LA POLITICA FRA INFORMAZIONE E OPINIONE di Antonio Laurenzano
LA POLITICA FRA INFORMAZIONE E OPINIONE
di Antonio Laurenzano
L’estate è finita. Un’estate particolarmente calda, e non solo sul fronte climatico. Dalla politica alla cronaca tanti i temi che hanno dominato l’informazione: dal record di longevità del governo Meloni alla legge elettorale, dagli eventi migratori a Ceuta alla sospensione dell’accordo di Schengen con la Spagna, dalla vittoria dell’ultradestra in Sassonia alla guerra USA-Israele-Iran, dal caso Ranucci-Lavitola/Report-Rai alla querelle Monti-Vannacci di Cernobbio. Una sequenza di eventi che hanno generato titoli sui giornali, talk show, approfondimenti e dibattito pubblico con intrecci fra cronaca politica, giudiziaria e informazione. Un ricco vademecum per le strategie elettorali di maggioranza e opposizione. Anche se le elezioni politiche si terranno l’anno prossimo è iniziata la campagna elettorale.
Ma le premesse non sono incoraggianti. Parlare di confronto, di azione comune per il bene dei cittadini accantonando ogni bandierina di partito non rientra più nel linguaggio della politica. Ogni giorno va in scena un desolante teatrino con parti e ruoli già assegnati: nelle aule parlamentari, sulle pagine dei giornali, negli studi televisivi mai un dibattito serio e costruttivo su una prospettiva di governo per rendere credibile una politica sempre più lontana dai bisogni e dalle aspettative dei cittadini. La pulsione irrefrenabile a cavalcare fatti di cronaca, quasi uno scudo per eludere i problemi sul tappeto, segna da tempo l’azione di una classe politica volta a piegare in chiave rissosa i fatti e cercare di mettere in scacco l’avversario. Il confronto con le idee degli altri è azzerato, la meraviglia di cogliere l’originalità o la serietà di una proposta che arriva da una persona con idee diverse è scomparsa. Lascia il posto a un conflitto binario, spesso becero, slegato dai fatti, puntato ad annientare chi ha un’idea diversa.
Azzerato il confronto politico, non trova spazio una riflessione approfondita, una risposta espressione di quella visione che ha caratterizzato i governanti del dopoguerra. La politica vive oggi di post social, vincono gli slogan. I programmi dei partiti sono cartelli elettorali privi di una precisa identità politico-programmatica, farciti di promesse e illusioni. A conferma di un inquietante vuoto della politica, soltanto improperi e insulti ad personam, interventi sprezzanti, pretestuose evocazioni del passato per demonizzare l’avversario, a danno del ruolo istituzionale rivestito e del mandato ricevuto, contribuendo così ad alimentare il vento antisistema che soffia impetuoso fra la gente con il crescente astensionismo elettorale. Questa sorta di male oscuro è il modo in cui in Italia s’intende la politica, una palese incapacità segnata dall’insofferenza per qualunque cosa dica l’avversario, dalla negazione sistematica di qualunque sua affermazione. E la “consacrazione” della non politica avviene nei talk show televisivi con la complicità di inchieste spacciate per giornalismo: una penosa manipolazione dell’informazione. Il contraddittorio (eventuale) si svolge spesso all’interno di una cornice interpretativa già costruita dal programma, con un panel degli ospiti ben definito, gestito dalla smaccata partigianeria del conduttore. Intolleranza e faziosità al servizio di operazioni di facciata per attirare attenzione. “Parlare in tv e sui social significa ormai godere di una sorta di immunità mediatica come se l’apparire fosse di per sé un valore etico e il piccolo schermo una bolla capace di sospendere ogni conseguenza sociale. L’opinione ha preso il posto dell’informazione e, nell’autocelebrarsi come custode della libertà, c’è chi finisce per atteggiarsi a polizia morale” (Aldo Grasso).
Il problema non è che il giornalista abbia un’opinione, il problema nasce quando l’opinione viene presentata come se fosse un fatto, sconfessando la funzione tradizionale di mediazione e cioè la deontologia giornalistica. Il dibattito pubblico si degrada. Una informazione percepita come viziata da un’agenda politica o ideologica genera la caduta di credibilità e di fiducia nelle istituzioni mediatiche. Un’informazione che rinuncia a distinguere la realtà dalle proprie aspirazioni ideologiche smette di servire il pubblico e inizia a servire sè stessa, trasformando il dibattito democratico in una permanente tifoseria. Non più “polo di attrazione e di intermediazione” ma marketing della demagogia spicciola.
Per la politica e per l’informazione è comune la questione di fondo: operare correttamente e ricomporre la profonda frattura con la società civile, grave malattia della democrazia. Servono serietà, responsabilità, coesione. Serve coerenza personale, impegno civile per essere all’altezza delle sfide di fronte ai fatti reali della vita. Fermare la giostra impazzita che corre verso le elezioni del prossimo anno.

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