“ I MOLFESE DI SANT’ARCANGELO” a cura di Vincenzo Capodiferro


I MOLFESE DI SANT’ARCANGELO”

Un’antica famiglia, un nobile ceppo, da cui sono sbocciati martiri per la libertà


«Non credo che potrei introdurre meglio questo libro se non citando la domanda che tutti si sentono fare in Basilicata dopo essersi presentati con nome e cognome, è infatti proprio in quel “a chi appartieni, da quale famiglia arrivi?” che tutti ti domandano per capirti meglio, e trovare in quale cassetto con le sue storie e gli eventi infilarti che c’è tutto lo spontaneo interesse per la genealogia che il popolo lucano, forse più di chiunque altro, ama conoscere e in qualche modo praticare naturalmente da sempre». Ecco l’incipit di Antonio Molfese al prezioso volume, dedicato appunto a “I Molfese di Sant’Arcangelo”, autori Antonio Molfese e Daniela Camelia, edito dall’antico editore Zaccara di Lagonegro, 2025.

«Ogni famiglia ha una storia. Alterata, o sconosciuta agli stessi discendenti, quella storia e i suoi interpreti sembrano che non aspettare altro che di essere riportati alla luce, tanto da far pensare che i protagonisti quasi tramino “dalla stanza accanto”».

Si tratta di un’opera accurata, voluminosa, nobile, come nobile n’è l’oggetto: «Questo lavoro è basato su un’estesa ricerca durata quasi tutta la vita dell’autore e più di un decennio per l’autrice …». La storia dei Molfese è una storia bellissima, fatta di luci e di ombre, di splendidi trionfi, ma anche di immani tragedie. Antonio sottolineava lo spontaneo interesse per la genealogia del popolo lucano. È vero. In altri tempi antropologi spietati hanno bollato questo atteggiamento come “familismo amorale”. Nulla di più falso e di più decrepito! Il senso della famiglia in Lucania è stato sempre altissimo. La famiglia è tutto. Quel “a chi appartieni” indica questo forte senso di coesione sociale, di solidarietà. La Lucania, soprattutto meridionale, l’antico cuore del sud, è composta di piccoli borghi, dove il senso di appartenenza è stato sempre molto alto. Qual gran valore della famiglia! Banfield da dove veniva? Dagli Stati Uniti. Non poteva capire l’importanza notevole che ha avuto nelle piccole comunità come le nostre questo senso di appartenenza. Ogni paese è un mondo con le sue tradizioni, la lingua, la cultura diversa. C’è una ricchezza straordinaria. Policoro, ad esempio, è definita gli Stati Uniti, perché ha avuto una evoluzione tale da cogliere nel suo seno genti provenienti da tutto l’universum Lucanum.

Il viaggiatore che passa da sant’Arcangelo e da san Brancato (orme intangibili dell’antica presenza basiliana in Basilicata: lo stesso nome Basilicata deriva dal βασιλικός bizantino) non può non notare al di sotto della Badia d’Orsoleo la torre Molfese. È un segno un monumento a ricordo di questa antica famiglia che tanto ha dato e fatto per la Lucana Gens. Ricordiamo che i lucani fin dall’antichità non erano ben visti, infidi a Roma, ribelli, indipendentisti. La famiglia Molfese ha contribuito grandiosamente alla causa del Risorgimento nazionale. I Molfese che gravitavano nel triangolo Carbone, Castelsaraceno, Sant’Arcangelo hanno pagato con la loro vita, hanno versato il loro sangue per la Patria. Sono morti per l’Italia Unita. Nicola e Francesco Molfese sono i martiri di quel fatidico 1860 che vide la popolazione divisa tra il Borbone e l’Unità sotto il Savoia. Ma i Molfese non guardavano ai sovrani, ma all’ideale.

«Nicola Molfese muore ucciso a 38 anni, come il fratello a Castelsaraceno, durante il Plebiscito, il 21 ottobre 1860 a Carbone»: «Mentre Nicola si spegne a Carbone e con lui la suocera D. Caterina Palermo – che si dice avesse confezionato tra le sue mani un tricolore – occorsa in suo aiuto con la sua moglie Costanza, a Castelsaraceno muore, tra gli altri, anche il fratello Francesco che, dopo una fucilata al volto viene finito mentre cerca invano di fuggire dai rivoltosi armatisi con fucili e polvere da sparo presi dalle case razziate (compresa la sua e quella dei Cascini)…».

Ecco perché ricordare! E questa non è boria di dotti e di nazioni, non è storia antiquaria, o storia monumentale nietzschiana, questa è la storia. La storia è fatta da persone, da famiglie, dall’uomo stesso. Si parla di famiglia umana, perché la civiltà nasce con la famiglia: «Dal dì che nozze e tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose», canta il Vate. «Dal dì che nozze»: cioè con l’istituzione del matrimonio sorge il viver civile. Matrimonio significa dono della madre, patrimonio significa dono del padre. Lo stato era visto come una grande famiglia: la patria. Il Pater familias nell’antico diritto romano era equiparabile all’istituto monarchico. Nei nostri piccoli centri questa familiarità - non familismo! - era molto forte. Le nostre piazze erano come l’ateniese agorà: si faceva politica diretta. Nel piccolo centro si è sviluppato quel fortissimo senso di politicità umana: l’uomo è un animale politico. Aristotele non pensava alle megalopoli statunitensi dove non c’è senso di appartenenza, non c’è familiarità, ma alle parvae civitates. Egli idealizzava la città a misura d’uomo, né troppo … né poco … La politica deve seguire lo stesso principio dell’etica: In medio stat virtus. E anche Platone, pensando alla Repubblica, non pensava a New York. La civiltà nasce nel piccolo e poi diventa grande. Oggi si vuol distruggere la famiglia, si distruggerà la civiltà.

Perciò a che serve ricordare Arcangelo Molfese, Diego Molfese, Ottaviano Molfese? A questo, come scrive Antonio: «Uarda nnande ma votet’ nnrete. Questo libro è nato nella notte dei tempi. È nato con il nostro primo antenato, quello così remoto da essere tutto tranne che solo “nostro” e il cui nome non potremmo conoscere mai, ma senza del quale nessuno di noi sarebbe esistito. È nato ogni volta che ognuna delle persone che ci ha preceduto è sopravvissuta alle carestie, alle malattie, alle guerre e agli odi, che alla fine, l’hanno solo sfiorata … È nato 160 anni fa, quando una donna coraggiosa prende un bambino di tre anni e, nascondendolo sotto la gonna, lo sottrae alle mani che bramano di ucciderlo permettendo con quel gesto che io e altri un giorno venissimo al mondo».

Ricordo con affetto che quando Daniela Camelia venne a Castelsaraceno a visitare il palazzo Molfese, mio zio Carmine Latronico ci fece da Cicerone e ricordando i Molfese si commuoveva. Ci raccontava che Don Gerardo Molfese (1846-1929) era fidanzato di una nobildonna di San Giorgio Lucano, D. Rosa Ripa. Fu lasciato e allora D. Gerardo organizzò una comitiva per andare a San Giorgio per cantare una serenata alla sua amata. Zio Minuccio ricordava anche una strofa della canzone composta da D. Gerardo per la sua amata:


Disperato son nato a sto’ mondo,

l’ho perduta l’amata graziosa,

io credevo di averla per sposa,

la più bella che mi abbandonò.


Zio Minuccio ci cantava questa canzone con gli occhi ricolmi di lacrime. Io ricordo ancora questa visita con una stretta al cuore. Il fatto è riportato da Daniela nel testo.

Scendendo oggi dal ponte tibetano più lungo al mondo, cerniera dei due parchi nazionali del Pollino e del Lagonegrese-Val d’Agri, attraverso il centro storico, oramai disabitato, dal rione Portella a “’Mbera la Terra”, ad un certo punto ti compare il maestoso palazzo dei Molfese. C’è ancora la loro cappella gentilizia, dedicata a San Nicola ed a Santa Filomena. Sotto c’è il palazzo di Don Alfonso Armenti. Quest’ultimo però è stato venduto e smembrato alle famiglie. Lì ci abitava mio zio Carmine di “Vaiana” e mia zia Teresa “Carpato”. Poi c’era Peppe di “Zilino” e la moglie, Angelina il “Caino”. Più sopra c’era Rosina e Carmine di “Calabria”, genitori di mio zio Carmine Latronico. Poi c’era Ercole Lauletta, padre di Senatro (1025-2000) che è stato un sindaco storico della DC lucana. I Lauletta erano imparentati con i Molfese. Mio zio aveva vissuto la sua infanzia coi Molfese, li conosceva bene. Oggi non c’è più nessuno, pare Craco vecchia, la città abbandonata. Eppur passando io vedo in mente e in cuore tutti i volti affacciarsi. C’è una profonda nostalgia. Il culto di Santa Filomena, la santa bambina molto amata dal Curato d’Ars, da san Pio da Pietrelcina e da Bartolo Longo, probabilmente fu portata dai Giocoli, con cui era imparentata la famiglia Molfese. I Giocoli erano nobili ferraresi esuli nel Cinquecento in Lucania. Come ci riporta il dott. Carlo Caterini, storico e studioso, la famiglia Giocoli, originaria di Ferrara, giunse in Lucania con Don Giulio De Grandis, nominato Vescovo di Anglona nel 1548.

Ringrazio Antonio e Daniela per averci fatto dono di questo prezioso cimelio storico, che ci richiama al ricordo dei nobili Molfese e ci riporta alle radici della nostra terra. Siamo come piante, i cui rami vagano per il mondo e fra le nuvole, ma le radici ci riportano sempre alla terra, la terra amata. Terra è “nostranità”. Heidegger distingueva tra terra e mondo. È tutto qua. Terra è la radice, mondo è dovunque tu possa trovarti. L’importante è ritrovarsi. Platone sosteneva che conoscere è ricordare, cioè riconoscere. Conosciamo la storia se riconosciamo i nostri avi. Gli antichi veneravano i Lari. Ricordo sempre con affetto l’ultima Molfese di Castelsaraceno, Donna Rosa: una donna pia, amabile, devota, una donna che ha vissuto in cristiana povertà, pur essendo di ricchissima progenie, nobile di cuore, eroica in virtù.


Vincenzo Capodiferro 

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