DALL’ALBERO DELLA LIBERTÀ ALLA CROCE SABAUDA, PASSANDO PER “I DANDOLO” a cura di Vincenzo Capodiferro




DALL’ALBERO DELLA LIBERTÀ ALLA CROCE SABAUDA, PASSANDO PER “I DANDOLO”

Ivana Pederzani, intellettuale e animatrice culturale varesina


Ivana Pederzani è nata a Varese e quivi abita. Docente di storia moderna presso l’Università Cattolica di Milano, dove si è laureata con una tesi in storia, ha studiato le istituzioni politico-amministrative e ecclesiastiche in Italia tra Sette e Ottocento. Tra i suoi lavori: Venezia e lo "Stado de Terraferma". Il governo delle comunità nel territorio bergamasco (secc. XV-XVIII) (Milano 1992); Un ministero per il culto. Giovanni Bovara e la riforma della chiesa in età napoleonica (Milano 2002); Dall’antico regime alla Restaurazione. Profili di storia costituzionale e sociale in area lombarda tra Sette e Ottocento (Roma 2008); Postilla sul Bovara, ministro moderato (Roma 2008). Negli ultimi anni si è dedicata alla storia di Varese. Oltre a numerosi articoli si segnalano: “Il carro del progresso”. Spesa pubblica, politica e società a Varese in età liberale (1859-1898) (Milano 2009); I Dandolo. Dall’Italia dei lumi al Risorgimento (Milano 2012); La caduta del Regno Italico. 1814. Varese da Napoleone agli Asburgo (Milano 2016); Dall’albero della libertà alla croce sabauda. Politica, società e salotti a Varese (1796-1861) (Milano 2016); Varese villa di delizia. Rinnovamento e sviluppo.1760-1861 (Varese 2019).

È notevole l’opera di cultura e di civiltà di questa Nostra, perciò brevemente ci soffermiamo solo su alcune opere, come ad esempio: Dall’albero della libertà alla croce sabauda. Politica, società e salotti a Varese (1796-1861). «Il volume ricostruisce la storia di Varese dai Lumi all’Unità e, come spesso avviene per gli studi basati su fatti e fonti particolari, aiuta a leggere i grandi eventi storici nazionali». Risulta come il completamento ideale de’ I Dandolo. Dall’Italia dei lumi al Risorgimento. Vincenzo Dandolo è stato protagonista di rilievo nella Milano Cisalpina: «Oratore brillante, interveniva sistematicamente ai lavori del Gran Consiglio, di cui fu anche segretario, e delle varie commissioni con proposte, ordini del giorno, mozioni, che miravano a dotare il nuovo Stato di un'organizzazione efficiente, moderna, ispirata ai principi di una "moderata" democrazia e soprattutto a dare alla neonata Repubblica una solida base di consenso popolare: così si batté per solide garanzie alla libertà di stampa, l'estensione della cittadinanza ai patrioti italiani perseguitati, il prestito forzoso a carico dei cittadini più ricchi, un equo sistema fiscale, la vendita dei beni ecclesiastici, l'abolizione dei dazi di consumo e la libertà di commercio, l'adozione di un nuovo sistema di pubblica istruzione, la divisione dei beni comunali» (Sitografia: Vincenzo Dandolo, in “Dizionario biografico degli italiani”, Treccani 1986, vol. XXXII)».

Fedele allo spirito della scuola francese delle Annales, fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, la Pederzani innanzitutto ha riconosciuto il valore intrinseco della storia locale, come specchio di quella nazionale e macroscopica. Il microcosmo rimanda - umanisticamente - al macrocosmo. Come ogni frammento di specchio riflette tutta l’immagine del mondo cui si riferisce, così ogni piccolo frammento di storia, riporta una parte di quel tutto, che ogni tempo comprende. Il tutto è più della somma delle parti. Credevano i gestaltisti. Noi aggiungiamo: nella parte si riflette il tutto. È una visione precisa, più precisa di quella del tutto che spesso percepiamo in maniera confusa e subconscia, o meglio subliminale. Mi viene in mente Leibniz: «Ogni porzione di materia è un giardino pieno di piante, o uno stagno pieno di pesci. Ogni ramo di pianta, ogni membro di animale, ogni goccia dei suoi umori è ancora un tale giardino o un tale stagno».

E poi la Nostra ha seguito l’importanza dei fattori sociali, economici, sulla storia evenemenziale. La storia è un “fieri” non solo nel senso di ciò che accade, secondo un fatalismo, ma di ciò che viene fatto. E il grande maestro in tal senso è il nostro Vico: Verum ipsus Factum. Il factum vichiano, erede dell’homo faber non è sempre equivalente a quello positivistico. Non si perviene all’adorazione del fatto, ma alla sua, anche nietzschiana, interpretazione. Casa Varese diviene madre della storia. Il “piccolo Principe” ci insegna: un piccolo asteroide riflette la storia dell’universo, questo a livello fantastico, ma anche reale. L’ontogenesi e la filogenesi collimano. C’era una tradizione nella nostra Lucania che fa derivare i culti arborei, che ancora si celebrano, dagli alberi della libertà tipici del periodo bonapartista partenopeo, ma già a partire dalla fatidica rivoluzione napoletana del 1799. L’albero esprime libertà, risalita, volo.

Il capolavoro di Ivana è I Dandolo. È la ricostruzione della vita dell’uomo e dei suoi figli, in tutti i sensi. Ne mette in evidenza il profondo spessore culturale, filosofico, umano, sociale, politico. È una vera e propria enciclopedia dei Dandolo. Si parte dalla storia di questa famiglia per ricostruire la storia di un tempo: ardito esperimento storico-sociale. «Come ogni studio biografico anche questo permette e impone, al contempo, di collegare le vicende dei protagonisti al loro tempo: esso ci conduce in un’età di profonde trasformazioni, che va dall’Italia dei lumi alle rivoluzioni ed approda, infine all’unificazione nazionale. L’indagine segue, infatti, quelle che, usando una nota espressione di Croce, vogliamo chiamare le “vite di avventure, di fede e di passione” delle tre generazioni Dandolo per circa un secolo: dalla Venezia di fine Settecento alla Milano Cisalpina, poi a Varese in età napoleonica, ad Adro nella Restaurazione, nella Roma repubblicana del 1849 e, infine, alla corte sabauda negli anni cinquanta».

Il Dandolo senior è stato un intellettuale di frontiera, impegnato nel sociale. Se possiamo usare un’espressione a posteriori, la sua fu una filosofia della prassi che si coniugava con la prassi della filosofia, fu una filosofia legata la vissuto, all’erleben. Ivana ha il pregio di riportare fedelmente passi della sua vita, autobiografici, e di coniugarli, non solo col pensiero dell’autore, ma con la storia. La vita è fatta di alti e bassi, di corse e di rallentamenti, di balzi in avanti e di cadute, di passi in avanti e passi indietro. I Dandolo iuniores sono i martiri del Risorgimento, il nuovo verbo nazionale, che nello spirito di Vincenzo, si coniugava di nuovo col cristianesimo. Il Dandolo senior aveva intravisto in pieno illuminismo ed oltre la forza motrice della storia nel senso cristiano, in quella ricostruzione sempre neo-cristiana della Respublica agostiniana, la Gerusalemme celeste. Il Mazzini fu apostolo del Risorgimento, come Gioberti: «Alla Roma dei Cesari e dei Papi doveva succedere la Roma del Popolo che armonizzando terra e cielo, Diritto e Dovere, parlerebbe non agli individui, ma ai popoli una parola d’assicurazione insegnatrice ai liberi e agli eguali della loro missione». Mazzini è stato, insieme a Gioberti, il padre spirituale del Risorgimento italiano. Garibaldi è il braccio, Mazzini il cuore. Senza cuore, senza queste passioni, senza queste lotte, la storia è vuota, è morta. Quanti discepoli di questo maestro spirituale hanno dato la stessa vita, quanti martiri! Ecco i Dandolo! La loro vita è una storia di fede.

Approfittiamo per ricordare, tra le figure che non spiccano nel nostro mancato Risorgimento nazionale, quella soffusa e nascosta del mazziniano lagonegrese, professore di lettere, scrittore e poeta Raffaele Schettini. Insegnava letteratura presso l’Istituto Magistrale di Lagonegro, il quale oggi è intestato a Francesco De Sarlo. Di quell’Istituto poi ne divenne direttore. Di qui fino all’Aspromonte la vita del giovane Schettini era stata brillante: poi la rovina, il carcere e la morte trai tormenti. Raffaele insieme al fratello Francesco erano membri attivi del comitato garibaldino di Trecchina. Lo Schettini era un pericolo!? Fu trattato alla stregua di un qualsiasi brigante. Anche un altro intellettuale era stato perseguitato dal sistema: Rocco Scotellaro. Anche egli, dopo essere stato carcerato, morì di crepacuore a Portici il 15 dicembre del 1953. Come somiglia la sua sorte a quella dello Schettini! Entrambi morirono giovanissimi a Napoli.

Leggendo I Dandolo ci troviamo di fronte a un’opera organica, completa. Segue le vicende di questa famiglia che vanta tra i suoi rampolli tre generazioni di patrioti. E nella descrizione vi immette quello spirito, quella devozione democratica che aveva animato lo spirito dei popoli. E ci credevano nel popolo, come un organismo vivente, dotato di un’anima collettiva. Questa è in fondo la differenza tra popolo e massa. Il popolo ha una coscienza di classe ben definita, la massa è un popolo incosciente. La massa ha potuto aderire ai fascismi. Il popolo ha creduto nel verbo della libertà, della fratellanza. Mazzini aveva, in fondo come Marx, sognato un mondo in cui queste Anime collettive, come Animae Mundi, avrebbero cooperato alla crescita, prima di tutto morale e spirituale e poi materiale, dell’umanità. Tra le righe di Ivana notiamo questa passione animatrice. Non sono righe amorfe, astratte, fredde, ma calorose, attraenti, sospingenti.


Vincenzo Capodiferro

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