SPESA PUBBLICA E L’INCUBO DELLA PATRIMONIALE di Antonio Laurenzano
SPESA PUBBLICA E L’INCUBO DELLA PATRIMONIALE
di Antonio Laurenzano
Fiume di parole. E’ quello che da giorni attraversa impetuoso il dibattito politico sul Ddl di Bilancio 2027 da 26 miliardi approvato dal Governo, passato ora all’esame del Parlamento. In discussione i temi che da sempre fanno da sfondo alle misure della manovra: la spesa pubblica e il debito, con relativa ricaduta su pressione fiscale ed evasione. Il problema sul tappeto è il solito: come spendere al meglio le (scarse) risorse finanziarie e come reperirle.
Ne hanno parlato nei giorni scorsi sulle colonne di questo giornale l’editorialista Guido Gentile con successiva replica di Ernesto Maria Ruffini, già Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Obiettivo comune “riavviare una crescita decente e più inclusiva” (Gentile) per ridurre disuguaglianze “usando meglio quello che già raccogliamo” (Ruffini). Fronteggiare cioè le drammatiche risultanze del recente “Rapporto sul benessere equo e sostenibile 2025” diffuso dall’Istat che parla di un’Italia alle prese con povertà, precarietà lavorativa e profonde disuguaglianze territoriali. Oltre 5,4 milioni di persone, l’8% delle famiglie residenti e il 9,3% della popolazione, vivono in condizioni di povertà assoluta. Ci sono più indigenti della media Ue. Dati allarmanti che devono far riflettere alla luce anche delle manifestazioni di protesta di questi giorni nelle città italiane sul carovita.
La Legge di bilancio rappresenta quindi la chiave di lettura, in termini di prospettiva socio-economica, delle scelte politiche della maggioranza supportate dalla sostenibilità finanziaria e cioè dalla copertura delle spese attraverso un duplice canale: prelievo fiscale (entrate tributarie ed extra tributarie) con relativa lotta all’evasione o indebitamento (emissione di Titoli di Stato). Tasse, evasione e spesa, è stato osservato, sono gli elementi costitutivi del patto fra Stato e contribuente. Elementi di difficile gestione. A livello di entrate pubbliche meno della metà del gettito erariale viene da imposte progressive (Irpef) erose nel tempo da cedolare secca e flat tax (imposte proporzionali) con buona pace dell’art. 53 della Costituzione sui criteri di progressività del sistema tributario basata sulla capacità contributiva. Una progressività che con la riforma tributaria del 1972 non viene applicata ai redditi di capitale (proventi da attività finanziaria) tassati con l’aliquota fissa del 26%.
Una forte anomalia che sottrae al Fisco, oltre all’evasione (100 miliardi nel 2023), una cospicua base imponibile. Ed è qui che torna al centro del dibattito politico la spinosa questione dell’imposta patrimoniale, una imposta di solidarietà sugli ultra-ricchi, sponsorizzata da ampi settori del Campo largo. Uno strumento di giustizia sociale, “un contributo di prosperità” secondo lo scrittore Gianrico Carofiglio, ex parlamentare PD, contestato da Ruffini. Una tassazione annuale sui patrimoni (beni mobiliari e immobiliari) superiori ai due milioni di euro con un’aliquota dell’1,3%, o in alternativa con aliquote progressive rapportate all’entità patrimoniale, nella considerazione che “il 5% più ricco degli italiani paga un’aliquota fiscale effettiva inferiore al resto della popolazione”. Una misura che potrebbe aumentare le entrate pubbliche e rafforzare la capacità redistributiva dello Stato, ma potrebbe anche incidere sulla propensione a detenere e allocare capitali, con possibili effetti sulla fiducia degli investitori e sulla mobilità della ricchezza. Un prelievo che generebbe una fuga di capitali all’estero, perché “i patrimoni si spostano con facilità” (Ruffini), superando ogni azione di monitoraggio fiscale. Mettendo da parte contrapposti slogan ideologici, la strada da seguire sarebbe una progressività fiscale accentuata, rivedendo la tassazione Irpef.
In Italia non esiste una vera patrimoniale generale, ma il Fisco applica una serie di imposte che agiscono su singole componenti della ricchezza. Tra queste rientrano l’Imu sugli immobili, l’imposta di bollo sui conti correnti e sugli strumenti finanziari, le imposte di successione e donazioni nei passaggi generazionali, il bollo auto legato al possesso di un bene (di recente limitato), senza dimenticare Ivie e Ivafe, rispettivamente imposte sul valore degli immobili situati all’estero e sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. Il termine “patrimoniale” tende spesso a funzionare come uno spauracchio nel dibattito fra i partiti, ma il tema centrale dovrebbe essere l’entità monstre del debito pubblico (3200,8 mld con interessi annuali da pagare pari a 100 mld) e la corretta gestione della spesa: più investimenti sociali e meno spesa corrente per non aumentare la pressione fiscale o rinviare il conto alle future generazioni. Ma i partiti saranno capaci di mettere da parte le bandierine per rincorrere uno sterile consenso elettorale? Non regge l’equazione più imposte meno disuguaglianze sociali.

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