Antoni O’Breskey 50 anni di carriera musicale: 1976-2026 a cura di Claudio Giuffrida


Antoni O’Breskey 50 anni di carriera musicale: 1976-2026

a cura di Claudio Giuffrida

Antoni O'Breskey festeggia i suoi 50 anni di musica con un concerto al National Concert Hall di Dublino il 15 luglio 2026.

Il regista Luke McManus (North Circular) dedica un Cortometraggio -Documentario a: Antoni O'Breskey: Il nomade del pianoforte.

https://www.youtube.com/watch?v=fQUrJBJ0Jwk

Antonio Breschi (che ha irlandizzato il suo nome in Antoni o’Breskey) è un musicista fiorentino che l’Irlanda ci ha presto “sottratto” affascinandolo con una cultura musicale coinvolgente per ricchezza di melodie antiche, per canti sognanti ma soprattutto con uno stile di vita in cui fare musica diventa il vero linguaggio per condividere le emozioni della vita, non certo solo per il mestiere di musicista.

I suoi 50 anni di musica, attraverso una lunga discografia di oltre 40 dischi, sono la testimonianza della ricerca di questo linguaggio impadronendosi di tutte quelle culture musicali che esprimevano libertà, ribellione, gioia di vivere.

Eccolo allora vivere insieme ai musicisti irlandesi, approdare a New Orleans e farsi innamorare dal blues e dal jazz, dalla musica cilena degli amici Inti Illimani, dagli artisti ribelli dei Paesi Baschi, dai ritmi e dalle danze sensuali del flamenco. Dando vita così ad un progetto originale e innovativo: il Nomadic Piano Project, un pianoforte che sapesse dare voce ad una musica capace di fondere tutte queste influenze musicali, tutte queste appartenenze comuni a popoli che hanno espresso con la musica la loro più profonda identità culturale.

Personalmente ho avuto la fortuna di seguire attentamente negli ultimi 30 anni i suoi concerti, le sue produzioni discografiche ma soprattutto tutte le idee che Antonio andava maturando nel suo percorso umano e musicale e che hanno ampliato enormemente le mie cognizioni nei confronti della musica ed anche i miei gusti, e per cui esprimo grande gratitudine per questa vicinanza e questo privilegio.

Ci tengo a riportare in questa seconda parte dell’articolo molte delle sue osservazioni che ha rilasciato in recenti interviste e che considero particolarmente illuminanti.

Sulla Musica Irlandese, il giusto approccio:

“Non si tratta solo di cosa si suona o di come lo si suona, ma di come si vive la musica e di cosa se ne fa: comunicazione, partecipazione, sensualità, danza, ritualità e altro ancora… tutti aspetti che la musica tradizionale conserva ancora e che il Jazz delle origini possedeva, infatti non si chiamava Jazz ma "tradizione"! E l'esempio supremo di vivere la musica in questo modo, e non solo di cercarla passivamente, è a mio parere la jam session nei pub irlandesi, qualcosa di straordinario nel mondo occidentale, ma anche unico al mondo.

La musica scozzese è l'antenata della musica irlandese, alla quale ha dato vari elementi musicali, melodie e forme, come il reel, che è la forma più sincopata della musica irlandese. Il blues è un ottimo esempio, come struttura musicale, della parte più "africana" del jazz, e credo che provenga in particolare dal Mali. Ma come concetto, l'anima del blues, che significa "lamento" e trasformazione della tristezza in gioia, è la stessa del "Sean-Nós" irlandese, del "Cante Jondo" flamenco, di un "mantra" indiano. In certi momenti significa distaccarsi dal dolore personale ed entrare in uno stato meditativo di comprensione universale e fraternità. In altri momenti significa trasformare la sofferenza in gioia in modo festoso e gioioso, creando una celebrazione che trascende la morte. La somiglianza dei funerali irlandesi con quelli di New Orleans non è una coincidenza! A livello musicale, questo concetto diventa un'espressione primordiale cantata senza temperamenti, dove i suoni maggiori e minori non sono separati, ma si fondono, grazie al sistema modale.”

Il Duende e il flamenco:

“Un altro elemento importante è quello che unisce tutti questi popoli, espresso dal nome gitano "duende": il contatto con lo spirito degli antenati, il contatto con la fonte della vita. I musicisti gitani di flamenco considerano la musica veramente grande non quando c'è grande tecnicismo, ma quando lo spirito degli antenati si manifesta loro attraverso la musica

Una delle definizioni per cui sono più grato è quella del poeta basco Jarigarai: "Mezulari" (Ndr. Disco di Breschi del 1985), che in basco significa messaggero di popoli e culture. È lo stesso concetto del Tao di Lao Tzu, che ha più di 2000 anni: "Io non creo, io trasmetto". Quando partecipiamo a una jam session irlandese o a una jam session di musicisti gitani in Spagna, dove cantiamo, balliamo e suoniamo tutta la notte, siamo eterni, e non esiste più tempo, morte, religione o ateismo, solo l'eternità.”


https://youtu.be/9Z8hK5kopIA?si=ajx1yNtURb8F6XfV


Le vere origini del Jazz:

“Dopo anni di intuizione sull'incontro tra la cultura africana e quella irlandese in America, ho finalmente trovato un articolo molto interessante, tratto dal libro di Michael Ventura "Shadow Dancing in the USA". Non molti sanno che gli africani non erano gli unici schiavi nelle Indie Occidentali. Michael Ventura spiega molto bene nel suo articolo "Hear that long snake moan" come il jazz sia nato principalmente dall'incontro tra gli schiavi irlandesi (80.000 furono deportati da Cromwell nel XVII secolo) e gli schiavi africani, senza dimenticare gli amerindi che vivevano nella regione del Mississippi.

Ha anche spiegato come il jazz sia nato da un rituale, il voodoo delle Indie Occidentali (originato da una sintesi di influenze pagane dell'Africa occidentale e dell'Irlanda). Nelle loro credenze e simbologie, gli irlandesi pagani erano più vicini all'Africa che all'Inghilterra puritana. Nel 1817 a New Orleans questo rituale (essenzialmente eseguito con tamburi e danza) fu proibito a causa del suo potenziale potere rivoluzionario, e fu permesso pubblicamente solo la domenica a Congo Square, dove la polizia poteva controllarli. La gente iniziò a passare e a fermarsi ad osservare, godendosi la musica, poi offrendo denaro... il rituale gradualmente divenne uno spettacolo... Come spiegò Ventura nel suo articolo, gli africani e gli schiavi irlandesi si sarebbero vendicati:

«Il jazz e il rock'n'roll si sarebbero evoluti dal Voodoo, portando in sé un antidoto metafisico sia contro le devastazioni della scissione mente-corpo codificata dal Cristianesimo, sia contro l'avvento della tecnologia. Il ventesimo secolo avrebbe danzato come nessun altro prima di lui e, attraverso quella danza, sarebbero stati tramandati segreti. Prima il Nord America, e poi il mondo intero, avrebbe – come dice il vecchio blues – “sentito quel lungo lamento di serpente”.»


Come si è evoluto il Nomadic Piano Project:

“I progressi della mia carriera finora si sono concentrati solo sulla dimensione che più mi interessava, quella umana e sui rapporti con altri musicisti, con i quali ho sempre condiviso storie di vita e profonde amicizie, e non sono mai stati rapporti dettati dal business. E il rapporto con le straordinarie culture musicali da cui questi musicisti provengono, che producono la vera musica, la musica che guarisce.

La tradizione ha bisogno di innovazione, perché innovazione e contaminazione sono elementi naturali della musica tradizionale. In Irlanda la musica viene ancora definita "tradizione", come il jazz di New Orleans, proprio come ai tempi di Bach la sua musica non veniva chiamata musica classica, ma "tradizione".

nel naturale sviluppo che la musica tradizionale ha avuto nel corso dei secoli, le contaminazioni sono sempre avvenute, ma queste contaminazioni sono state filtrate nel tempo, spesso nei secoli. Questo la rende una delle musiche tradizionali più complesse, evolute e "vive" al mondo. Non possiamo parlare di musica tradizionale irlandese "originale", perché si tratta di una musica che si è costantemente evoluta nel corso dei secoli, e ciò che abbiamo oggi è molto diverso da ciò che veniva suonato in Irlanda 500, o anche 200 anni fa.Questo è il corso naturale di una musica tradizionale "viva": innovazione e contaminazione ne sono parte integrante. Ho interagito con musicisti tradizionali di molte culture per tutta la vita. Il mio strumento, il pianoforte, non era tradizionale, non sono nato in Irlanda o in Spagna e il mio background è il jazz e la musica classica. Ma il mio spirito era altrove… con gli zingari e i musicisti tradizionali irlandesi… così ho dovuto comunicare con questi musicisti e abbiamo trovato un linguaggio comune!”

https://youtu.be/z-c2Rs0xDMI?si=OK4Jix1RdPjk0VG6

Sul futuro della Musica:

Quella che oggi chiamiamo globalizzazione è l'esatto opposto dello scambio; l'uomo avrebbe dovuto evolversi verso il rispetto delle minoranze, l'individualità e l'amore per il prossimo, invece si è mosso verso l'individualismo e l'appiattimento!

Il 95% della musica che la gente ascolta oggi è condizionata dai mass media e dalla grande industria musicale, è scelta da loro! La gente pensa di scegliere, ma in realtà è asservita a un sistema che sceglie per loro. Ma le persone, quando si confrontano con la musica che ha un effetto terapeutico, la riconoscono, quindi l'obiettivo di ogni vero musicista oggi dovrebbe essere quello di coltivare e diffondere questa musica, anche a costo di rimanere fuori dal business.”

“Cerco di trasmettere un legame con le radici di quegli alberi quasi secchi, radici comuni a tutta la musica del mondo e senza le quali la musica diventa solo una droga, un cibo tossico pieno di coloranti e amplificatori dell'udito che avvelena il corpo e l'anima... perché, come ho scritto nel mio libro "Heyoka": "Oggi si parla molto di musica come terapia, ma poco di musica come ebbrezza! Oggi la musica è considerata un'arte sublime o un prodotto banale del consumismo. Abbiamo completamente dimenticato che un tempo era semplicemente parte della vita."

Estratti dall’intervista di Zuzana Vachová per eCultureBase.


Per questa ricorrenza viene pubblicato un disco triplo che trovate qui: https://nomadicpiano.bandcamp.com/album/50-years-of-music



© Claudio Giuffrida

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