondo.
Oggi, per la modica somma di 1,50 €uro a persona, possiamo approfittare uno spazio verde che riunisce, in un'area relativamente ristretta, paesaggi fra i piu' disparati. Passeggiando per i sentieri in terra battuta passiamo dalla foresta dei Vosgi, alla foresta di conifere e a quella di aceri. Attraverso un nugolo di moscerini arriviamo alla distesa palustre che si apre sui giardini all'Inglese dove i giacinti e gli agapanti punteggiano di blu i sottobosco. La serra, che ospita le specie vegetali poco adatte al rigore invernale, è prospiciente al giardino alla Francese che si apre su un roseto e su un orto di meli tagliati a barriera. L'inatteso, l'esotico, l'insolito ci aspetta nel giardino giapponese dove l'universo è riprodotto in miniatura in tutta la sua armonia: monti, sorgenti, i laghi, i vulcani e tutte le meraviglie riprodotte attraverso artifici vegetali. Una vera meraviglia.

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10 maggio 2007

Ratzinger - Gesù di Nazaret

di Antonio V. GELORMINI
Joseph Ratzinger
Gesù di Nazaret
Rizzoli Editore

Un grande lavoro di catechesi. Che scorre in quell’alveo di rievangelizzazione tracciato, insieme a Giovanni Paolo II, durante gli anni alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger (Rizzoli Editore), in libreria il giorno del suo compleanno, è la testimonianza di quanta modernità e di quanta giovinezza interiore alberghino in questo raffinato teologo di 80 anni. Da sempre indicato come un tenace e gentile conservatore, tra i più gelosi dell’ortodossia ecclesiastica.

Forse perché cominciato da cardinale e terminato dopo essere stato prescelto come Pontefice, il libro porta la doppia firma, “non è un atto magisteriale” e sembra voler essere una base di confronto, per tracciare una solido percorso d’incontro, nell’ambito di quel dialogo interreligioso quotidianamente perseguito da Benedetto XVI.

Il professore scende dalla Cattedra e col suo “ognuno sarà libero di contraddirmi”, insistentemente ripetuto sin dalla prima presentazione del testo, pare non voler irritare interlocutori attenti e poco inclini ad accettare l’infallibilità delle dichiarazioni provenienti da Roma.

Recupera e consolida la radice storica di Gesù di Nazaret. L’interprete profetico degli insegnamenti della Torah, messi in pratica con forza, nell’affermazione dell’amore per Dio e per il prossimo come se stesso. Sintetizzati nel duplice comandamento che trae linfa dal Deuteronomio e dal Levitico. Ed esorta, ammonendo, a non trattare con superficialità il patrimonio biblico delle Vecchie scritture a favore delle Nuove.

Radicare la figura del Nazareno nel contesto raccontato dai Vangeli, significa salvaguardarne l’autenticità e la spinta devozionale. Altrimenti resa evanescente dall’impressione di “sapere poco di certo su di Lui e che solo nel tempo la fede, nella sua divinità, avrebbe plasmato la sua immagine”. Dal che si deduce che lo stesso Papa non potrebbe essere il vicario di una costruzione tardiva, sebbene frutto di un intenso percorso di fede.

Da tempo il lavoro certosino di Joseph Ratzinger è quello di dar forza alla fede, curandone gli occhi della storia e della ragione, per dare radici solide al suo credo, che se cieco diventa fragile, integralista e pericoloso. La ricerca storica, allora, non è in contrasto con la fede. Al contrario, alla fine può confermarla. Il metodo storico-critico, alla base della sua formazione universitaria in Germania e struttura portante delle lezioni impartite da docente, in quelle stesse università, “è una delle dimensioni fondamentali dell’esegesi”.

Ma è nel riconoscerne i limiti, che la prospettiva di Benedetto XVI assume i caratteri moderni dell’innovazione metodologica. “Per sua natura”, afferma, “il metodo storico-critico non deve soltanto cercare la parola come qualcosa che appartiene al passato, ma deve anche lasciarla nel passato”. Perché, aggiunge: “Non possiamo recuperare il passato nel presente” e soltanto alla luce di una fede certa e ritrovata sarà possibile elevare lo spirito.

“Ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico, in senso vero e proprio”, sottolinea il Pontefice. “Solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell’epoca, si spega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia”. E conclude, evitando il plurale majestatis, “Io spero che il lettore comprenda che questo libro non è stato scritto contro la moderna esegesi, ma con grande riconoscenza per il molto che ci ha dato e che continua a darci”. Come dire, che nel tempo di internet l’aramaico non può che conservare la sua suggestione storica.
(gelormini@katamail.com)
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Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...