Àprile Festival. Quando l’arte entra nelle case a cura di Marco Salvario

 Àprile Festival. Quando l’arte entra nelle case

Si è svolta a Torino la terza edizione dell’Àprile Festival. È bene chiarirlo subito: non “Aprile” come il mese - anche se il legame è evidente, visto che l’evento si è tenuto dal 10 al 12 aprile - ma Àprile dal verbo aprire. Aprire le case all’arte. Un'iniziativa che ha coinvolto otto location che aprono le loro porte per diventare palcoscenici d'arte, musica e performance”.

Àprile, Case per l’arte” si accompagna a un manifesto molto interessante, pubblicato sul sito ufficiale del festival, che inizia con un’affermazione forte: CREDIAMO nel ruolo dell'arte di intercettare la VOCE DEL NOSTRO TEMPO e INTENDIAMO lavorare con chiunque abbia qualcosa di urgente da comunicare”.

Seguono dichiarazioni di intenti che meritano attenzione: l’idea che le case possano diventare centri culturali indipendenti, che sia necessario fare rete per non disperdere energie, che l’arte possa essere un’esperienza collettiva, concreta, condivisa.

Àprile non è solo un festival: è, come recita il manifesto, “una porta d’ingresso senza serratura e tante chiavi”. Il manifesto si chiude con una domanda diretta, provocatoria: “E tu in cosa credi?”

Siamo arrivati alla terza edizione, anche se l’archivio online documenta solo quella del 2025 e fa riferimento a una “edizione 0” nel 2023.

Per ragioni puramente logistiche ho scelto di iniziare il mio percorso da Casa Tapparelle, in via Saluzzo 59. Il nome è già un programma: chi entra può semplicemente aprire le tapparelle e trasformare lo spazio che si illumina in qualcosa di proprio.

L’appartamento, al primo piano, è composto da un piccolo ingresso, un salotto destinato alle performance musicali, un corridoio, tre stanze, una cucina condivisa, due bagni - uno dei quali occupato dalla performance della sirena Melusina - e un deposito.





Già dall’ingresso si viene immersi in un ambiente suggestivo: le pareti e i soffitti, decorati con stili che oscillano tra il grottesco e il liberty, sono un invito a entrare in una dimensione diversa. È l’inizio di un piccolo viaggio iniziatico, dove ogni stanza propone visioni e interrogativi.





In una delle camere, una scritta luminosa rossa in caratteri farsi cattura lo sguardo.

Ricorda i prigionieri di un carcere di Teheran, sottoposti a torture e spesso uccisi, che dalla loro prigione potevano vedere un Luna Park accanto ai padiglioni dell'EXPO: una visione che li portava a ricordare la felicità dell'infanzia e rimpiangere la libertà perduta. La scritta è diventata uno slogan di ribellione e la si può tradurre: “Il sangue non si lava via con nulla.” I crimini commessi non verranno dimenticati.

L'installazione, opera della scenografa e artista multimediale Khatereh Safajoo, comprende anche un contenitore nascosto sotto un drappo nero, colmo di liquido rosso in cui sono immersi slogan e scritte raccolti dai muri delle città iraniane. Un lavoro forte, che unisce denuncia e memoria.





Nel locale indicato come deposito sulla piantina, illuminato solo da una luce orizzontale, ho incontrato Mattia Colombrita, in arte Siddiatamente. Vestaglia rossa, calzini bianchi e corde che lo vincolavano al suo spazio: l'artista era impegnato in una performance destinata a durare due giorni e

stava iniziando a dipingere sui grandi lenzuoli che coprivano le pareti. Ma il centro dell’opera non è il risultato: è il processo, la ricerca e il dubbio.

Un uomo che interroga se stesso, che cerca un senso - nell’arte, nella vita - in uno spazio già carico di simboli, che si espone allo sguardo degli altri, chiede giudizi e un confronto. Nel farlo, costringe anche il visitatore a interrogarsi.


Il giorno successivo, domenica, mi sono spostato a Casa Betty, in via San Pio V; il nome richiama Betty la Fea, una telenovela di successo realizzata dalla televisione colombiana. La protagonista è una ragazza bruttina - diversamente bella? - ma di grande intelligenza.

A Casa Betty, lo spazio è piccolo - ingresso, soggiorno, bagno, studio e cucina - ma sorprendentemente denso di attività. Anche il ballatoio viene utilizzato come spazio di incontro. Si respira un’atmosfera internazionale: si sente le persone parlare inglese, francese, spagnolo.





Qui Annateresa Curci presenta Sottovuoto: un progetto in cui il corpo femminile appare deformato dalla pressione della vita. Le immagini - sul pavimento, sulle pareti, persino sul soffitto - restituiscono una tensione continua, fisica e psicologica.

Tra ironia e drammaticità, il lavoro è una denuncia senza sconti, e mette in scena una condizione di compressione esistenziale che diventa visibile e tangibile.





Concludo la mia visita incompleta ad Àprile con i “Concertini” di @eli_leli_che_noia, artista e giovane cantautrice che si è esibita davanti all’ingresso di Casa Betty, permettendo l’ascolto sia a chi era negli spazi interni sia a chi, come me, si trovava appollaiato sul ballatoio.
Originaria di Mussotto, frazione di Alba, dà voce alle inquietudini della
Generazione Z: una sensazione di chiusura, di mancanza di prospettive, di sogni impossibili da realizzare. Una voce giovane e autentica, che trova proprio in questo contesto uno spazio naturale.


Àprile Festival è questo: un’esperienza che non si limita a mostrare opere, ma attiva relazioni, mette in contatto artisti e pubblico, crea cortocircuiti tra luogo privato e dimensione collettiva.
Non tutto è perfetto - gli spazi a volte sono angusti, l’organizzazione può risultare caotica - ma è proprio in questa imperfezione che trova la sua forza.

Perché aprire una casa significa mettersi in gioco e aprire l’arte significa accettare il rischio dell’incontro.


© Marco Salvario

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