Alain Beaud- il musicista che combatte il Parkinson con l’AI. A cura di Claudio Giuffrida


Alain Beaud- il musicista che combatte il Parkinson con l’AI.

A cura di Claudio Giuffrida

Basta un soffio per far nascere il vento:

Un petit caillou rond – Un piccolo sasso rotondo

Ho lanciato la mia canzone come si lancia un sasso

È affondata senza rumore nel grembo del ruscello

Là sotto dormivano già mille pietre in segreto

Sogni, utopie, parole che venivano sepolte.

Un intero popolo di pensieri tenuti lontano dalla luce del giorno da coloro che impongono il silenzio in nome dei loro discorsi.

Sballottata dalle piene, molte stagioni più tardi

La mia canzone si è posata sul fondo di un lavatoio

Dove Marion strofinava forte i panni del barone

Che la faceva sgobbare per dare lustro al suo casato, la giovane donna la sentì, portò via la mia canzone, un piccolo sasso tondo in fondo alla tasca.

Tornata al castello, Marion camminava senza rumore

Il suo padrone la aspettava, gravato di vino e di notte, lei gridò, ma le mura custodirono il loro segreto.

Più lei resisteva, più il riso di lui scoppiava

Lei prese dalla tasca il piccolo sasso tondo

Lo ficcò nella bocca del signor barone.

Il mascalzone lo ingoiò con un singhiozzo brutale

E la pietra fece molto meglio di qualsiasi tribunale

Il giovedì alle esequie, i domestici in fila

Dovevano abbassare gli occhi e piangere educatamente.

Nessuno capì che nella testa di Marion

In tutta discrezione girava una canzone.

Una pietra, una canzone, sembra quasi niente

Ma a volte riemerge e cambia un destino.

La si credeva perduta, annegata nella corrente

Ma basta un soffio per far nascere il vento.

A volte ci si scoraggia, si dice: non serve a niente

Ma le parole che abbandoniamo ritrovano un cammino, dormono sotto il fango, viaggiano sotto i nostri passi e qualcuno, da qualche parte, le canterà sottovoce.

https://www.facebook.com/reel/1665807217843945

Quest’estate la scoperta delle canzoni di Alain Beaud è stata una emozione inattesa per essermi imbattuto nella bellezza dei testi di questo “chansonnier” della regione francese delle Cevennes. Entusiasmante scoprire questo suo amore autentico per il territorio, la natura ma anche l’impegno umano e sociale, valori in cui sicuramente mi sono pian piano riconosciuto. Approfondendo la sua biografia è stato sorprendente scoprire anche che alain Beaud utilizza la “demonizzata” Iintelligenza Artificiale (Suno) come "protesi vocale" per riuscire a cantare nonostante la malattia di Parkinson.

Prima di pubblicare le sue canzoni, è stato a lungo un amministratore locale eletto a Saint-Sébastien-d’Aigrefeuille, questo villaggio situato tra Générargues, Mialet e Alès di cui è stato sindaco per diversi anni, presidente della Comunità dei comuni "Autour d’Anduze", e poi vicepresidente di Alès Agglomération, con la delega specifica per le questioni legate alla ruralità.

La malattia però ha cambiato il suo percorso a seguito del morbo di Parkinson e nel 2016, dopo diversi anni di lotta contro la malattia pur portando avanti le sue responsabilità pubbliche, decide di abbandonare i suoi mandati.

Spiega allora di non disporre più dell'energia necessaria per esercitare correttamente la funzione di sindaco e per continuare a esprimere il suo amore per il suo territorio per cui decide di raccontarlo con le sue canzoni.

Oggi si presenta come paroliere, cantautore e talvolta interprete, scrivendo personalmente i testi e le musiche mentre per l'interpretazione, utilizza l'applicazione Suno partendo da una registrazione della propria voce, poiché il Parkinson non gli permette più di cantare normalmente. In altre parole, l'intelligenza artificiale gli restituisce una voce che la malattia gli sta progressivamente togliendo. Non è semplicemente "un cantante fabbricato dall'IA" dietro questa voce rielaborata c'è un uomo, una vita, delle convinzioni, un mondo con la propria cultura e le sue composizioni.

Attraverso i suoi album "Des Cévennes à l’Aubrac" (luglio 2026) e “Liberté” (agosto 2026), Beaud propone testi e musiche personali che raccontano il suo profondo legame con il territorio, la memoria e la resistenza contro la malattia.

C'est la qu'est ma place - E’ lì che si trova il mio posto

Qui si è posata la mia anima, lontano da questo mondo in rovina, alto e forte lo proclamo: le alte terre sono la mia casa.

È lì che si trova il mio posto, tra boschi, prati e ginestre, là dove il cielo e l'acqua si abbracciano, tra i laghi e le foreste.

Ogni primavera la transumanza, che sale fino in cima alle valli, ritma la danza di giorni migliori al suono cadenzato dei campanacci.

Il vento dell'Aubrac spazza la palude come se volesse raccontarci di tutti coloro che hanno plasmato le nostre montagne, dai cavalieri ai casari dei buron (NdR: pastori e casari che vivevano nei "burons", le tipiche costruzioni in pietra delle montagne francesi dove si produceva il formaggio durante l'alpeggio).

È lì che si trova il mio posto, tra le creature delle foreste, là dove il cielo e l'acqua si abbracciano, tra boschi, prati e ginestre è lì che si trova il mio posto, tra granito e genziane, là dove il cielo e l'acqua si abbracciano, tra le creature delle foreste.

https://youtu.beGb35tQEV6VYsi=gfFeiSfn3OBpyMkn

Per lui, le Cévennes non sono chiaramente solo un luogo geografico ma rappresentano un modo di stare al mondo: vivere liberi, proteggere i deboli, diffidare di chi pretende di decidere tutto dai propri uffici e raccontare il suo orgoglio di appartenere a questa comunità regionale. Parla di fraternità, di umanità e di questo spirito di libertà tramandato di generazione in generazione, che avrebbe reso le Cévennes una "terra di uomini liberi". Non è una frase fatta: lui stesso ha partecipato al lavoro di memoria intorno alle famiglie ebree salvate durante la guerra grazie al silenzio e al coraggio degli abitanti.

Alain Beaud scrive partendo da una terra a cui appartiene profondamente, i suoi alberi non sono mai solo alberi, “il vecchio tiglio”, “la rosa canina”, quelle foreste e quelle montagne diventano i testimoni silenziosi delle vite umane che le hanno popolate.

L’eglantier – La rosa canina

In un angolo del giardino, non quello delle belle signore, piuttosto in fondo, quel piccolo angolo che si dimentica ho trovato, parola mia, senza fanfare e senza drammi una rosa canina, tutta magra in mezzo alle ortiche.

Tre fiorellini in cima, non da gridare al miracolo, non da far correre le comari del paese.

Ne ho tagliato uno comunque tornando alla fattoria

A mia moglie si sono sbarrati gli occhi grandi come una canzone.

Allora ho preso la vanga, il rastrello, la mia povera carcassa e ho grattato la terra, fatto divertire le scarpe, ho parlato al sole, ho lusingato i sassi.

Perché quando si ama un fiore, si diventa un po' matti.

E lo scricciolo di ieri si è fatto principe della siepe, con arie da re proprio in fondo al vialetto

Ogni estate la mia nidiata sbocciava al richiamo

Ne mettevo sulla tavola e la vita sembrava bella.

Mia piccola rosa canina, ragazza mia del reame dell'orto crescevi tranquilla senza chiederci nulla.

Io ci mettevo le mie braccia, il mio sudore e il mio cuore tu mi restituivi la vita abbracciata dalla felicità.

Ma nel nostro paese non bisogna fare troppo bene,

se ci si appassiona per i fiori, si raccoglie un processo.

Così una mattina, alla mia porta, bussarono molto presto con l'aria importante dei gendarmi ecologisti

mi hanno detto: "La rosa canina è troppo rara, bisogna proteggerla per salvarla, d'ora in poi, attenzione, non bisogna più avvicinarsi".

Per me la strada era lunga, e più testardo di un vecchio mulo che ci avesse bevuto troppo su

ho lasciato il giardino da solo, in mancanza di ali.

La mia rosa canina morì di una morte esemplare.

https://www.facebook.com/reel/1567671485072958

Le vieux tilleul – Il vecchio tiglio

Al centro del paese, se ne stava piantato

Più vecchio dei nostri anziani, custode dei nostri segreti

Il tiglio teneva duro come si mantiene la parola data

Vegliando sui bambini al ritorno da scuola

Quando arrivava la sera, l'ora della veglia

Si tiravano fuori i cesti, il formaggio e il pane

Sotto le sue foglie si mangiava, si beveva, si chiacchierava

Si rifaceva il mondo pensando a domani.

Stasera niente singhiozzi

Stasera il girotondo è bello

Mano nella mano, amici

Tutto intorno all'antenato

Il vecchio tiglio è morto

Non è la fine del mondo

Stasera tutto il paese

Gli rende omaggio in cerchio.

Il nonno con le bocce ci lanciava delle sfide

I bambini sorvegliavano la padellata

Di castagne, e Margherita ridendo

commentava le novità e prendeva in giro gentilmente la vita e i suoi intrecci.

Riparava dal fuoco di un sole senza perdono

Proteggeva dalle piogge le spalle e le fronti

Ha conosciuto da vivo i grandi, i piccolissimi

E i pastori la sera che riportavano le pecore.

Stasera niente singhiozzi

Stasera la danza è bella

Mano nella mano, amici

Tutto intorno all'antenato

Il vecchio tiglio è morto

Non è la fine del mondo

Venite dunque a unirvi a noi

E a entrare nel girotondo.

Allora solleviamo i nostri calici e battiamo le mani

Facciamo un passo di danza in onore degli anziani

Sgombriamo la mente e ritroviamo la veglia

Affinché per molto tempo ancora

Restiamo uniti

Danzare tra questi amici

Tra questi amici

Intorno al tronco fedele

Che la piazza stasera

Animandosi, vi giri intorno

Girate, girate amici

Non siamo gli ultimi

Il vecchio tiglio vivrà

Finché verremo a danzare.

https://www.facebook.com/reel/1764332068059814

L'uomo che si sente dietro le canzoni è un uomo che appartiene di diritto alla vecchia tradizione della chanson française: quella in cui si racconta qualcosa e in cui le parole contano più di tutto il resto. È decisamente un autore di tipo popolare, nel senso nobile del termine: un uomo che ha vissuto, governato un villaggio, conosciuto le battaglie politiche, la malattia, la famiglia, la gente e la poesia della sua terra, capace di trasformare tutto questo in canzoni. La sua musica a volte è semplice, le melodie però sono sempre accattivanti, l'interpretazione artificiale può spiazzare, ma dietro di essa c'è una sincerità coinvolgente. In questi suoi due dischi canta ciò che conosce: le Cévennes, la libertà, gli anziani, gli umiliati, la rabbia, i bambini, la malattia e questa sua terra che resta quando tutto il resto svanisce.

Cévennes

I sette fiumi come vene che vengono a irrigare le tue valli ti hanno dato il nome di Cévennes,

Nome che porti con orgoglio.

Dai Camisardi ai Maquisards (NdR:I Camisardi erano i ribelli ugonotti-protestanti delle Cévennes nel XVIII secolo. I Maquisards erano i partigiani della Resistenza francese durante la Seconda Guerra Mondiale), tanti uomini qui si sono nascosti per difendere la loro libertà, le loro scelte, il loro culto o i loro pensieri.

Qui, le case sono aperte a tutti i rifugiati, basta varcare la porta dei grandi casali con i due cipressi.

(NdR: Nel sud della Francia, piantare due cipressi davanti a un casale era il simbolo tradizionale ugonotto per indicare "qui troverete asilo e alloggio")

Cévennes, terra di ospitalità, terra d'accoglienza degli oppressi nelle tue valli, nelle tue foreste, si sente ancora la parola resistere.

Uomini fieri dal viso scavato, a lungo sottoterra hanno lavorato, nati qui o venuti da altrove, nella miniera hanno lo stesso colore.

Sulle pendici del Monte Lozère dove si aggrappano villaggi austeri si sente il grido dei pastori radunare le pecore smarrite.

Nella pietra della torre di Costanza, le nostre donne dal re rinchiuse, hanno inciso per i giorni di sofferenza un solo verbo: resistere.

Quando la notte scende sulle valli e sui sentieri segreti, un popolo fiero, mai rassegnato, sussurra ancora... resistere.

https://youtu.be/J_ZhaMZoA04?si=-TYuq96Lf8wAlYp9

Questo viaggio con le canzoni tradotte di Alain Beaud (non rintracciabili nel web neppure in originale) spero si sia potuto apprezzare maggiormente attraverso i suoi video di Facebook (benchè ce ne siano alcuni anche su you-tube) che ho scelto di linkare perchè comprendono i testi originali in francese, così come ho avuto modo di seguire per goderne la musicalità.

Una “voce” che ho trovato così originale e coinvolgente che avrà un mio ulteriore seguito con testi e video che completeranno questa sua parte più identitaria con quella dell’impegno e del suo senso libertario.

Ecco infine come racconta in modo anche commovente la sua malattia.

Parkinson

Sei entrato nelle nostre vite senza essere invitato

ti sei impossessato dei nostri corpi per rinchiuderci dentro.

Gli altri non ti vedono, te ne stai ben nascosto

Noi restiamo alla luce del sole, ti denunceremo

Quando uno di noi inciampa, veniamo a rialzarlo non c'è frontiera che possa separarci

Siamo tutti insieme uniti, determinati e a dispetto di te, vedi, continuiamo a cantare.

Sei venuto a spezzarci, a bloccarci, a romperci ma è stato senza fare i conti con la nostra volontà.

Vorresti sottometterci, ma noi resisteremo rifiutando il cammino che vuoi tracciarci

Quando uno di noi inciampa, veniamo a rialzarlo non c'è frontiera che possa separarci

Siamo tutti insieme uniti, determinati e a dispetto di te, vedi, continuiamo a danzare.

Mettiamo il fuoco nei nostri passi, anche quando vogliono tremare.

Sorrisi come bandiere, cuori per andare avanti

Sulla pista della vita, impariamo a girare ogni gesto una vittoria, ogni giorno un passo guadagnato.

Quando uno di noi inciampa, veniamo a rialzarlo non c'è frontiera che possa separarci

Siamo tutti insieme uniti, determinati e a dispetto di te, vedi, continuiamo a danzare.

La musica ci unisce e fa battere i nostri cuori

Mano nella mano, stasera, nessuno è dimenticato

Facciamo gridare il silenzio, crollare i pregiudizi

Quando le nostre voci si levano, nulla può resistere

La vita ci prende per la vita, ci invita a danzare anche se il corpo esita, il cuore sa guidarci.

Vivere, amare, sperare e non arrendersi mai

Quando uno di noi inciampa, veniamo a rialzarlo non c'è frontiera che possa separarci

Siamo tutti insieme uniti, determinati e vedi, davanti a te, continuiamo a danzare

Danzare, danzare come un grande gesto di sfida.

https://www.facebook.com/reel/2037898440143284


© Claudio Giuffrida

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