JAMME SCARAMUZZE DI GENNARO GRIECO a cura di Vincenzo Capodiferro
JAMME SCARAMUZZE DI GENNARO GRIECO
Una narrazione autobiografica intrisa di tenerezza, un collage di ricordi…
Jamme, scaramuzze! Pagine rioneresi di un romanzo infinito è un romanzo di Gennaro Grieco, edito da Fara, Rimini 2026.
Gennaro Grieco è nato nel 1953 a Rionero in Vulture. Dal 1973 vive a Torino, con lunghi soggiorni nei luoghi manzoniani del lecchese. Laureato in Pedagogia all’Università di Torino ha avuto esperienze di lavoro diversificate, voce apprezzata della poesia degli anni Novanta, é autore di brevi saggi e interventi critici e da ultimo impegnato soprattutto come narratore. Tra le sue pubblicazioni segnaliamo: Apprendimento di cose utili, Torino, 2007, summa poetica (1971-2001); Storia penace, Torino, 2008, (narrativa); Indizi per il giusto riposo, Rimini, 2026.
Scrive Giovanni Giamboni nella nota introduttiva: «Una narrazione autobiografica intrisa di tenerezza, un collage di ricordi, che grazie alla premessa che si fa chiave di lettura, diventa anche un viaggio all’indietro alla ricerca del sé. La ricchezza dei dettagli porta le varie scene da un livello di particolare a quello universale, portando anche il lettore a rivisitare i propri ricordi e le proprie origini».
Come sottolinea Giovanni la premessa è la chiave di lettura del romanzo: «Al di là del genere – comunque narrativo – e di una non scontata (o attesa) coerenza tra le parti, queste pagine vogliono essere nient’altro che la testimonianza di un legame. Sono il frutto di un’idea estemporanea, di giornata. Nata di mattina, realizzata prima che notte offuscasse. Non c’è premeditazione. Solo il morso, particolarmente incalzante afferrante stringente, di una mancanza. E, per converso, il desiderio, struggente, di un ritorno a casa».
“Jamme, scaramuzze” è un grande esperimento letterario, è un viaggio ad Itaca ideale, ove la Penelope tessitrice del tempo attende. È un romanzo fondato sul tema dell’attesa e del reditus. Il tema del ritorno è veramente intenso e fondante. Ci ricorda processi dialettici d’altri tempi: l’uscita e l’entrata. Il ritorno a casa, la vera oicheiosis è ritorno a sé: uscire da sé – estasi – e ritorno a sé – intasi. Questo è il respiro dell’universo che è anche il nostro respiro: espirazione e inspirazione. Questo è il ritmo del mondo: la sistole e la diastole cosmica. È un romanzo fondato sul non-essere, inteso prima di tutto come desiderio, senso della mancanza. La vita è fatta di presenze e di mancanze. Non è il semplice esistenziale essere presente della deiezione ontica. Il luogo, il paese, Rionero, con le sue persone, i suoi usi, i suoi posti, la sua società da luogo esterno diventa topos interiore dell’anima: diventa un essere vivente, non morto. L’essere della semplice presenza è ancora l’essere astratto, formale, scientifico quasi. Qui c’è la presenza psichica e pneumatica, oltre che somatica. Io rivedo in Jamme il viaggio iliaco d’un Ulisse. Ognuno di noi è un nessuno, un Ulisse, o un uno, o un centomila.
«Tutto corrisponde. Tutto mi è familiare».
«Oh miei più remoti concittadini! Oh miei sfrontati, impagabili, antichi padri, che cos’è, ditemi, che cos’è il senso di appartenenza».
Il romanzo si intreccia con la storia della Lucania, quella Lucania tanto agognata e meta di antichi viaggi e di occhi curiosi di visitatori, dal Settecento al Novecento. Basti pensare agli ultimi, gli antropologi, De Martino, Banfield, i registi e intellettuali: da Pasolini a Gibson. N’è uscita forse l’immagine di un’Arcadia rimasta immobile, una regione di briganti, di fantasmi, di maghi, d’emigranti. Ma non è così. Gennaro ci presenta una serie di proiezioni di immagini del cuore, icone d’amore. Ricordare significa riportare al cuore. La Lucania non è la regione dell’oscurantismo e della barbarie, della superstizione e soprattutto non è la terra dei confinati e del familismo amorale. Non hanno capito niente! L’hai capita tu e bene, Gennaro, che ci offri questi spaccati di vita viva, perché tu sei nato là e vieni da là e desideri il ritorno. L’appartenenza non è familismo. Ma cosa ne poteva capire Banfield della Lucania: uno che proviene dagli Stati Uniti? Dove era il senso della famiglia in America? Va bene Levi: ma quel Cristo fermato ad Eboli è diventato il marchio di un’infamia. Tu, Grieco, hai ben capito il vero senso della lucanità autentica e ce l’hai riportata in queste pagine vive, che esuli da ogni canone ci presentano nella sua purezza espressiva il vero essere delle cose.
«Ma chi sono, io? E gli altri? E l’aria e la terra e l’acqua e il fuoco? E i giorni? E la fine dei giorni? In fondo, nel vero – nella naturalità – tutto si riduce, senza meno a una grande rassicurante fottuta semplicità. È di là che si parte. Ed è lì, che sempre, si finisce. Siamo d’acqua. Neve che si scioglie. … Massimamente bambini, massimamente negli occhi disciolti nella, disciolti dalla meraviglia».
Aristotele scriveva che a causa della meraviglia gli uomini iniziarono a filosofare. Tu ci regali ancora quel vivo senso di stupore originario, filosofico, autentico e verace, in un novello esperimento letterario, di cui scrivevo: «L’opera è frutto di un grande experimentum crucis: una viva effusione di un flusso continuo di in-coscienza, scaturente da un senso di mancanza, tipico di una condizione di humanitas deficiens, di Dasein de-ens. Lo stream of consciousness di questo Joyce lucano desta nel lettore attese, ripensamenti, anche sconcerti. Da questo puto flusso, pura poesia, pura narrazione scaturisce un fiume di domande di perché interrogativo e/o causali che non sempre hanno una risposta. È visione di un “puro occhio contemplante, la realtà psico-topica, spesso a-topica, più che utopica».
Vincenzo Capodiferro

Commenti
Posta un commento
I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.