28 luglio 2006

Libri: "La mia vita per la liberta" di Gandhi

…Cio’ che voglio raggiungere – e che faticando e soffrendo ricerco da trent’anni – e’ trovarmi faccia a faccia con Dio. Io vivo e agisco e sono a questo scopo, tutto cio’ che dico e che scrivo, tutti i miei sforzi in campo politico, hanno questo fine ultimo.

Ma avendo sempre sostenuto che cio’ che e’ possibile a uno e’ possibile a tutti, i miei esperimenti non li ho effettuati in segreto, bensi’ apertamente, e non credo che questo diminuisca in alcun modo il loro valore spirituale; certe cose le sappiamo solo noi ed il nostro Creatore, sono assolutamente incomunicabili, ma gli esperimenti che sto per narrare no. Essi sono spirituali, anzi morali; perche’ l’essenza della religione e’ moralita’…
… Se avessi da esaminare solo principii accademici, non mi metterei certo a scrivere un’autobiografia, ma dato che mio scopo e’ fare un resoconto delle varie applicazioni pratiche di questi principii, ho intitolato i capitoli che sto per buttare giu’ Storia dei miei esperimenti con la verita’. Descrivero’ naturalmente esperimenti che trattano di non violenza, celibato e di altre regole di condotta che sembra non abbiano nessun rapporto con la verita’, perche’ secondo me la verita’ e’ il principio supremo che ne sottintende molti altri: la verita’ non e’ solo verita’ di parola, ma anche di pensiero e non e’ solo la verita’ relativa che noi concepiamo, ma la Verita’ Assoluta, il Principio Eterno, che e’ Dio. Vi sono innumerevoli definizioni di Dio, perche’ Egli si manifesta in modi innumerevoli, che mi riempiono di meraviglia e di riverenza e sul momento mi sconcertano. Ma io adoro Dio solo come Verita’. Non l’ho ancora trovato, ma continuo a cercarlo, e a questa ricerca sono disposto a sacrificare le cose che mi sono piu’ care; e se anche si trattasse di dare la vita spero che potrei accettare. Ma finche’ non avro’ raggiunto la Verita’ Assoluta, mi dovro’ accontentare della verita’ relativa cosi’ come l’ho afferrata. Intanto questa verita’ parziale sara’ il mio faro, il mio scudo, la mia protezione, e benche’ il cammino sia arduo e faticoso e pericoloso come il filo del rasoio, a me e’ apparso spedito e facile.
Anche i miei errori cosiddetti “Himalayani” mi sono sembrati poca cosa, perche’ ho proceduto sempre sulla retta via, regola che mi ha salvato dalle sventure, e ho ascoltato la voce della mia coscienza. Cammin facendo ho intravisto spesso la Verita’ Assoluta, cioe’ Dio, e ogni giorno sono maggiormente convinto che solo Lui e’ verita’ e che tutto il resto e’ illusione. Che coloro che vi si interessano afferrino come sono giunto a queste conclusioni; che mi seguano nelle mie esperienze e condividano anche i miei principii se ci riescono; mi sono convinto inoltre, e non a caso, che cio’ che posso fare io lo puo’ fare anche un bambino: i sistemi per raggiungere la verita’ sono semplici e ardui nel contempo, possono sembrare difficilissimi ad una persona arrogante e facilissimi invece ad un innocente. Colui che cerca la verita’ dovrebbe essere meno che polvere, la gente calpesta la polvere, ma l’umilta’ di colui che cerca la verita’ dovrebbe essere tale da indurlo a lasciarsi schiacciare anche dalla polvere. Allora e non prima riuscira’ a scorgere la verita’. Il dialogo tra Vasishtha e Vishvamitra lo dimostra chiaramente e ne sono prova anche il Cristianesimo e l’Islam.
Se secondo il lettore certe cose che scrivo peccano d’immodestia, egli supporra’ allora che sono in errore e che la mia saggezza altro non e’ che illusione: ebbene periscano a centinaia coloro che sono simili a me, purche’ trionfi la verita’; non travisiamo neppure in infima parte la verita’ nella sua essenza per giudicare dei mortali fallaci come sono io…

Dall’introduzione a “La mia vita per la liberta”, autobiografia di M.K. Gandhi – Edizioni tascabili Newton – p.458 – euro 5.00

La donna ideale


La donna ideale deve soddisfare l'anima, lo spirito, i sensi.
Non trovando riuniti i tre requisiti nella stessa persona, è consentito il frazionamento.

Alessandro Morandotti

23 luglio 2006

"Il tempo dele parole sottovoce" di Anne Lise Grobety

di Lagi

“Fu in una terra di colline perfette e di frutteti. In un borgo tranquillo, dove tutti si salutavano guardandosi dritto negli occhi. Fu tanto tempo fa: io ero ancora un bambino, e tutto mi sembrava irraggiungibilmente grande: il giardino di mio padre, il borgo, la scuola, il campo di calcio…Avevo un amico. Un amico vero. Oskar”.

Inizia così questa breve ma intensa novella, che vuole raccontare la storia di una grande amicizia, tra due figli e i loro padri, amici da sempre, “come le dita di una mano”: padri ideali, gente semplice che lavorava sodo e che amava terminare la giornata pregustando un buon bicchiere di vino e conversando in versi, scambiandosi le strofe di grandi poeti nell’aria buia e tiepida del frutteto.

Un’ amicizia che viene messa a dura prova e che resisterà alle atrocità del nazismo.

Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finchè non venne il tempo delle parole sottovoce.”.

Improvvisamente, qualcosa cambiò: Oskar non potè più frequentare la squadra di calcio, poi il maestro non gli permise più di entrare a scuola. E i due padri iniziarono a parlare a voce più bassa di prima: “i loro grandi slanci poetici lasciavano sempre più spesso il posto a lunghe discussioni quasi bisbigliate, nelle quali sentivo spirare umori turbati. Dal tono dei loro discorsi intuivo che qualcosa era cambiato ma cosa?…(…) Persino il sapore dei confetti alla violetta non mi sembrava più lo stesso mentre girellavo per il nostro borgo, dove improvvisamente la gente sembrava incapace di salutarsi guardandosi dritto negli occhi”.

Voci basse, quelle dei padri; voci alte, quelle della gente in piazza, come LA VOCE che usciva sempre dalla radio, che parlava più forte di tutte le altre. E situazioni che stavano profondamente e istericamente cambiando, senza capire perchè. “Avevo ancora in corpo la leggerezza dell’infanzia. Ma d’un tratto mi colmai del peso dell’uomo e dei suoi tormenti”.

L’amicizia tra i due bambini e i loro padri continuerà, di nascosto, per proteggere un futuro minacciato dalla follia nazista. Fino all’ultimo saluto: “Tu che ami così tanto la nostra lingua, non dimenticare mai che la parola disperare ne contiene per intero un’altra: sperare! Il tuo amico per sempre, Anton.”.

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“Vedo il mondo trasformarsi lentamente in un deserto, sento avvicinarsi il tuono che ci ucciderà, provo la sofferenza di milioni di persone. Eppure, se guardo il cielo penso che tutto questo si concluderà bene, che queste crudeltà finiranno, che nel mondo regnerà nuovamente la tranquillità e la pace. Nel frattempo devo preservare intatti i miei ideali, nei tempi che verranno forse potrò ancora metterli in pratica.” (Anne Frank, 15 luglio 1944)

(Il tempo delle parole sottovoce - Anne Lise Grobety - Edizioni Bompiani - p.78 - euro 8.00)

22 luglio 2006

Renato Marazza nel ricordo di Eros Barone

di Eros Barone (tratto dalla rubrica "Con rispetto parlando" de "La Prealpina" il giorno 31 giugno 2006)

I nostri incontri avvenivano quasi sempre in biblioteca: quella di Busto Arsizio, innanzitutto, ma anche quella di Varese e, più di una volta, la “Sormani” di Milano.
Vederlo in fila, mentre sfogliava uno dei libri che aveva richiesto in consultazione e attendeva il suo turno per attivare il prestito e portarseli a casa, mettendoli magari in uno di quei sacchetti di plastica che si usano per fare la spesa al supermercato, mi riempiva il cuore di quella allegria impaziente che pervade il cacciatore quando si avvicina alla preda, come se entrambi avessimo partecipato, provenendo da punti differenti ma nello stesso tempo, ad una caccia e ad un rito: quelle cacce rivolte alla conoscenza e al sapere che Giordano Bruno chiamava ‘venazioni’ e quei riti che, come osservano gli antropòlogi, convèrtono il tempo in un luogo. E davvero, ripensando a lui, che era un insegnante di religione e a quelle rivelate - non solo la cristiana, ma anche la musulmana e l’ebraica - univa la religione della lettura e la pratica di una ricerca assidua e inesauribile, in cui il piacere e il dovere, Epicuro e Kant, si fóndono in una sintesi perfetta, davvero, ripensando a lui, comprendo il significato noetico, etico ed estetico della passione che ci accomunava e ci rendeva, restando sempre al di qua della confidenza o della compiacenza, fratelli.
Renato Marazza aveva un fisico minuto e ben proporzionato, che riceveva una luce particolare dalla testa armoniosa, dai corti capelli grigi, dai vivi occhi neri e da un sorriso, non meno perplesso che comprensivo, che contribuiva ad illuminare il colorito olivastro del suo viso fenicio e trasmetteva a chi entrava in contatto con lui un senso di lucida intelligenza, di garbata ironia e di ferma attenzione. Le parole, figlie della sua anima appassionata e del suo chiaro intelletto, fluivano dalla sua bocca nitide come la pura acqua di una sorgente, anche se a volte erano come increspate dal brivido lieve di un soffio di vento.
Nella sua vita esteriormente ordinaria ma interiormente ricca di contenuto, alternava l’investigazione, che lo portava a ricercare nelle biblioteche più diverse i testi più diversi, alla contemplazione, che lo spingeva lontano, nelle comunità o nei monasteri, a vivere, insieme con i religiosi obbedienti ad una regola, l’esperienza della preghiera e della meditazione. Il Libro, che si trattasse della Bibbia, dei Vangeli, del Corano o della Thorà, così come di Platone, di Aristotele, di Marx o di Wittgenstein, era per lui quell’unica candela della ragione la cui fiamma non viene mai meno ed è in grado di accendere tutte le altre - centinaia, migliaia, milioni - allorché sono spente.
Amava l’Italia, di cui rivendicava, con amarezza contenuta e con intima fierezza, come un patrimonio prezioso da difendere e da valorizzare, la tradizione risorgimentale e resistenziale.
Un comune conoscente, che lavora alla biblioteca civica di Busto, mi ha riferito che, il giorno prima di morire, fedele sino all’ultimo alla religione della lettura e della ricerca, telefonò ad una sua allieva per pregarla di restituire i libri che egli aveva preso in prestito.
La sua scomparsa - mi sia permesso di affermare ciò - mi ha privato di uno dei non molti lettori (ma quale lettore!) che manifestassero una costante attenzione agli scritti che sono venuto pubblicando in questa rubrica. Forse, anche per tale ragione, il ritratto che ho cercato di abbozzare in questo articolo somiglia così tanto ad un autoritratto. E sarebbe una bella iniziativa, che segnalo all’assessore competente dell’amministrazione comunale di Busto Arsizio, quella di intitolare a questo straordinario lettore una sala della biblioteca che gli fu così cara, ornandola con una dedica che potrebbe suonare in questi termini: “A Renato Marazza, che in questa biblioteca visse l’avventura della conoscenza e della saggezza”.

14 luglio 2006

Il giorno della civetta ed il generale Dalla Chiesa

di Augusto da San Buono

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa era convinto che il capitano dei carabinieri del Giorno della civetta, a cui si era ispirato Sciascia, fosse lui, e questa identificazione con l’eroe (se pur sconfitto) del romanzo è una dimostrazione - scriverà lo scrittore siciliano sul Corriere della Sera, dopo la morte del generale - di quel che pensava di sé e della mafia. Ovvero che Dalla Chiesa era un ufficiale di vecchio stampo, onesto, leale, coraggioso, con grande dirittura morale e passione per il suo lavoro, ma aveva i suoi limiti e commise molti errori di suggestione “letteraria”, come quello di credere che la mafia non l’avrebbe toccato, per un malinteso senso del rispetto. Un po’ come era accaduto al capitano Bellodi del giorno della civetta. Ma attenzione - avverte La Capria -, i personaggi di Sciascia non sono reali, sono idee inserite in schemi narrativi. Quei personaggi, quegli schemi teorici in giacca e cravatta, in realtà sono l'Italia. Sciascia è giunto a una perfetta rappresentazione della nullità italiana, del non - essere italiano, dello schematismo che ha ridotto lo spessore di una collettività alla consistenza della carta velina. Invece, il superprefetto Dalla Chiesa dimostrò di non aver capito né Sciascia , né la mafia, che nel frattempo era assai cambiata rispetto a quella che aveva conosciuto lui da giovane capitano dei carabinieri?. Insomma, egli fu, in qualche modo, preda delle suggestioni di quel luogo teatrale per eccellenza che è la nostra mente, dove si gioca tutto il dramma tra luce e ombra, una luce così accecante da indurre, secondo un’antica metafora del pensiero greco, a uno “sguardo nel buio”, come quello della civetta. Dalla Chiesa, per rimanere in tema di metafore mutuate dal misterioso titolo del libro, era un vecchio e fiero guerriero che non fu neppure sfiorato dalla tentazione di dire no all’appello del duca di Somerset nell’Enrico VI di Shakespeare, ossia di abbandonare la lotta contro la mafia con la speranza di sconfiggerla, tentazione che ebbe, invece, il capitano Bellodi, una volta ritornato nella sua dolce e tenera nevosa incantata Parma, anche se poi, proprio nel finale del romanzo, dirà a se stesso che sarebbe tornato, a lottare, in Sicilia: “Mi ci romperò la testa”. Ma tutto rimane ipotetico. Mentre il Generale Dalla Chiesa volle, fortissimamente, tornare in Sicilia per rompere le corna alla mafia. Nonostante fosse ormai un pensionato, si sentiva rivitalizzato, rigenerato, ringiovanito, soprattutto dopo il matrimonio con la giovanissima Emanuela Setti Carraro, e non se ne sarebbe certamente tornato a casa, rincantucciato nel proprio letto, al buio, senza mostrarsi alla luce del giorno per essere oggetto di scherno e di meraviglia, come accade alla civetta quando si mostra fuori ora?. Forse fu proprio questo eccesso di sfida, faccia a faccia, alla John Waine, che mescolava estremo coraggio, sprezzo del pericolo, ma anche un pizzico di vanità e presunzione, a perderlo. Fu il banale errore che nessun comune prefetto avrebbe commesso - di non aver stabilito un sistema di vigilanza e protezione intorno alla sua persona, che affrettò il suo “giorno della civetta”, ossia l’ombra, la notte, la tenebra profonda e totale, la morte per agguato mafioso nella sera del 3 settembre 1982, ventiquattro anni fa. Per Dalla Chiesa e la giovanissima moglie Emanuela si sciolse il grande lamento funebre del popolo italiano, era la morte di Ettore, l’ingresso nella mitologia. Ma Sciascia, tirandosi dietro tutte le polemiche, disse che il generale aveva commesso grossolani errori di valutazione e - quasi a smitizzarne (o dissacrarne) il mito, - rivelò che il personaggio a cui si era ispirato nello scrivere il giorno della civetta non era lui ma un altro ufficiale dei carabinieri che aveva conosciuto una sera d’estate del 1956 , in Sicilia, il maggiore Renato Candida, che comandava il Gruppo Carabinieri di Agrigento. E dopo il primo incontro, fra i due ci fu subito una corrente di empatia – “Era un uomo simpatico, aperto, spiritoso”, disse Sciascia - e divennero grandi amici. Il maggiore Candida aveva acquisito una tale coscienza e nozione del problema della mafia che si trovò a scrivere un libro “molto interessante”, Questa mafia, (1956) che Sciascia s’adoperò di far pubblicare dal suo quasi omonimo editore di Caltanissetta, Salvatore Sciascia . E poi lo recensì sulla rivista Tempo Presente. Ma il libro non ebbe nessuna risonanza, nessuna eco. In compenso servì a far trasferire l’ufficiale dalla Sicilia alla Scuola Allievi carabinieri di Torino.
Alla morte del generale Candida, avvenuta l’11 ottobre 1988, un anno prima di quella dello scrittore siciliano, Sciascia disse che era una vergogna che nessuno avesse ricordato quest’uomo, questo eroe, che aveva avuto esatta coscienza, esatto intendimento del ruolo della mafia in un momento in cui le Istituzioni la negavano, o la rimpiangevano; per Sciascia era stato un modello, una fonte costante di ispirazione non solo per il Giorno della Civetta, ma per ogni suo racconto in cui c’è il personaggio di un investigatore (vedi ad es. il Rogas del Contesto, o il Laurana di A ciascuno il suo). La figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentati alla memoria, all’immaginazione. Per Sciascia, così permeato di forte coscienza letteraria e di eccezionale tensione civile, ma anche di “sicilianità”, quell’intesa che allora pareva impossibile, l’amicizia con questo “anomalo” carabiniere giocò un ruolo fondamentale per la creazione del suo più celebre romanzo, un bestseller che con più di un milione di copie vendute, gli diede fama ed anche denaro, grazie anche alla trasposizione cinemato grafica e a quella teatrale. Il Capitano Bellodi, figura moderna di ufficiale dei carabinieri settentrionale, simbolo della legge e degli ideali di giustizia e verità civile, ironico, dinamico, onesto, intelligente, ma soprattutto uomo, non ominicchio, quaraquaqua, o piglianculo, uomo che crede nei valori di una società democratica e moderna, contro l'immobilità d'un mondo di vecchi interessi costituiti, era lui, Renato Candida , ma l’interessato non si riconobbe affatto in questo ritratto troppo idealizzato, portatore di valori. Non è un personaggio reale, - disse. Ma in quel personaggio non credibile si riconobbe, invece, Carlo Alberto Dalla Chiesa. E fu questo il suo limite, disse Sciascia. Nobilissimo limite, ma sempre limite, perché dimostra che il generale aveva di sé e dell’avversario immagini letterarie e comunque arretrate.
Questo romanzo da sonno della ragione di richiami goyani, più che shakesperiani, questa scrittura da nero su nero, questo racconto tutto tenebra e luce, in cui come dice il boss Arena - La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità, segna l’ingresso della mafia nella letteratura italiana. Per la prima volta la mafia esce dalle paludi del rimosso e assurge a dignità letteraria, ancor prima di essere degna delle cronache del quarto potere. E’ un momento diviso, aspro, lacerato della narrativa di Sciascia, ma anche un momento di scrittura fortunata che celebra la triade tra la forma (il giallo), il contenuto (la mafia) e il pubblico (il lettore inteso come cittadino), che darà una precisa e specifica connotazione a tutta l’opera sciasciana, che è basata sulla ricerca della verità. A differenza di Pirandello, per Sciascia la verità esiste. Ma il sistema non consente il suo manifestarsi, a livello istituzionale. Manca la sanzione di un riconoscimento pratico. Infatti, Bellodi cerca la verità e la scopre, anzi la scopre fin troppo rapidamente per un detective di giallo classico. Ma la verità non è tanto da trovare, quanto da provare. Pur avendola raggiunta, Bellodi non conclude. Il lettore è convinto, ma non il giudice istruttore, e l’inchiesta dell’ufficiale dei carabinieri si disfa. E’ lo scacco matto del giallo, il lettore si trova spiazzato, si trova di fronte ad un testo ambiguo, che richiede di essere decifrato su altri versanti. Il giorno della civetta, infatti, con il suo titolo misterioso , non allude solo a quella spietata lotta per il potere e a quella corruzione che rendono la Sicilia della mafia molto simile all'Inghilterra dell'Enrico VI, ma anche al contrasto tra la luce della ragione (il "giorno") e l'ombra del delitto e della morte (la "civetta"). In quest'opera la tensione tra fiducia nella ragione e constatazione della sua continua sconfitta si fa più dolente. E tuttavia, non resta altro che credere, - seppur disperatamente, - nella ragione, e nella scrittura, dove avviene secondo Sciascia - una sorta di transustanziazione . I fatti da relativi, - e spesso consegnati alle menzogne del potere, -diventano, grazie alla scrittura, quali veramente sono, e cioè assoluti, nella luce di quella verità, la cui unica forma possibile è quella dell’arte. La letteratura è così chiamata a mettere ordine nel caos dell’esistenza, quel primato di stile che subito distinse Sciascia da tutti gli altri meridionalisti impegnati nella trincea del saggio-denuncia. Che cos’è uno scrittore?, gli chiese Marcella Padovani. Da parte mia ritengo che uno scrittore è un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia per sé e per gli altri il piacere di vivere, anche quando rappresenta terribili cose. Va precisato, però, che lo scrittore non è un filosofo né uno storico, ma solo qualcuno che coglie intuitivamente la verità?

13 luglio 2006

L'uomo di Mazzini

di A. di Biase

"Dio esiste. Noi non dobbiamo né vogliamo provarvelo: tentarlo ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo follia. Dio esiste, perché noi esistiamo. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell'Umanità, nell'Universo che ci circonda. La nostra coscienza lo invoca nei momenti più solenni di dolore e di gioia. L'umanità ha potuto trasformarne, gustarne, non mai sopprimerne il santo nome. L'universo lo manifesta con l'ordine, con l'armonia, con l'intelligenza dei suoi moti e delle sue leggi. Non vi sono atei fra voi: se ve ne fossero sarebbero degni non di maledizione ma di compianto. Colui che può negar Dio davanti a una notte stellata, davanti alla sepoltura dei suoi cari, davanti al martirio, è grandemente infelice o grandemente colpevole...... Io dunque non vi parlo di Dio per dimostrarvene l'esistenza, o per dirvi che dovete adorarlo: voi lo adottate, anche non nominandolo, ogni qualvolta sentite la vostra vita e la vita degli esseri che vi stanno intorno; ma per dirvi come dovete adorarlo - per ammonirvi intorno a un errore, che domina le menti di molti tra gli uomini delle classi che vi dirigono, o per esempio loro, di molti tra voi; esso è errore grave e rovinoso quanto è l'ateismo. Questo errore è la separazione, più o meno dichiarata, di Dio dall'opera sua, dalla Terra sulla quale voi dovete compiere un periodo della vostra vita. Da una parte avete gente che vi dice: «Sta bene, Dio esiste; ma voi non potete più che ammetterlo ed adorarlo. La relazione tra lui e gli uomini nessuno può intenderla o dichiararla. E' questione da dibattersi tra Dio medesimo e la vostra coscienza. Pensate intorno a questo ciò che volete, ma non proponete la vostra credenza ai vostri simili; non cercate d'applicarla alle cose di questa terra. La politica è una cosa, la religione è un'altra. Non le confondete. Lasciate le cose del Cielo al potere spirituale stabilito qualunque esso sia, salvo a voi di non credergli, se vi pare ch'egli tradisca la sua missione: lasciate che ognuno pensi e creda a suo modo; voi non dovete occuparvi in comune che delle cose della terra. Materialisti o spiritualisti, credete voi nella libertà e nell'uguaglianza degli uomini? Volete il benessere per la maggioranza. Volete il suffragio universale? Riunitevi per ottenere codesto intento; non avete per questo d'intendervi sulle questioni che riguardano il cielo». Avete d'altra parte uomini che vi dicono: «Dio esiste; ma è così grande, troppo superiore a tutte le cose create, perché voi possiate sperar di raggiungerlo colle opere umane. La terra è fango. La vita è un giorno. Distaccatevi dalla prima quanto più potete: non date più valore che non merita alla seconda. Che sono mai tutti gli interessi terreni a fronte della vita immortale dell'anima vostra? Pensate a questa: guardate al cielo. Che v'importa se voi vivete quaggiù in un modo o in un altro? Siete destinati a morire; e Dio vi giudicherà, secondo i pensieri che avrete dato, non alla terra ma a lui. Soffrite? Benedite al Signore che vi manda quei patimenti. L'esistenza terrena è una prova. La vostra è terra d'esilio. Sprezzatela e innalzatevi. Di mezzo ai patimenti, dalla miseria, dalla schiavitù, voi potete rivolgervi a Dio, e santificarvi nell'adorazione di lui, nella preghiera, nella fede di un avvenire che vi compenserà largamente, e nel disprezzo delle cose mondane».Di quelli che così vi parlano, i primi non amano Dio, i secondi non lo conoscono.L'uomo è uno, direte ai primi. Voi non potete troncarlo in due; e far sì ch'egli concordi con voi nei principi che devono regolare l'ordinamento della società, quand'ei differisca intorno all'origine sua, alla sua legge di vita quaggiù...... Agli altri che vi parlano del cielo scompagnandolo dalla terra voi direte che cielo e terra sono, come la via ed il termine della via, una cosa sola. Non dite che la terra è fango: la terra è di Dio. Dio la creava perché per essa salissimo a lui. La terra non è soggiorno d'espiazione o di tentazione, è il luogo del nostro lavoro per un fine di miglioramento, del nostro sviluppo verso un grado d'esistenza superiore. Dio ci creava non per la contemplazione ma per l'azione: ci creava ad immagine sua, ed egli è Pensiero ed Azione, anzi non v'è in lui pensiero che non si traduca in azione. Noi dobbiamo, dite, sprezzare tutte le cose mondane, e calpestare la vita terrena, per occuparci della celeste; ma cosa è mai la vita terrena se non un preludio della celeste, un avviamento a raggiungerla?Non v'avvedete voi, benedicendo all'ultimo gradino della scala per la quale noi dobbiamo salire, e maledicendo al primo, che ci troncate la via?"
La lettura de "I doveri dell'uomo" (1860) mostra l'aspetto più inedito, ma non meno interessante del pensiero di Giuseppe Mazzini: quello spiritualista. Pur senza mai essere visionario, Mazzini ebbe talune esagerazioni le quali possono far pensare ad una forma di profetismo che non fu, pensiamo, il meglio di quanto espresso in vita dal pensatore genovese. Quanto riportato - sui cui contenuti ci si potrebbe ancora oggi accapigliare - è invece espressione di una fede grande e lucida, nonché laica, che traina in definitiva tutto il suo pensiero sull'emancipazione dell'uomo. Mazzini fu piuttosto nitido nel proprio percorso ideale, probabilmente perché aveva chiaro il legame tra il mondo delle idee e la realtà. L'immagine della vita come un'ascesa continua degli individui e dell'umanità, nella sua personalità collettiva, verso Dio, è forse la più nitida rappresentazione dell'uomo teso alla cristallizzazione delle idee nelle opere che compie, dell'uomo fatto a immagine di Dio che è, secondo Mazzini, Pensiero e Azione. E' l'uomo dei Lumi che comprende il proprio limite e che vive operoso, chiedendo quella luce che non può trovare da sé.

"Il linguaggio dei fiori, in prosa e in versi" di Sheila Pickles

Il linguaggio dei fiori di Lagi

Così dolce l’amore sembrava quel mattino d’aprile,
Al nostro primo bacio presso il rovo,
Così strano e dolce: non fu strano pensare
Che l’amore non dovesse mai cambiare.
Ma posso dir – la verità sia detta –
Che amore cambierà nell’invecchiare,
Benché di giorno in giorno non si noti,
Sì delicati sono quei suoi moti.
(Così dolce l’amore sembrava, Robert Bridges, 1844-1930)

Nei prati fanno capolino primule e margheritine, colore ed eleganza di quei pochi angoli di verde che si incontrano girovagando per le città. Anche le bancarelle al mercato sono rallegrate da boccioli di fiori dai mille colori e dall’intenso profumo. Ti viene una gran voglia di portarne a casa due o tre bei mazzi variopinti, per rallegrare un soggiorno un po’ spento, e per dimenticare il grigiore dell’inverno appena passato.
Eppure scegliere un fiore, soprattutto quando lo dobbiamo regalare, non è davvero facile. Perché ogni fiore ha un significato, e una sua storia. Fin dall’antichità, infatti, ai fiori è stato dato un significato simbolico: i romani rendevano onore ai loro eroi con corone d’alloro, la mitologia greca ci narra come furono creati molti fiori. Persino Shakespeare nell’Amleto fa dire ad Ofelia il significato delle erbe e dei fiori che tiene tra le braccia.
Ma non solo la scelta del fiore è importantissima, ancora di più il modo di presentarlo: Sheila Pickles nel suo libro “Il linguaggio dei fiori, in prosa e in versi”, ci racconta che, se i fiori erano capovolti, si intendeva dar loro il significato opposto, e così i tulipani offerti con gli steli rivolti verso l’alto indicavano la “manifesta ripulsa di un amante”. Se il nastro era annodato a sinistra, il significato del fiore era riferito a colui che lo donava, se era annodato a destra, a chi lo riceveva. E la donna poteva sempre rispondere portando il fiore in modi diversi: posto sul cuore voleva dire amore, ma messo tra i capelli indicava prudenza.
Insomma, grazie ai fiori, possiamo comunicare i nostri sentimenti senza ricorrere alla parola scritta, e in questo libro possiamo trovare il significato e la storia di circa 40 fiori: dall’Amarillide, che significa Orgoglio, al Fiordaliso che significa Sensibilità, o alla Ninfea, che sta per Purezza di Cuore, fino alla Violetta, simbolo della Modestia.
Già…le violette: quante se ne vedono in questi giorni! Esistono molte storie riguardo al nome della Violetta: in Grecia era considerata il fiore di Zeus, il re degli dei. La leggenda narra che Zeus era innamorato di una bellissima fanciulla di nome Io e per proteggerla dalla gelosia di sua moglie Era la trasformò in una bella giovenca. Poi, per nutrirla di cibo squisito, ordinò alla Terra di generare in suo onore un fiore leggiadro, che chiamò Ion, la parola greca per Viola.
Al Girasole, invece, si associa il significato di Alterigia: era venerato come simbolo del sole dagli inca del Perù e poi dagli indiani d’America. Secondo la mitologia, Clizia, una ninfa acquatica morta di crepacuore per il tradimento del dio del sole Apollo, fu trasformata in Girasole.
La Margherita è il fiore dei bambini, che amano raccoglierla per farne mazzolini e ghirlande. Se una bimba raccoglie un mazzo di margherite con gli occhi chiusi, il numero dei fiori del mazzetto corrisponderà al numero di anni che dovrà attendere per sposarsi. E come dimenticare i battiti di cuore, mentre si staccano i petali nella trepidante attesa della risposta al “M’ama non m’ama?”.
Sulle rose si potrebbe parlare per giorni e giorni: molte leggende raccontano come le rose divennero rosse. Secondo i romani, Venere arrossì quando Giove la sorprese a bagnarsi e per riflesso la rosa bianca si mutò in rossa. I primi cristiani invece fecero delle rose rosse il simbolo del sangue dei martiri e le rose bianche sono da sempre associate all’innocenza e alla purezza. Si dice che la Madonna ponesse il suo velo ad asciugare su un cespuglio di rose rosse e da allora generò casti fiori bianchi. Ma attenzione a regalare una rosa gialla, perché vuol dire declino dell’amore e infedeltà!
In questo manuale sui fiori, troverete davvero tante storie curiose e leggende legate al passato. Quanto a me, io ho sempre amato le margherite. Le ho sempre associate alla semplicità, e alla bellezza nella semplicità. Ma da oggi in avanti starò davvero più attenta quando dovrò scegliere quale fiore regalare…non si sa mai ! ;-)

Sceglierei d’essere una margherita,
Se potessi essere un fiore:
Chiuderei dolcemente i petali
Nell’ora quieta del tramonto:
E al mattino svegliarmi,
Quando cade la rugiada mattiniera,
Per accogliere il sole splendente nel Cielo.
E dal Cielo anche le lucide lacrime.
(
Anonimo)

08 luglio 2006

Una storia di Maometto

di Augusto da San Buono
Dopo i danesi e i francesi, anche Oriana Fallaci sta preparando una sua “cammellata”, una vignetta satirica su Maometto. Dice che lo raffigurerà con le nove mogli, fra cui la bambina che avrebbe sposato a 70 anni suonati (ma in realtà è morto prima, a 62 anni), nonché le sue sedici concubine. Ha detto che vuole metterci una cammella col burqa, forse la sua preziosa, storica cammella Qaswa , “colei cui è stato tagliato un quarto di orecchio”, che, lasciata senza briglie, scelse il primo luogo del culto musulmano, il più sacro dell’Islam dopo la Kaaba, ovvero la moschea di al-Medina, dove sono le spoglia del profeta di Allah, il principale edificio pubblico e l’emblema stesso della società e della “città dell’Islàm” nonché dell’intera Umma, ovvero la nazione musulmana, che è tornata a far sentire la sua voce non solo dall’Arabia, ma da tutto il mondo, dal Suriname alla Bosnia, dalla Francia all’Indonesia (sono oltre un miliardo e mezzo e la maggioranza è composta da musulmani non arabi).

“La matita, per ora, - ha detto la Fallaci - si è infranta sulla figura della cammella”. E ciò non è a caso, tenuto conto che di cammelli e cammellate è piena la storia del nobile beduino , che è stato un valente cammelliere e un capo “carovaniere”, una sorta di marinaio del deserto, abituato a orientarsi con le stelle, prima di diventare profeta. Ed in fondo, anche all’apice della fama e della gloria, rimase sempre tale, un beduino del deserto. Per questo modellò un sistema territoriale simile a quello delle stelle. Infatti, se ci fate caso, le città islamiche che punteggiano l’immenso territorio aperto dell’Arabia sono idealmente unite come a formare le figure delle zodiaco.

“Nobile è soltanto chi possiede un cammello”,dicevano gli antichi nomadi e il cammello (o, meglio, il dromedario) è un animale di fondamentale importanza per la vita dei beduini nell’Arabia del VI secolo, epoca in cui nacque appunto Muhammad, figlio di Abd Allah, nipote di Abd al-Muttalib, uno dei capi Clan dei Qurayshiti, ovvero della “tribù degli squali”, come quelli che infestano le acque del Mar Rosso e del golfo Persico, a est e ovest della penisola arabica. E il nome, - che significa “il più lodato” (ovvero il profeta annunciato da Gesù, secondo l’interpretazione musulmana di un passo del Vangelo di Giovanni) ,- glielo aveva dato proprio suo nonno, perché Maometto era rimasto orfano di padre ancor prima di venire al mondo. Com’era consuetudine, nei clan dei notabili, subito dopo la sua nascita, Maometto viene affidato ad una famiglia nomade , che lo forgia al clima e alle durezze del deserto, nutrendolo con il buon latte di cammella . Poi, tornato nel clan, si ritrova orfano anche di madre (muore quando il piccolo ha appena sette anni), e senza parenti in linea diretta, perché subito dopo gli muore anche il nonno. Si occuperà di lui lo zio Abu Talib, nuovo capo clan, commerciante abile e onesto, ma con una famiglia numerosa da mantenere, e senza eccessive risorse. Lo zio lo porta con sé, nei lunghi viaggi delle carovane attraverso il deserto, e Maometto cresce come tanti giovani beduini, senza particolari doti , ma diventa un profondo conoscitore di quei luoghi e quando è in groppa ad un cammello si sente felice, è sicuro di sé, ha il piglio del capo. E come tale si farà notare, più tardi, da una ricca vedova, che gli affida le sue importanti carovane e la sua preziosa mercanzia lungo le infide strade , a lui ben note, della Mecca, regione che si trova a metà strada tra l’Arabia del Sud e la Palestina bizantina, crocevia delle piste dirette verso l’Egitto, la Siria , la Mesopotamia e lo Yemen, passaggio obbligato lungo la via che attraversa l’Arabia, da nord a sud, celebre per la sua sorgente e, soprattutto, per il santuario della Kaaba (la casa di Dio), un enorme cubo di pietra, alto quindici metri, largo dodici e profondo dieci, che racchiude la Pietra nera che l’arcangelo Gabriele avrebbe dato ad Abramo e a suo figlio Ismaele, all’epoca della ricostruzione della casa di Dio( La prima casa era quella di Adamo, poi andata distrutta). Ma presso la Kaaba, - che rappresentava, nella concenzione geografica araba, il centro del mondo, - venivano allora adorate le più disparate divinità, da Hobal, l’idolo dalla cornalina rossa alla dea al-Lat , e al-Uzza, l’onnipotente, e ancora al-Manat , che recide il filo dei destini umani. Era una sorta di museo delle divinità, se ne contavano più di trecentosessanta, e ciascun pellegrino era libero di venerare i propri dei. In fatto di culto, gli abitanti della Mecca erano molto tolleranti. Più pellegrini affluivano e meglio era per le loro casse.

L’orfano e povero Maometto (ha quasi venticinque anni e ancora non è sposato perché nessuno del parentado gli dà una moglie) va e viene da quel mare di sabbia inospitale, che è il deserto, consumando i suoi giorni e le notti a dorso di cammello.
Durante queste lunghe “cammellate”, il giovane Maometto, tra l’infinita sabbia e l’infinito cielo sempre uguali, con un pugno di datteri e pane d’orzo, riflette sulla sorte degli uomini e degli animali e sul senso della vita. Il cammello, animale meraviglioso, capace di percorrere cento chilometri in un giorno, di portare carichi fino a duecento chili, di sopportare il fuoco della sabbia del deserto e la terribile sete… Si commuove per il pio cammello dal dolce sguardo, che porta merci e pellegrini nei luoghi santi, così generoso nel dare tutto di sé, latte, carne, lana per vesti, pelli per selle e sandali, fino ad essere offerto in sacrificio all’ospite di turno. “Non c’è dubbio che per il beduino il cammello rappresenta la prima vera ricchezza, quasi la vita stessa, la possibilità di sopravvivenza, ma subito dopo viene la “parola” (“L’inchiostro del sapiente è più sacro del sangue del martire”. E nel deserto la parola vale più dell’oro. Cosa sarebbe l’uomo, raggio di sole e ombra che cammina senza scopo e senza senso, se non ci fosse la parola? I grandi palazzi costruiti sulla sabbia, come a Palmyra, sono andati distrutti; un giorno le città diventeranno rovine, ma la parola è magica, potente e invisibile come il vento tra le dune. La parola trasforma. E distrugge. La parola è il verbo divino”. Maometto si è incantato ad ascoltare i poeti nella fiera di Okaz, intuisce quanta duttilità e ricchezza vi sia nella metrica della poesia araba, talmente rigorosa da rasentare la perfezione. Vede coi suoi occhi come la poesia riesca a commuovere profondamente i beduini, tocca le loro corde, la loro sensibilità, colpisce la loro immaginazione, esercita un tale fascino e una magia da far dire loro che sono i “ginn” (i demoni) che suggeriscono al poeta le sue mirabili espressioni. I beduini s’incantano ad ascoltare i racconti della madama un genere letterario tipico della prosa araba. Sanno che la parola può essere un’arma più temibile della sciabola, sanno che i versi del poeta, diffusi attraverso il deserto, rendono immortale un’impresa gloriosa, ma possono anche macchiare per sempre l’onore di una stirpe. Non c’è fortuna, dunque, per una tribù, senza poeti. Ma la fortuna di Maometto, al momento, non è quella letteraria (sosterrà sempre di “non essere poeta”), ma quella che gli deriva dall’essere un ottimo cammelliere, dotato di un certo fascino magnetico, tale da non far rimanere indifferente la sua datrice di lavoro che lo osserva dall’alto della sua torre mentre conduce la carovana e lo vede circonfuso da una nuvola d’oro, che lo ripara dall’ardore del sole. Insomma, Khadigia, la ricca vedova quarantenne s’innamora perdutamente di lui e nonostante il suo clan sia contrario alle nozze, lo sposa dopo soli due mesi, nel 595. Ed è così che Maometto viene introdotto nell’elitè della società del tempo e comincia a conoscere persone sagge e sapienti, ma anche influenti, che fanno parte del clan della moglie, e in pochi anni diventa anche lui persona stimata e influente, uno che fa sempre meno cammellate per applicarsi allo studio, all’approfondimento, alla riflessione; è uno che ha qualche idea in testa e la manifesta in modo critico, talora provocatorio per quella che era la società del tempo, che gli sembra interessata solo a questioni materiali. Ma fino a quarant’anni conduce, tutto sommato, un’esistenza abbastanza anonima, se pur agiata, niente a che vedere con le “cammellate” che verranno in seguito. Intanto la moglie sembra fargli dispetto e mette al mondo solo femmine, per cui viene disprezzato dagli altri membri del clan (le figlie sono un peso notevole, tant’è che se c’è carestia vengono sepolte vive appena nate). Per gli arabi non avere figli maschi è un grave disonore (è come essere mutilati, impotenti), tanto più che la consuetudine permette una poligamia quasi illimitata. Ma Maometto è troppo legato a Khadigia e vuole rimanerle fedele. Viene premiato, la moglie gli dà due maschi, ma sia il primo che il secondo muoiono dopo pochi mesi. Allora si mette il cuore in pace e decide di adottare due ragazzi, il giovane cugino Alì, e uno schiavo di nome Zayd, da lui affrancato. E’ ormai invecchiato e ingrassato, si sente oppresso da qualche cosa, è sempre teso, alla ricerca di risposte concrete all’ansia dello spirito che lo pervade. Si allontana sempre più spesso dalla città e se ne va a meditare in una grotta sul monte Hira, un luogo arido, spoglio, dove nulla può distrarre lo spirito, che dista qualche chilometro dalla Mecca. E su questa roccia nerastra che verrà chiamata “montagna della luce” gli appare l’angelo Gabriele, dotato di seicento ali, il messaggero di Dio, venuto per annunciargli il suo destino: “Tu sei l’inviato di Dio, il profeta di Allah”. E’ l’intermediario, la voce di cui Allah si serve. Ha la missione di “ recitare” agli uomini ciò che la Voce Divina gli ordina di trasmettere. Ed ecco il qu’ran, ovvero il Corano per la sottomissione alla parola di Dio, Islàm , che deriva dal verbo aslama ( sottomettersi) e il suo participio è muslim (musulmano), ovvero colui che si sottomette, che obbedisce. La novità, rispetto ai profeti che – secondo il Corano - l’hanno preceduto (Adamo, Abramo, Mosè, Gesù), è che la Rivelazione, l’Illuminazione, viene dettata in lingua araba, che, conseguentemente, viene elevata al rango di lingua sacra, come l’ebraico e l’aramaico (guarda caso, tutte lingue orientali). Ed ecco la scrittura farsi arte calligrafica, perché d’ora in poi le 27 lettere dell’alfabeto arabo rappresenteranno le parole sacre del Corano ed esprimeranno graficamente il nome di Allah e del suo Profeta, nomi che talora occupano gli interi muri di una moschea. “Ma ora – gli preannuncia il nipote di Khadigia, Waraqa ibn Naufal, che conosce bene le scritture ebraiche e cristiane – verranno tempi duri per te”. E infatti eccolo trattato dapprima con indifferenza, poi con disprezzo, ostilità e minacce da parte del suo stesso clan, che cerca di convertire alla nuova religione. I suoi primi discepoli rimarranno a lungo una cerchia molto ristretta, sua moglie, i suoi figli adottivi e un ricco mercante, Abu Bakr, che gli era amico, prima ancora che divenisse profeta. Poi s’aggiunge qualche artigiano, qualche schiavo riscattato dalla generosità dello stesso Abu Bakr, un pugno di gente umile e disperata, che non esita a credere non avendo niente da perdere. Maometto continua ostinatamente a predicare ai Qurayshiti : vi porto la felicità di questa vita e di quella futura, Dio mi ha ordinato di chiamarvi a lui. Chi di voi vuole sostenermi in quest’opera e diventare mio fratello, mio esecutore, mio vicario?

Questi, che all’inizio lo deridevano, col passare dei giorni non lo sopportano più, gli dicono che è diventato magnun (pazzo) a predicare di questo dio unico, nato dal nulla e che non ha figli, e che non tollera altre divinità e i ginn, gli dicono di tornarsene alle sue pecore e ai suoi cammelli. I più ostili oppositori temono che possa predicare l’abbandono del santuario della Kaaba, e la soppressione dei pellegrinaggi che costituiscono la loro fonte di guadagno. E fanno pressione sul capo clan, affinché conceda loro carta bianca. Ma questi resiste alle pressione. E continua a proteggerlo con spirito di solidarietà tribale dai continui assalti dei mercanti della Mecca, che mettono alla prova Maometto. Gli chiedono di far miracoli ( fai scorrere fiumi azzurri nel deserto, come in Siria, fai tagliare in due la luna) e lo deridono quando lo sentono parlare di resurrezione dei corpi, giorno del giudizio, abolizione degli idoli della Mecca. Alcuni lo considerano un indovino, uno stregone, un indemoniato. Altri dicono che è un uomo pagato dai cristiani e dagli ebrei della città. La sua vita è tutta nelle mani dello zio Abu Talib, colui che gli insegnò il mestiere di cammelliere del deserto. E ora, mentre sta pregando alla Kaaba, in segno di massimo disprezzo, sono proprio gli intestini di una cammella appena sgozzata che gli vengono gettati sulle spalle. Maometto è un uomo solo, senza clan, senza più risorse economiche (il commercio di Khadigia è rovinato), con pochi seguaci, i più poveri, i derelitti, gli stranieri e gli schiavi della Mecca duramente perseguitati dai Qurayschiti. Le cose non potrebbero andare peggio. Ci sono inevitabili conflitti all’interno della piccola comunità, la situazione è insostenibile. Devono andarsene, non c’è altra soluzione. Provvede affinché un gruppo di musulmani emigri in Abissinia dove verranno ben accolti dal Negus, un re cristiano, che ha simpatia per questa nuova religione che gli sembra non discostarsi troppo da quella cristiana. Da parte sua, ha intenzione di andare a predicare sulle alture di Taif, dove era stato da bambino. Nel frattempo, uno dei Quaryschiti più feroci, il gigantesco Omar ibn al-Khattab, decide di farla finita con Maometto. Sta venendo ad ucciderlo con le sue mani, ma lungo il percorso, ad Omar ( che diventerà uno dei più famosi califfi dell’Islam) succede quel che era accaduto a San Paolo sulla strada di Damasco: si converte, e questa importante conversione sembra dare nuovo entusiasmo e vigore alla giovane comunità. Ma non è così. Non ci saranno altre conversioni significative. La causa dell’Islam sembra condannata. Anche Maometto è ormai in pericolo, perché lo zio Abu Talib è morente e non ci sarà nessuno più a proteggerlo. Chiunque può impunemente ucciderlo, venderlo come schiavo, torturarlo, tanto nessuno lo difenderà o vendicherà la sua morte. I vicini gli tirano addosso frattaglie di pecora e, mentre prega, un ragazzo gli getta della sabbia in testa. Bisogna lasciare la città maledetta, tanto più che in quell’anno luttuoso, siamo nel 619, gli muore anche la moglie Khadigia, sua consigliera, amministratrice, fedele compagna, prima seguace. Maometto si reca finalmente a Taif, un’importante città commerciale legata allo Yemen situata su una collina, un rinomato e verdeggiante luogo di villeggiatura, in cui pensa di stabilirsi definitivamente. S’incontra con il clan dominante dei Banu ‘Umayr. Predica loro la nuova religione. Ma non solo non viene ascoltato, viene letteralmente cacciato. Mentre cammina gli abitanti gli tirano dei sassi, gridando vattene. Con le gambe coperte di sangue, dopo tre miglia si ferma in cerca di riposo in un giardino. Il proprietario, mosso a compassione, gli manda alcuni grappoli d’uva per mezzo di uno schiavo cristiano e il profeta allungando la mano verso il frutto dice: “Nel nome di Dio”. Sono le parole che ogni devoto musulmano pronuncia prima di iniziare qualunque lavoro e di toccare il cibo. Abbandonato da tutti, Maometto si rifugia sul monte Hira, poi ritorna alla Mecca nel periodo del pellegrinaggio e riprende a predicare alla folla convenuta da ogni parte dell’Arabia. Solo sei ascoltatori si mostrano interessati alle sue parole, sono uomini di un clan di Yatrib, un villaggio che era un insieme di capanne e di fattorie disperse in un oasi circondata da rocce e colline, che assunse poi il nome di Medina, o Città del profeta. L’anno seguente cinque di essi – convinti che Maometto sia il Messia atteso dagli ebrei e comunque l’uomo giusto per risolvere le beghe interne alla città – vanno di nuovo alla Mecca per il pellegrinaggio, insieme con altri sette e formano i tradizionali “dodici”, come gli apostoli di Gesù. Si riuniscono presso le montagne di Aqaba, nelle vicinanze della Mecca, e prestano il Primo Giuramento di Aqaba. Maometto chiede agli abitanti di Yathrib di proteggerlo come farebbero con le loro figlie e le loro donne. Per questo il giuramento fu chiamato in seguito anche “giuramento delle donne “. E’ la svolta. Maometto taglia definitivamente ogni legame con la propria famiglia e afferma che la legge del clan è superata: non sono i legami di sangue che contano, ma i patti di alleanza fondata su un ideale comune. Alla tribù succede la comunità, la umma. L’anno dopo, siamo nel 622, settantancinque pellegrini giungono da Yahtrib, settantatre uomini e due donne, e giurano a Maometto che combatteranno per lui. E’ il giuramento di guerra. Maometto è diventato un capo, non un capo tribù, ma il capo di un popolo, come Mosè. Maometto lascia la Mecca, sua città natale, verso l’esilio di Yathrib. E’ la famosa ègira, l’emigrazione, che per i musulmani segna l’inizio di una nuova era. Essa rappresenta una vera e propria cesura geografica, psicologica, sociale ed epocale. Il 22 settembre 622 dell’era cristiana Maometto raggiunge l’oasi di Yathrib, ma la tradizione musulmana fa cominciare il primo giorno dell’ègira il 16 luglio, cioè il primo giorno dell’anno lunare, che dura trecentocinquaquatto giorni, calendario su cui basano il loro tempo i musulmani, per ordine suo, l’uomo lunare. E sarà la cammella del profeta, Qaswa, che sceglierà il primo luogo di culto dei musulmani, la moschea, che costruiranno tutti i musulmani, cantando e ritmando le fasi di lavoro, ivi compreso il profeta di Allah. Ma quando veniva il suo turno, - si racconta – egli cambiava inavvertitamente l’ordine delle parole, facendo scomparire la rima obbligata. A dispetto del Corano, che è composto da 6243 ayat (versetti), a partire dalla prima sura (capitolo) medinese, “La vacca”, Maometto non era proprio dotato nell’arte demoniaca della poesia, tutta l’eloquenza gli veniva solo da Dio. Da qui in poi ci saranno dieci anni di affermazioni, per Maometto, una vera e propria poderosa escalation che lo vedrà, di volta in volta, nelle antiche vesti di beduino razziatore, indi di glorioso capo guerriero di Medina, con settantaquattro battaglie, quasi tutte vinte, per l’affermazione dell’Islàm, la proclamazione della gihad, la guerra santa, in cui i caduti diventano martiri e un quinto del bottino va al profeta, fino al trionfale ritorno nella sua terra e la riconquista della Mecca, la distruzione degli idoli e collocazione definitiva della pietra nera nella Kaaba, riconfermato luogo sacro per eccellenza dell’Islàm. E tutto ciò senza alcun spargimento di sangue. Sangue che Maometto aveva sparso, a profusione, prima, facendo massacrare oltre mille ebrei di Medina, perché si erano rifiutati di convertirsi, o facendo sgozzare dinanzi a sé un poeta che aveva osato incitare i Qurayshiti alla vendetta. Infine, Maometto uomo di stato, accorto, lucido, sagace, anche spietato quando occorre, che deve governare la sua comunità, dotare Medina di un sistema giuridico, promulgare nuove leggi, gettare le basi dell’impero islamico. Ecco i cinque pilastri dell’Islàm: la shahada (la professione di fede, che è anche la formula di conversione all’Islàm ); la salat (la preghiera, che va recitata cinque volte al giorno, ovunque ci si trovi, casa, lavoro, per strada, interrompendo la propria attività); la zakat ( l’elemosina legale, tassa obbligatoria , che alimenta le casse dei musulmani e serve a mantenere l’esercito) ; il sawn (digiuno, nel mese di ramadan, il nono mese dell’anno lunare, “quando il tempo si allunga , le case diventano profonde, l’ombra traslucida del corpo s’illanguidisce”) e lo hagg (il pellegrinaggio alla Mecca. Il bacio alla pietra nera della Kaaba, l’incontro trans-spaziale e trans-storico, come qualcuno lo ha definito, è in realtà molto costoso, anche per un’incredibile quantità di tasse imposte).

Tra i cinque pilastri manca quello forse più importante, che ha consentito ai musulmani di diventare un impero, quello della gihad, che significa sforzo verso uno scopo, teso al proprio perfezionamento morale e religioso, ma in realtà designa in senso storico e giuridico l’azione armata che mira alla difesa dell’Islàm, ma anche ad una sua espansione. Insomma, checché se ne dica, una vera e propria “guerra santa” che perdura sulla eco delle parole del Corano: “Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono…Uccideteli, ovunque li incontriate… combatteteli fino a quando non ci saranno più discordie e il culto di Dio sarà ristabilito. Se desistono, cessate di combattere, ma non contro coloro che sono iniqui”.
Per finire, potremmo dire che la legislazione del profeta , - pur sotto molti aspetti rivoluzionaria, - a ben vedere rivela la sua origine beduina. Si rifà, insomma, alla tradizione dei cammellieri del deserto. Un’altra “ cammellata”.

07 luglio 2006

"Una certa idea di Europa" di G. Steiner

di Lagi

Arrivano finalmente le belle giornate, e quando si va nei locali a bere qualcosa, si approfitta subito per sedere sui tavolini fuori, all’aria aperta, per assaporare il tepore di questi primi raggi di sole, e osservare il via vai della gente mentre si sorseggia una tazza di the o una birra. Seduti, in pieno relax: e conversare, ridere, ascoltare, sbirciare la gente che frequenta il locale. A Milano, come a Parigi, a Vienna come a San Pietroburgo.
L’ultima provocazione del corrosivo George Steiner è racchiusa nel libro “Una certa idea di Europa”, che parte proprio dai caffè europei, indiscussi protagonisti dell’opera, per parlare dei costumi, delle idee, e delle tradizioni europee.

I caffè sono per Steiner molto simili, sempre pieni di gente e di parole, dal continuo vociare, luoghi in cui si scrivono versi, si filosofeggia e si pratica la conversazione civile.
E l’Europa è esattamente come i caffè: “Dal locale di Lisbona amato da Fernando Pessoa ai cafès di Odessa frequentati dai gangster di Isaak Babel. Dai caffè di Copenaghen, quelli di fronte ai quali passeggiava Kierkegaard nel suo meditabondo girovagare, fino a quelli di Palermo”.

La geografia europea ha sempre agevolato la comunicazione tra i popoli e le loro culture, persino quando ci si ammazzava per ragioni politiche o religiose. Una geografia camminabile, a misura d’uomo, ben diversa dai “deserti roventi del Sahara, dalle selve geroglifiche dell’Amazzonia, dalle pianure ghiacciate e sterili dell’Alaska”. Un’Europa legata al suo passato, a tratti opprimente, che le dà però consistenza e bellezza, dove le strade e le piazze riportano il nome di grandi scienziati, artisti, letterati. Le differenze con l’America sono evidenti, qui le vie e i viali riportano numeri e lettere dell’alfabeto, perché si preferisce guardare al futuro piuttosto che al passato. “L’Europa è il luogo della memoria; l’America, quello delle visioni e delle utopie futuriste”. Un’Europa che ha nella sua tradizione ragione e fede, che discende simultaneamente da Atene e da Gerusalemme, con gli europei costantemente in bilico tra due modelli sociali contrapposti: “la città di Socrate e quella di Isaia”. Una differenza culturale che ha portato alla democrazia e alla società laica, alla sovranità dell’individuo e allo sviluppo economico, pagati duramente con guerre sanguinarie che hanno causato milioni di morti, ma dalle cui ceneri sono sorti valori come la tolleranza e la convivenza.

Eppure, per Steiner, l’Europa è destinata a morire: l’omologazione culturale verso il basso prodotta dalla globalizzazione, lo sciovinismo nazionalista, i regionalismi sfrenati, l’antisemitismo. Tutti elementi che ci porteranno a scomparire: “il celebre tramonto hegeliano, che ha gettato un’ombra sull’idea e sulla sostanza dell’Europa, persino nella sua ora più fulgida”.

Steiner non offre nel suo libro una ricetta per salvarci da una visione così fatalista, ma indica una strada: la cultura. Il mondo della cultura ha un’importanza fondamentale per la qualità della vita. Una cultura che però è vulnerabile, in questa epoca dominata dal “fascismo della volgarità, dalla censura del mercato e dall’economia della conoscenza”.

“E’ indispensabile essere elitari – ma nel senso più autentico del termine: prendersi la responsabilità per il meglio della mente umana. Una élite culturale deve sentirsi responsabile della conoscenza e della conservazione delle idee e dei valori più importanti, dei classici, del significato delle parole, della nobiltà dei nostri spiriti. Essere elitari, come ha spiegato Goethe, significa essere rispettosi: rispettosi del divino, della natura, degli altri essere umani, e dunque della nostra umana dignità”.

(Una certa idea di Europa - G. Steiner - Garzanti - p. 63 - Euro 10)

"Padri, avventure di maschi perplessi" di Carlo Grande

di Lagi

Il tramonto sulla spiaggia. Le onde che spumano mentre dolcemente si accasciano alla riva. Un uomo e il suo piccolo figlio per mano: soli, mentre assaporano la brezza marina con le caviglie che affondano nella sabbia bagnata dalle onde che si sono appena ritirate, lo sguardo che indica l’orizzonte. E’ una bella immagine, poetica e insolitamente intensa per la copertina di un libro. Ne rimango subito affascinata.

“Padri, avventure di maschi perplessi”, di Carlo Grande, è un piccolo libro, di 120 pagine, uscito da poco. Raccoglie racconti di padri, di uomini con le proprie debolezze e con percorsi di vita molto diversi tra loro: sono storie di maschi che tentano di crescere, a volte con audacia, a volte con timore, che vivono la paternità o che sognano di diventare padri.

I racconti sono attuali, spesso crudi, scritti con una forma semplice e immediata, ti fanno pensare. Non so se per la bellezza della natura, le descrizioni delle montagne e dei profumi dei boschi, ma queste storie di vita (di personaggi reali o immaginari) mi hanno coinvolta sin dalle prime pagine.

Non parliamo di uomini perfetti, anzi, tutt’altro. Sono persone che tentano di crescere, che si rimettono continuamente in discussione, che affrontano la vita con tutte le insicurezze tipiche della fragilità umana: c’è il separato, l’alpinista, il padre inetto, il cacciatore che è anche maestro di vita. E figli che osservano. Che non imitano necessariamente le azioni dei padri. Un percorso di crescita, tra padri e figli, alla ricerca di un’identità spesso indefinita e difficile da raggiungere.

“Un giorno smetterò di essere figlio e mi sentirò terribilmente solo. Un giorno ripenserò a tutti i contrasti, le distanze, i silenzi con mio padre, alla nostra generazione che voleva mettere tutto in discussione, la famiglia, i genitori, la società – ed era giusto – e sarà inevitabile trovare lui al centro dei ricordi, nei tempi dell’infanzia; lui, punto fermo con la sua presenza quotidiana, con la sua protezione. Lo rivedrò piegarsi e sollevare il nipotino così come sollevava noi. Attraverso lui forse ritroverò me stesso”.

(Padri, avventure di maschi perplessi - Carlo Grande - Ponte alle grazie editore - pag. 123 - Euro 10)

"Passaggi d'anima" di Andrea Marcucci

di A. di Biase
Andrea Marcucci – giovane poeta autore della breve raccolta di liriche “Passaggi d’anima”, pubblicato nel 2001 dall’editore ragusano Libroitaliano - non appare del tutto consapevole della brillantezza e dell’universalita’ del percorso compiuto dalla propria poesia negli ultimi anni. E’ un uomo comune Marcucci, che non profuma affatto di salotto. Ad incontrarlo non e’ detto si riesca a cogliere immediatamente la sua sensibilita’ che si nasconde dietro un ego per nulla ingombrante il quale, perfettamente calato nel quotidiano, non emerge mai se non per dichiararsi debolmente attraverso una certa assenza di senso pratico che caratterizza la persona.
La sua raccolta di poesie, il suo viaggio, che si legge in mezz’ora con passaggi di una certa intensità emotiva, ha molto poco di celebrale, ma si scorre volentieri perche’ rivela il vissuto di un uomo il quale, con l’ausilio di una misteriosa chimica che sembra averlo posseduto, ha trasformato il pianto in acqua di ruscello.

La risposta di un poeta
Tarda ad arrivare
Si perde nei vicoli
Che conducono al dolore
E a ritrovar la strada….
Indugia.
Piu’ interessato al viaggio
Che alla meta
Sta nella fatica del vivere
La liberta’ del cuore
E questo navigare … e’ il suo
Riuscire a trasformare il pianto
In acqua di ruscello
E le paure di un continuo mutare
In solide barche
Che attraversino il fiume.

(Passaggi d’anima, Andrea Marcucci, Edizioni Libroitaliano, 2001)

04 luglio 2006

"Le parole di Gandhi" - Edizioni TEA

di Lagi

- “Signorina, mi scusi, ma questo libro non esiste…”
- “Prego?”
- “Mi spiace ma ci deve essere stato un disguido nel nostro computer, questo libro non è stato censito. Ora provvedo”.
La bibliotecaria sparisce per qualche minuto e torna con la fotocopia della prima pagina del libro, poi ci annota sopra due numeri, e mi dice: “A posto, può andare”.
Il libro “fantasma” si intitola “Le parole di Gandhi”, ed è un’antologia delle frasi pronunciate da un personaggio straordinario, che ha fatto storia: Gandhi, il Mahatma.
Eppure una raccolta così preziosa, in una grande biblioteca, può perdersi, addirittura sparire…Ci rido su, ma è un sorriso amaro. Mi chiedo quanti libri seguano la stessa fine. Esco dalla biblioteca, cerco di convincermi che sì, insomma, può capitare, inutile farsi troppe paranoie. Ma che diamine! E’ Gandhi! Proprio non riesco a digerirla questa cosa…

Ma torniamo al libro: la scelta delle frasi è stata operata da Richard Attenborough, colui che nel 1962 ricevette l’incarico da un funzionario della pubblica amministrazione indiana di fare un film sul Mahatma, e che dedicò oltre 20 anni della sua vita per realizzarlo, presentandolo, a Nuova Delhi, in anteprima mondiale, il 30 novembre 1982.

L’antologia, così come sottolineato da Attenborough, è solo una piccolissima parte dell’opera di Gandhi, e si divide in 5 capitoli, a tema: vita quotidiana, collaborazione, non-violenza, fede, pace.
Si riportano i concetti gandhiani di ahimsa e satyagraha, sempre al centro delle analisi del Mahatma, a riprova che, a disposizione dell’umanità, vi sono forze più potenti della violenza. E che per praticare l’ahimsa, parola sanscrita che letteralmente significa “che non ha alcun desiderio di uccidere”, occorre forza, perché una persona deve esser pronta a restare in stato di ahimsa anche di fronte a tremende avversità. La verità (satya) è espressione dell’amore e la fermezza (agraha) è l’espressione della forza. Gandhi coniò appunto la parola satyagraha per distinguerla da termini come disobbedienza civile e resistenza passiva, definendo il satyagraha la “forza dell’anima” che nasce dalla scoperta del vero spirito umano.

Al di là del valore delle proprie parole, Gandhi stesso diede sempre risalto all’importanza dell’azione: “Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono vecchie quanto le montagne. Io non ho fatto altro che tentare di mettere in pratica entrambe, e su scala più vasta possibile. Nel far questo, talvolta ho sbagliato e imparato dai miei errori. La vita e tutti i suoi problemi sono così diventati per me altrettanti esperimenti nell’esercizio della verità e della non-violenza (…). Non ho ombra di dubbio: qualsiasi persona, uomo o donna, può ottenere i miei stessi risultati, se solo compirà lo stesso sforzo e coltiverà la stessa speranza, la stessa fede”.

Diversi sono i testi che riportano le frasi e le gesta del Mahatma. Di recente in libreria ho scoperto addirittura un libro che si intitola “Gandhi per i manager, l’altra strada per un successo illuminato e pacifico”, che parte dal presupposto che da Gandhi possiamo imparare molto non solo sul piano umano ma anche su quello organizzativo e gestionale, riuscendo a risolvere i problemi e raggiungere il successo con le sole armi della non-violenza e della tolleranza.

Considero Gandhi una personalità straordinaria. Albert Einstein disse del Mahatma: “Le generazioni future stenteranno a credere che un uomo come lui abbia davvero camminato su questa terra”. A volte mi chiedo se Gandhi fosse qui oggi, con la tecnologia che abbiamo, Internet, le comunicazioni satellitari… quanta e quale forza riuscirebbe a trasmettere a tutti noi?

“Credo fermamente che tutte le creature di Dio abbiano diritto di vivere al pari di noi. Se - invece di prescrivere l’uccisione delle creature cosiddette nocive come se fosse un dovere – gli uomini di scienza avessero usato la loro dottrina per scoprire il modo di regolarci con esse altrimenti che uccidendole, a quest’ora vivremmo in un mondo confacente al nostro status di uomini: animali dotati di ragione e della capacità di scegliere fra il bene e il male, giusto e sbagliato, violenza e non-violenza, verità e menzogna”.

(Le parole di Gandhi, Edizioni TEA, p. 105, 1994)

"L'onda del porto" di Emanuele Trevi

di Lagi

Alzò un’onda immane Poseidone Enosictono,
un’onda inarcata, travolgente, terribile, e in pieno lo colse.
Odissea, V 366-7

“Oggi, 10 gennaio, 41 anni. Bilancio della vita pessimo su tutti i fronti:
amore,
lavoro,
interesse generale per la vita,
fiducia nel futuro,
quella che le riviste femminili definiscono autostima”.


Il protagonista di “L’onda del porto” si presenta così ai suoi lettori: è un uomo insoddisfatto della vita che conduce, di professione scrittore, ma con una capacità di immaginazione atrofizzata fin dall’infanzia. E che a dicembre, nel freddo del proprio appartamento romano, con un guasto alla caldaia che sembra impossibile da riparare, decide di partire per il sud dell’India, subito dopo le drammatiche sequenze dello tsunami: “quelle centinaia e centinaia di km di coste devastate che si vedevano nei telegiornali erano, a tutti gli effetti porzioni di mondo aggredite, e irrimediabilmente deturpate, dalla pura e spietata violenza dell’informe. Il tipo particolare di ostilità che questa immensa forza scaturita dagli abissi marini sembrava esprimere, poteva in effetti far pensare all’azione di una colossale gomma per cancellare decisa ad aggredire, una volta per tutte, le condizioni elementari della visibilità del mondo: colori, superfici, spigoli, prospettive, ritmi di pieno e di vuoto”.

La notte prima di prendere l’aereo per l’india, il protagonista si ritrova con in tasca una foto trovata su un giornale di quei giorni. “Proveniva da un parco naturale in Kenya. Si vedeva un cucciolo di ippopotamo, scampato al maremoto che aveva raggiunto in qualche ora anche le coste dell’Africa, ma rimasto orfano, accovacciato a fianco di un’enorme tartaruga centenaria. Owen, questo il nome del piccolo, si era talmente affezionato alla vecchia tartaruga, in seguito al disastro e alla perdita della sua famiglia, da non potersene più separare.” Un brandello di verità molto oscuro e inesprimibile: nessuna luce può attraversare i legami tra gli esseri viventi, nessuna sonda può arrivare a toccarne il fondo. La pura felicità dell’affetto dell’ippopotamo contro la saggia e quasi regale compostezza della testuggine. E così, con quell’immagine nella mente, con l’insoddisfazione e il disagio del writer bloccato, a corto di qualsiasi ispirazione, il protagonista si ritrova, senza rendersene conto, a Mullur, un posto come tanti, in India, che doveva rappresentare solo la prima tappa di un viaggio, e che invece si trasforma in una forza inspiegabile che lo trattiene in questo buco nel mondo. Ma un viaggio che si ferma alla prima tappa è ancora un viaggio?

Sarà l’occasione per fare amicizia con due piccoli amici, di 12 e 11 anni, Vijesh e Vinosh, felici e ilari, che amano cantare a squarciagola la sigla di Guerre Stellari. E di conoscere l’India più cruda, quella dell’aria irrespirabile e del caldo intollerabile, quella di cumuli immensi di spazzatura, abitati da legioni di topi e di corvi, con i negozi e le bancarelle che espongono le merci coperte da uno strato di polvere eterno, i vecchi accasciati sulle soglie per dormire, i bambini che corrono verso i veicoli lanciati in corsa e strombazzanti. E di visitare la scuola di Neema, una volontaria che si dedica ai bambini poveri, desiderosi di imparare, che piroettano e interpretano a modo loro una danza cinematografica, con tanto di musica e canottiere di paillettes azzurre.

Un viaggio dopo la tragedia, che porta il protagonista a visitare i villaggi devastati dalla furia dello tsunami, con i sopravvissuti che hanno pianto tutte le lacrime che potevano piangere. Dopo l’onda anomala, il paesaggio si mostrerà impietosamente senza veli, con i villaggi distrutti, le baracche d’emergenza costruite dall’esercito, enormi cisterne nere dell’Unicef per l’acqua potabile, le fosse comuni, il numero dei morti tracciato con dei rametti o direttamente con un dito, sulla sabbia, dai bambini scampati alla tragedia.

“Come un’acqua – scrive Bouvier – il mondo filtra e scorre attraverso di noi, prestandoci i suoi colori. Poi, però, si ritira, lasciandoci davanti al nostro vuoto, alla nostra insufficienza centrale dell’anima. Come sabbia tra le dita, il contenuto del viaggio sfugge e ci riporta a mani vuote sulla via di casa. Eppure, proprio quell’insufficienza che torniamo a contemplare alla fine di tutti i nostri viaggi, quando i colori del mondo fuggono via, è anche il più sicuro dei nostri motori”.

Tutte le donne di Giacomo Puccini

di Augusto da San Buono

Pigro e geniale , nevrotico , strafottente e timido , goliardico e primitivo, amava stare in compagnia e , allo stesso tempo , sentiva il bisogno della solitudine; era legato in modo quasi morboso alle brume del suo lago di lucchesia ( “gaudio supremo, paradiso, vas spirituale, reggia…abitanti 120, 12 case”), amava le scapestrate compagnie maschili , le scorribande tra i falaschi , il rompere della quiete di una natura selvaggia , i colpi di fucile, le imprecazioni e le bestemmie della sua gente – e tuttavia non sognava che di fuggirsene al più presto, andare a Milano , là dove si poteva far carriera, dove l’aspettavano la fama e la gloria, la ricchezza e le belle donne. Questo era Giacomo Puccini .
Sensibile e cinico, estrovertito e angosciato (all’improvvisa e rumorosa allegria , spesso becera, faceva seguito la malinconia e l’inquietudine, la cupezza), fumatore accanito e lavoratore fantasioso, ma discontinuo , disposto ad amare e a soffrire con una passione senza pudori, quasi sempre sopra le regole, come i suoi personaggi, ma spudoratamente bugiardo , fanfarone e infedele. Questo era Giacomo Puccini.
“E’ stato - scrive Federico Diotallevi – un grandissimo, immenso musicista , il vero autentico erede di Verdi, interprete e cantore del melo’ italiano nel mondo , al di fuori dei patriottismi un po’ forzati di altri operisti coevi, ma anche un sommo puttaniere, se mai ce ne furono , uno che ogni lasciata è persa , uno che il sesso ce l’aveva stampato in testa e dal sesso fu dominato interamente per tutta la sua esistenza. Si raccontano aneddoti boccacceschi su di lui , fin da quand’era ragazzo e frequentava già , nonostante avesse solo quindici anni, i bordelli di Lucca. E poi amori ad ogni latitudine , di ogni età, razza, religione, consumati in treno, negli alberghi , nelle pinete e nei tuguri, sulle spiagge di Viareggio o nella campagna di Forte dei Marmi, nei camerini teatrali. Vicende
talora scabrose di cui si occupò anche la cronaca rosa e nera , come ad esempio la sua relazione con Corinna, una ragazza torinese di ventun’anni (“Sono - dirà di se stesso, con spietata sincerità - nevrotico, isterico, linfatico, degenerato, malfattoide , erotico , musico-poetico) , o quella , drammatica, legata al suicidio della servetta di casa Puccini , Doria Manfredi , una ragazza diciassettenne, invaghitasi del celebre e ormai attempato musicista lucchese e perseguitata ossessivamente , crudelmente e ingiustamente , dalla compagna e convivente di Puccini (che diverrà poi sua moglie), Elvira Bonturi. Quest’ultima , - che era stata moglie di uno dei migliori amici di Giacomo, Narciso Geminiani, e già madre di due figli, aveva abbandonato il marito e s’era rifugiata, anni addietro , a Milano, in casa del musicista , suscitando grande scalpore e scandalo a Lucca, - conosceva assai bene il maestro e il suo antico “vizietto”. Ma stavolta aveva sbagliato, poiché l’autopsia rivelò che la ragazza era illibata, e fu costretta a pagare i danni ai familiari.

Le donne contrassegnarono tutta la sua esistenza , furono ( insieme alle sigarette che iniziò a fumare a soli dodici anni ) una costante nella vita di Puccini , fin da bambino, quando rimase orfano del padre Michele , a soli cinque anni , con un fratello più grande e ben cinque sorelle . Fu allevato in una famiglia in cui le donne – scrive Pinzauti - dovevano apparirgli inconsciamente un’ossessione, l’incentivo di precoci curiosità e turbamenti , e quasi un incubo di dolcezza e di costrizioni”. Le donne lo soffocavano d’affetto, d’attenzioni, ma anche di ansie, di divieti , d’ attese e di
frustrazioni. In questo vero e proprio gineceo, con la madre, cinque sorelle e una serie infinita di cugine e zie, si snoda la breve stagione dell’infanzia di Giacomo, che segnerà il proprio destino, insieme al pianoforte che suonava (non bene) fin dai quattordici anni nelle chiese e nei locali pubblici di villeggiature , per comprarsi le sigarette (già a quindici anni fumava in modo accanito) e – dicevano le voci – andare nelle case di tolleranza. E poi il mare di Viareggio, o le brume di Torre del Lago , gli scorci di palude , i deserti autunnali coi rami secchi che bruciano amari nelle campagne serali , le acacie ubriache di profumi, in primavera, le vie strette e polverose d’estate.
Una città dai confini malcerti che trascolorava tra la campagna e il mare , un microcosmo toscano di ciechi organisti matti di vino donne e incenso , tutti matti i musici Puccini , i vivi e i morti, dirà la madre Albina Magi, per spiegare la propria faticata vita di vedova perduta in un’eterna veglia , con sessantasette lire al mese di pensione , sette figli da mantenere e i problemi del quotidiano ; e poi la nonna , avara e inflessibile, la zia “nera” , energica e mascolina , la zia “rossa”, anacronistica e seducente , e le cinque sorelle, la prima, Ramelde, tagliente e impietosa, l’ultima,


Iginia, che poi si fece monaca , tenera, ingenua come una bambina, tutta pietà , santini e preghiere. Per un fato che perseguita la famiglia da generazioni, gli uomini sono morti quasi tutti precocemente ( il padre Michele muore a 51 anni ) , vittime d’incidenti o dei propri fallimenti, e l’amore che si riversa sul piccolo Giacomo è a un tempo capriccioso, avvolgente e rabbioso, frustrante , pieno zeppo di remore e di tabù di natura religiosa, soprattutto quello della madre. Infatti Puccini trasferirà , inconsciamente , il suo senso di colpa , nei suoi personaggi femminili, a partire dalla sua prime opere, nell’Anna delle Villi e nella Fidelia di Edgar , donne – come avverrà anche in seguito - che pagano con la morte il loro amore “colpevole”. E anche l’attrazione sessuale , che Puccini subirà per tutta la sua vita, sarà sempre sentita , più o meno inconsciamente , come un tradimento della Madre , se non addirittura come un inconfessabile sentimento incestuoso. Tutte le sue donne saranno, come lui, vulnerabili e insicure, malate di solitudine e malinconia, malate d’amore. Contrariamente a ciò che scrive in certe lettere , in cui appare cinico e calcolatore artefice dei suoi personaggi teatrali, che sembrano essere studiati a tavolino, Puccini amò profondamente tutte le “sue” donne , a partire dalla Manon Lescaut , “donna leggera e impudente , amante infelice, peccatrice senza malizia “, come la definì lo stesso abate Prevost, porto accogliente e caldo , tante volte fantasticato dalla sua indole ardente e sensuale. Una donna , insomma, tutta carne e sesso, di quelle che fanno impazzire con i loro capricci e la loro imprevedibilità, ma che alla fine ripagano i loro amanti in una morbida pienezza di sudditanza e di abbandoni, anche se sono destinate a rimanere “sole, perdute, abbandonate in lande desolate”, e a maledire la loro bellezza . Puccini ebbe il merito – scrisse un suo acerrimo critico – di sentire in sé “una certa poesia animale” , fatta di intimità e comprensione delle piccole gioie e degli umili dolori, con una sensualità facile che ha sinceri ritorni di candore compassionevole.
Quella poesia gli veniva dalla sua terra, Lucca - allora facente parte del Granducato di Toscana – , dove era nato il 22 dicembre 1858, in una famiglia in cui si respirava musica da quattro generazioni, (per un secolo e mezzo la dinastia dei Puccini ,maestri di Cappella , organisti, insegnanti ,aveva assicurato una continuità alla vita pubblica musicale lucchese) , e pur non mostrando doti musicali particolari e non fosse neppure il primo dei maschi , era stato designato l’erede dei Puccini . Non deluse le attese, ma fu solo grazie ai sacrifici e alla determinazione della madre Albina , che potè completare i suoi studi al conservatorio di Milano e divenire in capo a pochi anni uno dei più acclamati autori di musica operistica. Rispetto ai vari Catalani ,Leoncavallo, Mascagni, Giordano , Puccini aveva un miracoloso istintivo senso teatrale e grandi capacità di seduzione, in particolare sul pubblico femminile, sia con armonie e melodie sentimentali, che con il suo fascino personale d’uomo contraddittorio, dicotomico. Da un lato “bestia , birbante , maschilista , uomo da bettola e da bordello” ,dall’altra signore elegante, raffinato , amante della modernità e dell’avventura ( comprò il “bicicletto”, diverse vetture, i primi motoscafi, ebbe numerosi incidenti automobilistici); era quasi illetterato (componeva versi di una banalità soncertante , filastrocche scurrili e sgrammaticate che facevano inorridire Illica e Giocosa) , e tuttavia seppe cavare il meglio dai suoi librettisti , che erano i migliori verseggiatori sulla piazza ; la sua musica si rifaceva alla grande tradizione italiana e tuttavia fu moderna , sempre attenta, sorvegliata, aggiornata alle novità strumentali francesi e alle avanguardie viennesi.
Dopo la Manon, del 1893, ecco Mimì, che scopre andando a vedere a teatro, a Parigi, Vie de Boheme di Henri Murger . Se ne innamora subito e pensa di metterla in scena , nonostante Leoncavallo ci avesse pensato prima di lui e vantasse quindi dei diritti “morali” di primogenitura (Murger era morto da quasi quarant’anni, senza eredi ). “Egli musichi, io musicherò”. Ne nacque una querelle che si trascinò per diverso tempo, anche sui giornali, ma alla fine la sua Boheme, “audace esperimento di tecnica scenica impressionista”, messa in scena il 1° febbraio 1896 a Torino, fu un trionfo, e rimane ancora oggi l’opera più replicata al mondo, insieme alla Traviata di Verdi, mentre nessuno ricorda l’opera omonima di Leoncavallo.
Puccini ci aveva lavorato sodo , per tre anni , durante i quali aveva messo a dura prova la pazienza dei suoi librettisti, Illica e il panciuto Giacosa , che si sfogò con l’editore Ricordi (“Sono stanco morto del continuo rifare, ritoccare, aggiungere, correggere, tagliare , riappiccicare , gonfiare a destra e a sinistra, vi giuro che a fare libretti non mi ci colgono mai più”). La storia di Lucille detta Mimì, morta tisica a ventiquattro anni nell’Ospedale di Pitiè , che farà piangere il pubblico di intere generazioni, veniva direttamente dalla cronaca del tempo , la Boheme era uno spaccato sociale della vita dell’epoca che Murger conosceva bene , ma Puccini ne fece qualcosa di straordinario, sia dal punto di vista musicale che poetico. Ne fece il simbolo stesso della ricerca della bellezza , balsamo e consolazione ideale delle quotidiane inquietudini. Voleva cadenze accattivanti, ora comiche, ora tragiche e sentimentali, che però non dovevano celare la sostanza amara e disincantata della vita
( “Voglio il riso e il pianto, la delicatezza e la volgarità, la malizia e l’innocenza, l’inquieta e malinconica solitudine che è dell’uomo, voglio carne umana , dramma rovente, sorprendente quasi, razzo finale, anche se è tristezza, malattia e morte”)
La musica di Puccini punta al cuore dei personaggi , facendo delle loro passioni l’autentica molla teatrale, la sua Boheme non è la cronaca di un ambiente , come quella di Murger, ma un’operazione idealizzante della memoria. “ Mimì deve morire , non in forza di un processo drammatico,ma solo in quanto allegoria d’una giovinezza che non può evolversi se non nella memoria. La fioraia Mimì, dalla bellezza esangue, rappresenta la trasfigurazione delle passioni indelebili dell’animo umano, la
fugacità della giovinezza , delle illusioni e degli amori senza tempo. Mimì è il ricovero emozionale , poesia autentica delle piccole umili cose e dei giganteschi sentimenti che non hanno età...E subito dopo Mimì, semplice , affettuosa , la naturalezza fatta musica , ecco la Tosca , che sparge le sue
fragranze e i suoi profumi nella Roma barocca della fine settecento del Papa Re , a Castel Sant’Angelo; profumi così intensi da far infoiare lo scellerato sbirro, Scarpia, che la vuole a tutti i costi. La Tosca di Puccini non somigliava molto a quella del dramma di Sardou , né alla Sarah Bernhardt che l’aveva portata sulle scene di tutti i teatri d’Europa .In Floria Tosca Puccini cerca
quelle assonanze e quelle sintonia con la propria sensibilità , ne rievoca le proprie origini contadine e popolane , la propria orfanezza (anche Tosca è un’orfanella convertita al canto) e ne fa un personaggio tutta fragilità sentimentale e sessualità , un simbolo d’amore e di libertà che si fonde con il mirabile paesaggio descrittivo dell’alba su Roma ( “E lucevan le stelle”) , la densità della scrittura armonica, la pasta inquieta dei timbri strumentali e il finale con una delle marce funebri più disperate e crudeli di tutta la storia del teatro musicale.
E dopo Tosca, con cui aveva inaugurato il ventesimo secolo, proprio a Roma, ecco la Butterflay , tragica vicenda della giapponesina sedotta e abbandonata dall’ufficiale di marina americano ( quando vide la prima volta il dramma di David Belasco al Duke of York’s Theatre di Londra , Puccini ne fu talmente entusiasta che chiese subito il permesso dell’autore per trasformare Madame Butterfly in un’opera lirica) , che mise in scena il 17 febbraio 1904 alla Scala di Milano con un
insuccesso pilotato (boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate) Dirà Puccini: “Come sono stati crudeli questi “buoni” milanesi e quei cani di giornalisti, con quale livore si sono scagliati . Mai io credo sia accaduto , con tanta rabbiosa e biliosa veemenza” . Le critiche furono velenose, si parlò di operetta , musica frammentata senza originalità di idee, drammetto kitsch, puro estetismo, sostanziale friabilità, opera indecente, o scaltro rimaneggiamento di materiali musicali preesistenti, ma Puccini fu difeso nientedimeno che da Giovanni Pascoli, presente alla prima, che fu facile
profeta: “Caro nostro e grande maestro, la farfallina volerà; /ha l’ali sparse di polvere/ con qualche goccia qua e là,/gocce di sangue, gocce di pianto./Ma volerà, volerà…. E , infatti, solo tre mesi dopo a Brescia, l’opera ottenne un grande successo.
Secondo la Pampanini, che fu una straordinaria Butterfly, l’emozione musicale , in quest’opera, sembra nascere da lontananze misteriose, è come se Puccini fosse stato realmente in Giappone, con quei profumi notturni orientali, quelle indefinibili angosce e quel senso di poesia che approda a vere e proprie modificazioni interne del linguaggio sonoro pucciniano, certamente un’opera innovativa, d’avanguardia, una delle realizzazioni più perfette del teatro operistico del novecento.

Quella veglia notturna di Butterfly, il senso della solitudine che l’avvolge, il sonno del bambino, il celeberrimo coro a bocca chiusa , sono questi segni di modernità che è già sottile inquietudine di sé stessa, e forse dello stesso autore, che presagisce la propria decadenza d’uomo arrivato, d’uomo
accasato ( Puccini ha compiuto 46 anni e si è sposato con Elvira, a seguito del decesso del marito di quest’ultima), apatico e circonfuso di luce , che non ha più niente da dire, come aveva scritto Illica il 25 aprile 1904, ma i tormenti di Puccini uomo moderno cominciano proprio allora. Comincia a viaggiare, si guarda intorno , avverte che è già vecchio per i critici e i musicisti più giovani, Debussy, Strauss, è umorale, provinciale , si fa mandare le camice e i colletti da Londra, descrive come un ragazzo il lusso delle cabine che gli vengono riservate sui piroscafi, si reca Buones Aires e poi a New York dove è stata allestita una stagione pucciniana. Scrive alla sorella Ramelde: “ Ah,
se sapessi il porco inglese ! Come mi secca a non saperlo. Quante donne ! E quante mi cercano e mi vogliono. Anche vecchietto si trova volendo e come!...Basterebbe alzassi un dito …E che forme le donne di qui , che culi sporgenti e che personali, che capelli! Roba da far drizzare il campanile di Pisa!”Ed ecco che dalle bellezze americane nasce un’altra donna, la Minnie della Fanciulla del West, opera che andò in scena al Metropolitan la sera del 10 dicembre 1910 con un successo di pubblico solo apparente. In realtà qualcosa si è modificato, si sono ribaltate le posizioni:fino alla Butterfly era stato Puccini a portare avanti i suoi personaggi e a muoverli con un attaccamento che poteva apparire perfino sadismo, questa volta sono i personaggi a mostrarsi da soli, quasi non volessero lasciar spazio al Puccini, geniale inventore di melodie, e a costringerlo, invece, parola per
parola, ad interessarsi dei loro sentimenti, insomma qualcosa di pirandelliano. In questo caso l’impeto tragico diviene enfasi fuor d’ogni misura . Siamo in presenza di un sostanziale senso di distacco fra l’opera d’arte in sé ed i sentimenti del suo creatore. Che poi sono alcuni caratteri distintivi non soltanto della musica novecentesca, ma di gran parte della produzione artistica del nostro tempo. Anche Mosco Carter , che aveva esaltato le sue eroine che s’inquadravano negli schemi freudiani, tutte sconfitte e “condannate”, tranne appunto Minnie, liquida sommariamente l’opera definendola un disfacimento del melodramma e definirà la successiva e incompiuta Turandot , un sarcofago del melodramma, la fine di un modo di concepire il teatro musicale.
E’ il rovesciamento delle posizioni tra i personaggi e il suo autore, tra Puccini e le sue donne. Puccini è ormai avviato al tramonto e quest’opera è la testimonianza di una crisi , siamo lungo un crinale fra le inquietudini linguistiche ed espressive che separano l’Ottocento dal Novecento.
Puccini era un artista celebre e un uomo ricco. Ormai si poteva concedere tutto, il motoscafo che lo veniva a prendere a Torre del Lago per andare a Viareggio, fucili, motori, automobili, orologi, vestiva con eleganza, era un gran signore alla mano, ma a nessuno sfuggiva la sua indomabile malinconia, la sua accentuata tristezza , che egli stesso riconosceva essere senza ragione. La sua amante ,la baronessa Josephine von Stangel , una giovane signora di Monaco di Baviera divisa dal marito, che Puccini aveva conosciuto sulla spiaggia di Viareggio verso la fine del 1917 , gli propone di abbandonare la moglie Elvira e di farsi un nido altrove, ma Giacomo, per quanto lo desideri, non ha il coraggio di un gesto che avrebbe suscitato uno scandalo troppo grande e preferisce continuare la strada dei piccoli sotterfugi e degli incontri segreti. Ciò gli provocava ansia e malumore, ma la
vera angoscia era quella di non trovare un libretto adatto alla sua ispirazione, cercare altri personaggi femminili. Gli propongono una collaborazione con Dannunzio, ma lui rifiuta: Il poeta porta male al teatro lirico , scrive nel novembre del 1918 , in lui manca sempre il vero e spoglio e semplice senso umano. Tutto sempre è parossismo, corda tirata, espressione ultra eccessiva.
Accetta di mettere in musica il famoso Trittico , in cui troviamo “Il tabarro”, un grand guignol, un’opera mancata con zone geniali, e poi “Gianni Schicchi” , un personaggio umoristico tratto dalla Divina Commedia, capolavoro d’equlibrio e di saggezza ridente, e infine “Suor Angelica”, con al centro un altro personaggio femminile, un’armonia di femminee delicatezze , con una musica di una mollezza quasi pascoliana, ma anche un dolce sogno virginale solcato da un momento di strazio.

Siamo alla fine della prima guerra mondiale e Puccini ha un assillo sempre più crescente: “rinnovarsi o morire? L’armonia d’oggi e l’orchestra non sono più le stesse.”Avverte l’esigenza di cambiare, ma non sa ancora esattamente come, in quale direzione. Ha scarti di malumore e di nostalgia uniti ad un’insaziabile e mal dissimulata curiosità nei confronti del nuovo. Vuole stupire il mondo con una nuova opera , qualcosa che gli dia nuovo entusiasmo, nuova linfa, nuova vitalità e quando l’amico Renato Simoni , alla stazione di Milano , gli propone di pensare alla messa in scena della fiaba gozzaniana “Turandot” , la storia della bella e crudele principessa misantropa, la cosa lo
affascina , gli sembra adatta per realizzare le sue nuove idee. Conosce la fiaba perché è stata già messa in musica da Ferruccio Busoni e rappresentata a Zurigo nel 1917, ma lui intende farne qualcosa di fantasmagorico. Un’amica gli parla del lavoro teatrale messo in scena anni addietro in Germania da Max Rehinardt , gli promette che gli farà avere delle fotografie. Puccini s’entusiasma,
chiede a Simoni di esemplificare il testo , di renderlo snello ed efficace , di esaltare la passione amorosa di Turandot che per tanto tempo ha soffocato sotto la cenere del suo grande orgoglio. Pensa ad un personaggio da realizzare “ attraverso il cervello moderno”, ma passano due anni e il lavoro non va avanti , perdura il suo malumore, quel senso di annichilamento . Gli sembra di lavorare per le ombre, gli sembrano sforzi inani , tutto inutile. “Ormai il pubblico – scrive all’amico Simoni – non ha più il palato e il gusto per la musica ; ama, subisce musiche illogiche , senza buon senso. La melodia non si fa più, o se si fa, è volgare. Si crede che il sinfonismo debba
regnare , invece io credo che è la fine dell’opera di teatro. In Italia si contava, ora non più.”
I dubbi e le inquietudini dell’artista , il timore di perdere contatto con la realtà circostante, con le nuove correnti musicali , ora non avevano più - sullo sfondo- le nevrosi erotiche d’un tempo, che erano quasi del tutto tramontate , ma diventavano più intime e logoranti nell’incubo della vecchiaia. Pensò addirittura di sottoporsi ad un trapianto ghiandolare di ringiovanimento di cui si erano avuti esperimenti in cliniche di Parigi e Berlino. Era ricco e famoso , ma niente più gli dava la gioia, la soddisfazione, l’orgoglio di un tempo , né l’enorme gettito dei diritti d’autore, le proprietà che aveva sparse un po’ ovunque, gli amici , la caccia, i viaggi , le sue automobili. S’immerge nel lavoro della Turandot con i soliti momenti d’euforia e abbattimento, incertezze , contraddizioni, ripensamenti, e , come sempre , Puccini scarica tutte le colpe sui suoi librettisti, che erano invece intelligenti, colti e devoti a lui. Ci vogliono altri due anni, dal marzo 1922 al febbraio 1924 , per finire la strumentazione dei primi due atti, ma quello che lo angustia è il terzo atto , di cui non riesce ancora a vedere il logico sbocco drammatico.Accusa , come al solito , i “poeti” di trascurarlo, ma in realtà avverte inconsciamente che si è avviato lungo una strada senza uscita , fatta di esperienze composite che devono essere ricondotte ad un’unità . Capisce che deve dare un taglio netto e definitivo al passato , con le vecchie regole del melodramma. Era partito dalla passione amorosa di Turandot, ma i sentimenti di questa donna sembravano emergere soprattutto come la componente di un misterioso ed affascinante rituale scenografico; l’unico personaggio che richiamava le sue eroine , deboli e destinate ad amare e a morire d’amore, è quello che non c’era nella fiaba drammatica del Gozzi, Liù, che conserva intatta la felicità musicale e la delicatezza delle intuizioni liriche delle sue donne , per il resto naviga in un mare di incertezze. L’ultima delle sue donne non è Turandot, ma Liù, “che va sacrificata –dice - perché questa morte può avere una forza per lo sgelamento della principessa”. Intuisce che non ce la farà a finire l’opera. “”Io ci ho messo in quest’opera tutta l’anima mia , ma non so se potrò finirla in tempo” , anche se scaramanticamente ne fissa l’esecuzione alla Scala per l’aprile 1925. Ma già nell’aprile del 1924 giunge l’evento irreparabile del suo “mal di gola” che lo affligge da diverso tempo: si tratta di un tumore maligno. Continua a sperare, o fingere di sperare ( sa che la madre e la sorella suora erano morte dello stesso male) , in agosto scrive agli amici di stare benone , soffre solo di una fastidiosa faringite e tonsillte , parla di caccia e in Ottobre si reca a Torre del Lago, per l’ultima volta. Il 3 novembre scrive a Clausetti , per la Turandot: “Occorre una donna eccezionale e un tenore che non scherzi. Non averla finita quest’opera mi addolora. Guarirò per finirla in tempo?”
La sera del 4 novembre Puccini parte per Bruxelles , accompagnato dal figlio Tonio: all’Institut de la Couronne , diretto dal dottor Leodux , dove sarebbe stata tentata la cura del radio , unica possibilità di salvezza, gli avevano detto a Firenze. Puccini farà un po’ da cavia e sarà la prima vittima illustre delle pionieristiche terapie anticancro. Operato il 24 novembre , - tre ore e quaranta minuti di sala operatoria , dolori atroci, impossibilitato a parlare , - Puccini scrive su un taccuino:
“Caro Magrini , la Maremma è ancora bella?, si va a caccia?”. Per qualche giorno l’atroce supplizio sembra avviato a risultati positivi ( “Puccini en sortirà”, dice Ledoux) , ma alle nove di sera del 28 novembre una sopraggiunta crisi cardiaca ne segna l’inevitabile fine. “Ho l’inferno in gola, mi sento svanire”, scrive Puccini sul taccuino. Sono le sue ultime parole. Ormai non c’è più niente da fare. Arriva l’ambasciatore italiano , poi il Nunzio Apostolico che si intrattiene qualche minuto da solo e gli impartisce i sacramenti. L’agonia dura quasi tre ore. Alle undici e mezzo di sabato 29 novembre 1924, il cuore di Puccini cessa di battere.. Un attimo prima di morire forse rivede in un flash tutta la sua vita: pianista e organista adolescente a Lucca, studente e autore di pezzi orchestrali a Milano , cacciatore sul Lago di Massaciuccoli, i primi successi, il benessere, la fama, i grandi viaggi ,gli amici, le donne e il fumo , la nomina a senatore del Regno d’Italia . Rivede la galleria dei suoi personaggi femminili, le sue “grandi” donne, figure indimenticabili, fragili come onde di mare ,ma non arrendevoli, eroine struggenti che conquistano il cuore della gente, riascolta la sua musica di straordinaria forza narrativa e di miracolosa precisione teatrale , la sua musica che ci fa ancora sognare e commuovere , e si firma , con malinconica autoironia , come usava fare negli ultimi mesi della sua vita: il vostro “ sonatore del regno”.

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...