I MESSAGGI DEL VOTO REFERENDARIO di Antonio Laurenzano


I MESSAGGI DEL VOTO REFERENDARIO

di Antonio Laurenzano

“La quiete dopo la tempesta”? Non proprio. Clima politico post referendum molto caldo. Chiara vittoria del No in un’Italia divisa e contrapposta. Giorni di grande tensione con scossoni nel Governo per la sconfitta referendaria: dalle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Del Mastro e del Capo di Gabinetto Bertolozzi all’inedito scontro Meloni-Santanchè e le successive dimissioni del Ministro del Turismo. Un test elettorale che, al di là del quesito referendario di difficile comprensione, ha mobilitato verso le urne i “patrioti della Carta”, secondo la definizione di Antonio Polito sul Corriere della Sera, tutti quelli cioè che si riconoscono più nei Padri costituenti che in questa classe politica. Più che a difesa dei magistrati, più che a sostegno della sinistra una scelta di campo ben precisa: un movimento di opinione sganciato dalle logiche strette dei partiti. Un “patriottismo costituzionale” in contrasto con le ipotesi di riforme e ammodernamenti degli stessi Padri della Carta costituzionale, consapevoli delle molte questioni lasciate aperte dall’Assemblea costituente.

Il No non è stato solo un rifiuto (politico) di una riforma, ma è stato usato come difesa dell’esistente, una sorta di “conservatorismo costituzionale” fortemente “sponsorizzato” dall’Associazione nazione dei magistrati (Anm) che ha trasformato una posizione corporativa in interesse generale. Degenerazioni correntizie del Consiglio Superiore della Magistratura nella sua funzione di autogoverno, un sistema malato (“metodo mafioso”, secondo alcuni “dissidenti”) che premia e protegge più la fedeltà, secondo logiche di appartenenza, che il merito o i demeriti. Un’associazione di categoria che da soggetto politico ha violato il rispetto dei ruoli istituzionali a difesa di una casta intoccabile. Censurabili quei giudici del Tribunale di Napoli che con scarsa dignità, scambiando le aule di giustizia per osterie, hanno brindato, ballato e cantato “Bella ciao” per festeggiare la vittoria del No, sbeffeggiando la Premier. Un problema istituzionale, una caduta di stile da parte del “governo delle toghe”. Ogni ipotesi di riformare la magistratura per un riequilibrio tra poteri, con un’Anm ancor più rafforzata nel suo protagonismo politico, è destinata rimanere nel cassetto, a danno della democrazia e degli stessi cittadini.

Dal 1993 ogni tentativo di riformare la giustizia è fallito per l’opposizione politica esercitata dalla magistratura associata. Sul piano simbolico, il momento di rottura dell’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario ha una data precisa: il 7 marzo, con la clamorosa bocciatura davanti a telecamere e giornalisti da parte del capo di “Mani pulite” Borrelli del decreto Conso sulla depenalizzazione del reato di finanziamento illecito ai partiti. Azione di rottura proseguita con la bocciatura del decreto Biondi sulla carcerazione preventiva durante il primo governo Berlusconi, e poi con il fallimento della Commissione Bicamerale D’Alema 1997-1998 in cui si era ipotizzata la separazione delle carriere, fino agli anni Duemila nell’era del “berlusconismo”, in cui la magistratura arrivò a scioperare quattro volte durante l’iter di approvazione della riforma dell’ordinamento giudiziario del 2005, approvata e poi annacquata dal governo Prodi, su sollecitazione esterna (Anm). Lo scandalo Palamara del 2019, con il crollo di credibilità della magistratura, aveva suggerito al Ministro Nordio la necessità di completare la riforma voluta nel 1988 da Giuliano Vassalli con l’introduzione del processo accusatorio imperniato sulla terzietà del giudice e la separazione delle carriere, senza alcuna sottomissione dei magistrati alla politica. Ma la “finestra di opportunità” si è chiusa con la bocciatura del referendum, lasciando l’Italia in compagnia di Cina, Russia, Iran, Turchia, Pakistan, Algeria e Marocco.

La democrazia sostanziale vive laddove il sistema è caratterizzato da sufficienti controlli e contrappesi, laddove cioè ogni potere trovi un limite da parte di un altro potere. La magistratura e la sua indipendenza rappresentano uno di questi fondamentali controlli e contrappesi rispetto agli altri poteri costituzionali. Tale sistema è importante anche all’interno dei poteri stessi. La forza irrinunciabile del nostro sistema è che non solo è indipendente la magistratura come ordine autonomo, ma lo sono anche i singoli magistrati nell’esercizio delle proprie funzioni. Il vero tema della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere non era quello di indebolire il ruolo di “controllo e contrappeso” della magistratura nei confronti degli altri poteri e funzioni dello Stato, ma quello di rafforzare il sistema di controlli e contrappesi interno al funzionamento della magistratura, rafforzare cioè l’azione di controllo del giudice “terzo” di fronte ad accusa e difesa, e in questo modo rafforzarne il ruolo complessivo verso l’esterno. A urne chiuse e voto conclamato la reputazione della magistratura da questo referendum esce purtroppo danneggiata a causa di una “campagna del No” condotta dall’Anm sul filo della falsa comunicazione sul contenuto specifico della riforma costituzionale. A difesa di interessi corporativi, ma contro la credibilità del sistema giudiziario, in Italia e all’estero. AAA Responsabilità cercasi.

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