'Deserti fertili' e il sogno trasparente di Gabriella Giardi a cura di Marco Salvario
'Deserti fertili' e il sogno trasparente di Gabriella Giardi
Un
salto nel passato. Il Museo MIIT di Torino ha ospitato dal 31 maggio
al 14 giugno 2025, l'interessante mostra Deserti fertili. L'evento
è nato dalla collaborazione con Italia Arte
e con CreativelifeStyle,
evoluzione dell'associazione culturale Ossimoro,
e ha riunito ventuno artisti capaci di offrire un contributo intenso
e convincente. I diversi stili, le molteplici sensibilità e le
variegate esperienze riescono a comporsi in un messaggio coerente e
armonico.
Mi prendo la libertà - un po' sgradevole - di scomporre la mostra e di soffermarmi sulle opere di Gabriella Giardi, ma prima voglio spendere qualche parola su alcuni degli altri artisti.
Marina Comerio, con i suoi calchi in gesso su tela, affronta in modo incisivo il rapporto faticoso e doloroso tra artista e materia. Il gesto che erompe dal silenzio, dal vuoto, dalla bianca assenza, e diventa creazione. Il mistero della nascita delle idee, il lacerare la superficie che nasconde e trattiene la conoscenza.
Germano Casone, con le sue sculture in creta rosa e pigmenti, strappa inizialmente un sorriso, ma in realtà pone domande profonde: non su una rappresentazione che è quasi caricatura, ma su quanto noi stessi siamo riflessi in essa. Pupi alienati, privi di anima, senza empatia.
L'attesa, olio di Marzia Ciliberto, è affascinante, anche se forse il simbolismo, in certi elementi, risulta un po’ forzato. L'uomo è fermo, seduto, prigioniero di forze, scontri e mutazioni di cui ha perso il controllo. Noi siamo quel giovane uomo, smarrito in una contemplazione troppo passiva: per indolenza, per debolezza o forse per semplice mancanza di strumenti interiori.
Merita sicuramente una citazione anche Norman Sgrò, capace di creare atmosfere indefinite ma dense, con pennellate ruvide eppure cariche di maestria. I suoi mondi sono, al tempo stesso, nuovi orizzonti e perdita di riferimento, tanto con il passato, quanto con il presente.
Concludo ricordando velocemente - il mio tempo è poco e la pigrizia è grande - i bravi Elisabetta Bosisio e Nicola D'Angiolo.
L'alessandrina Gabriella Giardi affianca l'amore dell'arte a una intensa e impegnativa attività professionale. Nel 2001 compie il grande salto, e si perfeziona a Torino presso l’Atelier Ricerche Visive, sotto la guida del maestro Marco Longo.
In Perdersi, un bambino giace disteso con la guancia sinistra appoggiata sulle mani, mentre osserva due sfere trasparenti, dai riflessi fragili ed incerti. Ancora più sfumate e instabili sono le loro ombre, proiettate su un terreno screziato di chiari e scuri, come un prato al tramonto.
Il bambino ha gli occhi fissi, concentrati, l'espressione attenta. Indossa una camicia azzurra, forse un pigiama. C'è quella meraviglia che forse accompagna lo scivolare nel sonno, quel trasmutare che rende trasparente - in gioco di effetti fragile e magico - anche il suo corpo.
Lasciamolo quindi attraversare la soglia che conduce dalla realtà al sogno, sperando che la sua anima resti innocente e che le sue mani non si muovano, avide di conoscere, spezzando l'armonia, lacerando il silenzio.
Pandora ci porta un passo indietro. Ecco il vaso da cui sono uscite le misteriose sfere, il vaso di Pandora, che secondo il mito conteneva tutti i mali del mondo: dolore, malattie, vecchiaia, pazzia, vizio.
Le sfere di Giardi sembrano meno angoscianti: inquietano, sì, ma affascinano. Portano una promessa di luce nel buio, di rinascita. Sono le palle con cui adorniamo l'albero di Natale. Sono speranza - proprio quella speranza che, nel mito, era rimasta chiusa nel vaso.
Poche righe per due ulteriori opere dell'artista, dove i simboli si attenuano e la scena si semplifica. Il protagonista è sempre un bambino, con la sua innocenza, la serietà del gioco, la spontaneità del suo essere.
In Piccoli tesori, un bimbo è accucciato, una biglia verde tra le mani e un'altra, rossa, poco distante. Piccoli tesori - ma non è forse il bimbo stesso un 'piccolo tesoro'? - compagni di un mondo immaginato, di fantasie e pensieri in cui gli adulti non trovano posto.
Resta con me ha una dolcezza disarmante. Una delle biglie sta cadendo, e il piccolo tende il braccio per afferrarla. Come nella parabola del Buon Pastore, dimentica le biglie rimaste al sicuro sul tavolo per inseguire quella, unica, che sta perdendo.
Sono scene che Gabriella Giardi dipinge sempre dando ai soggetti una trasparenza che li fa diventare ricordi di un passato rimpianto ed amato, con una tecnica sopraffina e una sensibilità rara, profondamente poetica.
© Marco Salvario


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