“IL VIALE” DI RENATO SOLTOGGIO a cura di Vincenzo Capodiferro
“IL VIALE” DI RENATO SOLTOGGIO
Romanzo biostorico forte e deciso ambientato nella Tirano tra “Guerra e Pace”
“Il Viale. Storia di un ragazzo, di un paese, di una guerra” è un romanzo di Renato Soltoggio, edito da Edizioni del Gobbo, Milano 2025: «Quirino, ragazzo curioso, intraprende un percorso di crescita tra campi, osterie e chiese, vivendo l’infanzia, la paura, la guerra e la consapevolezza. Guidato dal nonno Giuseppe, contadino e cantastorie, diventando la voce di un paese intero».
Leggiamo nella descrizione del testo: «Nel cuore della Valtellina, il viale tra Tirano e il Santuario della Madonna rappresenta un passaggio tra epoche e memorie. Lungo quel viale si raccontano le storie di una famiglia contadina e le memorie di un’intera generazione. Quirino, ragazzo curioso, intraprende un percorso di crescita tra campi, osterie e chiese, vivendo l’infanzia, la paura, la guerra e la consapevolezza, diventando la voce di un paese intero. Guidato dal nonno Giuseppe, contadino e cantastorie, ripercorre il Novecento: la Prima e la Seconda guerra mondiale, il Fascismo, le ferite di un territorio che resiste. La storia si svela nei dettagli: riti, soprannomi, dialetto. Tirano diventa un microcosmo di un’Italia ostinata, fatta di madri, fatica e racconti sussurrati. Il viale, che cambia con il tempo, diventa teatro della Storia: solo il racconto lo può rivivere».
Il romanzo intreccia memoria e invenzione, dando voce a chi crede nel valore delle storie. “Il Viale” è un romanzo storico ed autobiografico: la storia individuale si intreccia con quella della comunità e con quella del mondo, un po’ come avviene in una sorta di “Fenomenologia dello Spirito”: la coscienza fa un cammino in cui a poco a poco si scopre, varca i confini dell’ego e s’imbatte nello Spirito oggettivo, che per Hegel rappresentava una coscienza sociale, lo Spirto del Popolo. E questo cammino è veramente speciale: «Se qualcuno dovesse leggere queste note potrebbe chiedersi, perché non sono uno storico, come posso descrivere cose avvenute prima che io nascessi» scrive Renato. La storia è il mondo proprio dello Spirito: l’ontogenesi si fonde con la filogenesi. Oggi supereremmo quel divario che Hegel prevedeva tra Natura e Storia: anche la Natura è storica, ha un’evoluzione spirituale e materiale: questo è Schelling e questo è Darwin che sono collegatissimi. Ma poi la Natura è presentissima in queste pagine e già nel Viale medesimo: «Il viale alberato che collega la frazione di Madonna all’abitato del paese. Per la sua importanza e bellezza, il “Viale” può essere considerato l’elemento simbolo del paese. Nella prima metà del Novecento divenne il cuore della vita cittadina». Possiamo immaginare: nei nostri centri la piazza, l’agorà, e il viale erano tutto. Nella piazza si parla, nel viale si passeggia peripateticamente. Ma soprattutto il “Viale” «non è solo una strada: è una soglia. Tra l’infanzia e la coscienza, tra la memoria e la storia, tra chi resta e chi passa». Il “Viale” è un topos dell’anima, è un varco che collega le anime, che apre il sipario del velo di Maia e ci fa vedere quella forza che unisce tutte le cose, tutti gli esseri, ma soprattutto tutti gli Esserci, cioè gli esseri dotati di coscienza.
Rino ricorda e parla attraverso le labbra degli antenati, del padre, classe 1880, del nonno Giuseppe, dello zio Antonio, il Preturin. I racconti dell’infanzia di Rino si confondono coi racconti di guerra, sì quella guerra che tanto ha segnato gli animi, la guerra che è raccontata attraverso la trasmissione orale degli avi: «Passò la primavera e venne l’estate. Quel pomeriggio di fine agosto 1945 era afoso, ma la doppia fila di aceri sui marciapiedi ai lati del nastro asfaltato formava due lunghe gallerie fresche e ombrose. Le piante erano cresciute molto da quando erano state messe a dimora oltre quarant’anni prima. Ora erano grandi e rigogliose. In lontananza il campanile della chiesa di Madonna con la sommità in candido marmo bianco si stagliava alto nel cielo, incorniciato dai pioppi cipressini che fiancheggiavano l’ultimo tratto del Viale. Sulla cupola del santuario la statua di San Michele vegliava con la spada sguainata… il grande Viale era quasi deserto. La guerra aveva intristito quella bella strada. Ma poco alla volta, sotto gli ombrosi aceri, stava tornando la vita di un tempo».
La bellezza di questo romanzo è che racconta in fondo i primi cinque anni di vita, (Renato è del ‘41) proiettati in un periodo più ampio, che abbraccia la vita di Quirino, fino ai tredici anni: il quattordicesimo è l’inizio di una “Vita Nuova” (14 simmetrico a 41). Freud pensava che la personalità si formasse nel primo lustro, fino al complesso d’Edipo Re. E questo racconto di vita passa attraverso le testimonianze degli adulti, dei nonni, degli zii… perché, in fondo è vero, noi appuriamo della nostra nascita dagli altri, non ne sappiamo niente, non sappiamo perché nasciamo. Il noto interrogativo petrarchesco: donde veniamo, dove andiamo? Questo racconto è la ricerca sfrenata di un senso: l’esistenza singola si intreccia inevitabilmente con la storia del mondo. In questa storia la guerra ha segnato fortemente: dall’alpe Trivigno, alle gloriose battaglie di Tirano, 27 e 28 aprile 1945, appena dopo la Liberazione. Ancora si combatteva tra repubblicani e repubblichini, tra partigiani e fascisti. Qualcuno forse voleva salvare il Duce, andare a bloccare quella colonna che lo portava alla morte. Questa storia della guerra a sua volta si fonde con quella precedente, del Castellaccio … eretto dal Moro. Il Viale è il testimone, ora attento, ora sornione, ora desto ora spento di queste vicende umane, è un luogo fisso, un punto archimedeo dell’anima, perché solo nell’anima ciò può essere: un teatro, col sipario sempre aperto, ove si inscenano i fatti umani. Una delle tematiche care alla letteratura, all’arte, alla filosofia, alla scienza stessa (pensiamo all’immaginazione di Einstein, agli esperimenti mentali) è proprio “la vita è sogno”. Ecco qui il ritratto di un sogno, un sogno che è reale. Il protagonista Qui(Rino) che rimanda a Renato, si vede proiettato nella sua adolescenza nella furente tempesta di guerra, lo Sturm und Grand: l’ideale protagonista è il riflesso dell’autore e della sua prima infanzia. Ogni uomo, in fondo attraversa nella sua esistenza questi periodi bellici: il primo sicuramente è quello della prima infanzia che finisce con il complesso di Edipo, il secondo l’è quello dell’adolescenza. L’adolescenza è una riproduzione dell’infanzia. La guerra diviene un intoppo necessario per la formazione della coscienza individuale, ma anche sociale, quella della comunità. Il “Viale” è il tribunale di questa coscienza. Passare il Viale è un percorso necessario, appropinquarsi a quel san Michele con la spada sguainata, che ci invita appunto alla lotta è un atto di coscienza. La guerra non si può evitare. Tutti debbono prima o poi averci a che fare. E paradossalmente questi periodi intensi, forti, dell’esistenza, che è come un tolstoiano “Guerra e Pace”, sono spezzature, zigrinature del velo esistenziale. Il mondo delle esistenze è come il velo di Maia del mondo delle essenze, delle idee pure. Le idee platoniche appaiono nella sfera del fenomeno. Ci sono salti sì, ma nella continuità: il romanzo finisce in fondo con un atto di continuità, dopo la parentesi del ventennio fascista e della guerra, la caduta del podestà, torna lo stesso sindaco del 1902. E quella ineluttabilità della lotta esistenziale ci fa subito di nuovo ripensare ad Hegel, all’autocoscienza: la dialettica servo-padrone. L’autocoscienza si forma solo nell’urto, nella rottura. Il cammino di liberazione dell’uomo, in sé e fuori di sé, passa inevitabilmente nella vittoria sui dominatori: questa vittoria può essere cruenta o incruenta. In fondo il servo diviene padrone attraverso il lavoro costruttivo e positivo. Nell’agire (l’antico homo faber) s’acquisiscono le conoscenze necessarie alla sussistenza.
Il lettore si immerge in questo percorso che attraversa il Viale. La vita è un cammino dialettico, fatto a volte di et et a volte di aut. Non possiamo in fondo sottrarci alla storia, al dovere di aderire alla necessità del tempo e delle cose. Così questo cammino ideale prospettato dal Soltoggio, porta alla Liberazione, alla fine della guerra, alla costruzione di un Mondo Nuovo.
Renato Soltoggio è nato a Tirano nel 1941. Appassionato di cultura, è stato condirettore del “Corriere della Valtellina”, pubblicandovi vari racconti. Ha pubblicato “Pagine di vita tiranese” (Sondrio 1984) in cui ha esposto la sua esperienza nella banda musicale locale. Dal 1978 al 1996 ha diretto la biblioteca civica di Tirano, interessandosi anche di notevoli raccolte di documenti, tra cui l’epistolario folto di Paolo e Paola Arcari.
© Vincenzo Capodiferro

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