William Morris, il socialista che sognava la bellezza a cura di Marco Salvario
William Morris, il socialista che sognava la bellezza
«È giusto e necessario che tutti gli uomini svolgano un
lavoro che valga la pena di essere fatto e che sia piacevole da fare
(…) e non diventi fonte di stress e noia.»
Avrei potuto presentare William Morris partendo dai suoi molti interessi o dalle sue numerose opere, invece ho preferito invece iniziare da questa frase, tratta dalla conferenza 'Art and Socialism', tenuta da lui e pubblicata nel 1884. In poche righe Morris esprime la sua idea di una società nuova, fondata non soltanto sulla giustizia economica, ma anche sulla dignità e sulla gioia del lavoro.
Davanti ai suoi occhi cresce una Londra profondamente divisa: da una parte una borghesia industriale e commerciale sempre più ricca, dall'altra una classe operaia priva di diritti, sfruttata e costretta a lottare ogni giorno per ottenere un salario sufficiente alla sopravvivenza.
Uomo sensibile e innovatore, Morris combatte spesso contro i mulini a vento e tra le sue battaglie vi è quella contro la crescente meccanizzazione. Non teme tanto che le macchine sostituiscano gli uomini, quanto che trasformino il lavoro in un'attività priva di creatività e soddisfazione. L'operaio non realizza più un oggetto: si limita a sorvegliare una macchina che produce infinite copie identiche. Questo processo impoverisce e degrada il lavoratore, ma anche il prodotto stesso, che perde ogni traccia di bellezza e di originalità.
È curioso osservare come il socialismo di Morris, spesso liquidato dai suoi biografi come l'eccentricità capricciosa di un raffinato architetto, pittore, poeta, narratore e persino imprenditore di successo, non si concentri sul salario. Certo, una giusta retribuzione è importante, ma ciò che gli sta davvero a cuore è restituire all'uomo il piacere di creare qualcosa di unico, riconoscibile come opera di un artigiano/artista e non come semplice risultato di una catena produttiva.
Le sue riflessioni, nate osservando le vetrine della Londra vittoriana, risultano ancora più attuali oggi, a distanza di quasi centocinquant'anni. Quanti oggetti vengono prodotti in serie senza essere realmente necessari? Quante risorse naturali vengono consumate per alimentare bisogni artificiali creati dalla pubblicità e dalla moda? Miniere, foreste, fiumi e perfino l'aria che respiriamo vengono sacrificati per realizzare merci destinate a essere presto sostituite da altre quasi identiche e ugualmente brutte.
Morris non conosce l'espressione moderna "vendere frigoriferi agli eschimesi", ma probabilmente avrebbe sorriso amaramente sentendola pronunciare. Invece ridurre la produzione del superfluo significherebbe, nella sua visione, sfruttare meno la natura e restituire dignità al lavoro umano. Concentrando gli sforzi su oggetti utili, durevoli e ben fatti, gli operai potrebbero lavorare meno, alternare attività diverse e recuperare il piacere della manualità.
La sua è certamente una visione utopica. Morris immagina un'alternanza tra il lavoro nelle officine e quello nei campi, convinto che coltivare la terra rappresenti una delle esperienze più autentiche e appaganti per un uomo. Un ideale difficile da realizzare, ma ricco di una sorprendentemente moderna sensibilità ecologica.
Il suo impegno politico non produsse i risultati sperati. Cercò di dare coscienza al movimento operaio inglese, allora frammentato e poco organizzato, ma con crescente amarezza osservò come molti rappresentanti dei lavoratori, una volta ottenuto un potere, finissero rapidamente per identificarsi con la piccola borghesia, dimenticando chi li aveva eletti. Nulla di nuovo sotto il sole.
Proveniente da una famiglia benestante, studia a Cambridge, dove stringe amicizia con artisti e intellettuali destinati a lasciare un segno nella cultura inglese.
Un viaggio in Francia accende il suo interesse per l'architettura e, negli anni successivi, lo porterà a fondare la 'Society for the Protection of Ancient Buildings', impegnata nella tutela degli edifici storici contro restauri invasivi e demolizioni. Nel frattempo gli amici lo avvicinano alla pittura e gli fanno conoscere Jane Burden, bellezza pallida, modella del suo grande amico Dante Gabriel Rossetti. Morris la sposa, ne incoraggia gli studi e la vede diventare una delle figure simbolo del movimento preraffaellita, accanto ad artisti come lo stesso Rossetti, John Everett Millais - di cui non si può non ricordare la splendida 'Ophelia' (1852) - e, negli anni successivi, John William Waterhouse. Jane gli darà due figlie, ma il matrimonio sarà segnato da profonde sofferenze dovute ai continui tradimenti della moglie.
Il Medioevo rappresenta per Morris un modello ideale. Vi immagina una società nella quale il castello costituisce un piccolo universo autosufficiente, dove ogni oggetto nasce dalle mani dell'uomo, ogni mestiere possiede dignità e il rapporto con la natura - amica generosa di chi la rispetta - è di totale armonia. È una visione idealizzata, ma coerente con il suo desiderio di ricostruire un mondo in cui arte e vita quotidiana tornino a coincidere.
Tra le sue opere letterarie spicca 'Notizie da nessun luogo' (News from Nowhere), romanzo utopico nel quale immagina una società pacifica, senza sfruttamento, dove Londra è diventata una città-giardino immersa nella campagna. Ricordiamo inoltre le sue raffinate traduzioni in inglese dell'Iliade e dell'Odissea.
Muore nel 1896. Saranno le figlie, e in particolare Mary (May), a raccoglierne l'eredità artistica e ideale.
Il suo socialismo potrà apparire romantico, perfino ingenuo, ma molte delle sue intuizioni sono attuali: la difesa dell'ambiente, il rifiuto dello spreco, la qualità contro la quantità, il valore del lavoro creativo e il rispetto per la dignità dell'uomo.
Con parole scritte oltre un secolo fa, Morris sembra descrivere problemi che ancora oggi ci riguardano:
«(...) vediamo i nostri verdi prati e le limpide acque, persino l'aria che respiriamo, trasformarsi (...) in sudiciume; e (...) le cose peggioreranno anno dopo anno, giorno dopo giorno. Mangiamo e beviamo, domani moriremo soffocati dall'immondizia.»
© Marco Salvario

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