L’ARTE DI GIACOMO SCARDINA a cura di Vincenzo Capodiferro
L’ARTE DI GIACOMO SCARDINA
Effusioni policromatiche tra labirinti e fondali dell’anima
Giacomo Scardina nasce ad Erice nel 1981. Dopo aver conseguito il diploma e l'attestato di un corso integrativo presso il Liceo Artistico Statale di Trapani, si è iscritto all'Accademia di Belle Arti della città, avviando il suo percorso artistico. Insegna nei licei artistici in provincia di Varese. L’espressione figurativa di Giacomo Scardina si plasma in diverse sfere che accomunano varie tecniche, dalla pittura alla scultura. Composizioni e/o sovrapposizioni di colori, di punti, di linee, di superfici e volumi immaginari si dispongono in un insieme coerente che ritrae oggetti in contesti semifantastici, al limite tra mondo reale e mondo della fantasia. Lo stile di Giacomo sprigiona «combinazione di colori vivaci e pennellate fluide. I colori predominanti sono il giallo, il verde, il blu e il bianco, con alcune sfumature di rosa e viola. Le pennellate creano un effetto di movimento e dinamismo, con linee curve e intrecciate che si sovrappongono e si mescolano tra loro». Maggiormente viene rappresentata la Natura, con colori vivi. Non è una natura morta: il colore di solito rappresenta la vitalità, rispetto al monocromatismo delle ombre e dei chiaroscuri che si dipana sempre in bianco e nero. Non mancano spesso i paesaggi marini con soggetti pisciformi che sbirciano con mille occhi.
Dietro, però, l’ensemble naturalistico si intravede una sentita critica che si erge avverso l’individualismo: una società tutta fondata sulla dittatura della vista sugli altri organi di senso, una società fondata sull’apparenza illusoria e fugace dei fenomeni/veli di Maya. L’occhio puro dell’artista (il “puro occhio contemplante” di Schopenhauer) coglie il senso profondo delle cose, le idee pure della realtà, una realtà che comprende anche la fantasia, una vita che comprende necessariamente il sogno.
Vistando le opere di Giacomo, ci s’immerge in atmosfere neocubiste, se non surrealiste, con tagli a volte neo-brutalisti. Come in ogni visione artistica, la fantasia s’intreccia con la realtà. Anche la Natura, più volte stilizzata, si presenta nella sua interezza e nella sua organicità vivente, senza spezzature, senza scientifiche vivisezioni. Ad esempio il regno minerale, e soprattutto quello vegetale e quello animale sono fusi in un unico intreccio cosmico. Come scriveva Schelling: «Ogni magnifico dipinto nasce quasi per la soppressione della muraglia invisibile che divide il mondo reale dall’ideale, ed è solo, per così dire, la finestra, attraverso la quale appaiono completamente quelle regioni e forme del mondo della fantasia, che traspare solo imperfettamente attraverso quello reale».
Natura e Spirito risultano fusi, non invero è come la perceptio romantica, una visione temporalizzata, per cui tutti gli enti risultano attimi dell’Eterno. Il tempo, platonicamente, è l’eterna ripetizione dell’Eterno. Qui c’è una visione dispiegata in una prospettiva spazializzata, ramificata, che gioca attorno a dei nuclei centrali, effusivi di colore. Da questi punti si cospargono nell’insieme, intrecci sfumati, ombre colorate. Protagonista ne è il colore: ogni colore esprime una dimensione del reale ben precisa e strutturata. Il colore è il linguaggio dell’arte e della Natura. La sintesi dei colori è la luce, il bianco. Il nero, il buio, serve solo a esprimere quelle tonalità estetico-psichiche che rimandano sempre alla forza oscura del cosmo, o meglio il nero esprime la punteggiatura dell’arte. L’universo in verità, è come un immenso foglio nero, ove la luce scrive i suoi disegni. Quando si parla di tabula rasa, di foglio bianco ci si riferisce a questo sfondo tenebroso cosmico. L’universo è un foglio nero su cui spuntano punti di luce. I punti si collegano in un’immensità di forme, figure, enti. Nell’universo non vi è differenziazione tra reale e surreale, tra surreale e irreale.
Ad esempio, tra le tele di Giacomo, ecco di qua si leva un cavaliere con asta, armatura ed elmo: gli elementi si fondono col tutto ed assumono delle colorazioni vivissime. Da un’altra parte compare e scompare un violino, che pare immerso in un ambiente sottomarino. Sembra che nelle opere di Giacomo il mare sia una dimensione dominante. I soggetti rappresentati appaiono più oggetti riposti in un fondale marino che su ambienti terrestri. Il blu mare è uno dei colori che struttura la tonalità costante, la quale funge spesso da sottofondo alle varie rappresentazioni. Forse ciò dipende anche dalla “sicilianità” di Giacomo. L’annosa Trinacria è il triangolo-occhio del Mare Nostrum, dal quale si scorgono tutte le antiche terre. La “sicilianità” è sintomo di indipendentismo che si esprime certamente anche nelle effusioni artistiche. Ecco di là, in altre tele, mille e poi mille ramificazioni, via via assottiglianti, che assomigliano a alghe o a tentacoli di piovra convergenti verso un baricentro. Scrive Vincenzo Mocata-Rodano sull’arte di Giacomo: «Ma osservare un soggetto di Scardina diventa un’esperienza unica quando, ad un certo punto, ci rendiamo conto che … siamo noi ad essere osservati! Il nostro sguardo diventa la linfa con cui l’immagine si anima, prende vita, comincia a raccontarci una storia. I nostri occhi incrociano altri occhi, occhi che si illuminano e comunicano, occhi umani spesso intrappolati in forme animali o in oggetti inanimati che scrutano dallo sfondo e ci guardano dalla parte opposta. Ecco cosa ci colpirà nel guardare un’opera di Scardina: improvvisamente quegli occhi ci coinvolgeranno in un rapporto empatico, ci racconteranno le loro storie, ci renderanno partecipi delle loro emozioni. Quegli occhi ci sveleranno il significato nascosto dell’opera e ad un certo punto … saremo noi parte dell’opera stessa!».
In “Connessioni cromatiche”, come in “Radici pulsanti”, troviamo delle ramificazioni su di uno sfondo rosso, o rossiccio: le radici rimandano ad un tema forte. Si parla di sindrome da radici:
Come è sublime questa ‘sindrome da radici’! Siamo come alberi le cui radici ci legano alla terra, alla nostra terra e i rami si effondono per il cielo e fra le nuvole. Ma senza radici chi siamo noi? Senza memoria? Siamo come i sassi nel letto del fiume.
Gli antichi sussurravano che la pietra che non fa lippo non è buona. Il “lippo” è quella specie di muschio o di alga che si attacca ai sassi lungo i corsi d’acqua, per dire che chi non mette radici non può essere stabile. Siamo sassi rotolati dal fiume dell’esistenza, immersi nel Panta Rei di ogni giorno. Senza voler rispolverare differenziazioni esistenzialistiche tra terra e mondo, qui vogliamo sottolineare la contrapposizione, invece, tra mare e terra. Il mare esplica apertura/esposizione, la terra chiusura/protezione. Il mare, come il cielo, è orizzonte aperto. Anche gli elementi connessi con questi contesti, cioè acqua e aria, sono elementi aperti, come anche il fuoco. La terra è un elemento chiuso. La terra serra. Prevalgono sempre colori aperti, non scuri, cioè chiusi. Il fuoco spesso si trova connesso alla terra. Nella visione dell’inferno dantesco Lucifero si trova al centro della terra, immerso nel fuoco, cioè nel punto più lontano dalla circonferenza della sfera celeste. I quattro elementi primordiali della Natura (liquido, solido, gassoso e calore) si trovano immersi nell’etere, cioè nel foglio bianco/nero dell’universo. La terra è “atomo opaco” riflettente la luce.
Poi c’è tutta una serie di rappresentazioni, sia in china che in altere tecniche dei labirinti: il labirinto rappresenta uno schema antichissimo, molto riprodotto nell’ambito artistico a tutti i livelli, soprattutto architettonico e pittorico. Il labirinto aveva una funzione sacra: è un percorso ambivalente, come la bipenne, che può portare all’uscita, cioè alla risoluzione all’apertura o alla perdizione. È un pre-corso - oltre che percorso - difensivo ad un’altra dimensione: ne asconde l’accesso, ne ispira l’iniziazione. In Giacomo i labirinti si configurano come pluri-dimensioni dell’universo, porte emblematiche all’accesso al mondo della Psiche. Il labirinto ci fa sovvenire da un lato il Topos Animae, il locus, cioè la trasposizione spazio-temporale e non solo, del punctum vitae, e dall’altro ci fa ricordare i gironi dell’inferno di Dante, cioè anche il Topos dell’Anima Mundi. L’inferno di per sé è il luogo della perdizione: larga è la via che conduce alla perdizione, stretta è la via e la porta che conduce, invece alla salvazione. L’uomo deve perdersi per poi ritrovarsi: lo sottolineava un Sophos del calibro di Jung. Il compito dell’arte è questo: favorire questo processo di smarrimento, necessario, di hegeliana alienazione. L’uscire da sé è un excursus necessario per il tornare in sé, il reditus.
Anche nell’arte, nella vena artistica di Giacomo Scardina, ritroviamo quella profonda ironia che si affaccia da una finestra all’infinito. È un risus frammisto a Sehnsucht. I due spiriti (tragi-comico) si fondono nell’arte. Vi manca la ricerca titanista. Nelle perceptio artistica ritroviamo spesso l’uomo-pesce, come l’antico progenitore Oannes, dai mille occhi. L’uomo-pesce guarda dappertutto. E come si diceva: ti osserva, proprio come l’opera d’arte di Scardina. Ti osserva: questa è la preziosa grandiosità che ritroviamo nei suoi dipinti.
Vincenzo Capodiferro

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