BREXIT, DIECI ANNI DOPO di Antonio Laurenzano

BREXIT, DIECI ANNI DOPO


di Antonio Laurenzano

Una pagina di storia che si riapre. Sono passati dieci anni dal referendum del 23 giugno 2016 che decretò lo strappo del Regno Unito dall’Unione europea. Con il 51,9% si concretizzò la volontà popolare che chiuse la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nella Ue della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Una presenza ingombrante quella del Regno di Sua Maestà, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico di alcuni dei Paesi fondatori dell’Unione.

Con un Pil alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi condotto spesso sul filo del compromesso istituzionale, a difesa di una posizione di privilegio: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa nonché l’opt-out, l’uscita dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter. Una partecipazione comunitaria del tutto singolare quella britannica. Uno stravolgimento del pensiero di Winston Churchill che all’Università di Zurigo, all’indomani della Seconda guerra mondiale, auspicava la nascita degli “Stati Uniti d’Europa”. Un auspicio neutralizzato dalla miopia storico-politica del suo “nipotino”, il premier David Cameron. Brexit fu infatti il risultato di un uso strumentale e irresponsabile del voto referendario voluto da Cameron per rispondere agli attacchi alla sua leadership in forte calo di consensi. Strategia sbagliata per un referendum non preceduto da un serio dibattito. Ne pagò le conseguenze il suo successore, il gigionesco ex Sindaco di Londra Boris Johnson nei lughi difficili negoziati con Bruxelles per regolamentare l’uscita del Regno Unito dall’Ue, avvenuto ufficialmente alla mezzanotte del 31 gennaio 2020.

L’orologio della storia del Vecchio Continente si fermò nella convinzione che, per arginare ogni asimmetria socio-economica, le soluzioni nazionali funzionano meglio di quelle europee. Furono portate indietro nel tempo le lancette della ragionevolezza e dello spirito unitario dei Padri fondatori dell’Europa che, dopo i lutti e le distruzioni della Seconda guerra mondiale, disegnarono per i popoli del Vecchio Continente un comune percorso di pace e di progresso, lontano dalle divisioni belliche del passato segnate da sanguinosi nazionalismi e totalitarismi. Un’Europa unita, l’Europa delle comuni radici storiche e culturali, espressione degli stessi ideali e degli stessi principi di una millenaria civiltà, risposta vincente a emergenti autocrati.

In un mondo globale, Brexit segnò l’anacronistico ritorno allo “splendido isolamento”. Il “grigio fumo” di Londra iniziò così a ingiallire il quadro geopolitico europeo che aveva preso forma con i colori della speranza del dopoguerra. Fu pomposamente proclamato l’Indipendence Day, ma il futuro non è stato più quello dei tempi in cui Londra regnava sui mari da incontrastata grande potenza. Frantumato il sogno di una comune casa europea, con il timore di un “effetto domino” esportato oltre Manica, il risultato del referendum ha generato volatilità finanziaria della sterlina, vincoli doganali, economia ingessata, crescita economica al ribasso, crisi del settore immobiliare e turistico, imprese e investitori in fuga, caduta del tasso di occupazione con effetti negativi in primis sulle classi sociali meno abbienti che, ingenuamente, sposarono la causa Brexit dei pifferai populisti, nel segno di un anacronistico nazionalismo. Corrette le previsioni di lungo termine degli economisti. Un day after da incubo per il Regno di Sua Maestà, un macigno sulla costruzione di un’Europa unita.

A dieci anni da quello storico referendum del 23 giugno 2016 per le vie della capitale inglese si chiede il “rejoin”, il ritorno nell’Ue. Secondo i sondaggi è sempre più palpabile il sentimento di “bregret”, ossia il rimorso, “regret”, rispetto a quel voto. A maggior ragione in un mutato contesto politico mondiale segnato da alleanze ed equilibri militari fortemente in discussione. Significative le risultanze del nuovo studio demoscopico dell’European Council on Foreign Relations dal titolo “La Brexit non funziona” : il 66% dei britannici, ritenendo che l’uscita dall’Ue abbia avuto un impatto negativo sul Regno Unito e abbia peggiorato il quadro economico, è pronto per un futuro europeo.

Ma Londra come sarà riaccolta, e quando, nel Club dei 27 da cui è uscita sbattendo la porta?

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