Franco Mussida – Il Bimbo del Carillon a cura di Marcello Sgarbi
Franco Mussida – Il Bimbo del Carillon - (Salani Editore)
Collana: Le Stanze
Formato: Copertina flessibile
Pagine: 400
ISBN: 9788893817592
Per la mia generazione – per la cronaca: io sono nato nel 1958 - il progressive rock è un genere musicale che, dopo avere avuto antesignani stranieri fra cui band come King Crimson, Gentle Giant, Yes o Jethro Tull – per citare le prime quattro che mi vengono in mente – è stato rappresentato nel nostro Paese da gruppi quali i New Trolls, Le Orme, il Banco del Mutuo Soccorso ma soprattutto dalla Premiata Forneria Marconi.
Nata dalle ceneri della formazione Quelli – nome mutuato dai Them, capitanati da Van Morrison, leader del complesso irlandese – e avendo alle spalle un produttore quale Ricky Gianco, al secolo Riccardo Sanna, anche cantante, chitarrista e compositore, nonché autore di brani da antologia del cantautorato italiano degli anni Settanta come Pugni chiusi, proposta all’epoca dai Ribelli di Demetrio Stratos, la PFM ha segnato un significativo punto di riferimento per molti gruppi musicali.
In Il Bimbo del Carillon Franco Mussida, entrato a far parte dei Quelli a fianco di Franz Di Cioccio, che poi lo seguirà nel passaggio alla Premiata Forneria Marconi, racconta non solo dei suoi esordi musicali nella compagine originaria insieme al vivacissimo batterista dal nome teutonico, ai cantanti e chitarristi Pino Favarolo e – l’avreste mai detto? – Teo Teocoli, nonché al bassista Giorgio “Fico” Piazza. In questo memoir di Mussida è contenuta anche la cronaca della sua militanza nella PFM, della quale è stato uno dei fondatori e che in un capitolo di Il Bimbo del Carillon ci fa conoscere attraverso il profilo di ogni singolo componente. Dal tastierista Flavio Premoli al flautista e violinista Mauro Pagani - elemento fondamentale dell’organico, conosciuto da Mussida attraverso l’incontro con Fabrizio De André nel periodo in cui il cantautore genovese era in studio a registrare La buona novella – al bassista Giorgio Piazza, che ritroviamo in questa nuova formazione e che nel 1973 verrà sostituito da Patrick Djivas, proveniente dagli Area. Il narrato dello scrittore e musicista, assoluto virtuoso della chitarra, è ricco di particolari inediti o quanto meno poco conosciuti ai più. Uno dei tanti è il fatto che il nome Premiata Forneria Marconi sia nato a Chiari – località di nascita di Mauro Pagani, in provincia di Brescia – nel corso di una passeggiata durante la quale Mussida e i suoi colleghi musicisti avevano deciso di chiamarsi così perché consideravano che, tanto quanto succedeva in un panificio della cittadina bresciana, impastavano elementi diversi. Nel loro caso testi e musica. E da questo punto di vista Il Bimbo del Carillon riporta testimonianze vissute in prima persona da Mussida, soprattutto nel periodo in cui il complesso aveva collaborato con De André in occasione del fortunatissimo tour del biennio 1979-1980, da cui erano poi scaturiti i due lp che contenevano i brani dal vivo eseguiti nelle date di Bologna e di Firenze della tournée. Al di là della collaborazione per La buona novella Mussida ha fra l’altro curato molti brani del “poeta degli ultimi”, rivisitati dal lui e dal gruppo in particolare per quanto riguarda gli arrangiamenti. E ha composto un capolavoro come Impressioni di settembre, sul testo scritto da Mogol e da Mauro Pagani, un brano di grande successo con il quale la Premiata Forneria Marconi era solita concludere i suoi concerti dal vivo. Da notare, poi, c’è un fatto di rilevanza unica: nell’ambito del prog-rock la PFM è stato l’unico gruppo a conquistare anche il pubblico straniero con l’esibizione live negli Stati Uniti, da cui l’omonimo lp Live in USA, contenente una suite epica come Celebration, nella versione italiana È festa.
Franco Mussida si avvicina alla musica in modo quasi inconsapevole, quando a soli nove anni viene attirato dalla cassa della chitarra del padre e dal suono che ne proviene. Così, di nascosto, quando la madre esce di casa per sbrigare delle commissioni lui approfitta della situazione per accucciarsi sul tavolo della cucina e imbracciare lo strumento, provando a trarne musica. In Il Bimbo del Carillon è tale e tanto il rispetto dell’autore per una delle sette arti che quasi sempre la parola Musica è scritta così, con l’iniziale maiuscola. L’atteggiamento di Mussida nei suoi confronti è sempre stato quello della ricerca, con l’approfondimento sulle sonorità, sulle caleidoscopiche possibilità e soluzioni costruite sulle sette note, sulla fusione fra abilità tecnica e ispirazione creativa. Tanto che l’autore di questo pregevole memoir si è distinto per la sua singolarità di ricercatore nell’area della pedagogia artistica e della comunicazione musicale.
Pittore e scultore, oltre che autore di progetti musicali legati anche al teatro, Franco Mussida ha messo la sua creatività al servizio di migliaia di persone perseguendo finalità a scopo sociale, sia nelle comunità sia negli istituti di pena. In Il Bimbo del Carillon possiamo seguire il percorso intimo e spirituale che, nato dall’animo di un ragazzo schivo e introverso, conduce al cammino di un uomo mai stanco di indagare il suono come strumento per conoscere la propria anima, spinto a diffondere la misteriosa grammatica universale scritta sul pentagramma per entrare in contatto con la poesia del mondo.
Senza dimenticare che Franco Mussida ha fatto tanto anche nel territorio della didattica musicale, fondando e dirigendo il CPM – Centro Professione Musica – approdo di artisti provenienti da tutta l’Italia e di fama nazionale e internazionale, produttori televisivi, network radiofonici, agenzie di spettacolo, management artistici, promoter ma anche di aziende e istituzioni operanti in ambiti diversi da quello musicale.
Dal 1987 al 1999, poi, grazie alla collaborazione della provincia di Milano e sotto la guida di Mussida il CPM ha concluso importanti iniziative, in particolare nell’ambito del sociale e del disagio giovanile. Per esempio l’apertura di un laboratorio musicale nel carcere di San Vittore che nel 2013 ha ispirato il Progetto CO2, di cui il chitarrista e scrittore parla in modo diffuso in Il Bimbo del Carillon: un libro che non solo stimola l’orecchio interno di chi legge ma, come cantava proprio la Premiata Forneria Marconi in uno dei tanti brani del suo leggendario repertorio, spinge a Suonare suonare.
«Pareva non avere alcun dubbio, il cipresso. Ogni volta che lo osservava era come ricevere un’iniezione di coraggio, di pura volontà. Con la sua punta indicava le stelle, la direzione da dove il Bimbo del Carillon sentiva di essere venuto e dove sarebbe tornato. La sua sottile punta era un dito che gli mostrava in modo inequivocabile la via del cosmo. Il Bimbo del Carillon si stava preparando a partire per il viaggio del ricordo e a mettere tutto in due valigie se ne occupò lei. Mentre faceva i bagagli, Bimbo cambiava le corde della sua nuova compagna, l’ultima arrivata, una Gibson Chet Atkins degli anni Novanta che si era fatto sistemare un paio d’anni prima da Marco, un poeta anziano e visionario, ancor prima di essere un bravo liutaio. Aveva sistemato, aggiustato, calibrato chitarre di tanti musicisti prestigiosi. Chitarre suonate da Segovia, Martin acustiche e Fender impugnate da celebrità ma ora in possesso di ricchi imprenditori che le avevano pagate a peso d’oro».
«Per i ragazzi della ‘pozione magica’, così amava definire quelli della sua generazione, i concerti erano momenti topici, momenti attratti da vivere e ricordare, quella generazione amava andare a sentirli e ricordare. E risentirli più volte. I musicisti della band, specie quella in cui suonava e cantava, lo sapevano benissimo, per cui si lasciavano aperti ampi spazi di creatività e improvvisazione. Ogni concerto aveva una sua diversa identità, non era mai uguale a un altro ma viveva di sorprese e di novità. Succedeva che spesso venissero fermati da fan che dicevano: “Vi ho visti dieci volte ma questa volta vi siete davvero superati!».
© Marcello Sgarbi

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