REFERENDUM, LA GIORNATA DELLA LIBERAZIONE di Antonio Laurenzano
REFERENDUM, LA GIORNATA DELLA LIBERAZIONE
di Antonio Laurenzano
Conto alla rovescia per il referendum confermativo costituzionale sulla “separazione delle carriere” dei Magistrati. Il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini è pronto a dividersi ancora una volta in due, tra un “Sì” e un “No”. Il dibattito referendario, tra accuse incrociate e accenti polemici, in un clima istituzionale di delegittimazione ha superato la linea di demarcazione tra politica e giustizia. Sullo sfondo, la fragorosa discesa in campo, da attivo soggetto politico, dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) contro la presunta minaccia della riforma all’equilibrio costituzionale. Una nobile causa oscurata dalla clamorosa protesta di oltre 50 magistrati che in un documento “si dissociano pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Anm, dichiarando l’adesione alla riforma, nel rispetto della piena indipendenza della magistratura compromessa dalla degenerazione correntizia, che sarà garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei CSM”. Si denuncia il “sistema malato”, politicizzato, e si chiede una giustizia libera dalle perverse logiche di corrente, coordinate da un’Associazione che “sulla base di sole 1200 deleghe, su 9500 iscritti, si oppone alla riforma votata dal Parlamento con slogan pubblicitari come un qualsiasi soggetto politico, con un Comitato per il No, finanziato con le quote di tutti gli associati e con fondi pubblici”.
Ad aprire il vaso di Pandora con un’intervista al vetriolo è stato il giudice Giuseppe Cioffi del Tribunale di Napoli Nord, da 39 anni in Magistratura, definendo la data del referendum come la “Giornata della Liberazione dei Magistrati” dal giogo delle correnti e dal corporativismo dell’Anm, il sindacato delle toghe, definito “il vero partito politico di opposizione, un mesto comitato d’affari, cinghia di trasmissione della cattiva politica”. Finalmente la Costituzione viene perfezionata e attuata come la volevano i padri costituenti con la prima, vera riforma liberale”: la pubblica accusa viene riconosciuta in Costituzione. E’ il completamento della Riforma Vassalli del 1989 che gettò le basi di un processo penale moderno, da inquisitorio ad accusatorio fondato su tre pilastri: parità tra accusa e difesa, formazione della prova in dibattimento davanti a un giudice, terzietà del giudice. Un disegno di civiltà giuridica sostenuto allora da tutte le forze democratiche. La separazione delle carriere, Pubblico ministero e Giudice, è il pezzo di disciplina costituzionale che manca all’architettura del “giusto processo”, in attuazione dell’art. 111 della Costituzione riformato nel 1999, per rafforzare la terzietà del giudice che, come la moglie di Cesare, non deve essere sfiorata neanche dal sospetto. Con la Riforma Cartabia del 2022 si era già introdotta una distinzione netta tra la funzione requirente e quella giudicante, ma non si era tagliato quel “cordone ombelicale”, quella colleganza che lega giudici e pubblici ministeri all’interno della stessa carriera.
Con la riforma della Magistratura, nel rispetto costituzionale dell’autonomia e indipendenza dei ruoli, quel legame corporativo viene definitivamente reciso e il principio di terzietà del giudice è una realtà, esaltando così la sua attitudine ad assicurare l’equilibrio dei rapporti interni al contraddittorio processuale e rafforzando la fiducia dei cittadini verso la funzione di garanzia della giurisdizione. Con la creazione di due distinti percorsi di formazione e di governo autonomo la giurisdizione smette di essere un fortino corporativo per tornare ad essere il luogo della tutela dei diritti. La separazione delle carriere è regola nei sistemi anglosassoni ed è presente con varie forme nella maggior parte dei Paesi europei. Nessuno “attentato alla democrazia”, nessuna “bomba sulla Costituzione”, con la separazione delle carriere. Profezie apocalittiche alimentate dalla paura del nuovo, o peggio dal timore di perdere potere. E’ penosa demagogia sbandierare la Costituzione a mo’ di coccarda per costruire uno falso spartiacque morale. Per i firmatari del documento di protesta si tratta di “un riflesso condizionato dell’Anm per difendere uno status quo di vantaggio” minacciato dalla istituzione dell’Alta Corte disciplinare che toglierà i magistrati dal giudizio dei colleghi che hanno chiesto il loro voto. “L’Anm, da sempre contraria a tutte le riforme, sta giocando con l’antipolitica”, ha dichiarato Augusto Barbera, presidente emerito della Consulta. Una vera casta, con tentacoli radicati nel CSM, la “terza camera parlamentare”. Carriere e nomine nella Magistratura gestite con sistemi correntizi “molto vicini al metodo mafioso”, secondo l’ex Pm Nino Di Matteo (2019), oggi in campo per il No (sic!) a fianco della superstar televisiva Gratteri, Procuratore Generale di Napoli, nel criminalizzare chi vota per il Sì, dimenticando lo scandalo Palamara e i tanti casi di mala giustizia (in primis, Enzo Tortora). No comment.
Il referendum sulla separazione delle carriere non risolverà i problemi della giustizia italiana, ma serve a ultimare una riforma strutturale, necessaria, perché prima del processo celere serve il processo giusto per una Magistratura più forte, più trasparente, più credibile, azzerando opacità e strumentalizzazioni. Storicamente una battaglia della sinistra, sostenuta in passato e ora rinnegata. Ma dov’è finita la voce dei riformisti del PD? Silenzio imbarazzante. Adeguandosi alla linea massimalista della segretaria, la minoranza del partito rinuncia alla propria vocazione liberale, voterà No per ragioni solo politiche, rafforzando il deprecato giustizialismo. Trasformare il referendum in un sondaggio contro il Governo e contro la premier dimostra disperazione, miopia politica. Il referendum non deciderà il destino del governo Meloni, ma la qualità dello Stato di diritto per i prossimi decenni. E’ un voto che riguarda la Repubblica, non la maggioranza del momento. Dopo quarant’anni di rinvii, il fallimento del “riformismo”? Una grande responsabilità.
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