MAINÀ MAI NINTE a cura di Giovanni Gatto


MAINÀ MAI NINTE

“Marinaio, mai niente”: niente, o ben poco, nelle tasche, negli affetti e nelle prospettive di vita.

Questo antico proverbio genovese raccontava in tre stringate parole il destino di chi un tempo si metteva per mare, senza certezze su ciò a cui andava incontro e nemmeno su ciò che avrebbe trovato al suo ritorno.

Se faceva ritorno.

Eppure in una “CITTÀ-PORTO” come era Genova quello del mare era un destino comune, anzi, almeno fino a tutto il secolo XI, era praticamente l’UNICO DESTINO possibile per gli uomini: navigatore-guerriero, talvolta anche pirata, ma soprattutto MARINAIO.
In un territorio aspro, riarso dal sole e privo di aree coltivabili, come quello di Genova e della Liguria, l’orizzonte aperto e vasto del mare era una naturale vocazione ma prima di tutto una necessità di sopravvivenza.
Se nell’Atlantico spirano con regolarità gli ALISEI, che permisero a Colombo di arrivare alle Americhe e tornare in Europa, il Mediterraneo, al contrario, è mare di venti mutevoli, che possono soffiare con impeto improvviso e poi altrettanto velocemente e inaspettatamente mutarsi in “BUNASSA CIPPA”, la calma piatta che può durare giorni e giorni.
Oggi, sia pure nel marasma climatico da noi stessi causato, è possibile prevedere l’arrivo delle burrasche, ma un tempo la previsione dei venti e delle tempeste era affidata solo all’esperienza degli stessi marinai.
La navigazione, fino al XIII secolo, era pertanto prevalentemente di “cabotaggio”, quasi sempre in prossimità delle coste, e non esistevano strumenti per conoscere la posizione, né carte nautiche o portolani che descrivessero con precisione le aree in cui si navigava e gli attracchi sicuri. Tutto era legato alla esperienza del capitano e del suo equipaggio, che vivevano insieme in una vera e propria fratellanza laica, in cui il marinaio di buona volontà, intelligente ed esperto poteva diventare egli stesso capitano.
Quella del marinaio era dunque una figura importantissima della “CIVITAS IANUENSIS”, e alla marineria genovese era affidata la prosperità della città, se non addirittura la sua stessa sussistenza e in ultimo la sua sopravvivenza.
Contrariamente a quello che spesso si crede, fino alla metà del XIV secolo i marinai a bordo delle temute GALEE GENOVESI erano UOMINI LIBERI, che liberamente avevano scelto di mettersi al remo, tenendo però sempre a portata di mano, sotto la panca su cui sedevano, una spada o una balestra, un coltello e un corsetto di robusto cuoio in guisa di armatura.
I “BRUTTI INCONTRI”, con abbordaggi e combattimenti, non erano così comuni poiché il mare è grande, ma potevano capitare, e spesso i nostri antenati se li andavano a cercare di proposito!
I marinai genovesi erano uomini onorati in città e venivano rispettati e temuti in tutti i porti dove sbarcavano: le galee genovese solcavano tutte le acque conosciute, dal Mar Nero all’Atlantico, ben oltre le “COLONNE D’ERCOLE”, fino alle Fiandre, all’Inghilterra e spingendosi lungo le coste dell’Africa equatoriale.
La paga del marinaio era buona e il vitto abbondante soprattutto per i rematori (ne parlerò in una PILLOLA dedicata a questo argomento… culinario!).
A questo proposito, un altro mito da sfatare è quello dell’uso del remo: la navigazione si svolgeva prevalentemente a vela e i possenti rematori entravano in azione soprattutto nel caso di tempeste o nelle contingenze di uno scontro navale e di un abbordaggio.
Se il marinaio moriva in mare, alla vedova andava la paga accumulata e una parte del bottino o del guadagno della navigazione, se questa si concludeva col ritorno a Genova della nave.
Le cose cambiarono decisamente in peggio con la peste di metà ‘300 e la conseguente decimazione della popolazione: gli armatori e i capitani furono costretti a imbarcare come rematori i carcerati (“GALEOTTO” deriva da GALEA) e gli schiavi islamici. Questi “forzati del mare” erano incatenati alle loro panche e incitati a remare a suon di frusta: se la nave affondava, essi erano destinati a perire con essa, anche in prossimità della costa.
C’erano poi anche i “BUONAVOGLIA”, giovanotti buoni-a-nulla che, senz’arte né parte, si adattavano al duro mestiere del remo in cambio di una misera paga.
Come ho setto, se la nave affondava lontano dalla costa, non c’era quasi mai scampo per l’equipaggio e nemmeno per il comandante: le prime piccole scialuppe di salvataggio furono approntate solo nel XVIII secolo e solo per le navi più grandi.
Nel 1877, mio bisnonno, proprietario e capitano di un piccolo brigantino che faceva la spola lungo la Riviera, fece naufragio al largo di Genova, durante una tempesta, morendo in mare insieme a suo fratello e a tutto l’equipaggio.
In mare, la vita era dura per tutti, dunque, sempre e comunque: per capitani e marinai, per uomini liberi e schiavi: MAINÀ MAI NINTE.


© Giovanni Gatto


Una galea genovese del XIV secolo


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