IL PATTO DELLA DISCORDIA di Antonio Laurenzano
IL PATTO DELLA DISCORDIA
di Antonio Laurenzano
Patto di stabilità e crescita (PSC), ovvero il “patto della discordia” nuovamente nell’occhio del ciclone. L’Italia, per aver superato per un soffio la soglia del rapporto deficit/Pil rimarrà anche nel 2026 “sorvegliato speciale” in Europa. Bastano cioè 0,1 punti di Pil per cambiare la politica di bilancio e perfino il lessico dello scontro politico. Secondo i dati notificati da Istat, e certificati anche da Eurostat, l’Italia ha chiuso il 2025 con rapporto deficit/Pil al 3,1%: un valore molto lontano dall’8,1% del 2022, ma ancora sopra il limite del 3% fissato dal Patto di stabilità per uscire dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo e guadagnare maggiori spazi di manovra nella politica economica.
Con la riforma della governance economica europea, operativa dal 30 aprile 2024, il sistema è cambiato rispetto alla originaria formulazione del Patto, definito “stupido” da Romano Prodi nel 2020, allora Presidente della Commissione europea. Di fronte a sfide e priorità economiche diverse rispetto al passato, regole più credibili e più efficaci, associando al necessario risanamento delle finanze pubbliche un altrettanto necessario sostegno agli investimenti. Un mix di flessibilità e rigore per poter puntare su una crescita economica fondata sulla stabilità finanziaria. Sotto esame a Bruxelles i parametri di riferimento sui conti pubblici: deficit di bilancio oltre il 3% del Pil e debito oltre il 60% del Pil. Il cuore del controllo non è più soltanto il saldo nominale, ma anche il percorso della spesa netta, cioè una misura della spesa pubblica depurata da alcune componenti, come gli interessi.
A rendere peculiare il caso italiano, oltre a una crescita minima e a un impatto impalmabile del Pnrr, è stato il lascito contabile dei crediti edilizi del Governo Conte, in particolare quelli legati al superbonus pari a 8,4 miliardi di euro che hanno inciso sul risultato finale del 2025 e quindi sulla mancata uscita anticipata dalla procedura. Sarebbero bastati appena 600 milioni di euro di disavanzo in meno (lo 0,03% del Pil), spostando qualche spesa da dicembre al nuovo anno, per arrotondare il saldo 2025 del deficit al 3% ed evitare un altro anno di limitazioni. Invece non è successo, sollevando un inquietante senso di incredulità per gli errori di valutazione di Via XX Settembre. Restare dentro la procedura significa avere i conti sotto osservazione rafforzata e affrontare ogni decisione di finanza pubblica con un margine più stretto. Il Governo deve spiegare le proprie misure, trasmettere aggiornamenti periodici e dimostrare che il “sentiero di risanamento” concordato viene rispettato. Questo può incidere sulla costruzione della legge di bilancio, sulla credibilità internazionale e, indirettamente, sulla percezione dei mercati finanziari. In caso di mancato rispetto degli obblighi, sono previste sanzioni pecuniarie con ammende che arrivano fino allo 0,05% del Pil dell’anno precedente, da versare ogni sei mesi fina a quando non venga riconosciuta una effettiva azione di risanamento.
Con un elevato debito pubblico, salito al 137,1% del Pil, il più alto in Europa dopo la Grecia, nel pieno di una crisi energetica, il Governo deve fare i conti per la prossima manovra economica, preceduta in questi giorni dal Documento di finanza pubblica (Dfp) che è di fatto la cornice entro la quale l’esecutivo si muoverà per disegnare la prossima Legge di bilancio. Il Ministro dell’Economia Giorgetti, auspicando maggiore flessibilità a livello europeo con la sospensione del Patto, non esclude lo scostamento solitario di bilancio dai vincoli di spesa per arginare il caro-carburanti: “Inutile curare le ferite gravi con l’aspirina del rigore, la priorità è salvare il tessuto sociale dal rischio recessione”. La “sacralità” del Patto di stabilità non può costare la distruzione dell’economia. Le regole fiscali europee sembrano essere scritte per un’epoca di pace e stabilità che al momento è un ricordo lontano.
Per il nostro Paese il problema è il rallentamento della crescita: il Pil per il 2026 è stato rivisto al ribasso, e passa dallo 0,7% allo 0,6%, il quadro previsionale dell’indebitamento netto è tutto in salita, tanto che nel 2026 il deficit passerà dal 2,8% previsto al 2,9%, stesso quadro per il debito pubblico, che seguirà una parabola ascendente con un picco stimato al 138,5% nel 2027. Un andamento negativo condizionato dalla stagione dei bonus edilizi che pesano anche per il 2026 in misura rilevante, in mancanza dei quali l’andamento del debito sarebbe stato discendente. Nella prossima Legge di bilancio, l’ultima prima delle elezioni politiche, il Governo, non potendo richiedere l’attivazione della “clausola di salvaguardia”, dovrà prendere decisioni politicamente difficili: da una parte l’investimento militare di 12 miliardi di euro in più entro il 2028 per centrare l’obiettivo del 5% del Pil destinato alla Difesa previsto dai nuovi obiettivi Nato, dall’altro tagliare o finanziare di meno welfare, scuola, sanità, servizi. Urgente impostare politiche orientate alla crescita, non attraverso bonus privi di produttività ma provvedimenti mirati ad agevolare lo sviluppo per mettere concretamente il Paese in grado di crescere. Il resto sono soltanto fumose parole al vento.

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