MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA di Antonio Laurenzano


MARIO DRAGHI E IL FUTURO DELL’ EUROPA

di Antonio Laurenzano

Significative coincidenze della storia che fanno riflettere, presagi di nuovi scenari di governance globale. Mentre a Pechino si svolgeva il vertice fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente della Cina Xi Jimping, le due superpotenze che stanno mettendo in difficoltà l’Europa, nello stesso giorno Mario Draghi, ad Aquisgrana, in occasione della consegna del premio europeo Carlo Magno, ha strigliato forte l’Europa: “il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più, dal 1949 per la prima volta siamo davvero soli”. Parole segnate da forti preoccupazioni sul futuro dell’Europa rapportate al tema della crescita economica e della sicurezza. Inquietudini già espresse in più occasioni dall’ex Presidente della Bce, fin dal suo rapporto sulla competitività del 2024 e aggiornate con la mappa dei pericoli che incombono. Tra questi, l’evidente distanza che separa le due sponde dell’Atlantico, la minaccia dell’invasività cinese sui mercati mondiali, in particolare su quelli europei dopo la guerra dei dazi di Trump, e l’ostilità bellica della Russia. Un vaso di coccio tra tre vasi di ferro.

Molte le sfide che si aprono sullo scacchiere mondiale, tra queste prende un rilievo crescente quella della difesa, un tema trascurato da anni e oggi in forte fase di ripresa con pericolosi cambiamenti già in corso. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà in armamenti, approssimativamente, quanto la Russia dello zar Putin spende per la sua economia di guerra. Queste considerazioni inducono Draghi ad aggiornare le stime sulle necessità finanziarie dell’Europa: da 800 miliardi di euro a 1200 miliardi di euro l’anno la spesa strategica aggiuntiva con gli impegni in materia di difesa. Obiettivo di fondo “dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”, per raggiungere il quale l’Ue, secondo Draghi, deve muoversi lungo quattro direttrici: “finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere le società che invecchiano”. Lo deve fare senza più l’ombrello americano chiuso da Trump con uno schiaffo alla storia, partendo dalla soluzione di tre vulnerabilità: l’esposizione alla domanda esterna, frutto della incapacità di costruire un mercato interno per i 450 milioni di abitanti dell’Unione sufficientemente ampio (“il commercio nell’area euro in percentuale del pil è pari al 55%”), la dipendenza energetica (“dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di gas naturale liquefatto”), il ritardo tecnologico, certamente il punto più grave, con l’intelligenza artificiale che rappresenta la sfida più urgente da affrontare.

Le decisioni che l’Europa deve prendere “non possono più essere contenute dentro il quadro istituzionale che abbiamo ereditato”. Va costruito dalle fondamenta un nuovo assetto. Per Draghi l’Europa a 27 spesso non riesce a decidere, perché tutto viene diluito da procedure e compromessi, servono meno lacci e lacciuoli e “più capacità di decisione politica”. La risposta a questa miopia istituzionale sta in un forte cambiamento: “permettere ai Paesi che vogliono avanzare di farlo per creare cooperazioni che diano risultati rapidi e concreti”. E’ l’idea di un “federalismo pragmatico”: non l’utopia degli Stati Uniti d’Europa, non una riforma dei Trattati che richiederebbe anni di negoziati e l’unanimità dei 27, non un’unione di intenti su ogni singola riforma che paralizzano l’Europa, ma qualcosa di più funzionale rispetto ai problemi contemporanei. Gli europei devono imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori, perché un’Europa politicamente unita non può che rappresentare un ostacolo al vassallaggio politico-militare in cui il nostro continente si è trovato nei confronti degli Usa a partire dal 1945.

Mario Draghi, dopo il famoso “Whatever it takes” pronunciato a Londra nel 2012 a difesa dell’euro, ha consegnato ad Aquisgrana all’Unione europea un’altra frase storica: “Alone together”, “soli insieme”. Una dichiarazione programmatica per salvare l’Ue nella partita più difficile della sua esistenza, un accorato appello per rilanciare attraverso una profonda trasformazione politica il progetto di un’Europa finalmente padrona del proprio destino, libera da padrini e padroni.


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