FRANCESCO ADRAGNA E I SUOI “SILENZI” a cura di Vincenzo Capodiferro


FRANCESCO ADRAGNA E I SUOI “SILENZI”

Poeta della fragilità e dell’essenzialità della condizione umana


Francesco Adragna è nato a Noto, nel 1967, ma è lombardo di adozione: vive da tanti anni, infatti, a Varese, ove insegna nei licei. Promuove vari progetti culturali. È un intellettuale impegnato, vispo e coraggioso. Ha avuto diversi riconoscimenti in vari concorsi letterari. È inserito in tante antologie, come la Enciclopedia della Poesia Contemporanea della Fonazione Luzi di Milano. Ha riscosso diverse menzioni di merito in prestigiosi premi, come l’“Alda Merini” di Sarzana, il “Michelangelo Buonarroti”, il “Wilde”, il “L. S. Senghor”, il “Premio Albero Andronico” di Roma, il “Premio Professionisti di pratiche filosofiche” di Firenze, il “Premio Parole e Poesie” di Modena, il “Premio Quasimodo” e il “Premio residenze Gregoriane”. Tra gli ultimi ricordiamo “Città di Monza” (2021); “Le figure del pensiero” (2023), premio nazionale di Filosofia; e soprattutto l’importante riconoscimento “Premio Letteratura per la Giustizia FAI – Il dubbio”, Torino 2026.

Nutrita è la sua produzione letteraria, di cui seguiamo velocemente i passaggi: “Le ragioni della follia” (Firenze 2007); “Sguardi diVersi” (Roma 2010); “Il vento e i fiori di campo” (Milano 2014); “Il poeta, il baco e la seta” (Roma 2014); “Il sole della notte”, racconti (Roma 2015); “ il freddo dolore dei chiodi” (Modena 2018); “Silenzi” (Borgoricco 2023).

La poetica di Adragna potrebbe essere ascritta ad una tipologia di espressionismo laconico: versi incisi in sottofondi duri e spessi. Spesso tende ad una forma intermedia di ermetismo, non esagerato. È quel silenzio attorno, quel foglio bianco, in cui compare un punto e poi pian piano una linea, una lettera, una parola, una frase, un discorso, cioè un fiume in cui l’acqua passata non è mai la stessa, come nel paradosso eracliteo, a dar senso a quel verbo. In quel Panta rei, in quel Tutto cambia il Logos permane immutabile, almeno apparentemente. Ricordiamo che quel foglio bianco, quella tabula rasa è l’anima prima di ricevere ogni impressione, è la forma a priori di kantiana memoria. Il foglio c’è. Il silenzio c’è. Il nulla c’è, come placenta dell’essere. C’è una sostanzialità fenomenologica che non è noumenologica. Francesco ci ispira sospiri profondi di filosofare: bisognerebbe riguardare alla noumenologia, oltreché alla fenomenologia. Francesco si richiama a Merton: «C’è maggior conforto nella sostanza del silenzio che nella risposta di una domanda». Il silenzio, come il vuoto, non sono un puro nulla, anche il nulla è la culla dell’essere, è quell’alone pre-essenziale da cui partorisce l’ente. Meditiamo in “Silenzi”:


Sono uomo di silenzi

che dialoga con sé

per tenersi compagnia.


Commentiamo con le stesse parole dell’autore: «Il silenzio è un suono nudo che permette alla parola di essere vestita a piacimento come alla vita di manifestarsi ad esistere». Possiamo fare un paragone coi colori: la somma dei colori fondamentali ci dà il bianco, cioè la luce, sintesi di tutte le sfumature dell’essere. Le tenebre sono il letto in cui la luce compare. Il buio è un colore che non si somma agli altri, ma che fondendosi con gli altri dà luogo a tutte le sfumature della vita. Il nero non è un non-colore. Il silenzio non è non-parola. «In principio era il Verbo …». Dio è il Poeta per eccellenza. Il Panta rei è un fiume d’esistenza, ogni fiume scorre in un letto. Se non vi fossero le tenebre, come potremmo scorgere la luce? “Silenzi” diviene la proiezione ortogonale di una relazione tra due anime, quella di un docente comprensivo e profondo come Francesco e quella di un’allieva, Giada. Come in architettura si modella il vuoto per farne delle strutture cosmiche, così qui in poesia si modella il silenzio.


Vedendola soffrire, smisi di seguire il copione, e baciandole più volte il palmo della mano le sussurrai:

Non tutto ciò che sembra dolore è dolore”.

Subito, lei mi abbracciò forte e mi rispose:

Grazie!!!

Non tutti sanno guardare oltre la pelle sena bucarla”.


Come nel parto c’è dolore, così nell’uscita della Parola dal silenzio. Ferdinand de Saussure distingueva tra Langue e Parole. Così commenta Francesco stesso questi intensi versi: «Come il silenzio è un suono nudo, esistono uomini e donne dalle anime nude, anime che hanno bisogno di essere riconosciute ed amate». Il Verbum Expressum, quella che Agostino definiva la Parola Cordis, esce fuori dall’anima per richiamare l’attenzione. La mens partorisce il verbum: questa è la maieutica che aveva scoperto Socrate. La poesia pura è maieutica. La poesia di Francesco è poesia pura, pura espressione del senso. Ogni anima ha bisogno di amore. La Parola è relazione tra silenzi, cioè tra anime-silenzi, anime nude. Questa è la vera comprensione del Dasein: l’essere compresi. Comprensione significa appartenenza, riconoscimento, “essere dentro” l’essere, non “essere fuori”. Il concetto di anima nuda, come quello di “anima bella” è profondamente romantico. La nudità rimanda all’infanzia edenica dell’umanità. Dopo la scoperta del male, Adamo ed Eva scoprono di essere nudi. Il male! Giada l’ha incontrato, nella sua purissima essenza e l’ha manifestato ad un’altra anima nuda, quella di Francesco Adragna. Non tutte le anime sono nude, cioè sono pure. La manifestazione dell’essere è apparire della Parola nel Silenzio. La Parola, poi, torna nel suo nido, nel silenzio. Si nasconde. Ama giocare a nascondino. Perché la Parola è verità, è l’Aletheia greca: ciò che non è nascosto, ciò che è fuori del Lete, il fiume dell’oblio, del nascondimento dell’essere. La poesia diviene svelamento della Verità.

Annota Francesco: «Giada è la ragazzina cui ho voluto dedicare questa mia silloge … Una silloge che accoglie le grida d’aiuto di un angelo che confuse le sue ali con quelle di una farfalla». L’Anima Mundi è ancora nuda. L’anima della Natura è innocente. Glia animali non peccano. Nella copertina di “Silenzi” troviamo la stilizzazione grafica di una farfalla viola. La farfalla è simbolo cosmico di trasmutazione, resurrezione, metempsicosi. L’anima si trasforma. È il soggetto delle metamorfosi. L’anima appare nel mondo fenomenico. È puro noumeno che appare, nuda, si riveste di fenomeno, libera, bella. La nudità è emblema di purezza, ma spesso richiama esposizione a pericolo. Perciò gli uomini primevi si sono rivestiti. Eva ha preso la foglia del fico per coprirsi. Di qui nasce il concetto di fragilità, che non è debolezza, affatto! Come sottolinea la stessa Giada, su un tema di grande attualità, che richiama “L’uomo di vetro. La forza della fragilità” di Vittorino Andreoli: «… tra fragilità e debolezza c’è una grande differenza, ma entrambi possono essere una grande forza della condizione umana e elemento di autorealizzazione … La fragilità è letteralmente la tendenza di alcuni materiali a rompersi bruscamente senza che avvengano precedentemente deformazioni e snervamenti. Così come avviene negli oggetti avviene anche nell’essere umano, ciò che rende fragile l’uomo è il suo rapporto con la vita stessa … Una persona fragile viene spesso definita come una persona non in grado di vivere, la persona fragile è invece capace di vivere, ma non si sente adeguata all’interno della società, poiché ritenuta diversa dagli altri ... Io sono una ragazza fragile, in cerca della superficialità di una diciottenne, io mi sento diversa, perché vedo inutili certe cose che fanno i miei coetanei, allora un girono ho deciso di essere più leggera, svuotando il mio corpo … Penso anche che la mia fragilità sia la forza per abbattere tutti i muri che mi trovo davanti e il coraggio di non farmi e non fare più del male. Mi sento come un fiore in mezzo ai rovi …». Parole toccanti scritte da una giovane, parole fragili che rompono appunto i muri del silenzio. Fragilità è in-comprensione: non essere compresi, capiti, accettati per così come si è, essere accettati nella propria nudità che si espone qual fiore trai rovi. L’anima nuda, cioè la persona fragile, è il manzoniano «vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro».

Non è che i vasi di ferro non siano fragili: ciò che non si piega si spezza. La vita è darviniano adattamento. Non sono le specie più forti a vincere, ma quelle più flessibili, cioè adattabili, cioè più fragili. Questo è il paradosso incompreso di Darwin. I dinosauri che erano fortissimi, sono spariti. La maggior parte sono giganti di metallo con piedi d’argilla, come nella profezia di Daniele. Questo è il paradosso di Paolo: «Quando sono debole è allora che sono forte!». È facile nascondersi dietro le muraglie cinesi sociali dei “gruppismi”, dei “ducismi”, dei “fascismi”, anche in società democratiche, dietro l’ombra di fragili capi, dietro il socio-bullismo politico.

Riprendiamo una nota tratta da una prosa riportata nel testo, dal titolo “Anoressia del nuovo mondo”: «Questa silloge è in memoria di una Principessa, di una Grande cucciola, di nome Giada. lei, se pur sempre vincitrice e condottiera, perse l’unica battaglia della sua vita con un mostro crudele, forte e violento che la volle tutta per sé, strappandola ai suoi affetti più cari. un mostro che - rubandole la speranza e i suoi grandi sogni - non le diede altro tempo per abbracciare altre alternative. Affinché questa memoria possa suggerirci e insegnarci ad essere uomini migliori, sempre un passo avanti a noi, come lo è stata Lei. Uomini più attenti alle innumerevoli insidie dell’esistenza.


Fin quando i bambini

si chiederanno di cosa brillano le stelle

saremo ancora uomini.

Ci sono tante stelle, sull’erba, di notte».


Silenzi” è un canzoniere di odi alla fragilità umana, intesa come atteggiamento profondo di finitudine dinanzi all’infinità della vita, di sehnsucht vissuta fino al canto finale della tragedia umana. L’uomo è l’essere della tragicità. Francesco ci ha donato dei sorrisi profondi, che partono da quella nudità dell’anima umana e si riversano come fonti d’acqua cristallina e pura ad alleviare la croce dell’esistenza. Euripide ci dice: «Gridi chi ha voce più forte del silenzio!». Il silenzio è l’impercettibile sottofondo dell’essere. Dal silenzio al più alto grido corre un raggio che dal centro giunge fino al punto alla massima circonferenza della visione all’orizzonte. Ogni uomo è come uno di questi punti neri sul foglio bianco dell’esistenza. L’insieme di questi punti forma il tutto nelle sue più diverse sfaccettature di linee, di superfici, di volumi. Silenzi è guardarsi faccia a faccia e dalle finestre dei puri occhi contemplanti scrutare gli interni di anime nude. Silenzi è anche scontrarsi contro muri. Silenzi è un arcipelago di zattere trasbordate da flutti tempestosi e scaraventati contro scogliere. Silenzio è pure indifferenza, ma anche amore, comunicazione. Silenzio è sfera, alone d’empatia o d’antipatia. Silenzio è necessità, prima e dopo la vita. Nel mare del silenzio possiamo perderci o ritrovarci. Silenzio è deserto dove possiamo contemplarci. Silenzi è apertura verso un mondo antico e sempre nuovo, un mondo dove le anime possano e sappiano ritrovarsi e soprattutto comprendersi nel vero senso di questo termine, cioè compenetrarsi. Silenzi non può lasciare l’animo inerte, ti coinvolge nel vortice della vita, oltre la morte, in un viaggio infinito che ci porta infinitamente verso l’Assolutamente. Silenzi è talmente frastornante che ti disturba, perché non si è più abituati al nulla, al vuoto. Si parla sempre di nichilismo, nichilismo! Ma dov’è? Horror vacui. Silenzi invita all’horror pleni, perciò è sconcertante. Silenzi è richiamo ad un’esistenza autentica, vera, perciò è scomodo. È più facile rimanere nel limbo dell’inautenticità. È più facile non rispondere alla vocazione dell’esserci. Silenzi è un canto che sorge dalle viscere dell’abisso dell’anima per risucchiarti a scorgere un infinito, di cui sempre di più si ha paura. Il lettore potrà assaporare queste acque di un fiume che ci fanno non dimenticare, ma ricordare: questo fiume è l’Alete (non il Lete!). Dobbiamo ricordarci di esistere, perché molto spesso lo dimentichiamo. Cogito! Cogito! Ergo non sum!


Vincenzo Capodiferro

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