RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, E’ ORA DI CAMBIARE di Antonio Laurenzano
RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, E’ ORA DI CAMBIARE
di Antonio Laurenzano
Ci siamo, domenica e lunedì si va a votare. Un voto referendario sulla riforma della giustizia preceduto da un dibattito inquinato da uno spirito di contrapposizione, da una rinuncia pregiudiziale a individuare spazi politici di convergenze fondati sul prevalere dell’interesse nazionale dei cittadini sugli interessi di parte. L’ennesimo scontro identitario che ha assottigliato lo spazio per un approfondito dibattito sui contenuti di una riforma che incide sull’organizzazione di uno dei poteri dello Stato, e cioè sugli equilibri costituzionali. Un referendum che avrebbe richiesto rigore e senso di responsabilità nella dialettica partitica piuttosto che litigiose polemiche, quasi sempre estranee al tema referendario. Chi andrà a votare avrà ben chiaro per cosa votare? In assenza di un’informazione obiettiva nel merito, l’elettore porterà in cabina formule antagonistiche che rafforzano le appartenenze a danno del discernimento. Il referendum rischia così di perdere la sua legittimazione che si fonda proprio sulla partecipazione informata e nella consapevolezza del significato del voto. In questo confuso contesto è concreto il timore dell’aumento dell’assenteismo, non tanto per indifferenza dell’elettore verso la Costituzione quanto per disorientamento, nella percezione che la consultazione altro non sia che un confronto opaco, incomprensibile, sui velenosi tatticismi politici. Con le urne vuote si andrà a consolidare quella distanza silenziosa tra società civile e politica.
La radice della differenziazione tra giudice e pubblico ministero è nella riforma del socialista Vassalli del 1988, entrata in vigore l’anno successivo, sempre sostenuta dallo schieramento di centrosinistra, in particolare con la Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema, 1997-1998. E’ l’ultimo tassello costituzionale che manca all’architettura del “giusto processo”, in attuazione dell’art. 111 della Costituzione riformato nel 1999 per rafforzare la terzietà del giudice. Vi era quindi la possibilità di una larga convergenza sul disegno di legge promosso dall’attuale maggioranza di centrodestra e approvato dal Parlamento. E invece la contesa referendaria, cancellando ogni primogenitura, si è presto trasformata in una sterile gazzarra politica finalizzata a catturare (improbabili) consensi, facendo perdere di vista il vero significato della consultazione. Il referendum è stato svilito nella sua funzione propria che non è un plebiscito sull’azione del Governo, né un giudizio su una categoria, quella dei Magistrati, bensì uno strumento di garanzia che consente al corpo elettorale di confermare o respingere una revisione delle regole costituzionali per la qualità dello Stato di diritto.
Obiettivo di fondo è il superamento delle degenerazioni correntizie intervenute nei modi in cui la magistratura, attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura, esercita la sua funzione di autogoverno attribuitagli dalla Costituzione. Le clientele corporative sono divenute un vero e proprio sistema di potere, “un sistema malato”, che ha premiato e protetto più la fedeltà, secondo logiche di appartenenza, che il merito o i demeriti. La scelta quindi di procedere al sorteggio fra i magistrati destinati a gestire carriere, promozioni, trasferimenti, assegnazioni, eventuali provvedimenti disciplinari, appare come inevitabile. Una scelta più volte sollecitata proprio da esponenti che all’epoca dello scandalo Palamara ne proposero l’utilizzo e oggi con argomenti politici estranei al merito della questione si sono invece schierati per il no. Difesa della casta a oltranza! Qualcuno fra i magistrati ha parlato di “metodo mafioso”. Lo dimostra il ruolo abnorme svolto dall’Associazione nazionale dei magistrati nella contesa referendaria. Non suggerimenti e critiche al processo legislativo da parte dell’organo della magistratura più rappresentativo, regista occulto del CSM, ma una battaglia contro la riforma con slogan e invettive, finanziando addirittura un comitato con le risorse di tutti i magistrati. Un inverosimile soggetto politico che viola l’indipendenza della magistratura e il rispetto dei ruoli istituzionali, ma anche la sua subordinazione alla legge.
Con questa riforma nessuno “attentato” alla Costituzione. I giudici delle indagini preliminari oltre che quelli chiamati a giudicare sono messi nelle condizioni di una completa autonomia e indipendenza. Il cittadino indagato gode sin dall’inizio del procedimento della presunzione di innocenza e per la sua condizione di indagato la certezza di un giudice terzo, non legato all’amico pm di corrente. Troppi sono stati gli errori di malagiustizia senza che a nessuno sia stato mai presentato il conto da pagare. Complicità fra magistrati, ricerca di popolarità mediatica, arrivismo e protezione politica hanno di fatto causato una caduta di credibilità dell’intero sistema giudiziario. E’ ora di cambiare. Si va a votare nel ricordo del pensiero di Piero Calamandrei, giurista, ex membro dell’Assemblea Costituente: “Quando per la porta della magistratura entra la politica la giustizia esce dalla finestra”.

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